Scorie - Le illusioni della buona politica industriale
Sento spesso invocare la necessità di una politica industriale. Nel giornale confindustriale a maggior ragione. Scrive, per esempio, Paolo Bricco:
"Esistono due tipi di politiche industriali. Le politiche industriali che concentrano risorse sulla fabbrica e sul terziario al suo servizio (logistica e dimensione digitale dell'agire manifatturiero). E, di queste, in Italia ne abbiano poche e sottofinanziate, confuse e mal gestite da un ceto politico e da un apparato dello Stato che non sono mai entrati in un impianto produttivo. Ed esistono le politiche industriali che agiscono sui fenomeni di crisi. E, di queste, in Italia ne abbiamo troppe e malfunzionanti, inefficaci e trasformate dallo stesso ceto politico in teatrini per l'esercizio del proprio narcisismo mediatico e in tristi casse di risonanza per spillare, forse, qualche voto in più alle prossime elezioni amministrative o nazionali."
Effettivamete le seconde abbondano.
Secondo Bricco "a non funzionare, è tutta la fisiologia pubblica delle crisi private. Non funziona il meccanismo sociale e politico che scatta come un riflesso pavloviano tutte le volte che uno stabilimento viene ridimensionato o chiuso. Non funziona la terapia amministrativa ministeriale che cronicizza la crisi industriale e che ha come primo e unico obiettivo la finzione del mantenimento dei posti di lavoro. Quando una impresa annuncia la chiusura di uno stabilimento, in Italia succede sempre la stessa cosa. Ovunque. Scatta l'allarme. Il sindaco si agita. Il vescovo pronuncia una omelia ispirata. Il politico che ha il seggio elettorale si indigna e si attiva. I sindacalisti chiamano i vertici a Roma della loro categoria e chiedono il coinvolgimento della segreteria nazionale. I giornali e le televisioni, i siti e le radio riprendono la notizia. In questo circuito l'obiettivo di tutti è solo uno: congelare il ridimensionamento e garantire il perimetro occupazionale. Nessuno pronuncia mai le parole strategie, scelte, finanza di impresa, mercato. In tutto questo le ragioni per cui una multinazionale decide di chiudere un impianto della consociata italiana o una famiglia di imprenditori sceglie di ridimensionare una attività vengono ignorate. Questo, peraltro, va a paradossale vantaggio anche di chi chiude. Perché nessuno degli attori in campo – amministratori locali, politici, sindacalisti, preti – pone le domande giuste a chi compie questa scelta: nessuno interroga la multinazionale sulle ragioni e sulla presunta ineluttabilità della scelta o la famiglia di imprenditori italiana sul perché rinuncia alla fabbrica, dopo avere a lungo prosperato grazie ad essa. Tutto è anonimo. Tutto è concentrato sulla ossessione di non perdere posti di lavoro che peraltro sono già persi."
La descrizione del copione classico è ottima. Prosegue Bricco:
"A questo punto scatta la seconda fase: il tavolo di crisi ministeriale. Che, però, non si comporta come una piccola banca d'affari pubblica che con lucida intelligenza capisce il reale stato delle cose, discute le prospettive di salvataggio, ipotizza i progetti di conversione, dice la verità sulle responsabilità di chi chiude e la verità ai lavoratori. No. Il tavolo di crisi ministeriale, anziché operare con la fredda determinazione necessaria quando le cose vanno male, ricorda un ospedale da campo. Dove si ripetono esattamente le liturgie e le litanie, gli errori e le omissioni che si sono realizzate nella prima fase. La prima ossessione è evitare la chiusura. La seconda ossessione è conservare i posti di lavoro. La terza è invocare sempre e comunque – senza ragionare sul profilo strategico o meno del dossier – l'intervento pubblico ora di Invitalia ora di Cassa Depositi e Prestiti, leve di fiscalità generale. Il risultato è la reiterazione del reato di cattiva politica industriale e la trasformazione di un moribondo – lo stabilimento – in un paziente agonizzante di lungo periodo. Il quale ha inevitabilmente bisogno di cassintegrazione, mobilità, formazione: tutti palliativi che permettono alle statistiche di dire che un uomo e una donna, anche se stanno a casa a guardare la TV o a fare in nero un secondo lavoro, il loro impiego lo hanno ancora nella manifattura. Si tratta di illusioni e di false credenze. La buona politica industriale ricostruttiva non funziona così. Il punto è questo."
Trovo largamente condivisibili le parole di Bricco. Ma pensare che un ministero ragioni come una merchant bank è illusorio. Altrimenti non sarebbe un ministero. Semplicemente, la politica industriale (ricostruttiva o meno) non funziona. Se si vuole evitare che il conto sia a carico dei pagatori di tasse, meglio evitare proprio la politica industriale alleggerire regole e tasse. Il resto lo faccia il mercato. Dove non possono vincere tutte le imprese.
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