venerdì 28 febbraio 2014

Scorie - Il vecchio socialismo dei giovani democratici

"L'ingresso nel Pse sancisce un percorso che viene molto da lontano. Alle
primarie tutti i candidati avevano affermato che la strada naturale per il
Pd sarebbe stata l'adesione al Pse. Questo ha valore nelle nostre radici
europeiste e il presidente Napolitano vuole che si lavori per rendere
solidi i partiti a livelli europeo. Sarebbe contraddittorio dire che
servono partiti europei forti e poi non farvi parte… Questo è un atto forte
e importante che indica una strada diversa. Bisogna chiudere con la sola
austerità e aprire una stagione di investimenti e posti di lavoro."
(F. Mogherini)

Con queste parole il neo ministro degli Esteri Federica Mogherini, aprendo
la direzione del Partito Democratico, ha sostenuto l'adesione del Pd nel
Partito Socialista Europeo. Non credo debba essere considerato un paradosso
il fatto che il Pd aderisca al PSE proprio quando il suo segretario, nonché
presidente del Consiglio, non ha un passato da comunista. Era - così dicono
- un centrista orientato a sinistra. Mises ammoniva che non esiste alcuna
via di mezzo, e che chi la invoca finisce poi per approdare al socialismo.
Nel Pd alcuni – quelli che vengono dalla tradizione comunista – socialisti
lo sono sempre stati esplicitamente; coloro i quali provengono dalla
tradizione cattocomunista lo sono sempre stati meno esplicitamente nella
forma, pur essendolo del tutto nella sostanza.

Interessante notare come una delle giovani esponenti del "nuovismo"
democratico italiano pronunci parole piuttosto dense di retorica e per
nulla diverse da quelle che potrebbero essere attribuite a un qualsiasi
politico appartenente alla vecchia guardia postcomunista. Roba, per
intenderci, che si sarebbe potuta sentire nel 1984 invece che nel 2014.

Come poi nel concreto Mogherini e compagni intendano dare seguito al mantra
da keynesiani all'amatriciana "chiudere con la sola austerità e aprire una
stagione di investimenti e posti di lavoro", resta da capire. Forse
ritengono che dopo le elezioni europee del prossimo maggio e con la nomina
della nuova Commissione europea ci sarà la svolta (ulteriormente)
socialista a livello europeo. Non riesco a spiegare altrimenti la "stagione
di investimenti e posti di lavoro" che fa molto deficit spending (magari
aiutato da una BCE più in stile Fed).

Per essere nuovi, ho l'impressione che questi ragazzi abbiano idee non
troppo diverse da quelle dei compagni che dicevano di voler rottamare.
Potevano dirlo che era solo una questione di anagrafe.

    

giovedì 27 febbraio 2014

Scorie - Scrivete a Matteo

"Se c'è qualcosa che non va poi me lo segnalate alla casella
matteo@governo.it. Ogni settimana andrò nelle scuole ad ascoltare le
richieste e poi torno a Roma con i compiti a casa."
(M. Renzi)

Questo ha detto Matteo Renzi, intervenendo in una scuola in provincia di
Treviso il primo giorno dopo aver ottenuto la fiducia da entrambe le
Camere. Sulla retorica della scuola come capitolo di spesa su cui fare
investimenti pubblici Renzi si dimostra relativamente poco innovatore.

Probabilmente ha ritenuto di compensare la mancanza di originalità nel
concetto con l'idea di aprire una casella di posta elettronica a cui
segnalare le cose che non vanno. Magari avrebbe potuto affiancare il suo
account Twitter, dato che si diverte a comunicare così con i suoi
innumerevoli followers.

Resta da capire se le scolaresche saranno preparate dagli insegnanti ad
accogliere gaudenti il presidente del Consiglio, come se fossero dei
Balilla, oppure no. In ogni caso questa idea di Renzi che va in giro per le
scuole e torna a Roma "con i compiti a casa", come se fosse Babbo Natale, a
me pare ridicola.

Qualcuno potrebbe anche sostenere che sia meglio un presidente del
Consiglio che va in giro per le scuole a pavoneggiarsi e fare promesse vane
invece che stare a Roma a governare. Da un punto di vista libertario si
potrebbe essere d'accordo, dato che meno un governo fa, meglio è.

Però se questo deve essere il nuovo che avanza, vorrei segnalare a Renzi
che in Italia non è il primo a farlo, che in America Latina avrebbe molti
esempi da cui trarre spunto e, se gli piace l'Asia, potrebbe cercare un
confronto costruttivo con i colleghi di Cina e Corea del Nord.

    

mercoledì 26 febbraio 2014

Scorie - Relazioni

"Oggi l'opinione pubblica tende a ritenere che la principale causa dei
fallimenti del sistema economico e finanziario italiano sia il cosiddetto
"capitalismo di relazione". Invece dobbiamo considerare che la storia di
ogni società, così come di ogni gruppo sociale, di ogni famiglia e di ogni
nazione, è sempre una storia di relazioni… l'unico vero problema riguardo
alle relazioni costruite nel mondo degli affari non è nelle relazioni in se
stesse, ma nella qualità che esse esprimono, se sono positive o negative,
se corrette e trasparenti oppure contaminanti e opache."
(G. Bazoli)

Giovanni Bazoli fu chiamato dall'allora ministro del Tesoro Andreatta, nel
lontano 1982, al vertice del Nuovo Banco Ambrosiano, che nasceva dalle
ceneri del Banco Ambrosiano, reduce dalle malefatte di Roberto Calvi. In
oltre trent'anni, dopo diverse acquisizioni e aggregazioni, la banca è
divenuta Intesa San Paolo. Bazoli ne è ancora al vertice ed è indubbiamente
il banchiere più potente in Italia.

Altrettanto indubbiamente rappresenta la quintessenza del "capitalismo di
relazione", quello che gli anglosassoni definirebbero "crony capitalism".
Un sistema che del capitalismo conserva, distorcendolo, solo il nome,
perché basato su pochi capitali, e molte "relazioni". Un sistema dove gli
affari, più che in base a considerazioni economiche, vengono conclusi in
base a considerazioni politiche (in senso lato).

Non deve meravigliare che Bazoli difenda un sistema che lo ha visto
protagonista e manovratore indiscusso per oltre tre decenni, peraltro con
un apporto di mezzi messi di tasca propria abbastanza marginale. Nessuno
dubita che tutti gli scambi siano effettuati perché ci sono relazioni tra
soggetti diversi, ma credo che le sue opinioni su ciò che è positivo o
negativo in tali relazioni e su ciò che è corretto e trasparente siano
piuttosto divergenti da quelle di chi vorrebbe un capitalismo senza
l'aggiunta del "di relazione".

Se l'Italia è un Paese ingessato dove le cose non vanno poi così bene da
alcuni decenni e quasi nessuno viene a investire credo lo si debba anche al
capitalismo relazionale, che è l'altra faccia della medaglia rappresentata
dal sistema politico nazionale. In sostanza, non è detto che l'opinione
pubblica abbia sempre ragione (io stesso spesso penso il contrario), ma tra
le cause dei "fallimenti del sistema economico e finanziario italiano" il
capitalismo relazionale ci sta a pieno titolo. E una delle conseguenze è la
gerontocrazia che lascia al vertice del sistema stesso ottuagenari che non
hanno mai rischiato in proprio, se non pochi spiccioli e che se avessero a
cuore, come dicono, il bene delle aziende che amministrano, si sarebbero
già ritirati a godersi laute pensioni da un bel po' di tempo.

    

martedì 25 febbraio 2014

Scorie - La partita di giro

"E' una partita di giro, se non di raggiro. Nel senso che se si aumentano
le tasse sui rendimenti dei titoli di Stato, per collocare i titoli di
Stato bisogna aumentarne i rendimenti, i clienti non sono mica scemi.
Quindi se il netto deve essere in qualche maniera inalterato, il lordo deve
essere più alto. Mi sembra talmente banale che non serve un economista per
spiegarlo. Quello che si prende con una mano, la tassazione, lo si deve
dare con l'altra nel senso che si deve promettere o dare un rendimento più
alto perché poi il cliente, il cittadino, l'acquirente italiano o straniero
che sia, guarda il netto non guarda tanto il lordo ovviamente, guarda il
rendimento netto. E' una partita di raggiro che spaventa i sottoscrittori,
spaventa le persone anziane."
(R. Brunetta)

Commentando le dichiarazioni (successivamente smentite da palazzo Chigi) di
domenica scorsa di Graziano del Rio, renziano doc e neo sottosegretario
alla presidenza del Consiglio, diversi esponenti politici, tra i quali
Renato Brunetta, hanno usato un'argomentazione sbagliata per avanzare una
critica condivisibile.

Del Rio aveva ipotizzato l'aumento della tassazione sui titoli di Stato e
per criticarlo si è tirata fuori la storia della partita di giro, ossia di
un aumento dei rendimenti lordi per non ridurre i rendimenti netti. Si
tratta di una stupidaggine, perché gli investitori "nettisti" (per lo più
coincidenti con le persone fisiche) non hanno alcuna incidenza nella
determinazione dei rendimenti in asta (e neppure sul mercato secondario)
dei titoli di Stato. A guidare la domanda sono gli investitori "lordisti",
banche in primis, per i quali i redditi di natura finanziaria concorrono a
determinare il reddito da assoggettare a tassazione ordinaria (per esempio
l'Ires). I privati "nettisti" detengono meno del 10% del debito pubblico, e
non contano praticamente nulla.

Per lo più sbagliato è anche il riferimento agli investitori esteri, perché
esistono numerosi accordi contro le doppie imposizioni in base ai quali le
tasse sono pagate seguendo le norme in vigore nei Paesi di residenza, così
come un italiano paga le aliquote in vigore in Italia se possiede, per
esempio, un Bund tedesco.

E d'altra parte il famoso (o famigerato) spread viene calcolato in base ai
rendimenti lordi e non riflette minimamente le differenti aliquote fiscali.

Se i nettisti, anziani o meno, siano "spaventati" da dichiarazioni come
quella (da dilettante, questo sì) di Del Rio non lo so; di sicuro
subirebbero una diminuzione del rendimento netto, e questo, più che
spavento, genera quello che eufemisticamente potrebbe essere definito
"alterazione negativa dell'umore" (volgarmente, ma più efficacemente:
"incazzatura").

Tra l'altro, se l'argomento della partita di giro fosse corretto, tanto
varrebbe esentare del tutto da tassazione i titoli di Stato. Ma questo
Brunetta non ha pensato di proporlo.

Personalmente credo che esistano altre argomentazioni per essere contrari
all'ipotesi (tutt'altro che irrealistica, peraltro, nonostante le smentite)
di un nuovo aumento della tassazione sui redditi di natura finanziaria (non
solo sui titoli di Stato): non è aumentando alcune tasse per abbassarne
altre che si diminuisce la pressione fiscale. Semplicemente si bastonano
diversamente i cosiddetti contribuenti. Per di più l'aumento delle aliquote
dovrebbe essere significativo se lo scopo è quello di finanziare un taglio
non irrisorio del cuneo fiscale; il semplice allineamento dell'aliquota al
20% su titoli di Stato e buoni postali porterebbe nella migliore delle
ipotesi 1.5 miliardi di maggior gettito. Non mi pare sarebbero sufficienti
per un taglio del cuneo fiscale "in doppia cifra", come va fanfaronando
Renzi.

Io resto dell'idea che sarebbe ora di passare dalle parole ai fatti in tema
di taglio della spesa pubblica, smettendola con mesi e mesi di studio,
gruppi di lavoro assortiti e produzione di rapporti ai quali puntualmente
non si dà seguito.

Il vero raggiro consiste nel continuare a parlare di riduzione della
pressione fiscale eludendo la necessità di tagliare (ben oltre le briciole)
la spesa pubblica.

     

lunedì 24 febbraio 2014

Scorie - Il contratto non ha colpe

"Alla base dell'organizzazione del capitalismo finanziario globale e della
libertà dei mercati è posto il contratto intriso da quelle naturali
ineliminabili asimmetrie che alimentano sempre più la forbice fra ricchi e
poveri."
(G. Rossi)

Periodicamente Guido Rossi dedica uno dei suoi sermoni domenicali
pubblicati sul giornale di Confindustria a lanciare strali contro il
contratto. Ovviamente ogni editore è libero di pubblicare ciò che ritiene
opportuno, ma un minimo di contraddittorio forse sarebbe utile.

Secondo il predicatore (rosso) Rossi, la forbice tra ricchi e poveri si
sarebbe ampliata perché "alla base dell'organizzazione del capitalismo
finanziario globale e della libertà dei mercati è posto il contratto". E il
contratto è "intriso" da "ineliminabili asimmetrie".

Ovviamente per Rossi e per chi la pensa come lui questo è un buon motivo
per giustificare l'intervento dello Stato, che dovrebbe eliminare o quanto
meno limitare le asimmetrie. Il tutto, evidentemente, in base alla
presunzione che il legislatore sia onnisciente (o qualcosa di simile),
riesca a individuare in anticipo e costantemente ciò che è meglio per tutti
e, in particolare, a tutelare i deboli. Oltre a essere scevro da ogni
conflitto di interessi.

Ognuno è libero di credere a questa visione idilliaca del legislatore e
dello Stato, ma si tratta di una pericolosa illusione (quando non di una
posizione intrisa di malafede). Il mondo descritto da Rossi è piuttosto
diverso da quello reale, nel quale i mercati considerati liberi sono invece
farciti di regolamentazione. La quale, come sempre, ha conseguenze
intenzionali e altre inintenzionali. A mio parere la presenza di queste
ultime non autorizza gli interventisti ad attribuire al contratto
responsabilità che non ha.

L'aumento della forbice tra ricchi e poveri sarebbe stato molto
probabilmente minore se le banche centrali non avessero inondato il mercato
di denaro creato dal nulla, favorendo i primi percettori di quei flussi e
redistribuendo a beneficio di costoro la ricchezza reale.

Ora, tutto si può dire, tranne che i banchieri centrali operino in base a
contratti e ai principi del libero mercato. Assomigliano, piuttosto, a quei
decisori centrali che tanto piacciono a Rossi. E il fatto che non siano
eletti democraticamente è una differenza più di forma che di sostanza.

In alcuni casi, nel corso della storia (anche recente), è stata
sperimentata la sostanziale soppressione del contratto. Basterebbe guardare
a quegli esempi per rendersi conto, al di là di ogni considerazione etica,
dei disastri che si sono verificati. Dubito che Rossi lo farà.

     

venerdì 21 febbraio 2014

Scorie - La tassa imperfetta

"Se si cerca la tassa perfetta so che molti faranno il possibile per
giocare con i dettagli e rendere la tassa inefficace. Preferisco una tassa
imperfetta all'assenza di una tassa."
(F. Hollande)

Con queste parole il presidente francese Hollande ha difeso l'idea di
introdurre una tassa sulle transazioni finanziarie (meglio nota come Tobin
tax) quanto prima in almeno 11 Paesi europei che già in passato si sono
detti d'accordo sul progetto.

Finora solo la Francia e l'Italia hanno introdotto una tassa del genere (la
Svezia lo fece negli anni Novanta e finì per rimuoverla, constatando che
era stata controproducente), con effetti in linea con le previsioni di chi
si opponeva a qual balzello: crollo dei volumi negoziati e gettito ben al
di sotto delle attese. Il buon senso avrebbe dovuto indurre Hollande a fare
retromarcia anche in casa propria (e lo stesso sarebbe opportuno in
Italia), ma, al contrario, il presidente francese preme perché venga
raggiunto l'accordo per applicarla su scala allargata già prima delle
imminenti elezioni europee.

Per inciso, anche in Italia, a fronte di un gettito pari a meno del 20% di
quanto stimato dal governo Monti, invece di riconoscere l'errore e fare
marcia indietro, i sostenitori della Tobin tax hanno proposto di estendere
la sua applicazione a più tipi di strumenti. Evidentemente il buon senso è
totalmente fuori portata per questi signori.

Posto che la tassa perfetta non esiste e neppure dovrebbe esistere, le
parole di Hollande "Preferisco una tassa imperfetta all'assenza di una
tassa" sono la quintessenza del movente ultimo di ogni tassatore: prelevare
denaro dalle tasche dei legittimi proprietari, non importa con quali
conseguenze, anche a costo di avere un gettito molto inferiore al previsto
e di danneggiare l'operatività di interi settori.

Pochi, maledetti e subito, sembra essere la filosofia sottostante. Tipica
di chi è alla canna del gas.

    

giovedì 20 febbraio 2014

Scorie - Il candidato

"Il presidente del Consiglio incaricato Matteo Renzi sta cercando fin
dall'inizio del suo mandato un ministro dell'Economia 'politico'.
L'opinione pubblica in questi giorni ha potuto constatare quale interesse i
'cosiddetti' poteri forti abbiano manifestato proprio su questo dicastero.
Io credo che l'unico uomo politico, allo stato, che possa essere
autorevolmente proposto a tale incarico è Angelino Alfano: moderato,
qualificato e soprattutto attento alla condizione sociale del Paese."
(M. Baccini)

Mario Baccini, parlamentare del Nuovo Centro Destra, deve aver pensato che
con l'impazzare del toto-ministri l'unico modo per attirare un po' di
attenzione su se stesso fosse spararla più grossa di tutti gli altri (una
gara dura, peraltro).

Non credo possa spiegarsi altrimenti la candidatura da parte sua del leader
di NCD, Angelino Alfano, ad assumere la carica di ministro dell'Economia.
Sarà pur vero che Renzi vorrebbe un ministro "politico", ma è alquanto
improbabile che scelga una persona proveniente da un partito solo
momentaneamente alleato.

Per di più un minimo di dimestichezza con la materia di cui si dovrà
occupare questo "politico" sarebbe bene ce l'avesse. Probabilmente Baccini
è convinto che Alfano ce l'abbia, dato che lo definisce "qualificato". Sta
di fatto che, nonostante faccia politica da vent'anni, non mi risulta che
si sia mai occupato di tematiche economiche. Né il suo ex mentore Silvio
Berlusconi (che oggi lo considera un utile idiota del PD) gli ha mai
affidato incarichi che avessero a che fare con le materie di cui si occupa
un ministro dell'Economia.

Non si può negare, peraltro, che i ministri che hanno occupato la poltrona
più importante di via XX Settembre negli ultimi vent'anni (per restare alla
storia recente), tecnici o politici che fossero, pur avendo una qualche
competenza in materia, si siano limitati per lo più ad aumentare le tasse.
E, come sosteneva Maffeo Pantaleoni, "qualunque imbecille può inventare e
imporre tasse".

Che sia questa la chiave di lettura con cui interpretare la sparata di
Baccini?

    

mercoledì 19 febbraio 2014

Scorie - The (bad) conscience of a liberal (29)

"Ho raccontato più volte di come i sostenitori del "denaro caro" spostino
continuamente il tiro delle loro argomentazioni, ma senza cambiare mai la
sostanza: i tassi devono salire subito, subito, subito. Beh, la mia
opinione è che quelle che sentiamo sono le voci dei rentiers (e di quelli
che, esplicitamente o implicitamente, lavorano per loro) che si levano a
rivendicare il loro diritto naturale di guadagnare rendimenti elevati,
anche se la risorsa di cui hanno il controllo in realtà non è più una
risorsa scarsa."
(P. Krugman)

Che il risparmio e ciò che risulta dalla sua accumulazione, ossia il
patrimonio, siano guardati con sospetto da un gran numero di
pseudo-economisti e socialisti di ogni risma (le due cose non sono
necessariamente alternative, anzi, spesso non lo sono) è fuori dubbio. I
primi finiscono per fornire ai secondi argomenti pseudo-scientifici per
giustificare la spoliazione (a scopo redistributivo) a danno di coloro che
si sono macchiati della grave colpa di non spendere sempre tutti i loro
redditi e che, magari, traggono una buona parte dei redditi attuali
dall'investimento dei risparmi accumulati in precedenza.

In un sistema teorico, quello keynesiano tanto caro a Krugman, nel quale
ciò che conta sono i soldi spesi, ci sono due reati da colpire con la
massima severità. Il primo consiste nell'accumulare denaro senza spenderlo,
né prestarlo. Per la verità si tratta di una pratica ormai desueta, dato
che un tempo si poteva tenere in cassaforte oro (che era a tutti gli
effetti denaro) o banconote convertibili in oro, mentre oggi, essendo tutti
i sistemi monetari basati su moneta fiat, chi tiene denaro in cassaforte (o
sotto il materasso) è destinato a vederne diminuire progressivamente il
potere d'acquisto (ovviamente uno può sempre tenere oro, ma non può
utilizzarlo poi come moneta a corso legale). Da questo punto di vista, il
denaro non riesce più a svolgere, se non nel brevissimo periodo, la
funzione di riserva di valore. Sta di fatto che oggi generalmente il denaro
viene investito o depositato in banca e, come è noto, anche le somme
disponibili a vista al depositante possono essere utilizzate quasi
interamente dalle banche per fare prestiti (di qui una delle principali
cause della sostanziale instabilità intrinseca nei sistemi bancari a
riserva frazionaria).

Il secondo reato consiste nel cercare di massimizzare rendimento ottenuto
dal denaro investito. Se l'investimento prende la forma del prestito (per
esempio mediante la sottoscrizione o l'acquisto di titoli obbligazionari),
colui che presta denaro lo fa rinunciando a utilizzarlo per consumi nel
tempo presente. E dato che il valore di un consumo oggi è superiore a
quello di un consumo futuro (ancorché qualcuno teorizzi la possibilità di
tassi di interesse negativi per via di un eccesso di risparmio che, però,
non è reale), chi presta denaro per un periodo di tempo più o meno lungo
vuole ricevere una remunerazione, che dovrebbe dipendere dalla domanda e
dall'offerta di denaro, dalla possibile perdita di potere d'acquisto del
denaro stesso, oltre che dal rischio di insolvenza del debitore.

Ora, in un mercato privo di interventi distorsivi da parte dello Stato e
della banca centrale, l'incontro tra domanda e offerta quantifica tutti gli
elementi che concorrono alla determinazione del tasso di interesse che uno
specifico debitore paga a chi lo finanzia. Secondo Krugman quelli che
prestano il loro denaro rivendicano "un diritto naturale di guadagnare
rendimenti elevati, anche se la risorsa di cui hanno il controllo in realtà
non è più una risorsa scarsa".

In realtà non c'è nessuna rivendicazione a un diritto naturale a ottenere
rendimenti elevati, mentre è comprensibile che chi investe il proprio
denaro cerchi di massimizzarne il rendimento, tenendo conto dei rischi che
corre. La rivendicazione, semmai, potrebbe e dovrebbe essere quella di non
subire danni da interventi dello Stato e della banca centrale volti ad
abbassare artificialmente i tassi di interesse onde favorire chi si
indebita.

Tanto per essere chiari, la risorsa di cui parla Krugman non è abbondante
per volontà di madre natura, bensì perché la si è resa riproducibile
all'infinito a sostanziale discrezione di chi la emette. Il problema è che
scoraggiare il risparmio mediante la tassa dell'inflazione sottrae agli
investimenti l'unica base solida. Sostituire il risparmio reale con denaro
creato dal nulla espone gli investimenti fatti con quel denaro a tassi di
interesse artificialmente bassi a rivelarsi errati quando l'espansione
inflattiva verrà interrotta per evitare un "surriscaldamento" dei prezzi
(così lo chiamano i fautori della crescita, purché moderata, degli indici
dei prezzi al consumo).

Ora, nel contesto attuale parlare di "denaro caro" è ridicolo, se solo uno
ha una vaga idea di cosa hanno fatto e continuano a fare le banche centrali
da diversi anni a questa parte. Ma Krugman non si sente ridicolo,
evidentemente, e inveisce contro i "rentiers", rei di non volersi fare
spennare mediante l'inflazione e la cosiddetta repressione finanziaria
orchestrata dalle banche centrali.

Krugman è peraltro in buona compagnia: da più parti si sentono odi al basso
costo del denaro, mentre i tassi di interesse, come qualsiasi altro prezzo,
dovrebbero essere determinati dalla domanda e dall'offerta, senza
distorsioni esogene. Coloro che vogliono passare per per benefattori del
popolo additano i rentiers, mentre in realtà a essere penalizzato è
chiunque abbia due spiccioli di risparmio, inclusi quelli accumulati nei
fondi pensione da gente che rentier non è per nulla.

Tra l'altro, non vedo per quale motivo avere un pregiudizio negativo contro
chi vive dei frutti del proprio patrimonio. Se il patrimonio non deriva dal
furto o da altre violazioni della proprietà altrui, ma è il frutto di
risparmio e successo in attività imprenditoriali o di investimento, non c'è
alcun motivo per inveire e invocare mannaie fiscali dirette o surrettizie
(mediante tassi reali negativi, appunto).

Ma allora non ci sarebbero i socialisti e Krugman avrebbe un'altra
occupazione.

    

martedì 18 febbraio 2014

Scorie - Fare i buoni con le tasse degli altri

"Se l'obiettivo è la crescita economica, è inaccettabile che un Paese tassi
al 20% le rendite finanziarie, mentre il lavoro è tassato al 45% e le
imprese al 60%. E' urgente riequilibrare il peso del fisco a favore delle
attività produttive."
(D. Serra)

Davide Serra, già analista finanziario per Morgan Stanley e da qualche anno
fondatore e gestore dell'hedge fund Algebris, è uno dei sostenitori della
prima ora di Matteo Renzi. Ai tempi delle precedenti primarie i bersaniani
rinfacciarono a Renzi la frequentazione di soggetti che erano fiscalmente
domiciliati alle isole Cayman: un tic tipicamente tardocomunista che è
rimasto in buona parte degli esponenti del PD di provenienza PCI-PDS-DS (e
probabilmente anche nella loro base elettorale).

Serra effettivamente non ha scelto l'Italia come domicilio fiscale per la
sua attività e i suoi fondi, bensì legislazioni meno ostili, come quelle
caymana, irlandese o inglese, ancorché si giustifichi citando la maggior
flessibilità dei quei sistemi legali. Cosa indubbiamente vera (e ci vuole
poco se il termine di paragone è l'Italia), ma anche il fisco ha il suo
peso in decisioni del genere, e negarlo o sminuirlo a me pare ipocrita.

A maggior ragione quando si va sostenendo, come fa Serra da tempo (e come
fa anche Renzi), che in Italia andrebbero diminuite le tasse su lavoro e
imprese, aumentando le randellate alle "rendite finanziarie", la cui
aliquota si ferma (per ora) al 20%.

Serra farebbe bene a ricordare che fino al 2011 l'aliquota era il 12.5% e
che, oltre a un aumento di 7.5 punti (titoli di Stato esclusi, tanto per
non creare distorsioni nelle allocazioni dei risparmi!), la vera mazzata è
arrivata con la riformulazione dell'imposta di bollo sui prodotti
finanziari, che è passata da 34.20 euro fissi annui a un'aliquota
proporzionale aumentata dal 2012 a oggi dallo 0.10 allo 0.20 per cento.
Dalle altre parti queste imposte sono definite patrimoniali, ma da noi è
tabù dire la verità, quindi si continua a chiamarla imposta di bollo.

Immagino già i tassatori di professione insorgere, sostenendo che altrove
le aliquote sono comunque più elevate. In alcuni casi è vero, ma trovare
posti dove il tax rate complessivo superi quello italiano non è facile. E
andrebbe anche ricordato che il patrimonio è formato dall'accumulazione di
redditi non consumati e, generalmente, già tassati quando sono stati
prodotti.

In ogni caso, dato che Serra dice di parlare da "investitore",
probabilmente avrebbe avuto più senso un ragionamento come questo: è
inaccettabile che in Italia la spesa pubblica rappresenti oltre la metà del
Pil, se l'obiettivo è la crescita economica la spesa deve essere fortemente
ridotta per diminuire il peso del fisco che opprime le attività produttive.

Infatti, supporre che la soluzione risieda nel diminuire alcune tasse
aumentandone altre è, a voler essere benevoli, illusorio. Ma forse
l'obiettivo di Serra non è la crescita economica, bensì piacere anche
all'ala sinistra del PD.

    

lunedì 17 febbraio 2014

Scorie - Senti chi parla di lavoro

"Il lavoro c'è ma i giovani non sono così determinati a cercarlo. Se guardo
a molte iniziative che ci sono non vedo in loro la voglia di cogliere
queste opportunità, perché da un lato non c'è una situazione di bisogno
oppure non c'è l'ambizione a fare certe cose."
(J. Elkann)

John Philip Jacob Elkann, detto Jaki, è presidente della Fiat. Si può dire
che quella presidenza lui l'avesse nel DNA, nel senso stretto del termine,
essendo il nipote di Gianni Agnelli che lo volle inserire nei consigli di
amministrazione del gruppo a soli 21 anni.

Probabilmente è pure bravo, anche se il suo ruolo non appare dei più
operativi e la guida effettiva del gruppo è nelle mani di Sergio
Marchionne. Le sue agiografie (non saprei definirle altrimenti) raccontano
che abbia pure fatto esperienze in fabbrica, ovviamente in stabilimenti del
gruppo. Un vero e proprio "capo operaio", insomma.

Tutto bene, non sarò certo io a scagliarmi contro gli ereditieri. E' un
dato di fatto, però, che il giovane Jaki non ha mai dovuto sostenere un
singolo colloquio o una singola prova selettiva per accedere a un posto di
lavoro, men che meno per diventare presidente dell'azienda controllata
dalla famiglia del nonno materno.

Non mi sembra, pertanto, che il suo sia il pulpito più indicato dal quale
sentenziare che i giovani non trovano lavoro perché "non sono così
determinati a cercarlo". Probabilmente ci saranno anche casi che
corrispondono alla descrizione offerta da Jaki, ma generalizzare mi sembra
esagerato. E resta il fatto che lui un lavoro non lo ha mai dovuto cercare.

Diego Della Valle, che con Jaki bisticcia da tempo su RCS e dintorni, lo ha
liquidato dandogli dell'imbecille. Non mi meraviglierei se in questo caso
l'opinione di Della Valle, ancorché indelicata, fosse piuttosto diffusa.

     

venerdì 14 febbraio 2014

Scorie - Dr. Hastag e Mr. Zen

"In questi 9 mesi il governo sulle riforme non ha fatto passi avanti, e se
chiudo gli occhi e penso a cosa ha fatto il governo mi viene in mente
l'imu... ma facciamo un hashtag enrico stai sereno,vai avanti."
(M. Renzi, 17 gennaio 2014)

"Non mi interessano le etichette ed i giochini da prima repubblica. Io sono
all'opposizione di chi pensa di far politica per una poltrona in più."
(M. Renzi, 30 gennaio 2014)

"Sono tantissimi i nostri che dicono: ma perché dobbiamo andare (al governo
senza elezioni)? Ma chi ce lo fa fare? Ci sono anch'io tra questi, nel
senso che nessuno di noi ha mai chiesto di andare a prendere il governo."
(M. Renzi, 9 febbraio 2014)

"Non si danno le dimissioni per dicerie o per manovre di palazzo."
(E. Letta, 12 febbraio 2014)

"Sono sereno, anzi zen."
(E. Letta, 12 febbraio 2014)

E adesso perché dovrei aggiungere qualcosa, rischiando di rovinare questo
capolavoro di due uomini considerati (da altri) la crema della classe
politica italiana?



     

giovedì 13 febbraio 2014

Scorie - Conti in ordine, ma non oggi

"Il discorso del Presidente a Strasburgo contiene una riaffermazione ma
anche un cambiamento di rotta: l'austerità ha fatto il suo tempo, di troppa
austerità si muore… La domanda – una domanda che è in fondo rivolta alla
scienza economica – era questa: l'austerità potrebbe stimolare
l'economia?... Certamente, quanti come il Presidente oggi condannano
l'austerità fine a se stessa si preoccupano allo stesso tempo di
raccomandare conti in ordine, di non cercare lo stimolo in un disordinato
ritorno a una finanza pubblica allegra."
(F. Galimberti)

La scorsa settimana il presidente della Repubblica è stato al Parlamento
europeo, dove ha tenuto un discorso che in Italia è stato quasi
unanimemente osannato, ma che non conteneva nulla di originale e che, se
pronunciato da un socialista qualsiasi, con ogni probabilità non sarebbe
neppure stato notato.

E invece sono stati usati fiumi di inchiostro da parte del folto numero di
commentatori che applaudono ed esaltano qualsiasi cosa dica o faccia
Napolitano, senza se e senza ma. Sul fatto che la parola "austerità" sia
stata abusata negli ultimi anni ho già scritto in più occasioni: si è
spacciata una politica fiscale restrittiva fortemente sbilanciata su
aumenti di entrate come se fosse una politica austera, quando una vera
austerità consisterebbe in una vigorosa riduzione di spesa pubblica e
dell'invadenza dello Stato.

Mentre una riduzione di spesa, dopo una iniziale contrazione del Pil (per
il semplice fatto che, ancorché il concetto sia discutibile, ogni euro di
spesa pubblica è considerato pari a un euro di maggiore Pil), può, se
accompagnata da una riduzione della pressione fiscale, favorire una ripresa
economica grazie alla maggior quantità di risorse lasciate dallo Stato a
chi le ha legittimamente generate, un incremento di tasse a spesa pubblica
invariata o addirittura in aumento non può che strozzare l'economia, a
maggior ragione quando si parte da livelli di pressione fiscale già
elevati.

Detto, quindi, che non tutte le politiche di aggiustamento dei conti
pubblici sono qualitativamente uguali, veniamo all'invocazione
presidenziale: meno "austerità", ma senza "un disordinato ritorno a una
finanza pubblica allegra". I keynesiani moderati lo sostengono da sempre:
un po' più di deficit oggi, ma con l'impegno a un consolidamento nel medio
lungo periodo. Se non fosse che ogni forma di interventismo introduce
distorsioni nella domanda e nell'offerta che ritengo sia meglio evitare, si
potrebbe concedere a qualche keynesiano anche di essere in buona fede. Il
problema è che gli interventi sono fatti da politici, per i quali il lungo
periodo non è neppure la prossima scadenza elettorale, bensì il sondaggio
del giorno dopo. Ne consegue che l'aumento, ancorché moderato, del deficit,
anche al netto delle distorsioni a cui ho fatto cenno, ben difficilmente
sarà temporaneo, senza un intervento esogeno a imporre una correzione (si
chiami spread o troika, poco importa). Da questo punto di vista aveva
ragione Milton Friedman quando sosteneva che "nulla così permanente come un
programma provvisorio del governo".

Infatti, quando l'economia arranca il deficit viene giustificato per
rilanciarla, mentre quando sembra essersi ripresa, non pare giusto "tarpare
le ali" alla crescita riducendo il deficit. In sostanza, il momento per
tirare la cinghia non arriva mai volontariamente. Eppure basta un semplice
ragionamento: perché una persona che spende ogni anno più del reddito
prodotto è destinata alla rovina in tempi brevi mentre non dovrebbe esserlo
uno Stato?

I fautori della tesi secondo cui "un po' di deficit non è un problema"
sostengono che lo Stato sia diverso da una persona e in parte sicuramente
ciò è vero, non fosse altro per il fatto che nessun privato può estorcere
denaro ad altri senza essere considerato un criminale e per questo essere
perseguito. Ciò non toglie che accumulare deficit conduce a un forte
aumento del debito (e in Italia ne sappiamo qualcosa) e che l'idea di
monetizzarlo conduce prima o poi a una perdita di fiducia nella moneta e
nel forte calo del suo potere d'acquisto.

Non esistono, quindi, formule magiche: la ricchezza non si crea dal nulla,
né può essere creata dallo Stato, la cui attività è al più di redistribuire
la ricchezza esistente (sprecandone non poca). Resterebbe, infine, una
domanda da porre a Napolitano e ai suoi adulatori: se il limite del 3 per
cento del Pil non è sufficiente, lo sarebbe il 4 o il 5 per cento? Cosa
impedirebbe, una volta raggiunto il nuovo limite, di invocare un ulteriore
sforamento per fare ancor più "bene" all'economia?

     

martedì 11 febbraio 2014

Scorie - Il reddito minimo garantito

"Gli economisti hanno discusso da molto tempo i vantaggi e gli svantaggi di
un reddito minimo garantito. I vantaggi sono evidenti, almeno dal punto di
vista di chi lo riceve. Gli svantaggi sono due. Il primo è il costo… Il
secondo svantaggio è meno ovvio. Si tratta del cosiddetto "azzardo morale"…
La comunità deve essere sicura che chi riceve questo beneficio lo riceve
perché non ha altre risorse; si tratta di un trasferimento che deve essere
riservato ai casi di vero bisogno e non deve risolversi in un premio
all'indolenza."
(F. Galimberti)

Dopo aver (a mio parere maldestramente) tentato di giustificare le leggi
sul salario minimo, Fabrizio Galimberti affronta l'argomento del reddito
minimo garantito. "Fatto trenta, facciamo trentuno", avrà pensato. Per
quanto mi riguarda, una legge che istituisca un reddito minimo garantito è
ancor meno giustificabile di una che fissi un salario minimo.

Bontà sua, dopo aver liquidato in una riga i vantaggi, limitati a chi
riceve un reddito senza fare nulla, Galimberti mette in evidenza anche due
macroscopici svantaggi connessi al reddito minimo garantito. Il primo,
inevitabilmente è il costo.

Anche l'azzardo morale, ovviamente, è da tenere in considerazione, e
finisce per interagire con il problema del costo. Ammettendo di
giustificare un reddito minimo per i bisognosi da un punto di vista etico
(cosa che io non faccio se il costo deve essere imposto a tutti i non
bisognosi, anche contro la loro volontà), mi sembra una pia illusione la
ricerca della sicurezza che "chi riceve questo beneficio lo riceve perché
non ha altre risorse".

Io sono contrario al reddito minimo garantito concesso dallo Stato mediante
la redistribuzione del reddito tramite l'imposizione fiscale perché ritengo
inaccettabile la violazione della proprietà privata, ma il fatto è che solo
se il sostegno dato a una persona è frutto di una donazione volontaria il
problema dell'azzardo morale è risolto alla radice.

Se Tizio decide di aiutare volontariamente Caio, o di versare
volontariamente un contributo economico a Sempronio perché questi aiuti
Caio, il reale stato di necessità o l'eventuale indolenza di quest'ultimo
sono irrilevanti. Tizio potrebbe voler aiutare Caio a prescindere dal suo
reale stato di necessità, oppure potrebbe essere disposto a versare un
contributo a Sempronio a prescindere da come costui utilizzasse quel
denaro. Il fatto è che Tizio resterebbe sempre libero di decidere di
interrompere i versamenti, e né Caio, né Sempronio potrebbero imporgli di
continuare a contribuire. Questa circostanza, a mio parere eticamente
determinante, fornisce anche sia a Caio, sia a Sempronio, un incentivo a
non approfittare della benevolenza di Tizio.

Per contro, se Sempronio fosse lo Stato e obbligasse Tizio a versargli una
somma di denaro (in teoria da usare) per aiutare Caio, l'incentivo sarebbe
quello di spremere Tizio il più possibile. L'interesse prioritario di
Sempronio, infatti, non è quello di aiutare Caio in quanto bisognoso
(ancorché sostenga che sia proprio così), bensì quello di ottenere il voto
di Caio.

Ogni redistributore (socialista) conta sul fatto che le persone da
beneficiare siano più numerose (più voti) di quelle da spremere. Ma aveva
pienamente ragione Margaret Thatcher quando disse che "il problema del
socialismo è che, prima o poi, i soldi degli altri finiscono". Aggiungerei
che le cose si metterebbero male, prima o poi, anche se i soldi li si
continuasse a creare dal nulla, come propongono molti dei sostenitori della
tesi per cui un governo possa spendere e spandere senza problemi, tanto
basta stampare moneta, visto che, dal nulla, non si crea ricchezza reale.

In definitiva, a me pare del tutto indifendibile l'idea del reddito minimo
garantito. E poco importa se, come vanno ripetendo i fautori di un
provvedimento del genere, qualcosa di simile è previsto in diversi Paesi
europei. Andrebbe abolito anche da quelle parti, dove, pure, i numeri
dicono che di falsi bisognosi (sarebbe facile fare riferimento alle
pensioni di invalidità in Italia, per citare un solo esempio di uso
distorto del welfare) ne hanno meno di noi.

 

lunedì 10 febbraio 2014

Scorie - La camera dei saperi

"Il dibattito sulla fine del bicameralismo perfetto così come l'abbiamo
conosciuto ha recentemente affrontato un tema legato alle riforme
istituzionali, quello del "Senato delle competenze": una camera ancora
rappresentativa, non snaturata del tutto nelle competenze, ma modificata
alla radice in quanto alla composizione, in grado di intercettare le
personalità più autorevoli nel mondo dell'istruzione, della ricerca,
dell'università, della cultura… Il Senato sarebbe, quindi, un organo
altamente specializzato, espressione autorevole di scienza e cultura, una
sorta di "camera dei saperi"."
(M. C. Carrozza)

Per un libertario che ritiene troppo grande anche lo Stato minimo, le
disquisizioni sulla fine del bicameralismo perfetto sono paragonabili alle
riflessioni sulla rinuncia di un caffè al giorno da parte di una persona
che pesa 200 chili e dice di voler dimagrire. Se il proposito è davvero
quello di dimagrire e, magari, spendere meno, si tratta di riflessioni
pressoché inutili.

Il ministro dell'Instruzione, Maria Chiara Carrozza, si è inserita nel
dibattito, commentando la proposta lanciata qualche tempo fa dall'inserto
culturale della domenica del Sole 24 Ore di trasformare il Senato in una
sorta di "camera dei saperi".

Un'idea non completamente originale, già discussa ai tempi dell'assemblea
costituente, come ricorda la stessa Carrozza, la quale, manco a dirlo, è
favorevole a una svolta "culturalista" per il Senato.

In sostanza si tratterebbe di riservare l'elezione a senatore alle
"personalità più autorevoli nel mondo dell'istruzione, della ricerca,
dell'università, della cultura"; un'ipotesi che probabilmente farebbe
felice Platone e tutti coloro che, nel corso dei secoli, hanno sposato
l'idea che il potere debba appartenere a delle elites.

Che gran parte dei cosiddetti intellettuali cerchi di ottenere di che
vivere (se possibile, agiatamente) utilizzando quelli che Oppenheimer
definiva "mezzi politici" anziché offrendo sul mercato ("mezzi economici")
i propri saperi non deve stupire; infatti è una costante della storia. Gli
intellettuali (definiamoli così) sono sempre stati funzionali al
rafforzamento dello Stato, così come uno Stato forte e in espansione ha
rappresentato un ottimo datore di lavoro per gli intellettuali. Al
contrario, gli intellettuali "non di corte" sono sempre stati una netta
minoranza, e generalmente hanno incontrato parecchi ostacoli sulla loro
strada, avendo vita tutt'altro che facile, per esempio, nel mondo
accademico.

Ora, io ritengo che una maggioranza (o una minoranza qualificata) non debba
avere il diritto di imporre, mediante la legislazione, il proprio volere a
tutti quanti, né credo che gli eletti abbiano conoscenze e competenze,
singolarmente o collettivamente, superiori a quelle di milioni di
cittadini. E fa poca differenza se gli eletti sono le "personalità più
autorevoli nel mondo dell'istruzione, della ricerca, dell'università, della
cultura" oppure no. Alla Camera e al Senato sono già oggi presenti diverse
persone che provengono da quegli ambiti, ma il loro comportamento poco si
distingue da quello degli altri parlamentari. Forse usano meglio il
congiuntivo. Non sempre, peraltro.

Per di più resterebbe da risolvere il problema di come eleggere queste
persone. Se si ritiene che i cittadini siano per lo più "incompetenti",
come possono costoro selezionare i "competenti"? Considerando che la scelta
di votare un partito/coalizione piuttosto che un altro/a dipende, almeno in
teoria, da quanto un elettore ritiene che quel partito/coalizione possa
tutelare al meglio i propri interessi (spesso identificati con il "bene
comune"), come può questo conciliarsi con la necessità di eleggere una
"camera dei saperi"?

Io credo che l'esperienza della nomina dei senatori a vita, peraltro scelti
dal presidente della Repubblica (quello che viene pomposamente definito
"rappresentante dell'unità nazionale" e si dice essere super partes),
dimostri come la scelta tenda a cadere su persone indubbiamente competenti,
ma mai con simpatie politiche opposte a quelle di chi decide le nomine.
Ritengo, quindi, che le idee politiche dei candidati finirebbero in ogni
caso per prevalere sui loro "saperi".

Molto meglio, quindi, evitare. La miglior fine del bicameralismo è
rappresentata dall'abolizione del Senato, non da una sua trasformazione. E
già resterebbero in troppi anche alla sola Camera dei deputati. Sapienti o
meno.

 

venerdì 7 febbraio 2014

Scorie - Canone Rai e demagogia

"La demagogia non aiuta nessuno. La Rai ha fatto un budget triennale per
arrivare al pareggio e il mancato aumento del canone inficia il budget e
gli investimenti previsti sul capitale umano e sulla modernizzazione delle
reti… non possiamo colpire il canone perché non possiamo colpire
l'evasione… ogni volta che accendiamo e vediamo un programma con scritto
Rai stiamo facendo servizio pubblico con milioni spesi per il cittadino."
(L. Todini)

Luisa Todini, che attualmente siede nel CDA della Rai in quota
berlusconiana, ha così tentato qualche settimana fa di difendere l'aumento
del canone proposto dall'azienda. Sarà pur vero che "la demagogia non aiuta
nessuno", ma sarebbe bene non argomentare sostenendo cose che non
corrispondono al vero.

Qualunque imprenditore vorrebbe poter fare un budget potendo predeterminare
i ricavi agendo sui prezzi unitari di vendita senza doversi porre il
problema di andare "fuori mercato". Ma se quell'imprenditore non è lo Stato
o un monopolista che ha ottenuto privilegi dallo Stato, deve fare i conti
con la concorrenza. Ora, io non so a cosa si riferisca Todini quando parla
di "investimenti previsti sul capitale umano", perché, quanto meno
numericamente, in Rai andrebbero fatti disinvestimenti per adeguarsi anche
solo minimamente ai concorrenti privati. Ma non è questo il punto sul quale
voglio soffermarmi.

Ciò che non corrisponde al vero, e che trovo anche piuttosto irritante, è
che "ogni volta che accendiamo e vediamo un programma con scritto Rai
stiamo facendo servizio pubblico con milioni spesi per il cittadino".
Quando in un programma vediamo scritto Rai, di pubblico c'è solo il
personale dipendente che ci lavora, mentre i milioni non sono spesi per il
cittadino, ma pagati, volente o nolente, dal cittadino.

Il tutto senza entrare nel merito del palinsesto, perché non mi va di
improvvisarmi critico televisivo con la puzza sotto il naso e chiedere,
facendo facile ironia, quale contributo alla crescita culturale degli
italiani diano i programmi di punta della Rai.

Semplicemente ritengo che non abbia alcun senso l'esistenza di reti
televisive statali tenute in vita imponendo a tutti i cittadini di
sostenerne i costi mediante una gabella. La Rai dovrebbe essere
privatizzata (ammesso che qualcuno se la pigli) o chiusa. In ogni caso non
dovrebbe più dipendere né dal canone obbligatorio, né pesare sulla
fiscalità generale.

Questa non è demagogia, a me pare semplice buon senso.

     

giovedì 6 febbraio 2014

Scorie - Il presidente venuto da Marte (2/2)

"Questi sono fatti, non discorsi… questo investimento dimostra che l'Italia
è un Paese affidabile, verso la cui stabilità si può avere fiducia. Oggi
c'è la dimostrazione che il sistema Italia funziona, che se lavoriamo con
un gioco di squadra i risultati ci sono. Confindustria colga quel che è
successo in questi giorni e dia giudizi non solo di disfattismo."
(E. Letta)

Al netto degli interessamenti più o meno concreti (e da verificare) a
investire in società italiane, prime fra tutte la disastrata Alitalia (e in
quel caso sarà interessante capire chi pagherà il conto degli inevitabili
esuberi, e io ho il sospetto che toccherà ancora una volta ai contribuenti
italiani), Enrico Letta ha usato toni trionfali prima di lasciare gli
Emirati dove era stato per cercare di trovare un po' di soldi.

A giustificare tanto entusiasmo sarebbe l'impegno del fondo sovrano del
Kuwait a investire 500 milioni di euro in un veicolo nel quale il Fondo
strategico italiano (controllato da Cassa Depositi e Prestiti, a sua volta
controllata dal Tesoro) conferirebbe 500 milioni di cassa e partecipazioni
in società non quotate per altri 1.5 miliardi.

Per carità, 500 milioni sono meglio di niente, ma qui non stiamo parlando
dell'investimento di un piccolo risparmiatore. Al cambio attuale, 500
milioni di euro equivalgono a 675 milioni di dollari. Il fondo sovrano del
Kuwait gestisce asset per 410 miliardi di dollari. Ciò significa che la
fiducia accordata al sistema Italia è quantificabile in uno 0.16 per cento
delle consistenze complessive del fondo.

In base ai dati del Fondo Monetario Internazionale, l'Italia produce il 2.8
per cento del Pil mondiale. E' pur vero che, in termini di capitalizzazione
di borsa, l'Italia ha un'importanza meno che proporzionale rispetto alla
quota di Pil mondiale; il suo peso nell'indice MSCI World si attesta
infatti tra lo 0.8 e lo 0.9 per cento. Comunque la si metta, il peso
dell'Italia nel portafoglio del fondo sovrano del Kuwait sarà circa il 20
per cento di quanto avrebbe potuto essere nel caso in cui la somma
investita fosse stata proporzionale al peso del Paese nell'indice MSCI
World. In altre parole, invece di 500 milioni avrebbero potuto essere
almeno 2.5 miliardi. Ciò significa che il fondo sovrano del Kuwait sta
ancora sottopesando l'Italia nel suo portafoglio. Credo che questo dovrebbe
stemperare l'entusiasmo del presidente del Consiglio.

Ora, non vorrei essere tacciato anche io di disfattismo, ma, per usare le
parole di Letta, "questi sono fatti, non discorsi".

     

mercoledì 5 febbraio 2014

Scorie - Il presidente venuto da Marte (1/2)

"Il disegno di legge da sottoporre alle Camere con procedura d'urgenza
servirà a colmare un buco normativo a nostro avviso clamoroso."
(E. Letta)

Uno potrebbe dire che sia stato il caldo degli Emirati arabi, dove Letta si
trovava per raccontare a quelle latitudini le balle sulla ripresa che
(coadiuvato da Saccomanni) racconta quotidianamente agli italiani nella
speranza (vana, a mio parere) di essere creduto dai suoi interlocutori. Ma
non si può trattare di questo, perché è noto che l'aria condizionata è
accesa 24 ore al giorno da quelle parti.

Letta pare essere caduto dalle nuvole in merito ai molteplici incarichi del
dimissionario presidente dell'Inps, Antonio Mastrapasqua. E, tutto
sdegnato, dice che da ora in poi chi ricoprirà un incarico al vertice di un
ente pubblico dovrà farlo in esclusiva.

Ma dove era Letta dal 2008 in poi, quando Mastrapasqua è stato prima
eletto, poi confermato da maggioranze politiche diverse alla guida
dell'Inps? Era in Parlamento, non su Marte. Eppure non risulta che si sia
interessato al caso in modo particolare e che abbia fatto una crociata
contro gli incarichi multipli. Salvo, poi, accorgersi adesso della
necessità di "colmare un buco normativo" che ritiene "clamoroso".

Tanto clamoroso da essersene accorto solo ora…

    

martedì 4 febbraio 2014

Scorie - Argentina, Barnard e MMT

L'amico Leonardo Facco mi ha segnalato un post di Paolo Barnard che ha per
oggetto ciò che sta succedendo in Argentina. Invece di prendere atto del
fatto che stampare soldi a manetta e fare politiche interventiste ha
conseguenze negative e che i nodi, prima o poi, arrivano al pettine,
Barnard sostiene che il problema è dovuto a una insufficiente applicazione
della MMT (modern money theory).

Questo l'esordio:

La  fonte  è argentina e di altissimo livello, ma deve rimanere anonima. Lo
so che storcete il naso, ma per ora è così.
Prima  cosa: l'Argentina ha applicato un quarto di Mosler Economics MMT dal
2002  in  poi  e per pochissimo. Poi l'ha abbandonata dopo aver però ridato
lavoro  e speranza a una montagna di persone. Quindi l'associazione destino
Argentina-MEMMT oggi è assurda. L'avessero veramente applicata sarebbero su
Giove.

Verrebbe facile ironizzare sul desiderio di anonimato della fonte argentina
"di altissimo livello", ma mi asterrò dal farlo. Dunque, l'Argentina non ha
applicato  la MMT a sufficienza, altrimenti "sarebbero su Giove". Guardando
ai  dati  forniti  dalla  banca  centrale argentina, tuttavia, non pare che
abbiano  rallentato di tanto il ritmo di utilizzo della stampante di pesos:
la  base  monetaria  è  cresciuta  dalla  fine  del 2001 (quando avvenne il
default) a oggi a un ritmo del 33 per cento composto annuo, e gli aggregati
M1,  M2  e M3 hanno registrato aumenti compresi tra il 24 e il 26 per cento
composto  annuo.  Che la crescita dei prezzi al consumo effettiva sia stata
in  linea  con  questi numeri, come stimano diversi analisti indipendenti e
non  con  i più moderato 11 per cento medio annuo che risulterebbe dai dati
forniti dall'istituto nazionale di statistica appare abbastanza verosimile.
In  sostanza,  non  è  chiaro in cosa sia consistito l'abbandono della MMT,
mentre  pare  evidente  che  la  quantità di moneta e i prezzi siano già da
tempo su Giove.

Ovviamente  tutti  coloro che mettono in evidenza i problemi dell'Argentina
raccontano balle, come ammonisce Barnard:

Cosa  accade in Argentina: come sempre nei media ci raccontano mezze verità
e  piene  balle.  Il  governo  sta tentando volontariamente di rilassare il
tasso  di  cambio  del peso perché gli argentini stanno importando troppo e
questo sta colpendo pesantemente molte aziende nazionali che di conseguenza
vendono  poco e licenziano. (nota: se il gov argentino applicasse la ME-MMT
se  ne  potrebbe  sbattere  del  danno  delle importazioni, e farebbe piena
occupazione. Ma non la applica, come già detto).

Il  governo  argentino  ha  fino  a  pochi  giorni fa imposto forti vincoli
all'utilizzo  e  alla  detenzione  di valuta estera, in particolare dollari
statunitensi, dei quali i cittadini tendevano a fare incetta, avendo poca o
nulla  fiducia  nella tenuta di potere d'acquisto del peso. Non a caso si è
sviluppato  un mercato parallelo nel quale il cambio (il cosiddetto dollaro
"blu")  si  è  discostato in misura crescente da quello ufficiale a partire
dal  2011,  con un divario arrivato a superare il 70 per cento prima che il
governo, appunto, lasciasse svalutare il peso in via ufficiale.

Ora,  se  un  governo  tenta  di  tenere  artificialmente sopravvalutato il
cambio,  l'aumento  delle  importazioni  è  una  delle  conseguenze  che si
generano.  Il  fatto, però, che gli argentini cercassero di sbarazzarsi dei
pesos  per  accumulare  dollari  (e non stiamo parlando di una moneta della
quale  ci  sia  carenza  di offerta!) dovrebbe far venire qualche dubbio ai
sostenitori della MMT. Invece no, pare.

Prosegue e conclude Barnard:

I black-out elettrici sono dovuti al fatto che il governo ha per anni speso
sussidi  all'energia  per tutti, e ora ha deciso di toglierli alle famiglie
più  ricche. In estate queste consumano un'esagerazione e ciò ha portato ai
black-out.
Ma  la  cosa  più  grave  è  la  manovra  volontaria  delle  multinazionali
dell'export  argentine,  soprattutto  quelle  del  grano,  tutte di estrema
destra,  che odiano il governo populista e lo vogliono abbattere. Il metodo
è  di bloccare i dollari che incassano aspettando che il peso si svaluti di
conseguenza  sempre  più.  Sanno  che  questo  affosserà  il  governo  e ci
speculano. Quindi si tratta di un 'golpe' politico, non di un vero problema
di economia argentina.
L'Argentina è riuscita e respingere gli effetti della crisi finanziaria del
2008  per  sei  anni  in  più  rispetto  a tutti noi e questo la dice lunga
sull'efficacia di quel governo.
Per ora questa è una verità in più.

Sarà  pur  vero che questi ricconi fanno andare a manetta i condizionatori,
ma  attribuire  a loro la responsabilità dei black-out mi sembra abbastanza
puerile.  Quanto  alle multinazionali che "odiano il governo populista e lo
vogliono  abbattere",  in  realtà non fanno altro che cercare di tutelare i
propri  interessi,  al pari di quanto fanno milioni di argentini disposti a
pagare  molto  più  del  cambio  ufficiale  per  convertire i loro pesos in
dollari.  Tirare  in ballo il "golpe" politico significa voler continuare a
negare la realtà dei fatti, ossia che il populismo dei coniugi Kirchner non
ha risolto i problemi dell'Argentina. Tutt'altro.

L'Argentina non ha respinto gli effetti della crisi per sei anni in più
rispetto a noi: ha semplicemente accumulato squilibri e adesso i nodi sono
arrivati al pettine, per quanto possa dispiacere a Barnard. E sostenere che
la MMT è stata applicata poco e male non mi sembra semplicemente una
ridicola arrampicata sugli specchi.

     

lunedì 3 febbraio 2014

Scorie - Congruità

"Il QE non è un approccio nuovo, ma fra i rischi descritti da alcuni in
relazione al QE solo uno per noi era rilevante, il pericolo che certi
valori di asset potessero non allinearsi con valori congrui di mercato…
seguiamo la situazione, ma ci sembra che i valori che registriamo siano
coerenti con valori storici."
(B. Bernanke)

Queste parole sono state pronunciate da Ben Bernanke durante uno dei suoi
ultimi discorsi da presidente della Federal Reserve. Non che ci si
dovessero aspettare dichiarazioni diverse da parte sua, ma, visti i
precedenti, non credo proprio che le parole di Bernanke debbano risultare
rassicuranti.

In primo luogo, Bernanke non vedeva nessun rischio neppure nel 2006, mentre
la bolla immobiliare alimentata da tassi artificialmente bassi e regole
scritte per far accedere al debito chiunque (tanto il rischio di credito
veniva poi impacchettato in forme difficilmente comprensibili ai più e
smerciato in giro per il mondo) stava raggiungendo il punto di scoppio.

In secondo luogo, parlare di valori "congrui" quando da un secolo la
politica monetaria distorce fortemente la formazione dei prezzi mi sembra
piuttosto arbitrario. Resta il fatto che tassi di interesse tenuti così a
lungo artificialmente bassi anche grazie alla monetizzazione di circa 4
mila miliardi di debito sono un fenomeno quantitativamente senza
precedenti.

Tassi bassi hanno indotto poi una compressione dei premi per il rischio
molto significativa, dovuta alla ricerca di maggiori rendimenti da parte di
chi doveva impiegare tutta la nuova liquidità. In buona sostanza, il valore
attuale netto della maggior parte degli asset risulta distorto (al rialzo)
da tassi di interesse (compresi i premi per il rischio) eccezionalmente
bassi.

Non scorgere rischi in questo contesto, francamente mi pare allucinante.