venerdì 19 aprile 2019

Scorie - A(hi)litalia

Se un pagatore di tasse vuole essere sicuro di rovinarsi la giornata, deve tenersi aggiornato sulla vicenda di Alitalia, il cui "rilancio" sta per essere messo in pista da diversi mesi, anche s epoi ogni scadenza mensile è sempre la penultima.

Adesso pare ufficiale il sospetto che era una sostanziale certezza per chiunque non fosse totalmente accecato dalle demenze proferite dai governanti gialloverdi: i 900 dell'ultimo "prestito ponte" non saranno restituiti neanche in parte.

Come è noto, già da alcuni mesi il neo banchiere d'investimento Giggino Di Maio ha detto che una parte sarà convertita in equity, ossia in capitale sociale della ennesima nuova Alitalia che con ogni probabilità fallirà tra qualche anno come tutte le precedenti.

Adesso pare però che anche il resto non sarà restituito. Secondo quanto riporta Gianni Dragoni sul Sole 24Ore, infatti, nella bozza di decreto "crescita" (dei soldi buttati via) verrebbe abolita la scadenza del 30 giugno 2019 per la restituzione del prestito ponte da 900 milioni.

Una scadenza che era già stata spostata in avanti di qualche mese in più occasioni, ovviamente confidando (vanamente) che nel frattempo si sarebbero trovati i partner per il "rilancio".

Quindi il prestito diventa senza scadenza e gli interessi maturati, circa 145 milioni, sarebbero anch'essi destinati a sottoscrivere azioni della nuova Alitalia.

E mentre finora il prestito ponte era un credito privilegiato, adesso pare che anche questo "dettaglio" sia eliminato.

Sempre stando alla bozza riportata da Dragoni, i 900 milioni del prestito ponte saranno restituiti al Mef "nell'ambito della procedura di ripartizione dell'attivo dell'amministrazione straordinaria a valere e nei limiti dell'attivo disponibile di Alitalia - Società aerea italiana Spa in amministrazione straordinaria."

In altri termini, qualcosa sarà restituito solo se ci sarà capienza nella procedura di liquidazione, il che è pressoché impossibile, oltre tutto trattandosi di procedure interminabili.

Per di più, Alitalia dovrà pagare gli interessi sul prestito fino "alla data del decreto del ministro dello Sviluppo economico di autorizzazione alla cessione dei complessi aziendali (...) e, comunque, sino a non oltre il 31 maggio 2019."

In altri termini, dopo la fine di maggio non matureranno più neppure interessi.

Conclude Dragoni:

"Un «prestito ponte» fu erogato anche alla vecchia Alitalia-Lai nel maggio 2008 per 300 milioni. I soldi non sono mai stati restituiti."

Qualcuno crede che questa volta andrà meglio?

 "Se io domenica mattina vado a votare - ha sottolineato il Cardinale- è perché sono convinto che esista un bene comune che riguarda te, riguarda tutti noi. Siamo un 'noi' di cui dobbiamo tenere conto. E mi fa paura, invece, questo atteggiamento individualistico, in fondo, di non scegliere. E, poi, quante nazioni ci sono nel mondo dove non si vota, dove c'è una testa che ha già pensato tutto... In fondo noi viviamo in una democrazia... E' un valore aggiunto anche la democrazia. In democrazia senti cose dritte, senti cose storte, senti cose che condividi e non condividi... Certamente tutti abbiamo il dovere di informarci, di farci una coscienza. Il voto è esprimere un giudizio".

giovedì 18 aprile 2019

Scorie - Dare i numeri

Mi è capitato nello stesso giorno di sentire due esponenti del governo di parte M5S sostenere che la produzione industriale rimbalzata nelle ultime due rilevazioni mensili sia da attribuire alle politiche governative, e così pure l'andamento positivo della Borsa di Milano.

Per esempio, Riccardo Fraccaro ha afermato:

"Il nostro impegno per la crescita dà già i suoi frutti nonostante il contesto internazionale. La spesa per investimenti è aumentata dell'84% nelle Regioni e del 21% nei Comuni. La maggiore aspettativa di domanda interna è alla base del + 2,7% registrato dalla produzione industriale e del + 19,4% dell'indice Ftse Mib, pari a circa 100 miliardi. Sono dati importanti."

Qualcosa di simile ha ribadito la (a suo dire) "esperta" di economia Laura Castelli.

Ora, non è una novità che chi governa cerchi di attribuirsi i meriti dei dati positivi scaricando su altri le responsabilità per quelli negativi. Però si finisce per rendersi ridicoli.

La produzione industriale è solamente rimbalzata, e tutto si può dire tranne che le imprese abbiano avuto nell'ultimo quasi anno un approccio entusiasta al futuro prossimo. Esistono certamente concause esogene alla base del rallentamento economico in atto da tre trimestri, ma proprio per questo è ridicolo attribuirsi meriti pieni quando escono due dati in croce positivi.

Per di più, se si guarda all'andamento della Borsa a partire da metà maggio 2018, quando cioè i firmatari del "contratto per il governo del cambiamento" hanno iniziato a fare sul serio, il saldo al 17 aprile è ancora negativo di circa 9  punti percentuali, e la performance relativa è peggiore di 7 punti rispetto all'Eurostoxx50 e di 3 punti rispetto al Dax tedesco.

Quindi i numeri, se non li si sa maneggiare, e meglio non darli. Anche se si è abituati a farlo.

 "Se io domenica mattina vado a votare - ha sottolineato il Cardinale- è perché sono convinto che esista un bene comune che riguarda te, riguarda tutti noi. Siamo un 'noi' di cui dobbiamo tenere conto. E mi fa paura, invece, questo atteggiamento individualistico, in fondo, di non scegliere. E, poi, quante nazioni ci sono nel mondo dove non si vota, dove c'è una testa che ha già pensato tutto... In fondo noi viviamo in una democrazia... E' un valore aggiunto anche la democrazia. In democrazia senti cose dritte, senti cose storte, senti cose che condividi e non condividi... Certamente tutti abbiamo il dovere di informarci, di farci una coscienza. Il voto è esprimere un giudizio".

mercoledì 17 aprile 2019

Scorie - Sognatori keynesiani fuori dal tempo

Come è noto, l'Italia da ormai oltre due decenni ha quasi ininterrottamente registrato un avanzo primario, ossia un saldo positivo tra le entrate annue e le uscite al netto degli interessi sul debito pubblico. Ciò induce molti a ritenere che la condotta della finanza pubblica sia stata virtuosa e che sia solo per colpa dell'egoismo teutonico se l'Italia continua a essere, con l'eccezione della Grecia, la pecora nera dell'Unione europea e dell'eurozona in fatto di finanza pubblica.

Costoro dovrebbero però rendersi conto del fatto che se, nonostante l'avanzo primario costante, l'Italia ha sempre registrato deficit per via di una spesa per interessi più elevata che altrove, ha ben poco senso prendersela con altri. Al più si dovrebbe essere critici con coloro che hanno legiferato e governato negli anni in cui il debito pubblico si è accumulato, mentre non di rado si indicano alcune di quelle persone come eroi nazionali.

Né si dovrebbe dimenticare che negli anni recenti del quantitative easing la minore spesa per interessi è stata destinata non a contenimento del debito, bensì ad altra spesa corrente.

Tra i signori di cui sopra vi è certamente Guido Salerno Aletta, che a proposito del debito pubblico ha di recente scritto:

"Visto che ormai il 75% del debito pubblico è in mano agli italiani, ci sono le condizioni per riprendere il dibattito sul debito e soprattutto sulla rendita finanziaria che ne deriva: altro non è che una forma di redistribuzione prevalentemente interna delle risorse fiscali. Si tassano la produzione, il lavoro e i consumi a favore dell'accumulazione. La bassa inflazione in Italia, ormai pari alla metà di quella di Francia e Germania, rende ancora più pesante l'onere e ricca la rendita. Sono temi perennemente inattuali: per non vederli, basta chiudere gli occhi. E buona notte ai sognatori."

L'utilizzo di categorie otto-novecentesche mi sembra piuttosto fuori luogo, dato che ne esce una rappresentazione della situazione diversa dalla realtà attuale.

Non dubito che produzione, lavoro e consumi siano tassati, ma non mi pare il caso di parlare di accumulazione come se l'Italia fosse popolata da rentier. Quelli sono una netta minoranza, e non credo neppure che abbiano grandi investimenti in titoli di Stato italiani.

Quindi ricorrere alla "eutanasia del rentier", tanto cara ai keynesiani fin dai tempi in cui la auspicava il "maestro", finirebbe per "tosare" sempre la stessa gente.

Il debito pubblico è sì per oltre il 70% detenuto da soggetti italiani, ma lo è per lo più tramite fondi comuni, polizze vita e fondi pensione, che non contengono solo i risparmi dei ricconi, ma anche quelli di persone che hanno risparmiato poche migliaia di euro. La restante parte fa capo alle banche e alla Banca d'Italia.

Gli interessi percepiti dalla Banca d'Italia ritornano quasi interamente al Tesoro, azzerando di fatto l'onere effettivo di quella fetta di debito pubblico. Quanto alla parte detenuta dalle banche, è bene ricordare che in esse sono depositati anche la gran parte delle somme degli italiani non diversamente utilizzate.

L'idea, quindi, che colpendo i detentori di titoli di Stato (non chiamandolo default, ma in sostanza riproducendone gli effetti, seppur diluiti nel tempo, mediante la mannaia fiscale) si opererebbe una redistribuzione dai pochi ai molti, non rispecchia il reale stato delle cose.

Qui i sognatori sono quelli rimasti a cento anni fa.

 "Se io domenica mattina vado a votare - ha sottolineato il Cardinale- è perché sono convinto che esista un bene comune che riguarda te, riguarda tutti noi. Siamo un 'noi' di cui dobbiamo tenere conto. E mi fa paura, invece, questo atteggiamento individualistico, in fondo, di non scegliere. E, poi, quante nazioni ci sono nel mondo dove non si vota, dove c'è una testa che ha già pensato tutto... In fondo noi viviamo in una democrazia... E' un valore aggiunto anche la democrazia. In democrazia senti cose dritte, senti cose storte, senti cose che condividi e non condividi... Certamente tutti abbiamo il dovere di informarci, di farci una coscienza. Il voto è esprimere un giudizio".

martedì 16 aprile 2019

Scorie - Ruocco tra equità e costo zero

Intervistata dal Sole 24Ore, la pentastellata Carla Ruocco mette i puntini sulle i schierandosi a favore della progressività fiscale.

"Senza ombra di dubbio tra i difensori della progressività e dell'equità dell'Irpef. È la progressività del prelievo che genera un rapporto fisco-contribuente migliore, anche ampliando le spese da portare in detrazione e deduzione. Con un risparmio anche in termini di contrasto all'evasione. Orientando e monitorando gli oneri deducibili si possono anche realizzare gli obiettivi di politica economica."

Non è affatto detto che la progressività generi un rapporto fisco-contribuente migliore, questo è semplicemente un dogma che molti prendono in quanto tale e taluni cercano di giustificare sostenendo che, essendo decrescente l'utilità marginale, tassando di più i redditi più elevati si rende equo il sacrificio.

Il problema, ovviamente, è che l'utilità non è quantificabile in modo oggettivo.

Quanto all'ipotesi di flat tax, ecco il Ruocco pensiero.

"Se flat tax dovrà essere va ben coperta. Al contrario si finirebbe per produrre solo un taglio di tasse a costo zero per i contribuenti, riducendo da una parte e aumentando dall'altra. Senza nessun effetto concreto su un allargamento della base imponibile."

In poche righe mi pare emerga in modo chiaro che questa signora non padroneggi granché la materia. Il "costo zero per i contribuenti", infatti, o è un lapsus o è il frutto dell'ignoranza. Se l'obiettivo è ridurre il carico fiscale, non si dovrebbe paventare il rischio di un costo zero, ma di non alleviare effettivamente il costo.

Cosa peraltro possibile se la copertura fosse in deficit o semplicemente con riduzione di deduzioni e detrazioni.

In ogni caso la credibilità di una riduzione delle tasse che sia davvero tale è oggi praticamente nulla, perché se anche questo governo la introducesse (e c'è da dubitarne), sarebbe effimera, data la crescita di spesa pubblica che deriva da reddito di cittadinanza e quota 100.

Come faccia tanta gente a credere ancora a queste favole per me resta un mistero. Il fatto però che il voto di costoro abbia ripercussioni anche su di me lo trovo inquietante.

 "Se io domenica mattina vado a votare - ha sottolineato il Cardinale- è perché sono convinto che esista un bene comune che riguarda te, riguarda tutti noi. Siamo un 'noi' di cui dobbiamo tenere conto. E mi fa paura, invece, questo atteggiamento individualistico, in fondo, di non scegliere. E, poi, quante nazioni ci sono nel mondo dove non si vota, dove c'è una testa che ha già pensato tutto... In fondo noi viviamo in una democrazia... E' un valore aggiunto anche la democrazia. In democrazia senti cose dritte, senti cose storte, senti cose che condividi e non condividi... Certamente tutti abbiamo il dovere di informarci, di farci una coscienza. Il voto è esprimere un giudizio".

lunedì 15 aprile 2019

Scorie - I soldi dalla crescita che non c'è

Al termine dell'ennesimo vertice con Giuseppe Conte e Luigi Di Maio, Matteo Salvini ha negato che verrà aumentata l'Iva, mentre resta convinto che si introdurrà la flat tax (che flat poi non sarebbe, ma questa è una piccola goccia nel mare di sciocchezze che esce h24 dalle bocche di questi signori).

"L'Iva non aumenta, non ci sono tasse sulla casa e non ci sono tasse sui risparmi: i soldi il governo li prenderà dalla crescita perché siamo uno dei paesi migliori al mondo."

Non si capisce bene a quale crescita si riferisca, se perfino il suo stesso governo nel DEF è arrivato ad abbassare la stima per il 2019 allo 0.2%, comprensivo di ben 0.1% di effetto espansivo dalle miliardarie voci di spesa corrente poste in essere per comprare consenso perseguire la giustizia sociale.

Anche ammettendo che la crescita nominale arrivasse a quanto ipotizzato dal governo, il maggior gettito potrebbe ammontare al massimo a 7-8 miliardi, che sono totalmente insufficienti per far fronte a un buco già oggi ben superiore a 30 miliardi.

L'Italia sarà anche "uno dei paesi migliori al mondo", ma i conti non tornano e non credo torneranno neppure tra qualche mese.

Certi televenditori da emittenti locali, quelli per intenderci che vendono a due spiccioli beni il cui valore commerciale affermano essere di diverse migliaia di euro, sono decisamente più credibili, e per lo meno non obbligano nessuno a pagare il conto delle loro incontinenze verbali.

 "Se io domenica mattina vado a votare - ha sottolineato il Cardinale- è perché sono convinto che esista un bene comune che riguarda te, riguarda tutti noi. Siamo un 'noi' di cui dobbiamo tenere conto. E mi fa paura, invece, questo atteggiamento individualistico, in fondo, di non scegliere. E, poi, quante nazioni ci sono nel mondo dove non si vota, dove c'è una testa che ha già pensato tutto... In fondo noi viviamo in una democrazia... E' un valore aggiunto anche la democrazia. In democrazia senti cose dritte, senti cose storte, senti cose che condividi e non condividi... Certamente tutti abbiamo il dovere di informarci, di farci una coscienza. Il voto è esprimere un giudizio".

venerdì 12 aprile 2019

Scorie - Tridico, il genio del lavoro

Apprendo dall'ANSA che, nel corso di una lezione sulle diseguaglianze nel capitalismo finanziario tenuta alla facoltà di economia della Sapienza di Roma, il presidente dell'Inps Pasquale Tridico ha sostenuto l'opportunità di ridurre l'orario di lavoro a parità di salario mensile.

"Siamo fermi in Italia all'ultima riduzione di orario del '69, non ci sono riduzioni da 50 anni invece andrebbe fatta. Gli incrementi di produttività vanno distribuiti o con salario o con un aumento del tempo libero."

Che questo signore fosse un genio lo si era capito quando suggerì al M5S che il reddito di cittadinanza si sarebbe pagato da solo, dato che sarebbe aumentato il numero delle persone in cerca di lavoro, il che avrebbe aumentato l'output gap e, di conseguenza, sarebbe stato possibile per il governo italiano aumentare il deficit con il consenso della Commissione europea. Come se il deficit, che diventa debito, nessuno lo dovesse pagare né prima né poi.

Adesso se ne esce sostenendo che bisognerebbe ridurre l'orario di lavoro, a parità di salario mensile, per distribuire incrementi di produttività che non dubito ci siano in taluni casi, ma che in media sono sostanzialmente fermi al palo da due decenni.

In pratica Tridico suppone che riducendo l'orario di lavoro a parità di costo le imprese vivrebbero tutte felici e contente e prospererebbero sul mercato internazionale. Immagino anche che a seguito di tale riduzione ci sarebbe un incremento significativo dei posti di lavoro, in uno scenario idilliaco.

Tridico prima di diventare presidente dell'Inps era docente universitario. Questo è lo stato in cui versano le facoltà di economia in Italia…


 "Se io domenica mattina vado a votare - ha sottolineato il Cardinale- è perché sono convinto che esista un bene comune che riguarda te, riguarda tutti noi. Siamo un 'noi' di cui dobbiamo tenere conto. E mi fa paura, invece, questo atteggiamento individualistico, in fondo, di non scegliere. E, poi, quante nazioni ci sono nel mondo dove non si vota, dove c'è una testa che ha già pensato tutto... In fondo noi viviamo in una democrazia... E' un valore aggiunto anche la democrazia. In democrazia senti cose dritte, senti cose storte, senti cose che condividi e non condividi... Certamente tutti abbiamo il dovere di informarci, di farci una coscienza. Il voto è esprimere un giudizio".