lunedì 4 giugno 2018

Scorie - L'eterna (falsa) promessa di trasformare le pietre in pane




Quasi tutti gli economisti sentono l'irresistibile tentazione di proporre ricette per risolvere (a parole) i problemi dell'Italia. Quasi sempre si tratta di versioni di keynesismo.

Pierluigi Ciocca, per esempio, elenca "sette sviluppi nella politica economica e istituzionale, interna ed europea: eventi che contemporaneamente sostengano la domanda globale, consentano e promuovano la produttività."
Non intendo passarli tutti in rassegna, limitandomi a elencarli. Si va dall'azzeramento del deficit tramite spending review e lotta all'evasione fiscale, ai sempreverdi investimenti pubblici, con tanto di reiterazione di richiesta di scorporarli dal computo del deficit.

Come da ritornello keynesiano:

"Gli investimenti in infrastrutture costituiscono l'unica misura di bilancio capace di sostenere tanto la domanda quanto la produttività. Caduti a meno del 2% del Pil (da 54 miliardi nel 2009 a 33 lo scorso anno), sono da riportare a oltre il 3% del Pil, pianificandone per tempo la migliore attuazione secondo una precisa scala di priorità economico-sociale. Il loro moltiplicatore della domanda (1,2/1,5) è doppio rispetto a quello dei consumi pubblici, dei trasferimenti, della detassazione. Come chiarito da Keynes, in larga misura si autofinanziano."

Come ho già avuto modo di osservare, in fin dei conti i "barbari" (copyright del Financial Times) che hanno redatto il "Contratto per il governo del cambiamento" dicono le stesse cose, semplicemente in modo più sgangherato e aumentando il numero del mitologico moltiplicatore.

E pazienza se, contrariamente a quanto "chiarito da Keynes", l'autofinanziamento resti nella teoria e non si traduca in pratica. Non dubito che da noi ci sia anche un problema di "pianificazione", ma anche avendo persone più capaci/oneste a prendere le decisioni, non si tratterebbe di esseri onniscienti.

Saltando il solito passaggio sul Sud Italia che deve diventare la nostra Florida, ecco un altro classico: la sostituzione del rigore con le politiche per la crescita.

"Nell'Eurozona all'attuale rigore alla Hayek occorre sostituire il rigore alla Keynes: equilibrio di bilancio, sì, ma unito a investimenti pubblici utili, cospicui e capaci di autofinanziarsi, ammettendo la golden rule per la loro copertura con debito all'avvio."

Quella che Mises definiva la promessa di trasformare le pietre in pane. A causa della quale i pagatori di tasse si stanno spaccando i denti da 80 anni.

Ma secondo Ciocca è perché Keynes è stato letto male o non capito.

"Il punto chiave è che Keynes non è affatto lo spendaccione inflazionista considerato da chi l'ha studiato su mediocri manuali, non ha letto i suoi scritti o non li ha compresi. Keynes aborriva i disavanzi pubblici di parte corrente, lo "scavare le buche", il debito dello Stato. Predicava investimenti pubblici, col bilancio in tendenziale equilibrio. Poneva un problema di composizione della spesa: meno uscite correnti, risparmio non negativo, al limite maggiori imposte se impiegate in infrastrutture."

Posso concedere che probabilmente Keynes non avrebbe voluto avere nulla a che fare con diversi keynesiani di ogni epoca. Ma è Keynes, in quello che indubbiamente è il suo principale lavoro, ossia la "Teoria Generale" (su occupazione, interessi e moneta), a ritenere giustificato il ricorso allo scavare buche o a indire cacce al tesoro di bottiglie riempite di banconote, o ancora a provocare, mediante la soppressione del tasso di interesse, l'"eutanasia del rentier".

E qualcosa in fin dei conti deve essere sbagliato se le applicazioni pratiche hanno spesso finito per moltiplicare i debiti e non il Pil.

Per di più, partendo da un debito che supera il 130% del Pil, come si può credere che la soluzione passi da altro debito? Basta un errore nella pianificazione (ahimè tutt'altro che improbabile) per avere un effetto a palla di neve sul rapporto tra debito e Pil.

Ma se non lo si è voluto capire finora, non lo si capirà mai.
 
 
 
 "Se io domenica mattina vado a votare - ha sottolineato il Cardinale- è perché sono convinto che esista un bene comune che riguarda te, riguarda tutti noi. Siamo un 'noi' di cui dobbiamo tenere conto. E mi fa paura, invece, questo atteggiamento individualistico, in fondo, di non scegliere. E, poi, quante nazioni ci sono nel mondo dove non si vota, dove c'è una testa che ha già pensato tutto... In fondo noi viviamo in una democrazia... E' un valore aggiunto anche la democrazia. In democrazia senti cose dritte, senti cose storte, senti cose che condividi e non condividi... Certamente tutti abbiamo il dovere di informarci, di farci una coscienza. Il voto è esprimere un giudizio".


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