lunedì 30 giugno 2014

Scorie - La squadra

"Le posizioni europee non sono giochi di potere o un premio nazionale, ma
una responsabilità di governo nello spazio politico europeo, che è il
nostro spazio comune. La Commissione è una squadra per lavorare insieme."
(F. Mogherini)

Se esistesse un premio per le ipocrisie politicamente corrette, Federica
Mogherini, catapultata al vertice del ministero degli Esteri da Renzi
quando decise di disarcionare Enrico (stai sereno) Letta, potrebbe puntare
quanto meno al podio.

Il nome della Mogherini è entrato da qualche giorno nel toto-nomine per le
istituzioni dell'Unione europea, ambito nel quale si procede per
lottizzazioni che quelle nelle aziende partecipate dallo Stato sono roba da
dilettanti.

Forte di una esperienza di quattro mesi come ministro degli Esteri di un
Paese che internazionalmente non conta nulla, la signora Mogherini dovrebbe
sostituire Catherine Ashton come alto rappresentante per gli affari esteri
dell'Unione. Nome altisonante per un ruolo che non ha alcun serio rilievo
politico, prova ne sia che la signora Ashton non è mai stata
l'interlocutore dei ministri degli Esteri dei Paesi extra Ue anche quando
si trattava di questioni europee.

Difficilmente, nonostante la scarsa esperienza, la Mogherini riuscirà a far
rimpiangere chi l'ha preceduta, se le verrà attribuita quella poltrona. Di
certo quanto a banalità politicamente corrette sul gioco di squadra alla
Commissione (concetti da corsi di team building di ultima categoria, quelli
per i quali le aziende continuano a buttare soldi ottenendo effetti
deleteri per i rapporti tra i dipendenti) parla da politica navigata.

Resta il fatto che negare che quelli siano giochi di potere è un gioco di
prestigio mal riuscito.


venerdì 27 giugno 2014

Scorie - Illusionismo finanziario (3/3)

In primo luogo, il maggior potere d'acquisto fornito a imprese e lavoratori
avrebbe inevitabili effetti redistributivi a favore di questi soggetti,
come qualsiasi intervento fiscale o monetario. In altri termini, è bene
come sempre ricordare che un aumento della quantità di moneta (o
simil-moneta) in circolazione non equivale a un aumento di ricchezza reale.
Semplicemente la nuova moneta (o simil-moneta) ha l'effetto di
redistribuire la ricchezza reale. Qualcuno ne trarrebbe benefici, altri
pagherebbero il conto.

Il fatto che si veda chiaramente chi ne trae benefici, mentre sia meno
evidente chi paga il conto è quello su cui puntano i vari illusionisti
finanziar-monetari di tutti i tempi (si ricordi "Ciò che si vede, ciò che
non si vede" scritto da Bastiat oltre un secolo e mezzo fa).

In secondo luogo, qualche dubbio sulla temporaneità dello strumento a
Cattaneo dovrebbe venire. Se questi certificati oggi potessero essere usati
per ridare slancio all'economia (in realtà vi sarebbe un effetto effimero e
illusorio, come sempre quando si ha a che fare con stimoli ascrivibili al
mai abbastanza screditato filone keynesiano), è ragionevole supporre che
domani il loro utilizzo verrebbe invocato nuovamente per non togliere
slancio alla ripresa, o per fare dell'Italia il Paese di bengodi,
apparentemente senza sacrifici per chicchessia.

Trovo sempre difficile individuare il confine tra l'ingenuità e la malafede
da parte di chi propone soluzioni del genere. Bisogna essere molto ingenui
per non accorgersi che non c'è nulla di più permanente di un intervento
statale che promette benessere senza sacrifici immediati (apparenti).
Oppure bisogna essere in malafede, sapendo bene che quella dei certificati
di credito fiscali non sarebbe altro che una tappa verso il recupero della
tanto rimpianta (da parte dei proponenti) "sovranità monetaria".

Anche in questo caso, ben presto lo Stato si troverebbe a dover imporre
l'uso della nuova simil-moneta. La sua emissione con ogni probabilità
avverrebbe in quantità crescenti (altrimenti tanto vale tenersi l'euro,
no?), quindi è ben probabile che i certificati inizierebbero a trattare a
forte sconto sul valore nominale.

In conclusione, anche l'idea dei certificati di credito fiscale non sarebbe
altro che una variante sul tema dell'illusione monetaria. Se la pressione
fiscale è elevata e, ciò nonostante, il bilancio pubblico rimane in
deficit, è illusorio ritenere che il problema sia l'euro e che sarebbe
sufficiente aggiungere una simil-moneta a uso interno per poter abbassare
le tasse.

E' riducendo la spesa e il raggio d'azione dello Stato che la pressione
fiscale può scendere in maniera non illusoria. Nessuna idea finanziaria può
cambiare questa realtà.

giovedì 26 giugno 2014

Scorie - Illusionismo finanziario (2/3)

Secondo Cattaneo i certificati "non sono debito. Lo Stato non li
rimborserà, ma li accetterà per qualsiasi pagamento: è moneta, non debito.
Rispetto al contante tradizionale, però, l'utilizzo è differito di due
anni. Il differimento serve perché al momento dell'utilizzo i certificati
ridurranno gli euro incassati dallo Stato. Finanzio quindi un calo delle
imposte emettendo una "simil-moneta" utilizzabile nei confronti dello Stato
italiano, non in tutta l'area euro. E poiché l'Italia non rimborserà i
certificati in cash, (s'impegna solo ad accettarli in pagamento) ed è sui
debiti da pagare cash che abbiamo vincoli con la Ue, in sede europea non vi
sono valide ragioni per opporsi. Con i certificati non stiamo chiedendo
nulla a nessuno, ci stiamo attrezzando per portare la nostra economia a
regime".

Ora, a parte il fatto che in ambito UE qualche contrarietà potrebbe pure
emergere (ma non è di questo che mi interessa occuparmi), la spiegazione di
Cattaneo non mi sembra rimuovere i motivi di perplessità. La sua idea pare
essere quella di dare una forte spinta all'economia in stile keynesiano (e
in effetti vedremo oltre che, alla fine, sempre a Keynes si arriva con
questi giochetti a cavallo tra debito e moneta), in modo tale da fare
aumentare il Pil grazie alla maggior spesa di imprese e lavoratori,
riassorbendo poi i certificati a partire da due anni dopo l'emissione,
quando potranno essere usati per effettuare pagamenti verso la pubblica
amministrazione (tipicamente: tasse).

Secondo Cattaneo, "bisogna guarire il malato, i cerotti non servono… In un
paio d'anni il malato sarà rimesso in sesto". Ed ecco, come era
inevitabile, la citazione del maestro di tutti questi inventori di
soluzioni magiche: "Per citare Keynes ai tempi della Grande Depressione,
l'auto ha solo la batteria scarica. Sostituendola è in grado di funzionare,
esattamente come prima. Con una spesa a deficit del 6,8% nel 2013 in Italia
il Pil reale sarebbe cresciuto del 2% rispetto al 2012".

Alla fine, gira e rigira, è nella spesa in deficit che viene individuata la
soluzione ultima. E i certificati di credito fiscale altro non sono se non
uno stratagemma per consentire allo Stato di fare deficit senza definirlo
tale. Secondo Cattaneo il deficit sarebbe temporaneo (per tutti i
keynesiani, dal maestro in giù, il deficit è sempre temporaneo ex ante,
peccato non lo sia mai stato ex post, e peccato anche che il riassorbimento
del debito accumulato sia sempre avvenuto mediante massicce dosi di
inflazione e repressione finanziaria); con l'economia "a regime" lo Stato
otterrebbe un maggior gettito fiscale senza più dover emettere questi
certificati.

Vissero tutti felici e contenti, dunque? A me pare ancora di no.

Di questo mi occuperò nella parte conclusiva.

mercoledì 25 giugno 2014

Scorie - Illusionismo finanziario (1/3)

"Il problema è la rigidità dell'euro. I cambi flessibili erano
l'ammortizzatore che compensava gli squilibri, il riduttore, direbbe un
ingegnere meccanico, che trasmetteva il movimento senza sfridi tra
ingranaggi che ruotano a velocità diverse. Invece di svalutare il cambio,
con la moneta unica i paesi in difficoltà devono svalutare i salari. Strada
dolorosa, iniqua, antisociale. E destinata a fallire. C'è però una terza
strada per riequilibrare i costi tra Nord e Sud: abbassare le tasse sul
lavoro. Come finanziarli? Qui entra in gioco lo strumento, i Certificati di
credito fiscale. Aziende e dipendenti versano gli stessi euro di prima per
tasse e contributi. Ma ricevono nello stesso tempo questi certificati."
(M. Cattaneo)

Marco Cattaneo sostiene di aver trovato la soluzione per l'euro (scrivendo
anche un libro con questo titolo), dopo aver maturato una trentennale
esperienza in finanza. Occupandomi io stesso di finanza da un buon numero
di anni, sono il primo a confermare che di "soluzioni" se ne possono
trovare in grande quantità, se l'obiettivo è fare i prestigiatori
confondendo (o volendo confondere negli altri) illusione e realtà.

Cosa avrebbe in mente Cattaneo per risolvere i problemi che ritiene l'euro
abbia creato all'Italia? Vorrebbe che lo Stato emettesse "certificati di
credito fiscali". Si tratta, per la verità, di un'idea non originale,
essendo già da tempo nell'armamentario degli illusionisti monetari per
antonomasia, ossia i sostenitori della Modern Money Theory (MMT).

Tutto parte dalla premessa che in un sistema di cambi fissi, ancorché
nell'ambito di una moneta fiat come l'euro, chi è meno competitivo non può
ricorrere a svalutazioni (spontanee o forzate che siano) del cambio, bensì
deve "svalutare i salari". Questo punto suppongo serva per attirare
l'attenzione e anche il favore del pubblico. Cattaneo stesso riconosce che
il costo del lavoro in Italia sia elevato, per lo più a causa dell'enorme
cuneo fiscale.

Invece di riflettere sul perché il cuneo fiscale sia enorme e sulle
alternative per ridurlo (assieme alla tassazione in generale), Cattaneo
pensa che i problemi siano la rigidità del cambio e i limiti al deficit
pubblico imposti dal Trattato UE.

Escludendo in questa sede la motivazione che dell'elevata tassazione danno
i santoni della lotta all'evasione fiscale (il cui ritornello è sempre "se
pagassero tutti, tutti pagherebbero meno"), credo che il buon senso
dovrebbe suggerire che lo Stato spende troppo, a maggior ragione se,
nonostante la forte pressione fiscale, ogni anno il bilancio chiude in
deficit.

Ma guai a parlare di riduzione della spesa pubblica, perché pare che ognuno
degli oltre 800 miliardi che ogni anno spende lo Stato sia necessario a
fornire (imporre) un servizio pubblico riducendo il quale si farebbe
"macelleria sociale". L'unica eccezione solitamente viene fatta per gli
interessi sul debito pubblico, che i "sovranisti" monetari risolverebbero a
modo loro, ossia (ri)dando allo Stato l'emissione diretta di quanta moneta
vuole.

I "certificati di credito fiscali", in fin dei conti, non sono altro che
moneta (nelle varie forme possono essere a validità differita e/o avere una
scadenza) chiamata diversamente. Cattaneo stesso li definisce
"simil-moneta".

A suo dire, con i certificati di credito fiscali "lo Stato immette capacità
di acquisto nel sistema economico con una nuova categoria di titoli di
stato assegnati alle aziende e ai lavoratori in proporzione del loro
reddito… Tali titoli sarebbero utilizzabili a partire da due anni dalla
loro assegnazione per effettuare pagamenti verso qualsiasi ente della
pubblica amministrazione".

In sostanza, lo Stato manterrebbe invariata la pressione fiscale, ma
conferirebbe a imprese e lavoratori questi certificati a validità
differita, aumentando il loro potere d'acquisto. E se uno ha bisogno di
monetizzare subito?

Nessun problema, rassicura Cattaneo. "Sono titoli garantiti nel loro valore
ma differiti nel tempo per dare modo all'economia di riprendersi. In
pratica è un forte sgravio fiscale sul lavoro, con effetti differiti.
Inoltre lo sgravio assume le vesti di un titolo. Se non ho bisogno dei
soldi subito, mi tengo i certificati. Se no li vendo: hanno un valore
certo, realizzabile a due anni, quindi sarà possibile comprarli e venderli
come un titolo di stato, con uno sconto basato sugli interessi di mercato".

Qualcuno potrebbe avere delle perplessità. Per esempio: che differenza ci
sarebbe tra questi certificati e dei titoli di Stato emessi e assegnati a
imprese e lavoratori come previsto da Cattaneo? In altri termini: non
sarebbe un aumento di debito?

Di questo mi occuperò nella prossima parte.

martedì 24 giugno 2014

Scorie - Dipendenza da droga monetaria

"E' anche vero, però, che un quantitative easing risolverebbe molte cose.
Abbasserebbe i rendimenti a lunga scadenza che sono un punto di riferimento
per i tassi sui prestiti. Le vendite alla Bce libererebbero inoltre i
bilanci delle banche che cercherebbero quindi alternative per i loro
investimenti, sperabilmente in direzione dell'economia reale. Aiuterebbe
inoltre quel delelveraging – riduzione dei debiti e pulizia dei bilanci –
senza il quale le politiche di sostegno della domanda, pur necessarie,
potrebbero non essere efficaci."
(R. Sorrentino)

Riccardo Sorrentino scrive articoli per lo più relativi alla politica
monetaria delle banche centrali sul Sole 24 Ore. Credo non stupisca nessuno
che la linea editoriale di quel giornale sia di pieno appoggio alle
politiche monetarie espansive e che nessun provvedimento della Bce, per
quanto lodato essendo voluto da Mario Draghi (e quindi, per l'establishment
nostrano, lodevole a prescindere), sia ritenuto sufficiente. Ovviamente se
la Bce non fa di più è colpa dei soliti tedeschi e del loro egoismo,
prosegue la narrazione.

Nonostante lo scorso 5 giugno la Bce abbia annunciato provvedimenti che
forniranno liquidità abbondante e a bassissimo costo al sistema bancario
potenzialmente fino a settembre 2018, il mancato lancio di un programma di
acquisto di titoli (di Stato) sul mercato secondario in modalità e quantità
paragonabili a quelli posti in essere negli Stati Uniti e in Giappone ha
lasciato insoddisfatti i tossici della creazione di moneta dal nulla. Lo
stesso Fondo Monetario Internazionale, elefantiaca struttura infarcita di
tecnocrati keynesiani, ha sollecitato la Bce a lanciare un quantitative
easing (QE).

Sorrentino elenca alcuni effetti (da lui ritenuti positivi) che avrebbe il
QE. L'abbassamento ulteriore dei già bassi rendimenti a lunga scadenza
sarebbe probabile, ma non si sa quanto consistente. In ogni caso, prendendo
la scadenza decennale come punto di riferimento, nell'area euro oggi i
titoli di Stato hanno rendimenti che vanno da poco più dell'1.30 per cento
della Germania al 5.85 per cento della Grecia, al netto della quale chi
paga di più (il Portogallo) si ferma sotto al 3.5 per cento. Perfino
l'indebitatissima Italia paga attorno al 2.90 per cento.

Se qualcuno ritiene che il livello dei tassi di interesse sia ancora un
problema, credo sia evidentemente in preda agli effetti della droga
monetaria assunta a dosi crescenti, ma che finisce per non bastare mai. Per
di più, un QE effettuato in base alle proporzioni di partecipazione dei
singoli Stati al capitale della Bce non ridurrebbe gli spread nei confronti
della Germania (sarebbero proprio i titoli tedeschi i più comprati, seguiti
da quelli francesi e italiani). D'altra parte, un acquisto mirato a
comprimere ulteriormente gli spread nei confronti della Germania dovrebbe
escludere proprio i titoli tedeschi, e questo sarebbe politicamente
irrealistico.

Quanto al fatto che le banche utilizzerebbero i soldi derivanti dalla
vendita di titoli di Stato alla Bce per aumentare il credito a famiglie e
imprese, ciò potrebbe avvenire anche ai livelli di tassi attuali. Se non è
finora avvenuto è perché le stesse banche, a corto di mezzi propri, hanno
preferito continuare a tenere i titoli di Stato (seppure a rendimenti
parecchio diminuiti rispetto all'apice della crisi), che per norme di
vigilanza non richiedono l'accantonamento di mezzi propri, invece che fare
credito a famiglie e imprese.

Considerando che aumentare i mezzi propri è possibile solo accantonando gli
utili (oggi inesistenti) o lanciando aumenti di capitale (oggi molto
onerosi), per aumentare i coefficienti patrimoniali finora è stato più
conveniente sostituire il credito con attività che non assorbono capitale
(come i titoli di Stato, appunto).

Quando scoppiò la crisi (perfino) le autorità di vigilanza conclusero che
era necessario che le banche disponessero di maggiori mezzi propri. Nacque
Basilea 3, che peraltro andrà a regime gradualmente entro fine decennio e
non credo migliorerà le cose in misura sostanziale.

Dato che oggi il problema non è la carenza di liquidità (la Bce ne fornisce
in quantità illimitate a richiesta delle banche in cambio di collaterale
già dall'autunno del 2008), i tossici della droga monetaria probabilmente
si renderanno conto che il punto chiave sono gli assorbimenti patrimoniali.

Posto che i diversi accordi di Basilea dimostrano quanti danni possa fare
l'interventismo e anche quanto lo stesso tenda a stratificarsi per
aggiungere distorsioni volte a correggere le conseguenze inintenzionali di
quelle precedenti, la revisione della struttura degli assorbimenti
patrimoniali potrebbe avvenire sostanzialmente in due modi: aumentando gli
attualmente inesistenti assorbimenti sui titoli di Stato e/o riducendo gli
assorbimenti sulle altre forme di impiego.

Va da sé che se il sistema bancario è sottopatrimonializzato la prima
soluzione sarebbe la meno peggio (ancorché sempre una distorsione al
mercato). Ma è evidente che i primi a opporsi sarebbero gli Stati, e per
ovvie ragioni. E' anche altrettanto evidente che i tossici della droga
monetaria neppure vorrebbero andare verso la prima soluzione e
chiederebbero a gran voce la seconda. Ma questo non farebbe altro che
aumentare la leva nei bilanci bancari, altro che delaveraging.

Quanto al lato di famiglie e imprese, trovo che l'idea di ottenere un
delaveraging aumentando il debito (l'altra faccia della medaglia del
credito) sia un ossimoro concettuale. L'unica possibilità di delaveraging
sarebbe connessa all'abbassamento del valore reale del debito nel tempo
mediante inflazione. Una via sempre cara a monetaristi e keynesiani, ma che
non può essere praticata indefinitamente, dato che prima o poi o si
interrompe la politica inflattiva, oppure il sistema implode per il venire
meno della fiducia nel valore della moneta.

In fin dei conti l'obiettivo del QE è proprio di erodere il debito (oltre a
svalutare il cambio). Ma quando i nodi arrivano al pettine, come per
esempio nel 2007/2008, ci si accorge che accumulare debiti credendo di
poterli smaltire facilmente non funziona. Allora si era in un periodo di
rientro da politiche monetarie espansive che hanno fatto esplodere la bolla
immobiliare e coinvolto gran parte del sistema finanziario. Oggi siamo in
una situazione peggiore quanto a dimensioni dell'espansione monetaria,
eppure se ne chiede ancora di più.

E ancor di più se ne chiederebbe se si arrivasse a un'altra crisi. Senza
imparare proprio nulla da quanto accaduto.

lunedì 23 giugno 2014

Scorie - Ampie convergenze

"Con il Fmi c'è stata un'ampia convergenza sul ruolo che le riforme
strutturali già avviate e che stiamo avviando hanno per riportare l'Italia
su un sentiero di crescita robusta e sostenuta."
(P. C. Padoan)

Come i suoi ultimi tre predecessori (Saccomanni, Grilli e Monti), tutti
tecnocrati, anche Padoan pare essere preso da una mania di competizione nei
confronti dei colleghi politici. Finché indossano i panni dei tecnici,
tutti a bacchettare i governi, invitandoli a essere realisti nel
pronunciarsi sulle prospettive dell'economia italiana; poi, passati
dall'altra parte, diventano tutti dispensatori di ottimismo sul futuro
dello Stivale.

Padoan, passato dall'OCSE a via XX Settembre, ha esordito ridimensionando
le previsioni di crescita del Pil elaborate dal predecessore Saccomanni; il
quale, dopo decenni trascorsi in Banca d'Italia, spesso a ridimensionare
gli entusiasmi dei ministri dell'Economia, prevedeva per quest'anno una
crescita del Pil dell'1.1 per cento (nel primo trimestre siamo già andati
in negativo, poi si vedrà).

Quell'1.1 per cento era quasi il doppio della media delle previsioni (per
quello che contano) elaborate da diversi enti nazionali e sovranazionali,
pubblici e privati. Padoan ha portato la stima a 0.8 per cento, sostenendo
però che con le riforme annunciate da Renzi si potrebbe andare verso l'1
per cento quest'anno e attorno al 2 per cento nel 2015.

Staremo a vedere quanto questa crescita sarà "robusta e
sostenuta" (qualunque cosa ciò voglia significare). In ogni caso, meno male
che c'è "un'ampia convergenza con il Fmi", noto centro di veggenti che
hanno capacità ineguagliabili di prevedere il futuro.

venerdì 20 giugno 2014

Scorie - Servono monete libere, non l'eliminazione del contante

"Non c'è ragione di lasciare che il limite zero sui tassi nominali continui
a ostacolare la politica monetaria. Una soluzione semplice ed elegante
sarebbe quella di introdurre gradualmente una moneta completamente
elettronica, dove per pagare gli interessi, positivi o negativi, basta un
clic."
(K. Rogoff)

Fino a qualche tempo fa, Kenneth Rogoff era tra coloro che ritenevano
opportuno che le banche centrali aumentassero l'obiettivo di crescita dei
prezzi al consumo dal 2 al 4 per cento annuo, allo scopo di "uscire dalla
crisi". Un'uscita basata, in buona sostanza, sulla erosione del valore
reale del debito.

Adesso ha cambiato idea, rendendosi conto che ciò potrebbe portare a un
consolidamento verso l'alto delle aspettative di inflazione poi difficile
da invertire. Anche perché potrebbe sempre esserci qualcuno che dal 4
chiede di passare al 6 oppure oltre, perché "la ripresa andrebbe
rafforzata" e amenità del genere.

Meglio tardi che mai, verrebbe da dire. Peccato che la sua nuova proposta,
che egli definisce "elegante", non sia affatto meglio di quella precedente.
L'eliminazione del contante è possibile e non si può escludere che il
mercato, se lasciato libero di agire, porterebbe a un esito del genere. Ma
ciò sarebbe auspicabile solo come processo spontaneo e se l'emissione di
moneta non fosse monopolizzata dallo Stato (che concede il monopolio alle
banche centrali), bensì un mezzo di scambio liberamente scelto da chi deve
comprare e vendere beni e servizi.

Va da sé che, per svolgere la funzione di mezzo di scambio senza
l'imposizione statale, una moneta non deve essere riproducibile
all'infinito con un clic, al pari di quello che avviene oggi se una banca
centrale decide di espandere la base monetaria.

Ma è proprio questo, ahimè, quello che vorrebbe Rogoff. Così si cadrebbe
dalla padella alla brace, per di più con l'aggravante di togliere ogni
residua autodifesa a chi vuole proteggere ciò che gli appartiene dalle
aggressioni del fisco. E' bene ricordare, infatti, che ormai tutti i dati
relativi ai rapporti accesi presso intermediari finanziari sono a completa
disposizione dell'amministrazione finanziaria.

L'eliminazione del contante è auspicata dalle Milene Gabanelli di questo
mondo come soluzione per eliminare l'evasione fiscale, e in effetti si
tratterebbe di un provvedimento piuttosto efficace. Il problema è che, a
quel punto, diventerebbe evidente che la proprietà passerebbe, nella
sostanza ancorché non nella forma, dai legittimi produttori di ricchezza
allo Stato, il quale potrebbe decidere non già quanto tassare, bensì quanto
lasciare ai sudditi.

Una prospettiva a mio parere raccapricciante.

giovedì 19 giugno 2014

Scorie - Non c'è da spostare, ma da tagliare

"L'idea del governo è duplice: semplificare drasticamente il sistema
tributario, semplificando la vita del contribuente onesto, spostare il
carico fiscale che purtroppo c'è, in modo che a parità di gettito, ci sia
più crescita e lavoro. La riforma fiscale, deve essere vista nella sua
strategia complessiva che coerentemente a quanto avviene in altri paesi
tende a spostare il peso dal lavoro e dall'impresa alla ricchezza
finanziaria."
(P. C. Padoan)

Pier Carlo Padoan, ministro dell'Economia, sostiene che il governo
semplificherà presto la vita del "contribuente onesto". Oltre alla
semplificazione, l'obiettivo è quello di avere un sistema fiscale che
consenta una maggiore crescita del Pil, quindi, a parità di gettito, una
pressione fiscale complessiva inferiore. Padoan aggiunge che il peso del
fisco dovrebbe essere spostato "dal lavoro e dall'impresa alla ricchezza
finanziaria", come avviene altrove.

Se da un lato può essere apprezzato il fatto che, rispetto al presidente
del Consiglio, Padoan non vada dicendo spudoratamente che il governo sta
abbassando le tasse, dall'altro credo non sia malriposto un certo mix di
scetticismo e avversione nei confronti dei propositi del ministro (e del
governo).

Scetticismo per quanto riguarda la semplificazione, perché finora tutti i
governi ne hanno parlato e le cose si sono sempre più maledettamente
complicate, invece di semplificarsi.

Avversione con riferimento all'idea di fondo di (continuare a) spostare il
carico fiscale, senza pensare di alleggerirlo in modo sostanziale e per
tutti. Emblematico al riguardo credo sia l'oblio nel quale è caduto il tema
della riduzione della spesa pubblica. Si è passati da proclami di tagli
miliardari al silenzio totale, interrotto qualche giorno fa dal commissario
Cottarelli, il quale ha ricordato che spegnendo le luci quando non servono
si potrebbero risparmiare 200 milioni. Tutto lodevole, per carità, ma a
colpi di 200 milioni su oltre 800 miliardi di spesa (di cui circa la metà
ritenuta aggredibile anche dagli statalisti) dubito che si possa andare
molto lontano. Certamente non si avrà mai quella riduzione di spesa che
consenta un reale abbassamento della pressione fiscale senza peggiorare i
già disastrati conti pubblici.

Se poi l'idea deve essere quella di spostare il carico fiscale, come già si
è iniziato a fare, da lavoro e impresa alla ricchezza finanziaria (che in
molti casi altro non è che risparmio faticosamente accumulato con anni di
sacrifici), è bene ricordare che già oggi in Italia il peso del fisco sui
redditi e i patrimoni di natura finanziaria non è affatto lieve, se si
escludono i titoli di Stato. Tra bolli (definizione neolinguistica di
patrimoniale) e imposte su interessi e plusvalenze il fisco può pesare
anche fino al 40 per cento.

Se a qualcuno pare poco…

mercoledì 18 giugno 2014

Scorie - Ipocrisie presidenziali

"L'imposta di successione è stata storicamente parte della nostra profonda
convinzione che dovremmo avere meritocrazia."
(H. Clinton)

Hillary Clinton, già avversaria di Obama per la corsa alla Casa Bianca poi
segretario di Stato nella prima amministrazione dello stesso Obama,
potrebbe ricandidarsi alle prossime presidenziali. Assieme al marito Bill,
a sua volta presidente degli Stati Uniti per due mandati consecutivi,
sostiene l'idea di tassare di più i "ricchi" per estendere il welfare ai
poveri.

Tra le tasse preferite dai coniugi Clinton c'è quella di successione,
perché così si eviterebbe di creare dinastie basate solo sulla ricchezza
ereditata.

Personalmente trovo sempre ingiustificabile l'aggressione alla proprietà,
si tratti di farlo usando una pistola o mediante la leva fiscale. Ciò vale
sia nel caso, peraltro più frequente, in cui venga invocata la tassazione a
carico degli altri, sia quando si auspica una tassazione dalla quale si
sarebbe (o si finge di essere) colpiti in prima persona.

E' abbastanza diffuso tra i ricchi democratici (americani) essere a favore
di un aumento della tassazione per i più abbienti, soprattutto se si tratta
di imposte di successione, dato che le ricchezze ereditate non sarebbero
dovute al merito, ma alla fortuna di essere eredi di persone ricche.

Questa argomentazione, che solitamente trova ampi consensi, per me non
rende minimamente più giustificabile l'aggressione alla proprietà mediante
la tassazione. Se una persona che ha accumulato ricchezze (a prescindere da
quanto grandi) intende devolverle in tutto o in parte in beneficenza è
ovviamente libera di farlo. Ma non è assolutamente legittimo a nessuno
imporre agli altri di fare la stessa cosa (per di più senza neppure poter
scegliere il beneficiario), anche se mediante il democraticissimo fisco.

La posizione dei coniugi Clinton appare poi intrisa di ipocrisia (e anche
questo li accomuna ad altri ricchi democratici che amano raccogliere
applausi invocando la redistribuzione fiscale), dato che parrebbe che gli
stessi abbiano fatto ricorso a diversi trust per abbassare l'imponibile ai
fini dell'imposta di successione.

Una mossa che è più che comprensibile se posta in essere da chi vuole
proteggere la sua proprietà dall'aggressione del fisco, ma che stona
decisamente se fatta da chi invoca la tassazione dell'eredità e parla a
sproposito di meritocrazia.

martedì 17 giugno 2014

Scorie - Quantificare l'inquantificabile

"Il rischio di una spirale deflazionistica nell'eurozona è un freno alla
crescita europea. Questa probabilità è quantificabile attorno al 25 per
cento."
(O. Blanchard)

Olivier Blanchard è capo economista del Fondo Monetario Internazionale. I
suoi testi di macroeconomia sono adottati in diverse facoltà di economia in
Italia. Circostanza che fa capire immediatamente, anche a chi non lo
sapesse, che Blanchard è keynesiano.

Non è però del keynesismo di Blanchard e delle sue considerazioni sulle
spirali deflazionistiche che mi voglio occupare. Preferisco soffermarmi
sulla quantificazione della probabilità attribuita al verificarsi della
spirale deflazionistica (o di qualsiasi altro scenario).

Blanchard sostiene che la probabilità di quello scenario sia
"quantificabile attorno al 25 per cento". Questo approccio è molto diffuso
tra gli economisti mainstream, che sentono l'esigenza di quantificare ogni
cosa. Peccato che sia niente più che spazzatura, scientificamente parlando.

Se lancio un dado o una moneta posso quantificare esattamente la
probabilità di un determinato evento. Se faccio previsioni su scenari
economici tale quantificazione è impossibile. Anche disponendo di serie
storiche di dati molto lunghe, nulla consente di affermare con certezza che
le variabili in questione avranno un andamento analogo a quello passato, né
prese singolarmente, né in correlazione tra loro. Né le correlazioni
possono essere confuse con relazioni causali, altro punto sul quale i
macroeconomisti patiti di econometria spesso indulgono.

Agli economisti della scuola austriaca questi concetti sono noti da almeno
un secolo (si pensi alla distinzione tra case probability e class
probability di cui parla Mises), ma il rifiuto di quantificare
l'inquantificabile ha contribuito alla loro emarginazione nei circuiti
accademici e non solo. Resta il fatto che non c'è nulla di meno scientifico
del quantificare le probabilità di uno scenario economico, anche se
facendolo si diventa capo economisti al FMI.

lunedì 16 giugno 2014

Scorie - Di intervento in intervento

"Si agisce oggi contro i rischi futuri per il mercato immobiliare,
conferendo alla Banca d'Inghilterra nuovi poteri per intervenire e
controllare l'entità dei mutui rispetto ai redditi delle famiglie e al
valore degli immobili."
(G. Osborne)

George Osborne, cancelliere dello Scacchiere, ha annunciato che il governo
britannico intende conferire nuovi poteri alla Banca d'Inghilterra allo
scopo di evitare ulteriori eccessive impennate dei prezzi del mercato
immobiliare.

Quello annunciato da Osborne rappresenta un classico esempio di intervento
che si somma e sovrappone a interventi precedenti allo scopo di correggerne
le conseguenze in intenzionali (ancorché prevedibili, in questo caso).
L'aumento dei prezzi degli immobili fa seguito al programma cosiddetto
Funding for Lending lanciato un paio di anni fa dalla Banca d'Inghilterra,
accompagnato da incentivi del governo per gli acquirenti di case. Il
risultato è stato un abbassamento dei tassi di interesse praticati dalle
banche sui mutui che, unito agli incentivi governativi, ha spinto
l'acquisto a debito di abitazioni, generando un rialzo dei prezzi.

Siamo di fronte a due fenomeni ben noti a chiunque abbia letto le opere di
Ludwig von Mises e di altri economisti di scuola austriaca. Da un lato,
l'abbassamento artificiale dei tassi di interesse, a maggior ragione se
unito a incentivi governativi a un particolare settore, generano
"malinvestimenti" a debito. Dall'altro, per correggere le conseguenze
indesiderate di un intervento precedente (in questo caso il rialzo dei
prezzi degli immobili), si aumenta l'interventismo, limitando ulteriormente
la libera formazione della domanda e dell'offerta.

Un trend che, intervento dopo intervento, conduce sempre più verso un
sistema totalmente socialista. Anche quando chi governa non si definisce
socialista, ma sostenitore del libero mercato. Libero, purché generi esiti
graditi a chi governa…

venerdì 13 giugno 2014

Scorie - Nessun viaggio è gratis

"È chiaro che non sarà possibile attuarlo subito da domani, ma questo resta
il nostro obiettivo. Il trasporto gratuito già esiste in molte città
europee e anche qualche città italiana del nord. Si può fare anche da noi e
noi lo faremo... i biglietti oggi coprono il 5-7 per cento del totale delle
entrate e se si eliminano un po' di sprechi e si ottimizzano alcune
attività, la gratuità del servizio diventa un obiettivo possibile. Ripeto
non domattina. Ma l'obiettivo resta."
(F. Nogarin)

Quando un candidato del M5S viene eletto sindaco riceve solitamente grande
attenzione dai mezzi di informazione. Nel caso di Filippo Nogarin si
potrebbe dire anche che ciò avvenga a ragion veduta, essendo il primo
sindaco non espressione del partito comunista italiano o di ciò che ne è
fin qui disceso in quella Livorno nella quale il PCI ebbe origine oltre
nove decenni orsono.

Va detto che su molti punti programmatici i rappresentanti del M5S sono ben
più a sinistra del PD, per cui non è che una città rossa più del fuoco
abbia fondamentalmente cambiato opinione. In sostanza non siamo di fronte a
un caso come quello di Bologna, dove nel 1999, nell'unica occasione in cui
non vinse il candidato della sinistra, i cittadini scelsero un candidato
appoggiato dal centrodestra, ancorché non politico di professione. Ma va
anche detto che all'epoca il M5S non esisteva, per cui oggi probabilmente
anche sotto le due torri in alternativa al candidato del PD vincerebbe un
seguace di Beppe Grillo.

L'ingegnere aerospaziale Nogarin ha esordito ponendosi, tra gli altri,
l'obiettivo di fornire gratuitamente ai cittadini il trasporto pubblico.
Ora, è certamente vero che il prezzo del biglietto copre solo una minima
parte dei costi del servizio e che le società di trasporto, la cui
proprietà fa capo agli enti locali, chiudono i bilanci regolarmente in
perdita, finendo per gravare sulla fiscalità generale.

Questo non significa, però, che il problema si risolva eliminando anche
quel po' di copertura dei costi che avviene tramite il pagamento del
biglietto. Solitamente i fautori dell'idea di esentare i cittadini dal
pagamento del biglietto sui mezzi pubblici sostengono che ciò finirebbe per
produrre risparmi in termini di minore inquinamento. Posto che si tratta di
studi di parte e dalla attendibilità scientifica quanto meno dubbia, io
credo che il concetto totalmente errato sia quello di gratuità, tipico dei
socialisti (a prescindere da come si autodefiniscono).

Di gratis non ci sarebbe proprio nulla. Semplicemente a pagare per il
servizio non sarebbero coloro che lo utilizzano, bensì, chi più, chi meno,
tutti coloro che pagano tasse all'amministrazione locale proprietaria della
società di trasporti.

Ben venga, quindi, l'idea di eliminare sprechi e ottimizzare alcune
attività, ma non per azzerare il costo del biglietto dell'autobus. Se il
trasporto pubblico produce ovunque perdite più o meno consistenti, credo
sarebbe il caso di mettere in discussione la proprietà pubblica e l'assenza
di concorrenza, non pensare di azzerare il prezzo del biglietto.

Magari non domattina. Oggi pomeriggio sarebbe meglio.


giovedì 12 giugno 2014

Scorie - In attesa dell'overdose

"Le aste di liquidità illimitata a tasso fisso offerte dalla Bce, giovedì
scorso rilanciate con durata estesa a quattro anni, non sono che un
equivalente fuori bilancio del quantitative easing."
(C. Noyer)

Christian Noyer, governatore della Banca di Francia e membro del consiglio
direttivo della Banca centrale europea, ha espresso un parere in merito
alle modalità di aumento della base monetaria nella zona euro. Nonostante
gli annunci di nuove aste di rifinanziamento a lungo termine condizionate
all'erogazione di nuovo credito al settore privato (le TLTRO), oltre
all'allungamento fino a dicembre 2016 dei rifinanziamenti ordinari a tasso
fisso (ora 0.15 per cento) e importo illimitato), c'è chi, non soddisfatto,
auspica che anche la BCE lanci una forma di quantitative easing (QE), ossia
di acquisto di titoli (per lo più di Stato) in grandi quantità, come fatto
negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Giappone.

Secondo Noyer l'espansione di base monetaria operata dalla Bce sotto forma
di prestiti collateralizzati alle banche è equivalente al QE.
Effettivamente ogni euro di finanziamento rappresenta, a parità di altre
condizioni, un aumento di base monetaria di un euro. Le differenze con il
QE vero e proprio sono date dal fatto che 1) trattandosi di finanziamenti a
termine (in alcuni casi addirittura a 4 anni, come le TLTRO annunciate il 5
giugno scorso), la base monetaria è destinata a ridursi allo scadere dei
finanziamenti stessi, sempreché non siano rinnovati; 2) le operazioni di
rifinanziamento della Bce sono guidate dalla domanda (delle banche) e non
dall'offerta (della Bce). Di conseguenza, se le banche non chiedono fondi o
non rinnovano i finanziamenti, la base monetaria si contrae.

Al contrario, nel caso di acquisti di titoli la banca centrale aumenta le
attività nel proprio stato patrimoniale e aumenta anche di pari importo le
passività, creando base monetaria. E le somme di denaro creato dal nulla
restano base monetaria (si tratta poi di vedere se le banche utilizzano
quelle somme oppure incrementano le riserve presso la banca centrale
stessa) finché la banca centrale non vende i titoli oppure gli stessi
giungono a scadenza senza che vengano fatti ulteriori acquisti.

Il fatto che non sia l'offerta della banca centrale a guidare l'espansione
quantitativa di base monetaria, bensì la domanda delle banche, ha fatto
storcere il naso ai paladini dell'uso del bazooka monetario anche da parte
della Bce. La quale, peraltro, ha annunciato che procederà prossimamente a
una forma di QE tramite acquisto di cartolarizzazioni; annuncio che non ha
comunque soddisfatto i tossici della droga monetaria, per i quali si
direbbe che ormai nessuna dose elargita a basso costo da Draghi e colleghi
sia soddisfacente.

Non resta che attendere l'overdose.


mercoledì 11 giugno 2014

Scorie - Nuove distorsioni monetarie in arrivo

"Va rimarcato che la Bce ha fatto un passo avanti anche rispetto al
criterio di funding for lending utilizzato dalla Banca d'Inghilterra, che
ha erogato liquidità condizionandola al finanziamento del settore privato
dell'economia: ha ristabilito il principio secondo cui raccolta e impieghi
bancari devono avere una tendenziale corrispondenza temporale… i fondi
della Bce non possono essere destinati alla erogazione di mutui… non si
tratta quindi di evitare il rischio di una bolla immobiliare, quanto le
prevedibili difficoltà che le banche incontrerebbero tra quattro anni nel
restituire integralmente alla Bce somme che hanno prestato alle famiglie
con un orizzonte di rimborso che per i mutui più lungo."
(G. Salerno Aletta)

In Italia ci sono fondamentalmente due persone di cui è obbligatorio
parlare bene sempre e comunque: al primo posto, con largo distacco, c'è
ovviamente il presidente della Repubblica. Al secondo posto c'è Mario
Draghi, presidente della BCE. Sotto, a spingere per raggiungere la prima
posizione, c'è Matteo Renzi, che sta tra l'altro ottenendo forti aiuti
dalla maggior parte dei media.

Ciò premesso, dopo i provvedimenti di politica monetaria annunciati il 5
giugno scorso dalla BCE sono innumerevoli le analisi (talvolta definibili
tali con un certo grado di generosità) volte a elogiare le decisioni che
Draghi è riuscito a far deglutire anche ai tedeschi della Bundesbank,
solitamente meno propensi delle altre banche centrali a moltiplicare la
base monetaria e, per questo, considerati nemici di "occupazione e
sviluppo".

Guido Salerno Aletta sostiene che dalle nuove Targeted LTRO, prestiti
quadriennali allo 0,25 per cento che le banche potranno ottenere dalla BCE
erogando credito al settore privato, siano stati esclusi i mutui per
l'acquisto dell'abitazione al fine di evitare uno sbilanciamento delle
scadenze tra la raccolta e gli impieghi. Direi che questo sia un aspetto
interessante e certamente non negativo, ma ciò non toglie che il vero
motivo per cui i mutui residenziali sono stati esclusi sia proprio il voler
evitare la formazione di nuove bolle immobiliari.

Da un lato, infatti, alcuni Paesi dell'area euro (per esempio Spagna e
Irlanda) sono reduci da una bolla immobiliare piuttosto grossa; dall'altro
negli ultimi anni i prezzi degli immobili hanno mostrato una tendenza
marcatamente rialzista, soprattutto nelle principali città, proprio in
Germania. Infine, il programma di funding for lending istituito dalla Bank
of England un paio di anni fa ha favorito proprio il rigonfiamento dei
prezzi degli immobili.

Il motivo, se si vuole, è piuttosto semplice, e finisce sempre per avere a
che fare con le norme che regolano il settore bancario. I mutui
residenziali, tipicamente garantiti da ipoteca sull'immobile, comportano un
minor assorbimento patrimoniale per le banche erogatrici. E dato che il
capitale azionario costa più del debito, è piuttosto semplice capire perché
le banche inglesi abbiano preferito usare i fondi per erogare mutui invece
che fare altri impieghi. A ciò devono essere aggiunti (i soliti) incentivi
forniti dal governo inglese ai compratori di case. Qualcosa di non troppo
dissimile al mix che ha rigonfiato la bolla immobiliare statunitense da cui
è originata la crisi, con la sola differenza che in Inghilterra la cosa è
stata fatta proprio per uscire dalla crisi (sic!).

Dunque, checché ne dica Salerno, i mutui sono esclusi dalle TLTRO per
evitare che si formi una nuova bolla immobiliare. Questo, peraltro, non
rende meno distorsiva l'iniziativa della BCE. Suppongo che le banche
sarebbero liete se, oltre alla liquidità a basso costo, venisse anche loro
concesso di ridurre gli assorbimenti patrimoniali per le erogazioni di
credito connesse alle TLTRO, ma tanto o poco che sia il nuovo credito
concesso in virtù di queste operazioni straordinarie, una cosa penso si
possa affermare con relativa certezza: questo credito tenderà a far
apparire redditizi investimenti a debito che, senza distorsioni sul lato
dell'offerta di moneta, non lo sarebbero.

In altri termini, le TLTRO potrebbero generare quelli che Mises definiva
"malinvestimenti", destinati al fallimento quando terminerà il supporto
fornito dal credito a basso costo. Purtroppo non sono bastate crisi a
ripetizione per screditare l'idea che la via per ottenere una crescita
economica sostenibile risieda nell'abbassamento artificiale del costo del
denaro. E dubito che una nuova crisi (per la quale non è in discussione se
ci sarà, ma solo quando arriverà) cambierà le cose.

lunedì 9 giugno 2014

Scorie - Ladri, corruzione e regole

"Non possiamo dire ogni volta che c'è una vicenda di corruzione che il
problema sono le regole, il problema sono i ladri, non le regole…
Sicuramente interverremo nelle prossime ore e giorni sugli appalti
pubblici, l'anticorruzione e altri temi specifici."
(M. Renzi)

Più si parla, più aumentano le probabilità di fare affermazioni non del
tutto coerenti tra loro. Matteo Renzi è indubbiamente il politico che più
ci viene fatto sentire da alcuni mesi a questa parte, e si tratta di un
oratore torrenziale, galvanizzato probabilmente dal fatto che da più parti
gli vengono riconosciute grandi doti di comunicazione. Io resto dell'idea
che comunicazione e affabulazione non siano sinonimi, ma non è di questo
che intendo occuparmi.

Dunque, in merito all'ennesima vicenda tangentara, Renzi esordisce
sostenendo che "il problema sono i ladri, non le regole". Da questo punto
di vista sembra volersi distinguere da coloro che ogni volta esclamano con
la faccia corrucciata: "ci vuole una nuova legge che…".

Poco dopo, però, aggiunge "sicuramente interverremo nelle prossime ore e
giorni sugli appalti pubblici, l'anticorruzione e altri temi specifici", di
fatto confermando che sarà utilizzata ancora una volta la legislazione,
come se a mancare fossero le norme.

Un'altra costante dei dibattiti che si sviluppano in occasione di vicende
più o meno clamorose di corruzione è rappresentata dal giornalista di turno
che intervista il magistrato o il politico o il collega giornalista
manettaro di turno (alla Marco Travaglio, tanto per intenderci),
chiedendogli: "ma come è possibile che dopo vent'anni succedano sempre le
stesse cose?". La risposta solitamente gira attorno al tema della necessità
di un giro di vite sulle regole oppure si risolve nell'auspicio che le
cariche pubbliche siano ricoperte da persone oneste.

Ebbene, se la proliferazione legislativa non è una soluzione, ancora meno
lo è l'idea che il problema verrebbe risolto se al posto dei ladri ci
fossero persone oneste. Così come sbagliava Platone nel volere che il
potere fosse affidato ai filosofi, dato che neanche loro sono onniscienti,
sbaglia chi crede che la corruzione non ci sarebbe se gli amministratori
pubblici fossero onesti.

Ovviamente l'onestà aiuta ed è la benvenuta, ma credo che bisognerebbe
riflettere sulla grande saggezza contenuta nel detto popolare "l'occasione
fa l'uomo ladro". La storia insegna che la corruzione è più o meno diffusa
in tutti gli schieramenti politici, con buona pace della superiorità morale
postulata da certe icone della sinistra. Se, quindi, l'occasione fa l'uomo
ladro, credo che sarebbe necessario ridurre al minimo le occasioni, non
cercare santi da mettere al posto dei ladri. Anche perché nessun santo
credo vorrebbe ricoprire quelle cariche.

Sarebbe quindi necessario ridurre al minimo le competenze delle
amministrazioni pubbliche. Magari si riuscirebbe a prendere due piccioni
con una fava: diminuire la corruzione e sistemare i conti pubblici senza
continuare a tappare i buchi tartassando i cittadini.

Dubito che ciò accadrà.

venerdì 6 giugno 2014

Scorie - Il dibattito surreale

"Il dibattito intorno alla Rai è surreale… la vendita di Raiway sottrae
parte del patrimonio del servizio pubblico. Bisogna combattere inefficienze
e sprechi a partire dalle migliaia di consulenze prevalentemente di origine
politica. Se i lavoratori confermano, siamo anche noi per confermare lo
sciopero."
(S. Camusso)

Che questo sciopero dei dipendenti Rai si faccia oppure no, credo anche io
che il dibattito che sta tenendo piede da diversi giorni sia surreale. Per
motivi diversi da quelli che inducono Susanna Camusso ad affermare la
stessa cosa, peraltro.

In primo luogo, sarebbe interessante che chi ancora parla di servizio
pubblico spiegasse in cosa questo consista. La mia impressione è che le
uniche caratteristiche "pubbliche" della Rai consistano nella
sovrabbondanza di personale pagato dai cittadini, in parte mediante il
canone e in parte mediante la fiscalità generale.

I palinsesti sono indistinguibili da quelli delle televisioni private, se
non per una qualità spesso inferiore. Io sarei contrario ad avere una
televisione pubblica anche se trasmettesse solo programmi "culturali" (nel
significato attribuito a questo termine dai sinistrorsi con tanto di barba
abituati a leggere o scrivere su Repubblica), ma a maggior ragione non
capisco per quale motivo tutti quanti debbano essere chiamati a pagare per
mantenere in piedi un baraccone che trasmette programmi di intrattenimento,
quiz e fiction intervallati da pubblicità come qualsiasi tv commerciale che
agli spettatori non chiede un centesimo.

Ci saranno sicuramente consulenze da tagliare, ma la ridondanza di molte
strutture è evidente. Le sedi regionali hanno ragione di esistere solo per
pagare gli stipendi di chi vi lavora. Se si guarda un TG3 regionale si
constata che un terzo abbondante dello spazio è dedicato a manifestazioni
artistico-culturali che non interessano a (quasi) nessuno, mentre le altre
notizie sono per lo più identiche a quelle offerte dalle televisioni
locali.

Che in tutto questo ci si debba ribellare per un taglio di costi di 150
milioni, pari a circa il 5 per cento dei costi annui della Rai, a me pare
davvero surreale. La Rai, non mi stancherò mai di ripeterlo, andrebbe
totalmente privatizzata o smantellata. Punto.

giovedì 5 giugno 2014

Scorie - Graziano è sereno, io no

"Noi siamo assolutamente tranquilli e sereni… Rispetto al 2012, che è
l'anno di riferimento, non è assolutamente così."
(G. Delrio)

Graziano Delrio, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, sostiene
che rispetto al 2012 la tassazione sull'abitazione principale non sarà
superiore. Lui e il resto del governo di questo sono sicuri, pertanto sono
"assolutamente tranquilli e sereni".

Non so bene che numeri abbia in mente Delrio, ma conosco per certo almeno
una eccezione al caso generale dato per sicuro dal sottosegretario. Si
tratta del mio caso. Da proprietario della sola abitazione principale (e
non è un castello) con la Tasi mi troverò a pagare il 31.3 per cento in più
rispetto a quanto pagai di Imu nel 2012.

Siccome non ritengo di essere perseguitato dalla sfiga, ho la sensazione di
non essere l'unico a trovarmi in una situazione del genere. Si tratta di
una circostanza che indubbiamente non toglierà tranquillità e serenità ai
Renzi boys, ma che qualche malumore ai diretti interessati penso lo creerà,
come lo crea a me.

Per non parlare di coloro che scontano la grave colpa di possedere più di
un immobile: quelli possono stare assolutamente certi di pagare molto di
più che nel 2012. Dubito che ciò li lascerà tanto tranquilli e sereni.

mercoledì 4 giugno 2014

Scorie - Le ragioni dell'illegittimità fiscale

"E' necessario stimolare nei bambini la riflessione sulla legalità fiscale
per aiutarli a prendere coscienza dell'importanza sociale delle tasse."
(L. Gaslini)

Questo ha detto Lodovico Gaslini, presidente dell'Associazione italiana
dottori commercialisti, presentando un'iniziativa della sua associazione
con il patrocinio dell'ufficio scolastico regionale, volta a insegnare ai
bambini delle quarte e quinte elementari di Milano le ragioni della
"legalità fiscale".

A me queste iniziative fanno venire i brividi, non solo perché si tratta di
indottrinamento puro nei confronti di bambini ai quali saranno raccontate
come verità rivelate quelle scritte nella costituzione della Rapubblica
italiana.

Bensì, soprattutto, perché a indottrinare queste giovani persone non
saranno, come di consueto, gli insegnanti (che sono pur sempre dipendenti
dell'ente tassatore e sono pagati con il bottino della tassazione), ma
professionisti che pure di tanto in tanto si lamentano, peraltro molto
timidamente, nei confronti dello Stato per come rende complicata la vita ai
cosiddetti contribuenti e anche a chi fornisce loro consulenza in materia
fiscale. Professionisti che, si badi bene, sono pagati da quelle stesse
persone che sono obbligate a pagare le tasse.

Se a quei bambini fosse raccontata la semplice dinamica dei fatti, molto
probabilmente sarebbero i primi a rendersi conto della profonda ingiustizia
implicita nella tassazione e nella solidarietà coattiva che essa comporta.
Basterebbe fare il confronto tra due situazioni: il furto e la tassazione.
In entrambi i casi il legittimo proprietario è privato di una parte dei
suoi beni, dietro la minaccia dell'uso della violenza oppure a sua
insaputa.

Con alcune differenze: nel caso del furto l'atto è illegittimo e illegale,
mentre nel caso della tassazione l'atto è illegittimo ma legale. Nel caso
del furto, quindi, viene riconosciuta la violazione del diritto di
proprietà della persona derubata. Nel caso della tassazione, al contrario,
viene utilizzata la legislazione per imporre la violazione del diritto di
proprietà della persona tassata.

La quale si trova anche costretta, data la complessità delle norme, a
pagare un professionista per quantificare il bottino da consegnare allo
Stato. Oltre al danno la beffa. E beffa ancor maggiore è trovarsi poi
quello stesso professionista, magari, a raccontare al figlio di quarta
elementare le ragioni della "legalità fiscale".

martedì 3 giugno 2014

Scorie - La non soluzione

"La separazione tra banche d'affari e banche commerciali è l'unico
provvedimento che può garantire risparmiatori e correntisti, siano essi
famiglie o imprese, contro l'utilizzo speculativo delle risorse da parte
delle banche al solo fine dell'arricchimento dei propri azionisti, con il
rischio di vedere distratti i risparmi privati."
(M. Corsaro)

Massimo Corsaro, deputato di Fratelli d'Italia, ha presentato assieme ad
alcuni colleghi di Forza Italia una proposta di legge per separare le
attività di banca commerciale e banca d'investimento. Una sorta di ritorno
alla legge bancaria del 1936, o al più famoso Glass-Steagall Act
statunitense. Va detto che la proposta di Corsaro e colleghi non è una
novità nel panorama internazionale, ma a mio parere non potrebbe essere
risolutiva dei problemi strutturali dei sistemi bancari a riserva
frazionaria.

L'argomento più utilizzato per invocare la separazione tra l'attività di
banca commerciale e quella di investimento è quello messo in evidenza da
Corsaro: evitare che le banche facciano del denaro di risparmiatori e
correntisti un "utilizzo speculativo" "al solo fine dell'arricchimento dei
propri azionisti". Ovviamente deprecare la speculazione e l'arricchimento
degli azionisti consente di creare un forte sostegno popolare alla
proposta, ma non centra il problema e, soprattutto, non rappresenta una
reale soluzione.

Se una banca utilizza le risorse raccolte dalla clientela per erogare
prestiti ad altri clienti non è detto che corra meno rischi rispetto
all'utilizzo di quelle stesse risorse per negoziazione in contro proprio di
strumenti finanziari. Dipende dal merito di credito dei clienti affidati,
dalle eventuali garanzie ottenute, nonché dalle caratteristiche e
rischiosità degli strumenti finanziari in questione. Generalizzare è quindi
errato, a mio avviso.

Mi sembra anche appena il caso di sottolineare che tutte le banche possono
mettere a rischio le risorse dei clienti, altrimenti non si spiegherebbe
come mai siano in dissesto e attualmente commissariate diverse banche di
credito cooperativo, considerate banche del territorio per antonomasia e
ben lontane dal modello di banca d'investimento che fa un "utilizzo
speculativo" della raccolta "al solo fine dell'arricchimento dei propri
azionisti".

I problemi sono altri: principalmente si tratta di una carenza di mezzi
propri e di una durata media delle passività ben inferiore a quella delle
attività. Oltre al problema dei problemi: il sistema della riserva
frazionaria, che consiste nell'utilizzo di depositi a vista per fare
credito, a fronte dei quali le banche sono tenute a mantenere solo una
piccola parte di risorse liquide.

Premesso che tutti i problemi sopra elencati sono una conseguenza diretta
della normativa che regola le banche (le quali, contrariamente a quanto
affermato da persone incompetenti o in malafede, operano in un settore
iper-regolamentato), un aumento dei mezzi propri e un miglior allineamento
tra la durata media del passivo e quella dell'attivo aiuterebbe a
ridimensionare la forte esposizione delle banche al rischio di liquidità,
che è la causa principale delle crisi bancarie. Ma la minor durata media
delle passività rispetto alle attività è esacerbata dal fatto che anche i
depositi a vista sono utilizzati per fare credito.

Ancorché ciò sia legale, si tratta di una attività illegittima, dato che il
deposito a vista non consiste in una transazione creditizia caratterizzata
dallo scambio di un bene attuale contro un bene futuro. Chi deposita del
denaro a vista non rinuncia alla disponibilità di quelle somme; ne consegue
che mettere quelle stesse somme (per meglio dire: quelle somme al netto
della percentuale di riserva obbligatoria) a disposizione di altri soggetti
a cui la banca eroga credito comporta che in uno stesso momento più
soggetti (almeno due) hanno diritto a utilizzare la stessa somma di denaro.
In altri termini, si ha una creazione di denaro dal nulla.

Posto che, come ho già accennato, conferire lo stesso diritto a soggetti
diversi sulla stessa somma di denaro è illegittimo ancorché legale, è
evidente che un sistema del genere è intrinsecamente instabile, dato che
funziona solo finché i legittimi proprietari del denaro, ossia i
depositanti, non effettuano prelievi tali da lasciare la banca senza
liquidità sufficiente.

Il problema è che basta il sospetto che la banca possa incorrere in una
crisi di liquidità per accelerare la crisi stessa. Si noti, tra l'altro,
che, a differenza di altri settori, in quello bancario una crisi del genere
non sempre avvantaggia i concorrenti, bensì rischia seriamente di
coinvolgerli, espandendosi all'intero sistema. Perché, in fin dei conti,
tutti seguono le stesse regole e tutti hanno, seppur in misura non
omogenea, le stesse fragilità.

Ne consegue che se non si mette in discussione il sistema della riserva
frazionaria, la separazione tra banche commerciali e banche di investimento
non rappresenta una reale soluzione. E non si dica che è sufficiente un
fondo di tutela dei depositi, perché nessun fondo del genere avrebbe denaro
a sufficienza per fronteggiare una crisi non solo sistemica, ma anche
limitata a una banca di medio-grandi dimensioni.

La realtà è che i fondi di tutela dei depositi sono specchietti per le
allodole la cui unica funzione è rassicurare i depositanti e far loro
credere che il loro denaro sia al sicuro. In un sistema a riserva
frazionaria non lo è. Non può esserlo. E' molto più probabile che i
depositi siano salvati dalla generalità dei contribuenti che dai fondi di
tutela.