Scorie - PNRR, una abbuffata di malinvestimenti
A pochi mesi dalla fine del PNRR, Marco Buti e Marcello Messori fanno il punto della situazione.
"Le valutazioni degli economisti riguardo agli esiti di questo Pnrr sono molto differenziate. La posizione più critica, che non lascia speranze, sostiene che l’Italia si è mossa nella logica di “portare a casa” e – poi – di spendere “più soldi possibili” senza preoccuparsi troppo della qualità della sua spesa. L’abnorme numero di progetti inseriti nelle varie versioni del Pnrr e la bassa efficienza di larga parte della pubblica amministrazione hanno favorito la realizzazione di progetti di basso valore economico-sociale, ostacolando la realizzazione di riforme sostanziali. Una visione più ottimistica sostiene invece che molte delle riforme (giustizia, pubblica amministrazione, concorrenza, codice degli appalti), imposte all’Italia dalla Ue come vincolo per sbloccare i fondi e ben accolte dal governo Draghi nell’aprile 2021, hanno trovato almeno parziale attuazione. Inoltre, grazie a una gestione centralizzata ma flessibile, si è ridotta la distorsione dovuta all’eccessivo numero di progetti concentrando molta parte delle risorse su grandi investimenti infrastrutturali ed energetici gestiti da società con capacità di realizzazione progettuale (Enel, Terna, Ferrovie). Dal canto suo, il governo Meloni ha insistito sul rispetto degli obiettivi intermedi e finali che hanno permesso all’Italia di incassare uno dei più alti tassi di finanziamento europeo rispetto al totale previsto."
Sono propenso a ritenere che i critici abbiano ragione. Lo suggerisce, in generale, la storia dell'uso del debito pubblico per finanziare investimenti in Italia: ex ante, secondo i fautori, tali investimenti dovrebbero moltiplicare i pani e i pesci. Ex post si constata la moltiplicazione del debito e che molti di quei soldi sono finiti, nell'ipotesi più benevola, in malinvestimenti.
D'altra parte, Buti e Messori evidenziano che, "secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale (Fmi), negli anni 2026-28 il tasso cumulato di crescita dell’Italia sarà la metà di quello della zona euro (1,8% rispetto al 3,6%) e il suo tasso di crescita potenziale (concetto peraltro ambiguo) sarà inferiore di circa mezzo punto percentuale sempre in confronto alla zona euro. Questo primo quadro negativo sembra mitigato dalla previsione sulla produttività totale dei fattori (Tfp), che è un cruciale indice di efficienza e di capacità di crescita nel medio termine. Secondo il Fmi, il dato italiano è infatti quasi allineato a quello della zona euro (0.5% rispetto a 0.6%) proprio grazie al completamento delle riforme attuate con il Pnrr. La concentrazione di risorse europee, inclusa nel piano italiano, avrebbe dovuto però garantire un risultato più brillante anche rispetto alla produttività totale dei fattori."
Gli autori individuano una possibile spiegazione: "il ritardo nella distribuzione dei fondi del Pnrr ai beneficiari finali. Il governo continua a insistere sul fatto, già richiamato, che il rispetto formale degli obiettivi ha posto l’Italia all’avanguardia nell’incasso delle rate europee: circa 166 miliardi fino a oggi. Purtroppo, però, l’Italia occupa la posizione peggiore quanto a risorse canalizzate all’economia."
Anche questo è un problema storico particolarmente critico in Italia, ragion per cui i "critici" sottolinearono fin dall'inizio, quando l'allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte e i suoi sodali esultavano per aver "portato a casa" circa 200 miliardi, che sarebbe stato difficile anche distribuirli, per quanto destinati a impieghi discutibili.
A pochi mesi dalla fine del PNRR credo si possa confermare che sarebbe stato molto meglio non "portare a casa" tutti quei soldi, soprattutto la parte a debito. Che, ovviamente, presenterà il conto ai pagatori di tasse per un lungo periodo di tempo. Non una novità, ahimè.
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