Scorie - Le tasse altrui da consumare non sono mai abbastanza
Scorrendo le pagine del principale quotidiano economico e finanziario italiano, ci si imbatte ogni giorno in notizie circa questo o quel bonus fiscale, di cui si è resi edotti del costo (che inevitbailmente finirà per gravare su altri pagatori di tasse), nonché delle invocazione per un incremento della dotazione da parte dei fruitori o dei loro lobbisti.
I bonus sotto forma di credito d'imposta riducono l'onere fiscale per chi ne beneficia, quindi un libertario dovrebbe essere rothbardianamente favorevole a ognuna di queste misure, considerando che per un libertario il livello giusto di tassazione dovrebbe essere pari a zero.
Il fatto è che, per un libertario, dovrebbe essere pari a zero anche l'altra faccia della medaglia, ossia la spesa pubblica. E' la spesa pubblica in continua espansione a generare una continua rincorsa dal lato della tassazione, per cui ogni riduzione tramite bonus e crediti assortiti, anche prescindendo dal fatto che non sia generalizzata e quindi benefici solo alcuni, non può che essere bilanciata da un maggior onere a carico di altri pagatori di tasse di oggi o domani se non c'è una contestuale riduzione di spesa in misura non inferiore.
La proliferazione di bonus in un contesto in cui lo Stato continua a spendere oltre la metà del Pil e il livello generale di pressione fiscale resta tra il 42 e il 43% (ciò significa che alcuni pagano molto di più di quella media, a fronte di consumatori di tasse che pagano meno o nulla) non fa che alimentare l'eterna illusione di tutti di poter vivere (almeno in parte) alle spalle di tutti gli altri.
Come è noto, tra i vari crediti d'imposta per me più indigesti ci sono quelli riservati a cinema e musica. E' vero che si tratta di una valutazione soggettiva, ma ammetto che trovo meno digeribile un credito d'imposta per chi produce un disco piuttosto che per uno che si compra una lavatrice nuova.
Quando, poi, si leggono i resoconti dei principali fruitori di tale credito d'imposta, si scopre sovente che si tratta di "opere" che neppure hanno un decente successo di vendite. Leggo dal Sole 24 Ore:
"Il podio è composto da Francesco Gabbani con Dalla tua parte (Bmg), per il quale la società di management A1 ha dichiarato 510mila euro di budget, Angelina Mango con Caramè (La Tarma), costato 330mila euro, e Tiziano Ferro con Sono un grande (Sugar), opera da oltre 303mila euro. Nessuno dei tre dischi appare nelle prime cento posizioni della classifica Top of the Music di Fimi Niq, ma sono in ottima compagnia: analizzando i 50 progetti a maggiore budget tra quelli che hanno chiesto il credito d’imposta, sono ben 24 i dischi che non compaiono né nella chart degli album né in quella dei singoli. È il primo dato che emerge dalla lista dei beneficiari del Tax Credit Musica 2025 pubblicata dal ministero della Cultura, il tradizionale elenco delle opere discografiche che hanno avuto accesso alla misura grazie alla quale chi produce musica può scontare a livello fiscale il 30% degli investimenti sostenuti per un massimo di 75mila euro a opera e di 2 milioni ad azienda nel triennio."
In sostanza, qualcuno decide di produrre un disco evidentemente facendo male i conti, a fronte delle successive vendite, e per questo è "premiato" con un credito d'imposta che, a parità di altre condizioni, aumenta il deficit e, di conseguenza, il ocnto da pagare per gli altri pagatori di tasse presenti e futuri.
Almeno uno si aspetterebbe un po' di pudore da parte dei beneficiari. E invece, secondo il ceo di Fimi Enzo Mazza, "il plafond di 5 milioni annui è veramente limitato".
Evidentemente, le tasse altrui da consumare non sono mai abbastanza.
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