Scorie - Investimenti "buoni" e contabilità creativa

Da libertario vedo sempre con favore una proposta di riduzione di una o più imposte o tasse, essendo un mezzo per ridurre la violazione della proprietà di chi è costretto a pagare. 

Tuttavia tendo a essere scettico nei confronti di quelle proposte che non sono accompagnate da una chiara indicazione delle voci di spesa pubblica da ridurre in modo permanente, perché solo la riduzione della spesa può realisticamente evitare che una riduzione delle tasse non sia un boomerang.

Peggio ancora se la riduzione della tassa in questione è accompagnata da una proposta per far finta che il calo di gettito non si verifichi a lilvello contabile. In sostanza, far finta che, a parità di altre condizioni, quella riduzione di gettito non aumenti il deficit pubblico.

Paolo Gualtieri propone qualcosa del genere, da accompagnare a una auspicata detassazione degli investimenti azionari delle persone fisiche, per favorire lo sviluppo della "economia reale" in Italia.

"Per permettere alle aziende di investire con decisione e rapidità in innovazione tecnologica è essenziale riuscire a convogliare una parte consistente dell’abbondante stock di risparmio verso il capitale azionario delle imprese. La questione è come farlo in un contesto in cui le Borse sembrano in declino. Dal lato dell’offerta di titoli si registra da oltre 20 anni una diminuzione del numero di società quotate non solo negli Usa ma anche in Europa e, guardando al futuro, non sembrano esservi ragioni perché questo andamento cambi. Gli interventi normativi tesi a contenere i costi della quotazione non hanno per ora avuto un impatto significativo e ridurre gli oneri informativi per le società quotate ha la controindicazione di determinare una perdita di valore per gli emittenti dovuta all’aumento delle asimmetrie di informazione. Dal lato della domanda di azioni, gli investitori italiani e anche europei sono ancora molto attratti da titoli governativi e da depositi e debiti bancari. Lo sviluppo del private equity market non sembra essere una soluzione perché da esso sono per ora sostanzialmente esclusi gli investitori privati cittadini il cui risparmio si vorrebbe far affluire maggiormente verso l’innovazione produttiva. Bisogna quindi puntare alle Borse", scrive Gualtieri.

Che fare?

"Una proposta che potrebbe essere efficace è detassare completamente gli investimenti azionari delle persone fisiche realizzati sottoscrivendo aumenti di capitale di società quotate o quotande. Se i risparmiatori non pagano tasse né sui dividendi che percepiranno né sui guadagni in conto capitale il rendimento atteso dall’investimento azionario per loro cresce notevolmente. Corrispettivamente il costo del capitale per le aziende, a parità di tutte le altre condizioni, dovrebbe diminuire e quindi le società dovrebbero essere incentivate a quotarsi attraverso offerte pubbliche di sottoscrizione per raccogliere capitale di rischio presumibilmente abbondante e a basso costo."

Per inciso, adesso avviene qualcosa di sostanzialmente contrario in Italia, dato che lo Stato tassa gli investimenti in titoli pubblici al 12,5% contro il 26% in quelli di emittenti privati. Ovviamente perché il debito pubblico da finanziare è sempre in crescita.

Gualtieri ammette che la sua proposta incontra diversi scogli legislativi a livello comunitario. Ciò nondimeno, sostiene che "si potrebbe proporre in Ue di consentire di computare nel bilancio dello Stato figurativamente il gettito mancato per gli investimenti in aumento di capitale delle imprese quotate considerandolo una forma di investimento “buono” di lungo termine; naturalmente dovrebbe essere consentito a tutti i paesi, e non solo all’Italia, di introdurre un’incentivazione fiscale di questo tipo."

Resta sempre il solito problema: si può attaccare l'aggettivo draghiano "buono" a questo o quell'investimento o debito, ma impostare la contabilità pubblica come se non esistesse il deficit che ne consegue non altera la realtà. Semplicemente rende la contabilità non rappresentativa della realtà.

Il deficit reale andrebbe comunque finanziato, il che, presto o tardi, porterebbe il conto a carico dei pagatori di tasse, ancorché con una diversa distribuzione. Sempre per il solito motivo: checché si registri in contabilità, non ci sono pasti gratis.

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