Scorie - Ennesimo pippone sulla Costituzione

Sarà che uno degli autori che rileggo sempre volentieri è Lysander Spooner, sarà che ho sempre pensato che il compromesso sostanzialmente cattocomunista che portò alla stesura della Costituzione all'indomani della Seconda Guerra Mondiale dovrebbe risultare piuttosto indigesto anche a un liberale all'acqua e sapone, figuriamoci a un libertario. Fatto sta che non ho mai ritenuto il testo costituzionale una sorta di sacra scrittura, trovando i sermoni dei sacerdoti di questa religione laica abbastanza indigeribili.

Quelli, per intenderci, che continuano a ripetere che si tratta della costituzione più bella del mondo (come se le avessero lette tutte, poi), e che sono fermamente contrari a ogni suo minimo ritocco o a qualsivoglia critica a questo o quell'articolo.

Per esempio il notaio Giulio Biino, del quale il Sole 24 Ore ha ospitato una sorta di elogio della Costituzione considerata "patrimonio di libertà". Per carità, rispetto a diversi Paesi al mondo si potrebbe stare peggio, ma non penserei alla Costituzione come a un baluardo giuridico a difesa della libertà.

Biino ritiene che, dopo il recente referendum che ha bocciato la riforma della giustizia, "si imponga una riflessione che prenda le mosse dalla successione di alcuni grandi italiani per i quali la Costituzione è stata, in vita, bussola e monito, al punto da costituirne il proprio lascito testamentario."

Guarda caso si tratta di italiani che quel testo hanno contribuito a scriverlo e che, chi più, chi meno, hanno poi avuto ruoli istituzionali (a carico dei pagatori di tasse) per gran parte della loro vita terrena.

Si prenda, per esempio, Oscar Luigi Scalfaro, tra i personaggi ricordati da Biino. Scalfaro, "visse la sua intera parabola politica, iniziata a 27 anni proprio all’Assemblea Costituente, come una missione di difesa del testo del 1948. Nel suo testamento politico consegnato nel dicembre 2011, circa un mese prima della scomparsa, a padre Francesco Occhetta, Scalfaro riassume il senso profondo della sua esperienza di Padre Costituente. In questo scritto Scalfaro descrive l’approvazione della Costituzione come il momento in cui la persona umana è entrata «trionfante» nella legislazione, non più come suddito o «cosa» dello Stato, ma come titolare di diritti inviolabili che lo Stato ha il dovere di servire, critica le riforme «aggressive» e ricorda con orgoglio lo spirito di collaborazione dell’Assemblea, dove nonostante gli scontri ideologici anche duri, si trovava sempre il «denominatore comune umano», nel nome della libertà."

Chi volesse essere cinico, potrebbe evidenziare che non è inconsueto difendere qualcosa che non solo si è contribuito a creare, ma da cui è dipesa l'intera (più che agiata e riverita) vita. Lui certamente non è stato suddito, ma dubito che fosse nelle condizioni oggettivamente adeguate per affermare che non lo fossero gli altri, ossia coloro che non erano né parlamentari, né ministri, né presidenti della Repubblica, né appartenessero al (fin troppo) ampio sottobosco istituzionale mantenuto con le tasse altrui.

I "diritti inviolabili che lo Stato ha il dovere di servire" sono in realtà serviti, quando lo sono, da parte dei pagatori di tasse. Questo è sempre bene ricordarlo. I quali sono obbligati a farlo, volenti o nolenti.

Lo stesso Biino, bontà sua, parla di "creazione di una «religione civile», dove la Carta assume un valore sacrale che unisce credenti e laici." 

Peccato che così si crei una sorta di teocrazia, dato che anche chi non riconosce alcun valore sacrale alla Costituzione è obbligato a (fingere di) essere credente.

Biino ritiene che sia responsabilità di tutti far vivere quotidianamente l'eredità di questi "grandi personaggi". 

E conclude affermando che è "sicuramente il peso di questa responsabilità che ha portato a un’affluenza alle urne inaspettata ed è, forse, lo stesso peso che induce sempre la maggior parte dei votanti a essere estremamente cauti ogni qualvolta una consultazione referendaria abbia ad oggetto la Costituzione."

E questo mi sembra alquanto improbabile, ancorché sia stato il mantra dei sostenitori del no. Sarebbe stato sufficiente che la scheda referendaria non contenesse solo la scelta tra il sì e il no, ma anche un paio di domande a risposta multipla (non uguali per tutti e scelte in modo casuale tra una molteplicità) sul significato del quesito referendario, vincolando la validità del voto all'avere risposto correttamente a tali domande.

Suppongo che i voti validi sarebbero stati una esigua minoranza. 


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