Scorie - Vecchie ricette, nuove etichette
Al mio rientro dal Kirghizistan mi sono imbattuto in un articolo sul Sole 24 Ore a firma di Lorenzo Marsili, che imparo essere filosofo attivista e direttore del Berggruen Institute Europe, nonché fondatore della ONG politica transnazionale European Alternatives e dell'istituzione culturale Fondazione Studio Rizoma (tanta roba, anche se qualcuno a Roma potrebbe dire: esticazzi!).
Marsili si occupa di un argomento che ho commentato qualche settimana fa, ossia come pre distribuire la ricchezza generata dall'intelligenza artificiale. Riprendendo l'idea del fondatore di Open AI, Sam Altman (di cui, lo ribadisco, io diffido visceralmente), scrive Marsili:
"Nei prossimi decenni una quota crescente della ricchezza potrebbe sganciarsi dal lavoro e concentrarsi nella proprietà e nell’uso delle macchine intelligenti. È la dinamica che Thomas Piketty ha cristallizzato nella formula r > g: il rendimento del capitale tende ad essere superiore alla crescita dell’economia, ampliando il divario tra chi possiede quote azionarie e chi vive del proprio lavoro. Società già divise rischiano così di fratturarsi ulteriormente. Questa diagnosi, ormai, è una delle poche realtà bipartisan dei nostri tempi."
Ci sarebbe da valutare l'impatto delle politiche monetarie ultraespansive e dell'effetto Cantillon, ma non è materia cara né al (comunista) Piketty, né, evidentemente, al suo ammiratore Marsili.
Prosegue Marsili:
"La risposta tradizionale – tassare e redistribuire – interviene a valle, quando la disuguaglianza si è già prodotta. Abbiamo invece la possibilità di agire a monte: fornendo un capitale universale di base, ossia una dotazione patrimoniale che renda ogni cittadino comproprietario dei mezzi che producono la nuova ricchezza. Non sussidi ma quote; non re-distribuzione ma pre-distribuzione."
Poi cita le iniziative tanto di Trump, quanto del governatore (democratico) della California Gavin Newsom. E mi stupisce che non citi l'icona dei super sinistrorsi, Bernie Sanders.
Quanto all'Europa:
"L’approssimarsi del prossimo ciclo di bilancio offre un’opportunità. La discussione sul debito comune resta astratta finché non si chiarisce quale finalità dovrebbe servire. L’Europa potrebbe capitalizzare un fondo sovrano comune, incaricato di investire nelle infrastrutture digitali, nell’energia, nell’intelligenza artificiale e nelle imprese strategiche del continente. In cambio del sostegno pubblico il fondo acquisirebbe partecipazioni, diritti sui ricavi o altri strumenti capaci di generare rendimenti nel tempo. A ogni cittadino europeo sarebbe attribuita una quota personale, uguale e non trasferibile del fondo, così da evitare che il patrimonio comune si riconcentri nel tempo. I rendimenti potrebbero essere reinvestiti o alimentare un dividendo sociale."
Quindi, una sorta di fondo sovrano non alimentato, come generalmente avviene, dalle royalties rivenienti da concessioni su pretrolio e gas (di cui nessuno in UE dispone), bensì da emissione di debito comune. Ovviamente con il presupposto che il rendimento ottenuto dall'attivo sarebbe superiore al costo del debito.
Verrebbe da dire: come mai non è stato fatto prima o, dove è stato fatto, alla fine il rendimento dell'attivo non è stato superiore al costo del debito? Ah, saperlo...
Conclude Marsili:
"La rivoluzione dell’intelligenza artificiale arriva dall’America. Ma potrebbe essere proprio l’Europa, con la sua eredità di economia sociale di mercato, a garantire che i vincitori siano più numerosi dei vinti. Non espropriando i proprietari, ma moltiplicandoli."
In estrema sintesi - non si offenda l'autore - a me pare una variazione di una ricetta abbastanza datata e altrettanto fallimentare. Si chiama proprietà pubblica dei mezzi di produzione, dato che ogni cittadino non ne disporrebbe realmente, ma solo nominalmente. Sì, perché qualcuno deciderebbe al posto suo cosa è bene fare della "sua" proprietà.
Mi sfugge la differenza con un sistema comunista, forse perché nella sostanza non c'è alcuna differenza.
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