Scorie - L'inflazione non si cura con la redistribuzione
Di fronte all'andamento dei prezzi al consumo, il professor Leonardo Becchetti cerca di spiegare la "legge dell’inflazione nell’era digitale ed ecologica".
"Capire l’inflazione oggi è essenziale perché ci dice se stiamo diventando veramente più ricchi o più poveri. Per farlo dobbiamo distinguere due forze opposte. Da una parte c’è la deflazione prodotta dal progresso tecnologico. Dall’altra l’inflazione che nasce dalla scarsità relativa di beni essenziali, a cominciare dall’energia, soprattutto quando si determinano shock geopolitici sui mercati. È dentro questa tensione che si decide una parte importante del nostro potere d’acquisto", scrive Becchetti.
Il quale poi fa un ripasso del fatto che, grazie al progresso tecnologico, anche se i prezzi nominali non scendono (o scendono poco), quello che è possibile fare con un prodotto di oggi rispetto allo stesso di qualche anno fa è molto superiore. E va bene.
Quindi:
"La “legge dell’inflazione” del nostro tempo può allora essere formulata così: il progresso tecnologico tende a ridurre il prezzo per unità di servizio dove innovazione e scalabilità moltiplicano l’offerta; la scarsità fisica e geopolitica tende invece ad aumentare il prezzo dei beni essenziali quando l’offerta resta rigida. E poiché i poveri consumano relativamente più beni essenziali, questa seconda forza produce redistribuzione regressiva."
Resta il fatto che la componente monetaria, non presa in considerazione da Becchetti, non è neutrale o trascurabile. E ha un impatto regressivo ben comprensibile almeno dai tempi di Cantillon.
Ciò detto, che fare?
"La risposta di politica economica non può limitarsi a compensare ogni shock con bonus, tagli temporanei delle accise o sussidi generalizzati (di cui beneficiano indistintamente più e meno abbienti) che non modificano la struttura che genera vulnerabilità. La politica redistributiva più efficace è quella che riduce stabilmente il prezzo dei beni di base e la probabilità degli shock. Da questo punto di vista, la questione energetica è centrale. Per l’Italia “sovranismo energetico” dovrebbe significare sostituire una quota crescente di gas e petrolio importati con energia prodotta nel Paese da fonti rinnovabili. Solare ed eolico non consumano combustibile, hanno costi operativi bassi e prevedibili e riducono le ore nelle quali il gas determina il prezzo marginale dell’elettricità. Il beneficio arriva alle famiglie solo se reti, accumuli e regole di mercato riescono a trasferirlo nelle bollette."
Non sono un tecnico della materia, ma nel dibattito tendo a considerare più realistica la posizione di chi sostiene che vanno benissimo le rinnovabili, ma che, per quanto le si sviluppi, gas e petrolio resteranno cruciali ancora a lungo. Non credo neppure che la vulnerabilità a cui si riferisce Becchetti si risolva con politiche redistributive, perché in un Paese dove lo Stato intermedia già una metà abbondante della ricchezza prodotta non manca certo la redistribuzione. Eppure, anche prescindendo da considerazioni sulla legittimità della redistribuzione a mezzo fisco, non si direbbe che funzioni alla grande. Anzi.
Ogni redistributore è convinto che la sua redistribuzione funzionerebbe meglio delle altre. E questo temo sia peggio del problema che vorrebbero risolvere.
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