giovedì 31 luglio 2014

Scorie - Salvate il soldato Carlo

"Si sta diffondendo la pratica di autorizzare nuove spese indicando che la
copertura sarà trovata attraverso future operazioni di revisione della
spesa e il totale delle risorse già spese prima di essere state risparmiate
ammonta ora 1,6 miliardi per il 2015… Se si utilizzano risorse provenienti
da risparmi sulla spesa per aumentare la spesa stessa, il risparmio non
potrà essere utilizzato per ridurre la tassazione su lavoro."
(C. Cottarelli)

Circa otto mesi fa commentai le parole di Carlo Cottarelli, che dal FMI era
stato richiamato in patria dal governo Letta per fare il commissario
straordinario alla spending review. Cottarelli ipotizzava tagli di spesa
non nel 2015, ma già nel 2014 (si veda Scorie del 26 novembre 2013).

Oggi Cottarelli si sfoga, e ammonisce che il nuovo gioco politico è
diventato "autorizzare nuove spese indicando che la copertura sarà trovata
attraverso future operazioni di revisione della spesa", oltre a concludere
che "se si utilizzano risorse provenienti da risparmi sulla spesa per
aumentare la spesa stessa, il risparmio non potrà essere utilizzato per
ridurre la tassazione su lavoro". Parole che esprimono concetti
lapalissiani, ma che non mi meraviglierei se costassero a Cottarelli la
classificazione di "gufo", che nel lessico renziano è una sorta di anatema.

Pur lodando le intenzioni del commissario, concludevo quel pezzo del 26
novembre 2013 con queste parole: "Se il buon giorno si vede dal mattino,
anche quei 32 miliardi di riduzione di spesa resteranno un miraggio, al
pari della crescita del Pil all'1.1 per cento nel 2014 e addirittura a
circa il 2 per cento nel 2015 (a tale proposito, più che a sbattere i pugni
sul tavolo a Bruxelles, Letta avrebbe dovuto mandare Saccomanni a Zelig). E
la riduzione della tassazione resterà un argomento da campagna elettorale.
Nulla di nuovo, insomma."

Autocitarmi non è uno sport che pratico volentieri, ma credo che la
conclusione di allora sia ancora valida, sempre che qualcuno non voglia
credere al mantra renziano per cui la faccenda degli 80 euro e la
frazionale riduzione dell'Irap siano un abbassamento delle tasse. Al pari
della spesa, le tasse calano quando alla diminuzione di uno o due balzelli
non corrisponde un aumento di altri. Quello che ha fatto Renzi finora è
stato spostare in parte il carico, senza diminuirlo di un centesimo (anzi).

Il problema è che fra otto mesi quella conclusione sarà con ogni
probabilità ancora valida, o al più apparirà ottimistica.

mercoledì 30 luglio 2014

Scorie - Presidenti e uccellini

"Devo confessarvi che ancora una volta mi si è avvicinato un uccellino, che
mi ha detto 'non raccontarlo a nessuno' – sicché tenetelo per voi -, che il
Comandante è felice, pieno dell'amore del suo popolo, della lealtà del suo
popolo. E' felice e orgoglioso."
(N. Maduro)

Nicolas Maduro, già stretto collaboratore di Hugo Chavez, è divenuto
presidente del Venezuela dopo la morte del Comandante.

Così come, prima delle elezioni presidenziali, disse che un uccellino,
incarnando lo spirito di Chavez, aveva benedetto la sua candidatura, adesso
quello stesso uccellino è tornato a fargli visita per dirgli che "il
Comandante è felice".

Se non fosse per la drammatica situazione nella quale sono costretti a
vivere i venezuelani, si potrebbe prenderla in ridere e, per una volta,
constatare che in giro per il mondo è possibile trovare qualcosa di peggio
perfino della miserrima classe politica domestica, che da mesi sta
litigando su improbabili riforme elettorali e del Senato.

Direi che il parallelo possibile è questo: in Venezuela gli uccellini
cinguettano al presidente; in Italia è il presidente che cinguetta al
popolo. Sta a vedere che Maduro è una pagina avanti a Renzi…

martedì 29 luglio 2014

Scorie - Normalizzazioni e vessazioni

"L'intervento del Ministro Padoan di stamattina in Commissione ECON è stato
molto realista e lucido. Pur non nascondendo gli attuali problemi di
stabilità economica di molti Paesi europei, ha invitato tutti a non
compiere scelte affrettate di tagli alla spesa sotto la pressione dei
mercati rischiando, nella ricerca di benefici nel breve periodo, di
incorrere in costi molto alti sul lungo termine. Bisogna tentare di
'normalizzare' la situazione con riforme strutturali che permettano di
imboccare un sentiero più virtuoso, volto alla crescita, senza imporre
eccessivi costi sui già vessati cittadini e imprese."
(A. Mosca)

Alessia Mosca, europarlamentare Pd, ha commentato così l'intervento a una
commissione del Parlamento europeo del ministro dell'Economia, Pier Carlo
Padoan. Non che ci si potesse aspettare un commento diverso, trattandosi
del ministro voluto dal capo del suo partito.

Resta il fatto che se c'è una cosa sulla quale non c'è stata fretta in
Europa sono i tagli di spesa pubblica, avvenuti solo dove sono stati
imposti dall'esterno e in situazioni di fatto fallimentari. In Italia, per
esempio, di tagli di spesa si è per lo più parlato, ma di fatti concreti se
ne sono visti ben pochi. L'esatto contrario di quanto è accaduto con la
tassazione: lo stesso Renzi dice di aver abbassato le tasse, ma coloro che
finora possono dire di aver avuto una riduzione effettiva del carico
fiscale sono un numero ben inferiore a quanti pure hanno beneficiato dei
famosi 80 euro al mese. Né poteva essere altrimenti, dato che senza tagli
di spesa e dismissioni di asset pubblici non si possono ridurre davvero le
tasse, sempre che non si voglia fare default in tempi rapidi.

Una via, tra l'altro, che non risolverebbe i problemi, se non
temporaneamente, perché uno Stato che continua ad accumulare deficit anno
dopo anno, prima o poi torna a essere insolvente. Non capisco, quindi, come
sia possibile pensare di poter eludere ancora il tema della riduzione della
spesa pubblica.

In termini di Pil, tra l'altro, è molto più probabile che la riduzione
della spesa pubblica abbia un impatto negativo di breve termine e positivo
di lungo termine, contrariamente a quanto afferma Mosca. Ciò che mi sfugge
è in cosa dovrebbe consistere la "normalizzazione", soprattutto se si vuole
evitare di  "imporre eccessivi costi sui già vessati cittadini e imprese".

Se non si calano le tasse la vessazione come fa a diminuire? O si
considerano cittadini solo quelli che campano di spesa pubblica? Ma chi
vive a spese altrui senza il consenso di chi paga il conto non è un
parassita?

lunedì 28 luglio 2014

Scorie - Liberi di coltivare?

"Noi coltiviamo in regime di agricoltura biologica su circa 1.000 ettari
piante medicinali che poi trasformiamo in sostanze utili per la salute
dell'uomo. Già oggi non sappiamo come difenderci dalla contaminazione di
materiale geneticamente modificato derivato dalla deiezioni di animali
allevati con mangimi OGM e un domani, qualora venisse ammessa la libertà di
coltivare OGM, non sapremmo come difenderci dal rischio di contaminazione
da pollini di piante geneticamente modificate, pollini che possono
spostarsi per decine di km."
(V. Mercati)

Nel dibattito sugli OGM, Valentino Mercati è nel campo di coloro che
difendono, a suo dire, la libertà di coltivare da parte di chi fa
agricoltura biologica. A questo scopo ha anche aperto un sito:
www.liberidicoltivare.it.

Uno legge il suo appello, e l'unica cosa chiara è che per libertà di
coltivare intende quella di chi la pensa come lui. Infatti, secondo Mercati
gli OGM andrebbero proibiti in Italia. E questo, tra l'altro, perché il
rischio di "contaminazione" (io credevo fosse più corretto definirla
"commistione", ma non è sui termini tecnici che mi soffermerò, non essendo
peraltro competente in materia) è già di difficile soluzione "nel rapporto
tra agricoltura biologica e agricoltura convenzionale e sono tali da
creare palesi distorsioni di mercato".

Per carità, chi danneggia la proprietà altrui dovrebbe essere chiamato a
risarcire il danno; ma qui si vorrebbe proibire un'attività dando quasi per
scontati dei fenomeni che scientificamente non c'è prova che lo siano. A
mio parere su questo tema è illuminante "Law, Property Rights and Air
Pollution" di Murray Rothbard.

Non tutto ciò che afferma Mercati mi vede contrario. Per esempio, quando
sostiene "la prima cosa sarebbe rendere trasparenti le etichette e
comunicare ai consumatori che la maggior parte della carne, del latte, dei
formaggi che mangiamo sono ottenuti con alimenti OGM, sarà a questo punto
il mercato ed i consumatori a scegliere tra questi cibi e quelli invece
ottenuti con allevamenti biologici OGM free", sono sostanzialmente
d'accordo.

Poi, però, pone delle domande retoriche, le sue risposte alle quali sono
sottintese, e sono una completa negazione della libertà per chi la pensa
diversamente da lui.

"Resta un ultimo ma fondamentale tema. Il nostro paese ha bisogno di OGM? É
questa la soluzione ai problemi dell'Italia?"

Personalmente credo che non si tratti di individuare la "soluzione ai
problemi dell'Italia", bensì di lasciare libertà di impresa. Avere o non
avere bisogno di OGM è un punto di vista soggettivo, non oggettivo.
Pretendere di oggettivizzare la risposta è tipico di chi ha un
atteggiamento totalitario.

Ancora: "vogliamo competere con Stati Uniti e Argentina per produrre soia
OGM a costo più basso  per alimentare bovini o vogliamo valorizzare le
eccellenze del territorio italiano?"

Non vedo per quale motivo debba essere stabilito dal governo cosa si debba
fare sui terreni di proprietà privata. Chi ritiene di coltivare OGM lo
faccia; chi vuole "valorizzare le eccellenze del territorio italiano"
faccia quanto riesce e veda se e come i consumatori apprezzano i suoi
sforzi.

Quanto ai rischi potenziali, ormai nessun serio antagonista degli OGM dice
che sono dannosi. Al più può dire che non vi sono dati di lungo periodo per
affermare che non sono nocivi. Ora, voler vietare una cosa non perché è
provato che faccia male alla salute, ma semplicemente perché non è provato
che non fa male a me pare assurdo. Si lasci ai consumatori la libertà di
scegliere, ovviamente informandoli. Ma senza sostituirsi a loro nel
decidere cosa consumare al pari di come ci si vuole sostituire a una parte
di coltivatori nel decidere cosa coltivare.

In conclusione, alla domanda di Mercati: "Se pertanto vi sono rischi, anche
solo potenziali, e non vi sono ragioni economiche tali da indurci ad
ammettere gli OGM, perché farlo?"

risponderei che vietare ogni cosa che ha rischi non provati significherebbe
fermare il mondo, perché, piaccia o meno, ogni attività umana comporta
l'assunzione di rischi. Quanto alle ragioni economiche, si lasci a ognuno
decidere cosa coltivare, finché rischia in proprio su terreni di sua
proprietà.

Perché, dunque, ammettere gli OGM? Perché anche gli altri siano "liberi di
coltivare" non solo quello che pare a lui.

venerdì 25 luglio 2014

Scorie - The (bad) conscience of a liberal (31)

"I prezzi dei titoli dei Paesi "sicuri" sono molto alti, il che è lo stesso
che dire che i tassi di interesse sono molto bassi. Ma lo stesso vale per
il debito dei Paesi rischiosi… Anche i rendimenti dei corporate bond sono
bassi; i prezzi delle azioni sono alti; tutti i prezzi degli asset sono in
rialzo. La causa immediata è ovvia: i tassi ufficiali sono molto bassi e ci
si aspetta che rimangano bassi, quindi il denaro si sta dirigendo verso
impieghi alternativi, spingendo al ribasso anche i loro rendimenti… Molta
gente… al vedere questo dice che è terribile: la Fed sta tenendo i tassi di
interesse "artificialmente bassi" e quindi distorcendo i prezzi degli asset
e ciò finirà in modo disastroso. Ma anche se sento sempre la frase
"artificialmente basso", non credo che molte delle persone che la usano
sappiano cosa dicono. Come sarebbe un tasso di interesse non
artificiale?... non c'è alcun motivo macroeconomico per sostenere che i
tassi di interesse sono depressi in relazione ai fondamentali, e non molte
ragioni per credere che gli asset in generale siano sopravvalutati."
(P. Krugman)

Paul Krugman si è inserito nel dibattito sulla presenza o meno di una bolla
nei prezzi di diversi asset, concludendo che non vi sia traccia di
sopravvalutazione. Così facendo supporta la posizione di Janet Yellen e
della maggior parte dei banchieri centrali, i quali non potrebbero
continuare a creare allegramente denaro dal nulla in gran quantità se
ammettessero che ciò finisce per gonfiare delle bolle.

Siccome i prezzi di qualsiasi asset sono matematicamente rappresentabili
come la somma dei valori attuali dei flussi di cassa che gli stessi
genereranno in futuro, è evidente che tanto minore è il tasso di interesse
utilizzato per scontare i flussi, tanto più alto sarà il loro valore
attuale e, di conseguenza, il loro prezzo.

Krugman constata che sono proprio i tassi di interesse bassi ad aver
generato un aumento dei prezzi, e fin qui neppure lui potrebbe sostenere il
contrario. Però, poi, nega che i tassi siano "artificialmente bassi", e qui
mi ricorda Marty Feldman nella parte di Igor nel film Frankenstein Junior,
quando dice: "Gobba? Quale gobba?"

Addirittura afferma che siano coloro che ritengono i tassi "artificialmente
bassi" a non avere neppure idea di cosa dicano. E per sostenere questo
punto di vista stiracchia un po' il concetto di tasso naturale facendo
riferimento a Wicksell; lo stesso concetto, tra l'altro, da cui partirono
gli studi degli economisti di scuola austriaca per elaborare la teoria del
ciclo economico e rilevare gli effetti della manipolazione dei tassi e
dell'espansione del credito sul ricorrere di fasi di boom e bust.

Secondo Krugman i tassi non sono artificialmente bassi perché i prezzi al
consumo non crescono al di sopra dei livelli obiettivo delle banche
centrali. Ne consegue che i tassi di interesse non sono "depressi in
relazione ai fondamentali", per cui non c'è ragione di credere che gli
asset siano sopravvalutati.

Krugman pare non ricordare che, prima della crisi, i prezzi al consumo
crescevano moderatamente – il che avrebbe dovuto essere rassicurante
secondo il suo punto di vista – eppure si formò una bolla
immobiliare/creditizia enorme.

Sul concetto di tassi "artificialmente bassi" Krugman sembra proprio Igor,
dato che pare ignorare che le manovre ultraespansive delle banche centrali
hanno agito prevalentemente sui tassi di interesse, sia di breve che di
lunga scadenza. Un tasso di interesse, come qualsiasi altro prezzo, non
sarebbe artificialmente basso (o alto) se non vi fosse nessun intervento da
parte di un'autorità pubblica volto a incidere sulla domanda e/o l'offerta
di mercato.

Si potrebbe osservare che negli attuali sistemi basati su monete fiat
emesse in monopolio da banche centrali i livelli dei tassi di interesse
siano sempre artificiali, dato che l'offerta è sempre pesantemente
condizionata dall'operato delle banche centrali. In effetti è così, ed è
per questo che se si vogliono tassi di interesse non artificiali l'unica
soluzione non consiste nell'avere banche centrali meno espansive, bensì
nell'avere sistemi monetari non basati su monete fiat e banche centrali.

giovedì 24 luglio 2014

Scorie - Nato ieri

"Nessuno può raccontarci che si sono fatti interventi in Paesi importanti
del nostro continente, a partire dalla Grecia, semplicemente perché ci
stavano a cuore i cittadini di quell'area. Si sono fatti anche perché c'era
da salvare alcuni istituti di credito di importanti Paesi europei che erano
profondamente indebitati in quei Paesi. Non ci prendano in giro in Europa
perché queste cose le sappiamo bene anche noi, non siamo nati ieri."
(M. Renzi)

Così come Romano Prodi ebbe a definire se stesso "cattolico adulto", di
Matteo Renzi si potrebbe dire che si atteggia a "europeista adulto".
Peccato che nel farlo gli capiti anche di scivolare su alcune questioni,
finendo per dire l'esatto contrario di ciò che è vero.

Vi sono diversi motivi per ritenere che, in effetti, la gestione della
crisi in Grecia abbia avuto come scopo prioritario quello di contenere i
danni per le banche maggiormente esposte in quel Paese, che erano poi le
banche tedesche e francesi, cosa che Renzi non dice per correttezza
politica e per non irritare Angela "c.i." Merkel.

Ma quelle banche non avevano debiti in Grecia, bensì crediti. E quei
crediti erano a forte rischio di finire in fumo data la sostanziale
situazione di insolvenza del debitore. Renzi ha detto l'esatto contrario.
Se si è trattato di un malinteso, ciò conferma che a forza di spararne a
raffica si finisce per far confusione. In alternativa, la confusione
riguarda la realtà di quei fatti, ormai storici, nella testa di Renzi.

Sta di fatto che con uscite del genere è facile essere presi in giro e dare
l'impressione di essere nati ieri.

mercoledì 23 luglio 2014

Scorie - Il vicecapodelegazione

"Occorre fare tutto il necessario affinché i produttori non siano
danneggiati in maniera irreparabile, compromettendo il futuro stesso
dell'intero settore. Bisogna agire su due fronti, da un lato stroncando in
maniera netta e decisa tutte le pratiche commerciali sleali che permettono
l'invasione di prodotti di dubbia qualità, ma a prezzi stracciati, contro
cui le produzioni di eccellenza delle nostre terra poco o nulla riescono a
fare, per di più in un momento di difficoltà economica come quello che
stanno vivendo le famiglie di tutta Europa. Dall'altro, la Commissione
europea deve con urgenza emanare un provvedimento straordinario che
consenta il ritiro dal mercato dei prodotti in eccedenza - destinandoli
agli indigenti - per permettere una risalita dei prezzi. Non è più
ammissibile che a fare le spese di politiche parziali e poco coraggiose
delle istituzioni europee finiscano con l'essere sempre - sia nel settore
industriale che in quello agricolo - i paesi produttori e le loro fasce di
cittadini più deboli."
(A. Cozzolino)

Apprendo dall'ANSA che Andrea Cozzolino è vicecapodelegazione PD al
parlamento europeo. Apprendo anche dell'esistenza della figura del
"vicecapodelegazione", qualcosa che suona molto da struttura gerarchica
fantozziana.

Cozzolino invoca l'intervento della Commissione europea per dare sostegno
ai produttori di pesche, i cui prezzi di mercato sono diminuiti in misura
significativa, generando perdite ai produttori stessi. Non so a cosa faccia
riferimento parlando di "pratiche commerciali sleali che permettono
l'invasione di prodotti di dubbia qualità, ma a prezzi stracciati", ma in
linea di massima sono dell'idea che la differenza di qualità i consumatori
dovrebbero essere in grado di percepirla, per cui se comprano frutta di
qualità scadente a prezzi bassi significa che non vogliono o non possono
comprarne di qualità superiori a prezzi anch'essi superiori.

L'idea che la Commissione intervenga ritirando dal mercato i prodotti in
eccedenza (che, si badi bene, sono in eccedenza solo se si ritiene che il
prezzo debba essere superiore a quello di mercato) allo scopo di far
aumentare i prezzi, destinando poi quegli stessi prodotti agli indigenti,
sembra materializzare la figura di Babbo Natale con cinque mesi di
anticipo.

Il problema è che la Commissione europea le risorse deve pur prenderle da
qualche parte e, come in ogni provvedimento redistributivo, sarebbe bene
non considerare solo chi trae benefici, ma anche chi paga il conto. Ossia
tutti coloro che non producono pesche, né le riceveranno gratuitamente.

Frederic Bastiat smontava i "Sofismi economici" oltre un secolo e mezzo fa.
Gli argomenti dei protezionisti erano più o meno gli stessi anche allora,
ma, se può essere un'attenuante, l'economia a quell'epoca era ancora una
scienza relativamente giovane.

Oggi sentire un "vicecapodelegazione" alla ricerca di cinque minuti di
notorietà e di facili consensi che fa proposte del genere è, almeno per me,
ridicolo e deprimente allo stesso tempo.

martedì 22 luglio 2014

Scorie - Neolingua europea

"L'incapacità dell'Italia di assicurare il recupero effettivo di queste
multe compromette gli sforzi europei per stabilizzare il mercato dei
prodotti lattieri, provocando distorsioni di concorrenza con gli altri
produttori, europei e italiani, che hanno rispettato le quote o che hanno
pagato le loro multe."
(Commissione europea)

Con queste parole la Commissione europea ha per l'ennesima volta bastonato
l'Italia sulla mancata riscossione delle multe sulle quote latte. Non
intendo entrare nel merito della vicenda, bensì fare alcune considerazioni
sulla fallacia dell'idea sottostante le quote di produzione, siano esse
relative al latte o a qualsivoglia altro prodotto.

Il paradosso che si raggiunge con l'interventismo è quello di considerare
distorsioni della concorrenza le infrazioni alla pianificazione
centralizzata. In sostanza, mediante l'introduzione di quote di produzione
di distorce l'offerta di mercato, quindi la concorrenza, allo scopo di
"stabilizzare il mercato". E se qualcuno produce più di quanto il
pianificatore ha stabilito debba produrre, ciò viene considerato
distorsione della concorrenza.

Il tutto nasce dall'idea di proteggere il reddito dei produttori esistenti,
evitando una discesa dei prezzi che andrebbe a beneficio dei consumatori.
La cosa assurda è che un giorno sì e l'altro pure ci viene raccontato che
le norme prodotte dall'Unione europea hanno lo scopo di favorire il mercato
e la concorrenza a livello continentale.

Il che per alcuni è considerato un merito, mentre da altri partono anatemi
contro l'Europa del "neoliberismo". A mio parere né gli uni, né gli altri,
hanno idea di cosa sia il libero mercato. Non è pianificando che si
favorisce la concorrenza e il libero mercato, né può dirsi che vi sia
libero mercato dove ogni cosa è normata con la scusa di "livellare il campo
da gioco" (mantra tipico degli europeisti).

Penso che neppure Orwell avrebbe potuto pensare a un uso della neolingua
così sfacciato.

lunedì 21 luglio 2014

Scorie - La miglior conferma è la smentita

"No comment vuol dire che non ci sarà alcuna manovra."
(P. C. Padoan)

Circa tre mesi fa, Pier Carlo Padoan dichiarava che "il tasso di crescita
sta salendo grazie alle nostre politiche" (vedi Scorie del 17 aprile 2014).
Non era ancora noto il dato sull'andamento del Pil nel primo trimestre, che
poi è risultato essere negativo (-0.1 per cento rispetto al trimestre
precedente). Ovviamente il governo Renzi è entrato in carica a febbraio,
per cui l'incongruenza sull'ottimismo ministeriale andrebbe segnalata al
predecessore di Padoan, quel Fabrizio Saccomanni che, unico nel sistema
solare (e forse nell'intero universo), prevedeva per il 2014 una crescita
del Pil italiano dell'1.1 per cento.

Ciò nonostante, parlare di tasso di crescita che stava salendo grazie a un
governo in carica da meno di due mesi sembrava già la classica
dichiarazione priva di (buon) senso che pare nessun ministro in carica
possa astenersi dal rilasciare. Tra poche settimane sarà reso noto il dato
sull'andamento del Pil nel secondo trimestre, ma già da quanto si sa oggi
ci sarà poco di cui rallegrarsi. Di sicuro, anche il meno ottimista 0.8 per
cento previsto proprio da Padoan per il 2014 risulterà irraggiungibile.

Il che, come è inevitabile, pone problemi in merito al rapporto tra deficit
e Pil: se quest'ultimo crescerà meno del previsto (e pare che andrà proprio
così), il denominatore del rapporto sarà più basso, e il rapporto stesso
più alto, a parità di numeratore. Il governo, in base alla sua previsione
sul Pil, puntava a un 2.6 per cento di rapporto tra deficit e Pil per il
2014, ma è chiaro che se il Pil andrà peggio del previsto quel rapporto
sarà superiore.

Per evitare di sforare il limite del 3 per cento, potrebbe rendersi
necessaria una manovra di correzione, come peraltro è ormai consuetudine da
diversi anni a questa parte. Così come è consuetudine la smentita da parte
del ministro dell'Economia nelle settimane precedenti la materializzazione
della manovra correttiva. Così come, ahimè, è consuetudine che la manovra
stessa consista in un aumento delle tasse.

Non ci resta che attendere, ma se fossi un bookmaker l'eventualità della
manovra non la quoterei quoterei neppure; passerei direttamente all'entità.

venerdì 18 luglio 2014

Scorie - Quale decoro?

"In giunta avevamo fissato a 7 euro la tassa di soggiorno per gli alberghi
a 5 stelle. Sarei felice se ci fossero proposte che la portino a livelli
ancora più alti perché chi spende 700 euro per una notte in hotel forse può
spenderne anche 10 per la tassa di soggiorno. Così potremo avere più
risorse da spendere per il turismo e il decoro della città."
(I. Marino)

Il Comune di Roma è alle prese con il bilancio 2014, e il sindaco Ignazio
Marino ha invitato l'assemblea ad andare perfino oltre la proposta della
giunta in merito alla tassa di soggiorno per gli alberghi a 5 stelle.

L'affermazione di Marino è emblematica del modo di ragionare tipico di chi
amministra o governa: invece di pensare a quanti soldi vengono già oggi
raccolti in tasse e sprecati, si cerca ogni pretesto valido per
giustificare un aumento di questo o quel balzello. Tanto chi sarà chiamato
a pagarlo può benissimo spendere anche quei soldi in più.

La cronaca ci dice che Roma è sempre meno decorosa, la spazzatura è in
bella vista lungo diverse strade, le addizionali e i tributi locali sono
già a livelli tra i più elevati, e ciò nonostante il sindaco – che ancora
si lamenta dei disastri fatti dai suoi predecessori dopo oltre un anno da
quando è stato eletto – non pensa ad altro che ad aumentare la tassa di
soggiorno per i ricchi.

"Così potremo avere più risorse da spendere per il turismo e il decoro
della città", mentre con ogni probabilità non vi sarà nessun miglioramento.

Non saprei dire se è meno decorosa la città o il suo sindaco.

giovedì 17 luglio 2014

Scorie - Il socialismo via twitter è pur sempre socialismo

"Renzi usa ricette economiche proprie del centrodestra."
(A. Alfano)

Ecco perché il centrodestra (nuovo o vecchio che sia) è in caduta libera.
Se uno vuole il socialismo, ancorché somministrato via twitter e
scimmiottando Blair e Obama invece che Stalin o Mao, vota direttamente per
chi è socialista (almeno quando indossano le casacche dell'europarlamento i
nostri democratici hanno l'onestà di autodefinirsi tali).

Non per chi continua senza alcun motivo ad autodefinirsi liberale senza
aver mai fatto nulla di liberale e addirittura rivendica la paternità
morale di provvedimenti interventisti presi da un governo, appunto, guidato
da socialisti.

E preferisco non aggiungere altro.


mercoledì 16 luglio 2014

Scorie - Caccia alle streghe

"Gli ultimi anni sono stati di certo molto animati dal dibattito "pro o
contro Ogm" sempre incentrato su argomentazioni scientifiche volte a
supportare le tesi "risk-no risk". Oggi credo si debba ragionevolmente
spostare l'attenzione su un piano più corretto di valutazione politica,
oltreché scientifica, circa le convenienze economiche e sociali che il
sistema nazionale sceglie di perseguire. In un momento di forte contrazione
delle risorse quelle destinate alla ricerca in agricoltura sono obbligate
ad essere valutate all'interno di una scala di priorità."
(M. Martina)

Maurizio Martina, ministro delle Politiche agricole, interviene nel
dibattito sugli Ogm in risposta alle argomentazioni avanzate da diversi
scienziati sul Sole 24 Ore. Nel farlo, Martina si produce in un lungo
comizio nel quale, oltre ad affermare cose non vere, elude un punto
centrale: la liberà (di scelta da parte) degli agricoltori.

Ciò che io credo non corrisponda a verità è che il dibattito sia
"incentrato su argomentazioni scientifiche": da parte di coloro che si
oppongono alle coltivazioni Ogm vi è un approccio che di scientifico ha
solo l'uso dell'intolleranza e, non di rado, della violenza, come
dimostrano le ripetute devastazioni inflitte ai campi di Giorgio Fidenato
coltivati a mais Ogm. La stessa azione di lobbying a livello europeo per
ridare ai singoli Stati membri la facoltà di vietare sul proprio territorio
le coltivazioni Ogm autorizzate dall'Unione europea non ha nulla di
scientifico e tutto di politico.

In effetti è grottesco vedere e ascoltare persone (peraltro prive di
qualsivoglia competenza in materia) che un giorno sì e l'altro pure
invocano "più Europa" come soluzione a ogni problema, tirare in causa, con
argomentazioni meno che deboli, la difesa della biodiversità per
giustificare in questo caso la rinazionalizzazione della normativa. Il
tutto per vietare coltivazioni Ogm già ampiamente diffuse in tutto il
mondo, per le quali è possibile la coesistenza con altre colture e,
soprattutto, i cui prodotti da anni importiamo abbondantemente per
alimentare il bestiame.

Non si tratta, quindi, di stabilire che i pochi soldi da destinare a
ricerca pubblica debbano essere utilizzati per altre cose. Io leggo con
ribrezzo l'idea che chi governa debba stabilire "le convenienze economiche
e sociali che il sistema nazionale sceglie di perseguire", perché ritengo
che si tratti di scelte che dovrebbero fare i singoli.

Ma la cosa peggiore resta la negazione della libertà per un agricoltore di
scegliere cosa coltivare su un terreno di sua proprietà investendo soldi
propri. Qui è del tutto fuori luogo aggrapparsi alle scarse risorse da
destinare alla ricerca.

Qui si tratta semplicemente di lasciare che ognuno sia libero di fare con
ciò che gli appartiene quello che vuole, nel rispetto della proprietà
altrui. Concetti evidentemente sconosciuti a chi approccia questa materia
con lo spirito da caccia alle streghe.

martedì 15 luglio 2014

Scorie - Il tiranno e l'evasore (dalla realtà)

Ogni tanto mi viene segnalata qualche prodezza di letteratura economica di
Paolo Barnard, alfiere italiano della Modern Money Theory (MMT). In un suo
recente pezzo, dal titolo "Il tiranno e l'evasore", Barnard conclude che
"lo Stato monopolista della moneta che ci tassa obbligatoriamente in quella
moneta ma che fa il pareggio di bilancio è un TIRANNO. L'EVASORE, in queste
condizioni, è un PATRIOTA, che lotta per far sopravvivere l'economia contro
il TIRANNO". Ho solo messo le parole di Barnard in corsivo, mentre suo è
l'uso del maiuscolo, delle sottolineature e del grassetto. Anche nel
prosieguo riporterò in questo modo le affermazioni di questo profeta della
MMT.

Giova ricordare, in estrema sintesi, che secondo i sostenitori della MMT la
spesa in deficit finanziata con denaro creato dal nulla non solo non è un
problema, bensì rappresenta la panacea per tutti i mali dell'economia. La
spesa pubblica in deficit è considerata ricchezza finanziaria privata.
Ovviamente non viene fatta distinzione con la ricchezza reale, e questo è
un problema non da poco, visto che il denaro creato dal nulla non è di per
sé ricchezza reale, come lo stesso Barnard riconosce. E in effetti nella
logica della MMT la tassazione serve per lo più per imporre l'uso della
moneta a corso legale, oltre che a contenere l'inflazione, diminuendo la
moneta in circolazione.

Secondo la logica (a dire il vero per nulla logica) della MMT, quello del
perseguimento del pareggio di bilancio da parte di uno Stato è un proposito
deleterio, perché "il settore privato deve ottenere il denaro dello Stato
con cui assumere la gente. Ma come fa? Aspetta che lo Stato faccia la spesa
pubblica". Pare, quindi, che senza uno Stato che faccia spesa pubblica non
possa esserci alcuna produzione nel settore privato. Senza la spesa
pubblica, saremmo tutti quanti destinati a morire di stenti.

Ora, indubbiamente in un sistema statalista sono diverse le imprese del
settore privato che forniscono beni e servizi (quasi) esclusivamente alle
amministrazioni pubbliche; per queste imprese una riduzione della spesa
pubblica significa dover cercare altri clienti o chiudere i battenti. E'
altrettanto vero, però, che la maggior parte del settore privato non ha
nulla a che fare con lo Stato, se non quando ne deve subirne gli intralci
burocratici e il pesante carico fiscale. Per costoro uno Stato meno
spendaccione e intrusivo sarebbe un toccasana.

D'altra parte, applicando con coerenza il ragionamento di Barnard, si
dovrebbe concludere che la soluzione ideale sarebbe la totale
statalizzazione del sistema economico. Roba da socialismo reale, insomma.
Un sistema che, volendo sorvolare sulla soppressione della libertà degli
individui, ha portato sempre e comunque a risultati miserrimi dal punto di
vista economico.

Ma evidentemente Barnard non pensa a un approdo vero e proprio al
socialismo (anche se ciò a lungo andare sarebbe a mio parere inevitabile
per un sistema in cui si seguissero i dettami della MMT), per cui si pone
il problema di come possa fare il settore privato a ottenere la moneta che
serve per pagare le tasse. Nel suo modo di vedere l'economia, se lo Stato
non è in deficit il settore privato non può sopravvivere perché non riesce
a ottenere moneta.

Infatti: "Lo Stato che fa il pareggio di bilancio è un TIRANNO, visto che è
lui il monopolista della moneta e ci obbliga tutti a guadagnare quella, ma
ce ne dà 100 e ce ne toglie 100 in tasse, per cui al settore privato non
rimane nulla con cui assumere".

La conseguenza è che se lo Stato persegue il pareggio di bilancio, il
settore privato può solo "Licenziare, fallire, diventare povero. Oppure
EVADERE. Oppure creare il SOMMERSO. Cioè tenersi autonomamente i soldi
dello Stato per assumere e lavorare. Non c'è altra scelta".

In realtà le cose non stanno proprio così. E' indubbiamente vero che la
spesa pubblica in deficit, finanziata mediante l'emissione di titoli di
Stato, comporta una espansione della base monetaria ogni volta che quei
titoli non sono pagati con risparmio reale. Per intenderci: se il signor
Rossi ha risparmiato 100 euro e con quei soldi sottoscrive titoli di Stato,
l'emissione di titoli non comporta direttamente un aumento di base
monetaria. Viceversa, se quei titoli sono sottoscritti da banche e
utilizzati come collaterale per ottenere liquidità dalla banca centrale,
oppure sono acquistati dalla stessa banca centrale, la base monetaria
aumenta.

Ma l'emissione di moneta non avviene solo a fronte di debiti pubblici,
bensì anche a fronte di debiti privati. In primo luogo, perché le banche
possono usare come collaterale anche obbligazioni o prestiti a emittenti
privati per ottenere denaro dalla banca centrale; in secondo luogo perché
la stessa banca centrale, può, volendo, comprare obbligazioni emesse da
privati.

Last, but not least, perché nei sistemi bancari a riserva frazionaria anche
le banche commerciali creano denaro dal nulla, erogando prestiti a fronte
di depositi a vista e mantenendo solo una frazione di essi come riserva
liquida presso la banca centrale.

Resta il fatto che non è la quantità di moneta a determinare la maggiore o
minore ricchezza prodotta da un sistema economico. La moneta è solo un
mezzo di scambio, e creare moneta dal nulla non fa che aumentare il potere
di acquisto dei primi percettori a scapito degli altri. In altri termini,
le variazioni della quantità di moneta hanno effetti redistributivi, ma non
producono di per sé aumenti o riduzioni di ricchezza reale.

Piuttosto che considerare un patriota l'evasore fiscale perché contrasta
l'azione di uno Stato che non fa abbastanza deficit (invece di riflettere
sulla difesa della proprietà privata che dovrebbe essere l'unico motivo per
giustificare l'evasione), Barnard potrebbe iniziare a mettere in
discussione le fondamenta della MMT, a partire dal fatto che lo Stato non è
indispensabile per il funzionamento del settore privato, bensì questo
funziona nonostante lo Stato. Ppotrebbe poi proseguire ragionando sulla
natura e la funzione del denaro, che nello schema della MMT è destinato a
far implodere il sistema economico dopo averlo condotto al socialismo, dato
che lo Stato deve crescere sempre più e imporre ai privati di usare tutta
la moneta che crea. Non sarebbe meglio togliere allo Stato il monopolio
sulla moneta lasciando che la stessa sia prodotta sul mercato senza
imposizioni legali sul suo utilizzo? Non è evidente che se la moneta è un
bene la cui offerta può tendere a infinito senza costi di produzione il suo
potere d'acquisto non può che tendere a zero, anche in presenza di
imposizioni di legge su suo utilizzo?

Potrei proseguire, ma mi rendo conto che chiedere a un evasore totale dalla
realtà di iniziare a rimettere i piedi per terra equivale a sprecare tempo.

lunedì 14 luglio 2014

Scorie - Tornano sempre i peggiori

"Sì, sento qualcuno di voi replicare: e a proposito dell'inflazione sui
prezzi degli asset? Risposta: è una gran cosa! La decisiva dinamica dietro
la storia di successo della Fed è stata, a mio parere, la risalita dei
prezzi delle azioni. Perché? I guadagni in conto capitale sono l'unica
attività a fronte della quale non c'è una passività. Quindi, un aumento dei
prezzi delle azioni ripara endogenamente i bilanci del settore privato che
hanno troppo debito e troppo poco capitale. Un semplice esempio: se il
proprietario di una casa ha un debito superiore al valore della casa, ci
sono due modi per risolvere il problema. La banca può ridurre il mutuo,
oppure il valore di mercato della casa può salire al di sopra dell'importo
del mutuo… I guadagni in conto capitale – che siano o meno realizzati! –
lavorano per ridurre la leva di bilanci del settore privato con troppi
debiti, il cancro fondamentale di una trappola di liquidità."
(P. McCulley)

Paul McCulley è tornato a lavorare come capo economista per PIMCO, grande
società di gestione (prevalentemente) obbligazionaria del gruppo Allianz.
Evidentemente a PIMCO sentivano una carenza di keynesismo e sono corsi ai
ripari.

Il modo di ragionare di McCulley è tipico di coloro che si concentrano
sulle grandezze nominali e, soprattutto, su ciò che si vede, tralasciando
completamente ciò che non si vede. Ovviamente da chi segue Keynes non ci si
può aspettare un apprezzamento (e neppure la conoscenza, spesso) di Bastiat
e Hazlitt.

Posto che finora la crescita dei prezzi al consumo, per come misurata dagli
istituti di statistica, è piuttosto contenuta, c'è chi fa notare, a mio
parere giustamente, che le politiche monetarie espansive hanno (ri)gonfiato
i prezzi delle attività finanziarie. Occorre precisare che anche un
andamento quasi piatto degli indici dei prezzi al consumo non equivale ad
assenza di effetti delle politiche monetarie espansive, perché i prezzi
relativi comunque sono influenzati e, in generale, gli indici potrebbero
anche aver registrato un andamento decrescente in assenza di tali
politiche. Il che sarebbe visto dai keynesiani (e non solo da loro) come
una catastrofe, ma, come ogni variazione dei prezzi, avrebbe danneggiato
qualcuno e beneficiato altri.

Secondo McCulley il rigonfiamento dei prezzi degli asset è "una gran cosa",
perché questo sanerebbe i bilanci ingolfati di debiti. Affermazione che
suscita in me diverse perplessità.

Innanzitutto non è del tutto vero che a fronte dei rialzi dei prezzi delle
azioni (o di altri asset) non vi sono passività. Se quel rialzo è dovuto
all'espansione della base monetaria (cosa che pare ammettere lo stesso
McCulley), c'è in realtà un aumento del debito in circolazione, dato che
ogni emissione di moneta è fatta a fronte di un debito nei sistemi monetari
attuali. E in effetti il debito complessivo in questi anni di politiche
monetarie ultraespansive non è affatto diminuito.

Inoltre la riparazione dei bilanci via aumento dei prezzi delle azioni (e
di altri asset) non può essere considerata "endogena" se dovuta a politiche
monetarie espansive. Men che meno è indifferente che i guadagni in conto
capitale siano realizzati oppure no. Seguendo l'esempio fatto da McCulley,
se il prezzo di una casa aumenta per effetto della politica monetaria, il
bilancio del debitore viene risanato effettivamente solo se la casa viene
ceduta (si suppone che quella casa non sia concessa in locazione, per cui
non generi flussi di cassa) e il debito viene estinto con i proventi della
cessione dell'immobile. Se, viceversa, il debitore è in grado di produrre
redditi tali da continuare a pagare il mutuo nonostante il valore della
casa sia inferiore al debito residuo, quel debito è sostenibile, a
prescindere dal fatto che la garanzia per il creditore sia inferiore
all'importo del credito.

Non parrebbe, però, essere questo il caso a cui fa riferimento McCulley,
che, al contrario, pare prendere in considerazione quei tanti casi in cui
il valore dell'immobile è determinante per la solvibilità del debitore. In
questo caso, sapere che il valore è gonfiato da politiche monetarie
espansive espone tanto il debitore quanto il creditore al rischio di un
successivo calo del valore stesso, come è già successo nel 2007/2008.

Quindi il rialzo dei prezzi causato dalla politica monetaria espansiva non
risana un bel nulla. D'altra parte il cosiddetto "effetto ricchezza", tanto
caro ai keynesiani, è alla base dell'aumento dei consumi a debito
finanziati con mutui accesi per importi crescenti durante il periodo in cui
i prezzi degli immobili (o di altri asset da usare come garanzia) continua
a crescere per effetto di politiche monetarie espansive. Una crescita
evidentemente insostenibile, che finisce per mandare "sott'acqua" il
debitore (e fa perdere soldi al creditore) quando la bolla scoppia.

Ciò detto, il risanamento fittizio di coloro che hanno debiti insostenibili
è ciò che si vede. Ciò che non si vede è la mancata riallocazione (o la
distorsione nella riallocazione) delle risorse che restano allocate in
investimenti errati favoriti da politiche monetarie espansive (e quindi
distorsive) invece di poter essere disponibili a prezzi inferiori per nuove
attività.

Tornando all'esempio di McCulley, ciò che non si vede è la mancata
opportunità per chi vuole acquistare oggi un immobile di pagarlo meno di
quanto è costretto a pagarlo (seppure il prezzo sia inferiore al picco pre
crisi) per effetto delle politiche monetarie espansive.

In conclusione, credere che la cura sia aumentare la dose di ciò che ha
causato la malattia a me continua a parere assurdo, soprattutto dopo tutti
questi anni.

Ai keynesiani no.

venerdì 11 luglio 2014

Scorie - Diritti compressi o ricavi compressi?

"Le disposizioni del decreto legge, escludendo l'utilizzo della stampa per
la pubblicazione di una serie di importanti informazioni delle società
quotate, comportano un'oggettiva compressione della facilità di accesso a
notizie importanti per il mondo degli investitori e dei risparmiatori."
(M. Costa)

Maurizio Costa, presidente della Fieg, si lamenta a nome dei propri
rappresentati per via di un provvedimento che rimuoverebbe l'obbligo da
parte delle società quotate in Borsa di pubblicare a pagamento sui giornali
"una serie di importanti informazioni".

La conferma che si tratta di una battaglia di retroguardia di una
corporazione viene dalla smentita (non sollecitata) da parte dello stesso
Costa. Secondo la Fieg, consentire la pubblicazione delle stesse
informazioni su siti internet comporterebbe "un'oggettiva compressione
della facilità di accesso a notizie importanti per il mondo degli
investitori e dei risparmiatori".

La parte più corposa delle "importanti notizie" riguarda la pubblicazione
della sezione relativa ai rischi connessi all'investimento in occasione di
offerte pubbliche di sottoscrizione/vendita. Le società emittenti sono
costrette da un approccio paranoico del legislatore e dei regolatori
italiani a compilare una sezione rischi nella quale sono incluse poche
informazioni di buon senso e una miriade di informazioni inutili o
superflue, prova ne sia che i prospetti informativi in Italia sono molto
più voluminosi che altrove.

Posto che così si confondono i concetti di quantità e di qualità delle
informazioni (cosa peraltro non imputabile alla Fieg, ma al legislatore e
alla Consob), rendere la pubblicazione obbligatoria su almeno un quotidiano
non credo conferisca alcun reale beneficio a chi fosse eventualmente
interessato a leggere quelle informazioni. Anche perché, per comprimere lo
spazio (e il costo), le società scrivono con caratteri visibili solo al
microscopio.

Gli unici veri beneficiari sono, quindi, i giornali, che vendono spazi e
aumentano gli introiti (poco o tanto che sia, non fa differenza da un punto
di vista del principio) solo in virtù dell'obbligo posto a carico delle
società quotate o quotande.

Almeno avessero la decenza di non spacciare un loro interesse per quello
degli investitori.

giovedì 10 luglio 2014

Scorie - Debiti digitali

"Ogni singolo euro investito in infrastrutture digitali va escluso dal
Patto di stabilità Ue. Quello tra austerity e flessibilità è un derby
ideologico. Perché se io investo nelle infrastrutture digitali, io investo
nel futuro e non è un costo, rispetto certo le raccomandazioni europee ma
vengo incontro alle persone e non è un costo."
(M. Renzi)

Intervenendo a un evento sul tema delle applicazioni e delle infrastrutture
digitali, Matteo Renzi ha colto la palla al balzo per rilanciare il solito
cavallo di battaglia socialista: escludere dal calcolo del deficit pubblico
le spese per investimenti in questo o quel settore. Ovviamente il settore è
quello del quale si sta di volta in volta discutendo.

C'è sempre un duplice problema: in primo luogo, stabilire cosa è
investimento pubblico e cosa spesa corrente è, in ultima analisi, una
decisione politica, il che comporta il rischio che passi per investimento
qualsiasi spesa. In fin dei conti, quando Renzi afferma "vengo incontro
alle persone e non è un costo", potrebbe riferirsi a tante cose, dato che
per ogni euro speso c'è qualche beneficiario al quale indubbiamente si è
andati incontro. Perfino assumere un dipendente pubblico e metterlo a
scaldare una sedia equivale ad andargli incontro (ovviamente con i soldi
altrui) e a priori si può pure sostenere che la produttività di quella
persona sarà superiore al costo. Il problema è che ex post la cosa potrebbe
non essere vera (spesso non lo è), ma guai poi a toccare quel posto di
lavoro.

In secondo luogo, ogni spesa, anche se classificata come investimento,
necessita di essere finanziata con denaro. E il denaro lo Stato lo può
prendere solo tassando oggi o indebitandosi (e quindi tassando domani,
direttamente o mediante inflazione). Quindi si può anche far finta che il
deficit non esista, o che il bilancio sia in surplus, ma si tratterebbe
semplicemente di creare una discrepanza tra la realtà e la rappresentazione
contabile. Quanto, poi, alla redditività futura dell'investimento, spesso a
consuntivo i conti non tornano, come accennavo poc'anzi.

Ciò detto, ben vengano le infrastrutture digitali, ma non si vede per quale
motivo debbano essere pubbliche. Non è lo Stato che deve fare investimenti,
bensì i privati, che assumono rischi in proprio e non impongono ad altri (i
cosiddetti contribuenti) di assumere rischi e oneri di iniziative prese dal
pianificatore governativo di turno.

A forza di investimenti per il futuro di qualcuno, il debito pubblico
accumulato è enorme. O facciamo finta che non ci sia neppure quello?

mercoledì 9 luglio 2014

Scorie - Sulla bellezza delle tasse

"Quello che possiamo assicurare come Agenzia è il massimo impegno. Legando
le tasse alla cittadinanza e alla legalità si può trasmettere il messaggio
che "le tasse sono una cosa bella", come disse l'ex ministro dell'Economia,
Tommaso Padoa-Schioppa."
(R. Orlandi)

Rossella Orlandi ha sostituito Attilio Befera al vertice dell'Agenzia delle
entrate. Probabilmente desiderosa di apparire subito come una autentica
paladina della tassazione, Orlandi non ha avuto alcun timore di scadere
nella banalità, e ha pensato di ricorrere a un evergreen della retorica del
buon gabelliere: la citazione di Tommaso Padoa-Schioppa sulla bellezza
delle tasse.

Indubbiamente per chi appartiene da sempre (e conta di continuare ad
appartenere) alla schiera di coloro che John Calhoun definiva consumatori
di tasse, ogni tributo è bello e rappresenta fonte di sostentamento, quando
non di prosperità.

Credo però sia abbastanza indisponente affermare senza alcuna remora che le
tasse siano belle, quanto meno perché esiste anche la categoria (sempre
facendo riferimento a Calhoun) dei produttori di tasse. I quali saranno
probabilmente insensibili ed egoisti, ma solitamente non gioiscono quando
vengono istituite nuove tasse o inasprite quelle esistenti. Men che meno
sono pieni di giubilo quando le pagano. Insomma: non vanno a pagare le
tasse con lo stesso spirito con cui partono per una vacanza.

Dalle parole della signora Orlandi parrebbe di dover dedurre che le tasse
siano il collante che unisce i cittadini. A me pare vero il contrario: le
tasse dividono i cittadini tra coloro che producono e coloro che vivono
della produzione altrui.

Le tasse sono quanto di più divisivo possa esserci, mettendo gli uni contro
gli altri. Non a caso è piuttosto frequente sentire qualcuno invocare un
calo delle proprie tasse e un aumento di quelle altrui. Definire belle le
tasse non significa incentivare le persone a essere solidali con il
prossimo, ma a cercare di vivere alle spalle del prossimo, forzando gli
altri a essere solidali verso di sé.

Se il buongiorno si vede dal mattino, non mi meraviglierei se arrivassimo a
renderci conto che si stava meglio quando si stava peggio, ai tempi di
Befera.

martedì 8 luglio 2014

Scorie - Lo chiamano grande comunicatore

"L'Europa non può diventare l'Europa delle burocrazie e delle banche.
Bisogna difendere l'Europa dall'assalto dei tecnocrati per farne sempre di
più la patria dei cittadini, perché l'Europa ha senso e futuro se riesce a
mettere insieme i cittadini… non serve avere una moneta comune se non hai
in comune un destino."
(M. Renzi)

Quando in Italia una persona le spara sempre più grosse ogni giorno che
passa, invece di essere considerato un ciarlatano viene elogiato come
"grande comunicatore" e finisce anche per ottenere un grande successo
elettorale.

Negli ultimi giorni Renzi ha detto e ridetto una serie di banalità
sull'Europa e sulle riforme, roba quasi da bar sport (senza offesa per i
bar sport e i loro frequentatori), ma questo è il suo momento, quindi giù
elogi a destra e a manca. Vorrei scorrere rapidamente le affermazioni che
ho riportato.

1) L'Europa non può diventare l'Europa delle burocrazie e delle banche. Ho
una notizia per il presidente del Consiglio: l'Europa è già nelle mani
delle burocrazie da tempo; quanto alle banche, la sua parte politica è
quella che va per la maggiore nei gangli del potere bancario.

2) Bisogna difendere l'Europa dall'assalto dei tecnocrati per farne sempre
di più la patria dei cittadini, perché l'Europa ha senso e futuro se riesce
a mettere insieme i cittadini. Una variazione sul tema di cui al punto 1).
L'Europa non ha bisogno di essere presa d'assalto dai tecnocrati, perché
costoro sono già saldamente al potere da decenni. La stessa Italia da anni
affida l'unico ministero che conta a tecnocrati. Quanto ai cittadini, non
credo che abbiano bisogno dell'Unione europea per mettersi assieme, ammesso
che lo vogliano.

3) Non serve avere una moneta comune se non hai in comune un destino.
Questa è probabilmente la sciocchezza più grande. Sostenere una cosa del
genere equivale a non avere la minima idea di cosa sia la moneta, oppure a
considerare imbecilli i propri interlocutori. La moneta è un mezzo di
scambio; la sua funzione principale consiste nel facilitare gli scambi
indiretti, ossia nel consentire scambi che non si riducano al baratto. Il
destino di chi usa una stessa moneta non è affatto detto che debba essere
comune. In parte lo è nei sistemi monetari attuali, basati su monete fiat a
corso legale emesse da banche centrali le cui politiche monetarie hanno
ripercussioni su chi utilizza la moneta. Ma invece di voler uniformare del
tutto i destini, sarebbe meglio tornare a monete sane lasciate al libero
mercato e alle decisioni di chi le deve utilizzare.

Ovviamente non mi aspetto da Renzi ragionamenti del genere. Né, ahimè, mi
aspetto che questa posizione prevalga tra le persone che applaudono
quotidianamente alle sue ciarlatanate.

lunedì 7 luglio 2014

Scorie - Lubrificante

"Chi non sarebbe contento se i prezzi scendono e rimpolpano il potere
d'acquisto dei redditi? Ma questa "ragionevolezza" è un altro esempio di
"fallacia della composizione": quel che è buono per un individuo non è
necessariamente vantaggioso per la comunità. La deflazione intralcia
l'allocazione delle risorse: spostare capitale e lavoro tra settori è ha
bisogno di un po' di inflazione che agisca da lubrificante. La deflazione
incoraggia l'attendismo nella spesa, e i rimandi tolgono carburante
all'economia. La deflazione rende più pesante per i debitori restituire il
capitale… Cosa dovrebbe fare la politica monetaria in questa situazione?
C'è un amuleto contro la deflazione: creare moneta."
(F. Galimberti)

Non è una novità che Fabrizio Galimberti sia convinto che l'inflazione,
entro certi limiti (ovviamente arbitrari), sia benefica. Per dimostrare
l'indimostrabile, ricorre ad argomentazioni che possono essere utilizzate
simmetricamente, ma pare non rendersene conto.

Premesso che nell'aggregare le situazioni di soggetti diversi si entra
sempre su un terreno scivoloso, essendo soggettive le valutazioni di
utilità dei singoli, l'argomento della "fallacia della composizione" può
essere usato anche nel senso opposto a quello preferito da Galimberti. Lui
ritiene che un po' di inflazione sia positiva, ma è evidentemente che anche
quel po' (sempre arbitrario) conferisce benefici a taluni e danneggia
altri.

Anche l'inflazione, quindi, distorce l'allocazione delle risorse: spinge
capitale e lavoro nei settori dove tendono a formarsi bolle e induce ad
anticipare spese al solo scopo di evitare un ulteriore aumento dei prezzi.
E se è indubbiamente vero che la deflazione rende più pesante per i
debitori restituire il capitale, è altrettanto vero che l'inflazione rende
più leggero il capitale ottenuto in rimborso dai creditori.

L'idea che serva una certa dose di inflazione per "lubrificare" il sistema
economico è dovuta, da un lato, alla considerazione che certi prezzi siano
rigidi al ribasso (un fenomeno non certo spontaneo); dall'altro, a un
pregiudizio favorevole ai debitori, che però non trova alcuna
giustificazione.

Resta il fatto che l'inflazione non è un fenomeno endogeno del mercato,
bensì un elemento esogeno dovuto alle politiche monetarie espansive.
Quindi, tornando al punto di partenza, se è vero che tanto con la
deflazione quanto con l'inflazione c'è che ottiene benefici e chi è
danneggiato, ciò che si può affermare con certezza è che nel caso
dell'inflazione l'effetto redistributivo è sempre attribuibile a un
intervento esogeno al mercato.

Ovviamente Galimberti ritiene che per contrastare la deflazione ci sia un
"amuleto": creare moneta. E se qualcuno gli facesse notare che finora ne è
stata creata parecchia, ribatterebbe che non ne è stata creata abbastanza.

E non lo sarà finché non annegheremo nel "lubrificante".

venerdì 4 luglio 2014

Scorie - Meno male che Janet ci rassicura

"Non c'è necessità di cambiare l'attuale politica monetaria per affrontare
le preoccupazioni sulla stabilità finanziaria. Anche se un livello basso
dei tassi può aumentare la tendenza ad assumere più rischi… Le autorità di
regolamentazione devono completare gli sforzi per rafforzare la resistenza
del sistema finanziario globale."
(J. Yellen)

Avendo ormai azzerato i tassi di interesse e comprato di tutto e di più
creando base monetaria, la Fed sta cercando da mesi, per bocca del
presidente in carica Janet Yellen, di elargire parole rassicuranti a coloro
che, intossicati dalla droga monetaria, potrebbero essere colti da crisi di
astinenza qualora il pusher divenisse meno generoso nel soddisfare le loro
richieste.

Il problema a me pare evidente: mai come negli ultimi anni le banche
centrali, a partire proprio dalla Fed, avevano aumentato le dimensioni del
loro bilancio imbottendosi di titoli comprati creando moneta dal nulla, e
adesso si trovano seduti su tonnellate di esplosivo che potrebbe scoppiare
da un momento all'altro.

Una delle costanti nella comunicazione della Fed è negare che la politica
monetaria possa indurre instabilità finanziaria. Dato, però, che anche i
più propensi a credere a queste autentiche bugie iniziano ad avere qualche
sospetto, le rassicurazioni si avvolgono in un mantello pseudo-scientifico,
tirando in ballo provvedimenti macro-prudenziali per contrastare eventuali
pericoli di instabilità.

Ecco, quindi, il richiamo alla regolamentazione, che non è mai sufficiente,
nonostante centinaia di migliaia di pagine di regole facciano del settore
finanziario (e bancario in particolare) quello probabilmente più
regolamentato al mondo.

Resta il fatto che quantità e qualità non sono la stessa cosa: se si
aggiungono regole errate e distorsive del mercato ad altre regole errate e
distorsive del mercato la situazione non può certo migliorare. Né, nel caso
specifico, può diminuire il rischio di instabilità finanziaria.

I discorsi rassicuranti hanno l'obiettivo di evitare che si crei il panico,
ma il risultato pratico è semplicemente quello di creare l'aspettativa che
la Fed continuerà a essere "accomodante" (un eufemismo utilizzato per dire
che continuerà a stampare) a tempo indeterminato. Il che non fa altro che
aumentare le dimensioni e il potenziale distruttivo della prossima
deflagrazione.

giovedì 3 luglio 2014

Scorie - Sul diritto di chiudere la porta

"Personalmente sono favorevole all'abolizione del contante. Ma se non si
vuole arrivare a questo si può comunque lavorare in quella direzione
introducendo una serie di limiti… L'iniziativa minima per contrastare
l'evasione, oltre ad abolire le banconote di grosso taglio, è ridurre la
soglia per le transazioni in contanti, da 1.000 a 550 euro, provvedendo nel
contempo all'aumento delle deduzioni volto a far emergere pagamenti che
potrebbero restare sotto traccia… Dopo un anno si valuta la situazione e se
il programma ha funzionato… ci si può fermare lì. Altrimenti si passa
all'abolizione del contante."
(S. Simontacchi)

Stefano Simontacchi è docente di tassazione in una università olandese e,
come molti "tecnici" che si occupano di questioni fiscali, evidentemente ha
sentito il dovere di dare un contributo all'affermazione del principio
della "legalità fiscale".

Un contributo non particolarmente originale, se vogliamo: il contrasto
all'uso del contante, fino alla sua abolizione, se necessario. Di recente
mi sono occupato a più riprese di questo tema e non mi stancherò mai di
ripetere che l'eliminazione coercitiva del contante sarebbe un evento
sciagurato, perché rimuoverebbe una delle poche difese che il cosiddetto
contribuente ha nei confronti dell'aggressione fiscale.

Il mondo si sta velocemente indirizzando (ed è prossimo al capolinea) verso
la realizzazione di uno scenario orwelliano nel quale ognuno è soggetto al
controllo pressoché totale da parte di uno o più Stati di ciò che fa e di
ciò che ha. Ciò che continua a stupirmi è la diffusa noncuranza nei
confronti di questo trend.

Per ogni nuovo controllo la reazione tipica è: "se non fai nulla di male
non hai nulla da temere". Il problema è che ciò che è male viene spesso
arbitrariamente deciso da chi governa. Ne consegue che se non ci sono
difese contro l'aggressione alla proprietà, tale aggressione può essere
evitata solo nei limiti della "benevolenza" dell'aggressore.

Un conto è lasciare aperta la porta di casa perché ci si fida; altra cosa è
non poter chiudere a chiave la porta di casa perché ciò è proibito. Chi
sostiene l'abolizione del contante e la completa tracciabilità di tutti i
movimenti di denaro (e non solo) sembra ignorare questa differenza
sostanziale.

Peccato che rimettere la serratura una volta rimossa non sarà affatto
semplice.

mercoledì 2 luglio 2014

Scorie - (Dis)parità

"Noi abbiamo bisogno che più imprese facciano della diversità di genere una
priorità quando assumono e promuovono."
(B. Obama)

Nel presentare una proposta di legge del partito democratico statunitense
volta a imporre la parità di retribuzione tra uomini e donne, Barack Obama
ha detto queste parole, che ovviamente hanno accelerato il battito cardiaco
degli egualitaristi politicamente corretti di ogni angolo del pianeta.

Alla base della proposta di imporre per legge l'ennesimo vincolo alla
libertà contrattuale vi è l'idea che due persone che fanno lo stesso lavoro
debbano essere retribuite in eguale misura, senza differenze di genere.
Un'idea che a prima vista parrebbe essere ineccepibile, ma che a mio parere
è da rigettare completamente.

Non solo non dovrebbero esservi vincoli e imposizioni legislative per
livellare la retribuzione tra due persone di diverso genere, ma neppure tra
due persone dello stesso genere. In altre parole, la retribuzione dovrebbe
essere null'altro che un elemento del contratto di lavoro stipulato su base
individuale tra datore di lavoro e lavoratore.

Non dovrebbe essere il legislatore a individuare il livello della
retribuzione, bensì il mercato. Il legislatore non può avere le conoscenze
per sostituirsi al parere del datore di lavoro nel valutare quanto pagare
una persona. Anche perché è il datore di lavoro che, se sbaglia
valutazione, ne paga le conseguenze. Se la retribuzione offerta è
insufficiente, una persona può cercare un altro lavoro meglio retribuito.
Questo a prescindere dal fatto che la retribuzione attuale sia superiore o
inferiore a quella percepita dai colleghi dello stesso genere o di diverso
genere.

L'effetto della parificazione per legge delle retribuzioni non è dissimile
da quello della fissazione di limiti minimi (o massimi) alle retribuzioni
stesse: precludere a un certo numero di persone di ottenere un lavoro. Si
dirà che la cosa è pur sempre superabile imponendo le cosiddette "quote
rosa". Ma anche quella sarebbe nulla di più che un intervento introdotto
per tentare di porre rimedio agli effetti di un intervento precedente.

Processo tipico di ogni interventismo, che ha uno sbocco naturale: passare
dal socialismo parziale al socialismo totale. A quel punto non solo si
potrà avere parità di retribuzione tra generi, ma anche tra lavori diversi.

La storia dovrebbe sconsigliare dall'incamminarsi lungo quella strada.
Eppure sono sempre tanti coloro che vorrebbero correre in quella direzione.
Ahimè.

martedì 1 luglio 2014

Scorie - Legalità o totalitarismo?

"L'evasione fiscale ha effetti distorsivi sull'allocazione delle risorse e
interferisce con il normale funzionamento della concorrenza nel mercato."
(P. C. Padoan)

In occasione del 240 anniversario della istituzione della Guardia di
Finanza, il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan ha pronunciato le
parole che ho riportato, che poi non sono altro che un copia e incolla di
quello che tutti i suoi predecessori hanno detto in occasioni simili.

La narrazione di quelli che credono (o vogliono far credere) che il
problema dei problemi dell'Italia sia l'evasione fiscale si basa su alcuni
punti fissi, uno dei quali è proprio la presunta distorsione
sull'allocazione delle risorse e sulla concorrenza nel mercato.

Nei principali mezzi di informazione nessuno osa mettere in discussione i
mantra legalitari dei fautori della lotta all'evasione fiscale. E non mi
riferisco tanto al fatto che qualcuno potrebbe introdurre l'argomento della
difesa della proprietà dall'aggressione dello Stato, che pure trovo essere
il punto fondamentale da opporre ai tassatori e a chi (acriticamente) li
sostiene. Generalmente appaiono solo timide contestazioni circa le
complicazioni a cui va incontro il cosiddetto contribuente, ma se si tratta
di intervistare il ministro, o il capo della Guardia di Finanza, o
dell'Agenzia delle Entrate, l'intervistatore pone all'intervistato domande
in stile Fabio Fazio quando il suo ospite a Che Tempo che Fa è un esponente
del PD.

Eppure proprio in merito alla presunta distorsione che l'evasione fiscale
produrrebbe nell'allocazione delle risorse e nella concorrenza si potrebbe
evidenziare che ogni forma di interventismo, a partire da quello fiscale,
genera effetti distorsivi.

Non generano forse distorsioni l'aumento delle imposte a un settore o gli
sgravi a un altro settore? Non genera distorsioni la progressività sancita
dall'articolo 53 della costituzione? Non genera distorsioni perfino
l'ipotesi di una flat tax? Il fatto stesso che la variabile fiscale sia
spesso determinante nelle decisioni che consumatori e imprese si trovano ad
assumere tutti i giorni è una dimostrazione lampante di quanto domanda e
offerta subiscono distorsioni continue per via del fisco.

A questo punto i tassatori e coloro che li sostengono ricorrono in genere a
un altro pezzo forte del loro repertorio: la legalità, intesa come il
dovere di conformarsi a qualsivoglia provvedimento legislativo perché
assunto democraticamente e perché così prevede la costituzione.

Ma nessun provvedimento legislativo può rendere legittimo ciò che è
illegittimo. Può solo renderlo legale. Attenzione, però, a riempirsi la
bocca di democrazia, perché se la si intende come imposizione della volontà
(a prescindere da quanto essa sia legittima) di chi governa basta poco per
rendersi conto che ciò che viene comunemente definito democrazia non è
altro che una forma larvale di totalitarismo.