Scorie - L'eredità di Powell

A pochi giorni dal cambio della guardia alla presidenza alla Federal Reserve, Jonathan Levin sente l'esigenza di reiterare il suo apprezzamento per l'operato di Jerome Powell.

Ripercorrendo gli anni della presidenza di Powell, Levin non può mancare di soffermarsi sul periodo Covid, quando l'espansione monetaria fu di portata straordinaria (più del solito). 

"Con il senno di poi, i critici di Powell sostengono adesso che esagerò. Sostengono che le misure di acquisto di bond e i tassi di interesse quasi a zero restarono in essere nonostante i recond ragigunti nei prezzi degli asset e un'inflazione ben oltre il target", scrive Levin.

In realtà non tutti i critici usano il senno di poi. In soli tre mesi, da marzo a giugno del 2020, il bilancio della Fed passò, per effetto del super QE, dai già elevati 4.300 miliardi di dollari a oltre 7.000, per arrivare poi a quasi 9.000 nell'arco di due anni. Per inciso, prima che iniziassero le manovre ultraespansive con acquisto di titoli a seguito del default di Lehman Brothers nel settembre 2008, il bilancio della Fed si attestava sotto i 1.000 miliardi. Oggi di trova a 6.700 miliardi, dopo un minimo a 6.500 a fine 2025. 

Quanto ai prezzi al consumo, arrivarono a una variazione del 9,1% annuo, restando per circa 18 mesi oltre ol 6%. Powel e colleghi andarono avanti per mesi a sostenere che si trattava di qualcosa di temporaneo. Ma con la politica monetaria ultraespansiva a cui si associava una politica fiscale anch'essa espansiva, non occorreva essere economisti di orientamento misesiano per prevedere sviluppi del genere. E non col senno di poi.

Levin sostiene che Powell abbia evitato un disastro finanziario. In realtà ha rimandato la resa dei conti, nel frattempo rendendo ancora più fragile e dipendente dall'abbondanza di liquidità tutto il sistema. Non un grande lascito, direi.

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