Scorie - Ciò che si vuole vedere, ciò che non si vuole vedere

Occupandosi della bassa crescita economica europea, Lorenzo Pecchi e Gustavo Piga individuano il problema nel "crollo dell'accumulazione di capitale reale", che a sua volta inciderebbe negativamente sulla produttività.

Troppa finanza e pochi investimenti produttivi, secondo Pecchi e Piga, i quali aggiungono:

"Come riattivare dunque la crescita economica in Europa? Prendendo esempio da chi a quanto pare la sa fare più di noi. Gli Stati Uniti e la Cina in particolare hanno impresso velocità alla loro accumulazione di capitale reale per il tramite degli investimenti pubblici. Politiche fiscali espansive sono dunque lo strumento per avviare quel circolo virtuoso che manca all'appello nell'Europa di questo secolo. Nelle parole del Fondo Monetario Internazionale: "la migliore performance di crescita (statunitense) può aumentare lo spazio fiscale" per maggiori investimenti pubblici. Ma quella maggiore performance di crescita proviene proprio dai maggiori investimenti pubblici! Che le politiche fiscali espansive funzionino lo dimostrano tanti esempi davanti ai nostri occhi. Ad esempio la ripartenza della Germania, che nel 2027 ritroverà secondo le stime del Fmi una crescita superiore all'1%, avverrà abbattendo il suo divario di stance fiscale da quella americana del ben 2% di Pil, rendendola molto più espansiva. In Giappone i mercati hanno reagito con euforia all'annuncio che la nuova premier intende utilizzare la leva fiscale espansiva per far ripartire la crescita. La crescita spagnola, avvenuta riducendo il debito su Pil, è stata ottenuta aumentando i consumi pubblici. In Italia il 2022, l'unico anno di crescita non miseranda, del 4,7%, è andato in parallelo con generosi deficit di bilancio che hanno stimolato l'economia e abbattuto per l'unica volta la crescita del debito-Pil, di solito sospinta dall'austerità."

Gli investimenti produttivi sono certamente necessari alla crescita economica, ma tale crescitra è sostenibile solo se gli investimenti sono finanziari da risparmio reale e non da disavanzi fiscali. Più che distinguere tra "ciò che si vede e ciò che non si vede" come avrebbe fatto Bastiat, qui mi pare che la distinzione sia tra ciò che si vuole vedere e ciò che non si vuole vedere. Ossia gli effetti sul debito pubblico, sia in termini assoluti, sia in rapporto al Pil. A parte il caso spagnolo, che ha incrementato molto la forza lavoro a mezzo immigrazione e su cui andranno poi valutati i profili fiscali di lungo termine, nelgi altri casi l'evidenza è già chiara: debito in forte ascesa secondo qualsiasi metrica, ancorché in Germania effettivamente ci sia una situazione di partenza molto migliore rispetto a quelle di Stati Uniti, Giappone e Cina.

Quanto all'entusiasmo per gli annunci di nuove politiche fiscali in Giappone, pare che gli investitori in titoli di Stato non la pensino come Pecchi e Piga, ma evidentemente questo rientra nella categoria di ciò che non si vuole vedere.

Last, but not least, la (solita) storia dell'Italia "pandemica" che è cresciuta a mezzo deficit ma abbattendo il debito in rapporto al Pil. Peccato che gli effetti sul debito (in larga misura dovuti ai superbonus edilizi) fossero a scoppio ritardato e il conto stia oggi arrivando a botte di una quarantina di miliardi annui. Anche questo pare non lo si voglia vedere.

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