Scorie - Il problema delle valutazioni delle performance nella PA

Sono abituato a leggere i giornali partendo dall'ultima pagina. Sul Sole 24 Ore del lunedì questo significa iniziare dagli articoli dedicati alle pubbliche amministrazioni, pagine che spesso contengono evidenze empiriche del perché questo Paese era e resta ingessato.

Una delle questioni che, di anno in anno, torna di attualità, riguarda la vallutazione delle performance, voluta nel 2009 dall'allora ministro Renato Brunetta. La disciplina è poi stata rivista più volte, e anche ora sta per essere approvata una modifica, ma il risultato finale non è mai soddisfsacente.

Secondo Antonella Bianconi e Paola Maria Zerman il problema è che non si supera la "logica individualistica e sanzionatoria anche dovuta al pregiudizio culturale di sospetto nei confronti del dipendente pubblico (i "furbetti del cartellino")."

Va detto che una qualche evidenza empirica che ci siano persone che fingono di lavorare a fronte dello stipendio che percepiscono si è accumulata nel corso del tempo. Per carità, questo accade anche nel privato, soprattutto all'aumentare delle dimensioni aziendali, ma in quel caso non sono i pagatori di tasse a dover sopportare l'onere.

Pare, secondo le autrici, che la valutazione non funzioni , avendo prodotto una "livellazione verso l'alto", perché la performance "è concepita come prestazione del singolo lavoratore".

Questo avrebbe generato effetti perversi, tra cui "conflittualità interna" e "comportamenti difensivi". Il tutto in "contesti lavorativi caratterizzati da forte interdipendenza come gli uffici pubblici, dove l'atto adottato rappresenta la sequenza finale di un procedimento".

Segnalerei a Bianconi e Zerman che questa interdipendenza avviene anche nelle aziende private, dove pure i sistemi di vsalutazione delle performance sono individuali, pur talvolta considerando anche una componente di risultati dell'unità organizzativa di appartenenza ed eventualmente dell'intera azienda.

Secondo le autrici occorrerebbe invece "riconoscere che, nella Pa, il risultato rilevante è primariamente quello dell'ufficio e non del singolo".

Fatto sta che ogni ufficio è composto da un numero più o meno elevato di individui, e che sono gli individui ad agire. Quindi si possono certamente tenere in considerazione i risultati dell'ufficio, ma questo non risolverebbe il problema del livellamento delle valutazioni. Tutt'altro.

Il vero problema è che, a fronte di risultati deludenti, sia a livello individuale, sia di gruppo, non vi sono conseguenze sostanziali. E, soprattutto, chi valuta non ha alcun incentivo, a sua volta, a non livellare le valutazioni verso l'alto.

Questo, però, è da ricercare nelle caratteristiche essenziali della stessa pubblica amminostrazione, come scriveva Ludwig von Mises in "Burocrazia".

Non è passando da valutazioni individuali a collettive che si migliora il risultato, perché il sistema degli incentivi individuali di tutti gli attori in causa non è paragonabile a quello di un'azienda privata.


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