Scorie - Maledetta (nuova) primavera

Preparandosi a un anno di campagna elettorale per le prossime elezioni politiche, l'avvocato del popolo, al secolo Giuseppe Conte, si è cimentato nella scrittura di un libro, il cui titolo è "Una nuova primavera. La mia storia, i nostri valori, la sfida progressista per l’Italia".

Diversi giornali ne hanno pubblicato alcuni passaggi. Ovviamente la nuova primavera sarebbe quella che caratterizzerebbe un suo ritorno a palazzo Chigi, per fare sbocciare l'economia italiana facendola uscire dalla attuale "crisi".

Conte invoca "risposte strutturali e non interventi episodici. Non possiamo ridurre la politica economica a un mero esercizio di compatibilità finanziaria, in cui la stabilità dei conti pubblici diventa un fine in sé, al punto da risultare disgiunto dagli obiettivi di crescita economica e di sviluppo sociale. È ormai acclarata l’inefficacia delle «soluzioni» del governo Meloni, che in tre anni ha prodotto una crescita del PIL pressoché azzerata, un debito pubblico aumentato di tre punti dal 2023 al 2025 e una pressione fiscale arrivata al 43,1%, record degli ultimi vent’anni, come già detto. Con il governo Meloni il debito è andato fuori misura non certo per il Superbonus o per chissà quale altro capro espiatorio, ma semplicemente perché si è ritornati alle vecchie ricette dell’austerità che hanno strozzato la crescita: tagli, tasse e privatizzazioni."

Che il governo Meloni non abbia affrontato, ancorché sia accusato dall'opposizione del contrario, il nodo della riduzione di spesa pubblica, e di conseguenza di tasse, di cui ci sarebbe bisogno, è vero. Che in questo ci sia qualcuno che ha fatto meglio tra gli attuali oppositori, più o meno tutti già stati al governo in passato, non è dimostrabile. Ma tant'è.

Il passaggio in cui Conte dice che il debito non sia andato "fuori misura" per via del Superbonus, ma per colpa della "austerità", è semplicemente ridicolo. Perché gli effetti a scoppio ritardato del Superbonus sul debito ammontano a quasi 2 punti di Pil annui per 3-4 anni, per poi decrescere. Non mi sembra un semplice arrotondamento.

Ancora Conte:

"L’obiettivo prioritario di una forza progressista è rimettere al centro l’economia reale, il che equivale a riconoscere che la crescita non è un processo automatico, ma il risultato di scelte politiche consapevoli. Investimenti pubblici e privati, politica industriale, giustizia sociale e un mercato del lavoro vivace e in grado di proporre un’offerta occupazionale di alta qualità non sono variabili indipendenti, ma elementi di un unico disegno di sviluppo organico, frutto di analisi e visione."

Così come è da latte alle ginocchia questo passaggio:

"La politica economica deve tornare a essere uno strumento di indirizzo e di governo delle trasformazioni, non un insieme di vincoli automatici. La politica industriale non è un retaggio del passato, ma una risposta moderna alle sfide del presente. Orientare gli investimenti, rafforzare le filiere strategiche, sostenere l’innovazione e garantire la coesione territoriale sono condizioni indispensabili per ricostruire una base produttiva solida e resiliente, i cui effetti si valutano dall’impatto che sortiscono sull’intera società, non sulle tasche di alcuni privilegiati."

Poi arriva il Conte che da giurista diventa econoimsta:

"L’inflazione, la perdita di potere d’acquisto dei salari e l’aumento delle diseguaglianze mostrano che la crescita, anche laddove si dà, non è automaticamente inclusiva. Con buona pace dei modelli teorici che esaltano i benefici del cosiddetto «sgocciolamento» (trickle-down), la ricchezza generata dall’alto non «gocciola» affatto a beneficio delle fasce di popolazione che si trovano ai gradini più bassi della scala sociale. Tutt’altro: si accumula sempre più nelle mani dei pochi che già la possiedono."

Non ricordo un Conte critico delle politiche monetarie inflattive che hanno avuto l'apice nei suoi anni di governo o comunque di maggioranza, ma potrei sbagliarmi.

Occorre invece "privilegiare politiche economiche che abbiano come obiettivo primario la giustizia sociale, tutelando il lavoro, riducendo il carico fiscale sui redditi produttivi e orientando il prelievo verso rendite e attività speculative. Perché, senza coesione sociale non esiste crescita duratura né competitività sostenibile. Quel che proponiamo è un radicale cambio di paradigma: dall’economia della rendita all’economia del valore, dalla finanziarizzazione allo sviluppo produttivo, dalla competizione sui costi a una competitività fondata su investimenti, innovazione e lavoro di qualità."

Come no: tassiamo le rendite e torniamo al reddito di cittadinanza, con i "navigator" a favorire il "lavoro di qualità".

Ma Conte affronta anche il tema della deindustrializzazione, su cui "influiscono non solo la finanziarizzazione dell’economia cui abbiamo già accennato, ma anche lo svuotamento della nostra base industriale dopo decenni di delocalizzazioni, e la perdita di competitività delle imprese per carenza di investimenti in innovazione e capitale umano."

L'avvocato del popolo contrasterebbe tutto ciò con un altro elenco sempreverde, fatto di "un serio piano industriale, massicci investimenti in ricerca, sviluppo e formazione del capitale umano".

Ovviamente con l'Europa a fare la sua parte, ci mancherebbe. Magari per rendere più semplice puntare sul capitale umano con gli strumenti sopra ricordati: reddito di cittadinanza e navigator.

Maledetta primavera, cantava Loretta Goggi 45 anni fa. E almeno era una canzone orecchiabile...

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