venerdì 30 gennaio 2015

Scorie - QE e potere d'acquisto

"La decisione presa dalla Bce avrà una ricaduta positiva sul Pil perché allontana sempre di più i rischi di deflazione e permetterà una dinamica dei redditi nominali: sarà una spinta alla crescita…  per un cittadino italiano cambia che c'è più potere d'acquisto e anche più certezza per il futuro… si può iniziare a spendere di più e le imprese sicuramente possono a investire di più, tenendo anche conto dell'importante contributo del taglio delle tasse e degli incentivi all'occupazione."
(P. C. Padoan)

Con queste parole il ministro dell'Economia ha commentato il lancio del quantitative easing (QE) da parte della BCE.

Secondo Padoan, il QE "allontana sempre di più i rischi di deflazione". Ovviamente il ministro per deflazione intende la diminuzione degli indici dei prezzi al consumo e non della quantità di moneta (definizione che ritengo corretta), perché in quest'ultimo caso l'affermazione sarebbe piuttosto ridicola.

Padoan sostiene poi che il QE "permetterà una dinamica dei redditi nominali". Questo potrebbe in effetti verificarsi nel tempo, ma potrebbe non corrispondervi una dinamica (positiva) dei redditi reali. E in effetti lo stimolo monetario ha l'obiettivo (keynesiano) di provocare una crescita degli indici dei prezzi al consumo in modo tale da alleggerire gli oneri del debito. I redditi nominali potrebbero anche aumentare, ma quelli reali potrebbero diminuire. L'illusione monetaria è uno dei cardini della teoria keynesiana.

Il ministro sostiene che per un cittadino italiano "c'è più potere d'acquisto e anche più certezza per il futuro". Per un cittadino italiano ci sarà maggior potere d'acquisto a seconda che sia tra i beneficiari della redistribuzione inflattiva oppure no. In quest'ultimo caso, contrariamente a quanto sostiene il ministro, il potere d'acquisto diminuirà. Come accennavo prima, tuttavia, il cittadino potrebbe avere l'illusione iniziale di trarre beneficio dagli effetti del QE. Come scrisse Murray Rothbard, "l'inflazione è generalmente popolare per il suo effetto narcotico".

Quanto agli investimenti da parte delle imprese, se il QE comprimerà ulteriormente i tassi di interesse si potrebbe in effetti assistere a un aumento degli investimenti, la cui redditività prospettica sarebbe peraltro condizionata da tassi bassi non per via di un aumento del risparmio reale, bensì per effetto della manipolazione monetaria. Tali investimenti rischierebbero di rivelarsi "malinvestimenti" una volta esaurito l'effetto dell'inflazione. Ciò porterebbe a fallimenti e conseguente deflazione.

E la soluzione in tal caso non sarebbe, come suggeriscono i keynesiani, perpetuare il QE, perché ciò significherebbe, prima o poi, giungere all'implosione del sistema monetario. Nessuna illusione (o ipnosi) può durare all'infinito.


giovedì 29 gennaio 2015

Scorie - Mutualizzazione di fatto

"E' vero che il rischio di perdite appare oggi molto limitato, ma resta il fatto che per ripagare quelle eventuali le banche centrali nazionali, visto che non hanno più la possibilità di stampare moneta avendola trasferita proprio alla Bce, non avranno altre risorse che il loro patrimonio o finanziamenti dallo Stato."
(P. Panerai)

Come è noto, lo scorso 22 gennaio la BCE ha annunciato il suo quantitative easing (QE), in base al quale da marzo aggiungerà agli attuali acquisti di cartolarizzazioni e covered bond anche titoli emessi da agenzie pubbliche, enti sovranazionali e, soprattutto, titoli di Stato.

Il compromesso imposto dalla Germania è però che l'80 per cento del rischio (percentuale più alta sui soli titoli di Stato) rimanga in capo alle singole banche centrali nazionali. Questo dovrebbe, nelle intenzioni, rassicurare l'opinione pubblica tedesca, che si suppone (penso a ragione) non capisca più di tanto gli aspetti tecnici della faccenda.

Il fatto che è pare che la cosa non sia molto chiara neppure in Italia, dato che in molti (tra i quali Paolo Panerai su Milano Finanza) hanno espresso le solite lamentele antitedesche per la decisione di non mutualizzare tutti i rischi.

Basta però analizzare cosa succede quando viene messo in atto il QE per rendersi conto che i tedeschi non sono affatto al riparo dai rischi dei Paesi periferici.

Infatti, quando le singole banche centrali nazionali comprano i titoli emessi dai rispettivi Stati, pagano emettendo base monetaria (euro). Tale base monetaria è in tutto e per tutto una passività della BCE, non delle singole banche centrali nazionali, dato che gli euro emessi in Italia, Francia, Germania ecc. sono fungibili. In teoria se la gran parte dei rischi derivanti dai titoli acquistati restano in capo alla banca centrale nazionale, i suoi azionisti potrebbero trovarsi a doverla ricapitalizzare in caso di perdite significative. Questo fa allarmare Panerai e tanti altri.

Ma il fatto è che i titoli saranno contabilizzati a costo ammortizzato, il che significa che le eventuali perdite saranno contabilizzate solo in caso di vendita a un prezzo inferiore a quello di acquisto, oppure in caso di default dell'emittente.

Il primo caso potrebbe verificarsi qualora la BCE, a un certo punto, decidesse di "smontare" il QE, interrompendo gli acquisti e iniziando a vendere i titoli accumulati. Considerando che ciò avverrebbe con ogni probabilità solo se la crescita dei prezzi al consumo superasse (e neppure di poco e per poco) il 2 per cento annuo, le perdite potrebbero essere superiori in Germania che altrove, dato che la Bundesbank si troverà nei prossimi mesi a comprare titoli anche a lunga scadenza con rendimenti negativi o positivi per pochi decimi di punto percentuale. Esisterebbe in teoria anche la possibilità che il QE venisse interrotto perché se ne constatano solo gli effetti collaterali di formazione di bolle, ma ciò rappresenterebbe un cambio di mentalità da parte dei banchieri centrali che credo abbia poche probabilità di verificarsi. Oppure si potrebbe giungere all'implosione del sistema, ma a quel punto sarebbero dolori per tutti, tedeschi inclusi.

Quello che in realtà temono maggiormente in Germania e che è stato determinante per rifiutare la mututalizzazione esplicita del rischio è che si verifichi un default da parte di uno o più Paesi aderenti all'euro.

Supponiamo, allora, che a fare default sia l'Italia. A quel punto la Banca d'Italia, imbottitasi di BTP nell'ambito del QE, potrebbe necessitare di una forte ricapitalizzazione. E chi dovrebbe ricapitalizzarla? I suoi azionisti, che sono per lo più banche italiane. A loro volta esposte al rischio di default della Repubblica italiana e debitrici della Banca d'Italia (come ramo operativo della BCE nell'ambito del Sistema Europeo di Banche Centrali) per i rifinanziamenti ordinari (MRO) o a lungo termine (TLTRO).

Ma se le banche non fossero in grado di ricapitalizzare la Banca d'Italia perché a loro volta insolventi, in barba alle recenti direttive che prevedono la "liquidazione ordinata" delle banche in crisi, la situazione sarebbe ingestibile (e le perdite della Banca d'Italia aumenterebbero). In questi casi alla fine interviene sempre lo Stato (caricando i costi sui cittadini), ma ricordiamo che nel caso specifico è proprio lo Stato il primo a essere insolvente.

Quindi potrebbe interviene il meccanismo europeo di stabilità (ESM), che però non ha abbastanza soldi in caso di default dell'Italia. Per cui ci si troverebbe con uno Stato insolvente, una banca centrale insolvente e nessuno dei suo azionisti in grado di ricapitalizzarla perché a sua volta insolvente.

Però gli euro emessi per comprare quei titoli restano nel passivo della BCE. Il che significa che, piaccia o non piaccia, il rischio vero (ossia quello di default) è in realtà mutualizzato. E questo a prescindere da come poi effettivamente la cosa viene risolta, se con una ristrutturazione del debito nell'ambito dell'area euro, oppure con una uscita del Paese insolvente. Si noti che anche nel caso in cui si evitasse il default mediante il ricorso preventivo alle Outright Monetary Transactions (OMT), si avrebbe mutualizzazione, perché a quel punto la BCE comprerebbe debito del Paese in difficoltà per importi illimitati, purché questo si sottoponga a un programma della cosiddetta Troika (BCE, Commissione Ue e FMI).

Durante la conferenza stampa post Consiglio direttivo del 22 gennaio, Mario Draghi ha minimizzato la questione della mutualizzazione solo parziale del rischio. Lo ha fatto con ogni probabilità per tranquillizzare ulteriormente l'opinione pubblica tedesca.

In realtà la questione è irrilevante per opposti motivi e in caso di seria difficoltà/default di uno o più Stati ciò diventerà evidente.


mercoledì 28 gennaio 2015

Scorie - Mantenimento

"So che c'è la percezione che l'Italia violi le norme ma guardate bene i numeri, non è vero, rispettiamo le regole meglio di altri nonostante il debito elevato per il quale facciamo ogni sforzo perché si mantenga in un percorso di riduzione."
(P. C. Padoan)

Questo ha detto, tra le altre cose, il ministro dell'economia Pier Carlo Padoan in audizione al Parlamento Ue. Proprio chi guarda bene i numeri, però, non può fare a meno di rimanere allibito dinanzi alle affermazioni di Padoan.

Il rinvio a marzo della valutazione sulla posizione dell'Italia da parte della Commissione Ue non credo possa essere interpretato come una promozione a pieni voti dei conti presentati a fine 2014 dal governo italiano con la legge di stabilità.

Né può dissipare i dubbi di chi diffida dell'Italia sentire il ministro sostenere, riferendosi al debito pubblico, che "facciamo ogni sforzo perché si mantenga in un percorso di riduzione". Probabilmente Padoan si riferisce al lieve calo, in rapporto al Pil, registrato tra il secondo e il terzo trimestre del 2014. Dato reso noto da Eurostat pochi giorni fa. Il problema è che su base annuale il dato era in crescita di 4 punti di Pil, oltre che di circa 100 miliardi in valore assoluto.

Il percorso di riduzione mi pare quindi ben lungi dall'essere intrapreso, figuriamoci dall'essere mantenuto.


martedì 27 gennaio 2015

Scorie - Lo sperimentatore

"Abbiamo tanti cittadini italiani che pensano che il posto dell'Italia non è essere un museo. Non voglio descrivere il Paese come museo, la cultura è importante, ma vorrei dire ai miei figli che l'Italia è un laboratorio di esperimenti."
(M. Renzi)

Poteva Renzi evitare la passerella del World Economic Forum di Davos? Ovviamente no. E così, eccolo affermare che vorrebbe dire ai suoi figli che "l'Italia è un laboratorio di esperimenti". Egli stesso conducendo un esperimento linguistico, quando ha detto che "il posto dell'Italia non è essere un museo". Evidentemente la sua indole riformista lo ha spinto a iniziare una sgangherata riforma della lingua italiana.

Purtroppo l'Italia è da tempo un laboratorio di esperimenti, peraltro mal riusciti, da parte di chi governa. Renzi ha solo una tendenza a strafare superiore a quella dei suoi predecessori (anche se va riconosciuta una certa sproporzione tra quanto dice e quanto fa, per fortuna!).

Il problema è che questi esperimenti da laboratorio vengono fatti su cavie umane, in particolare su quanti appartengono alla categoria dei pagatori netti di tasse. I quali, ovviamente, non partecipano volontariamente agli esperimenti.

Così, tra un esperimento e l'altro, il rischio concreto è che la libertà degli individui non trovi spazio neppure nel museo.


lunedì 26 gennaio 2015

Scorie - Ma quale fiducia?

"E' vero che in una prima reazione alla decisione della Bce i premi di rischio per i titoli di Stato italiani sono diminuiti. Ma questo riflette anche che la fiducia cresce di nuovo nell'eurozona complessivamente."
(P. C. Padoan)

Questo ha dichiarato il ministro dell'Economia al giornale tedesco Handelsblatt. Come è noto buona parte dei tedeschi (non a torto) non vedono di buon occhio l'annunciato allentamento quantitativo da parte della Bce (leggi: creazione di denaro dal nulla in quantità ben superiore a quanto fatto finora). Suppongo che affermazioni come quella di Padoan peggiorino il già pessimo umore di questi giorni in fatto di politica monetaria.

Non è la prima volta che Padoan afferma che il calo del premio per il rischio pagato dal Tesoro italiano (il famoso spread) sia dovuto a un aumento della fiducia, magari nei confronti del governo di cui fa parte.

In realtà la compressione dei premi per il rischio è dovuta solo ed esclusivamente ai provvedimenti espansivi posti in essere dalla Bce. Prendiamo il caso dell'annuncio del QE: la Bce inizierà a marzo a creare base monetaria per 60 miliardi di euro mensili acquistando cartolarizzazioni, covered bond, titoli emesse da agenzie governative o sovranazionali, nonché titoli di Stato (che faranno la parte del leone).

Il programma andrà avanti almeno fino a settembre 2016, superando quindi i 1.100 miliardi di nuovi euro immessi nel sistema dalla Bce; ma potrebbe essere esteso se nel frattempo non sarà stato raggiunto un andamento dei prezzi al consumo in linea con l'obiettivo della Bce, ossia una crescita su base annua inferiore ma vicina al 2 per cento.

L'annuncio della Bce ha superato le attese degli operatori di mercato (se così ancora lo so vuole chiamare). Cosa avrebbe dovuto succedere se non una immediata compressione dei rendimenti e dei premi per il rischio?

La parola "fiducia" è adatta a giustificare l'andamento dei rendimenti dopo l'annuncio del QE come le cravatte di Padoan sono adatte agli abiti che indossa.


venerdì 23 gennaio 2015

Scorie - The (bad) conscience of a liberal (36)

"Nel primo periodo, quello precedente alla crisi, i capitali inondavano l'Europa del sud. Col senno di poi era un fatto negativo, ma a quel tempo ben pochi di coloro che occupavano posti di responsabilità se ne lamentavano — oh, e in Spagna si trattava di indebitamento privato, non pubblico. Il risultato è stato un boom nel Sud, e anche un'inflazione più elevata. Di nuovo, però, ciò era visto come perfettamente normale e addirittura positivo, a quel tempo. Dopotutto non potete aspettarvi che tutti in un'unione monetaria abbiano lo stesso tasso d'inflazione. L'inflazione complessiva andava bene — e i prezzi in crescita nel sud dell'Europa aiutavano la Germania a diventare super-competitiva ed emergere dalla depressione economica in cui si trovava alla fine degli anni '90, senza  bisogno di un'effettiva deflazione."
(P. Krugman)

Tra i tanti che ritengono che tutti i problemi dell'Europa si risolverebbero se solo la Germania aumentasse il proprio deficit di bilancio, non poteva mancare Paul Krugman. Il quale ripete uno dei cavalli di battaglia dei keynesiani: i tedeschi hanno fatto le riforme strutturali quando il i Paesi del sud spendevano e spandevano, producendo una crescita dei prezzi al consumo (che nella definizione mainstream è identificata con l'inflazione) superiore al 2 per cento e consentendo così alla Germania di recuperare competitività senza dover avere una discesa dei prezzi (identificata con la deflazione).

Krugman ovviamente non vuole riconoscere la validità della teoria del ciclo economico austriaca, per cui ecco come descrive il procedere degli eventi.

"Poi il flusso di capitali si è fermato, e per l'Europa del sud è diventato necessario rovesciare la dinamica di crescita dei costi e dei prezzi relativi che si era stabilita durante il periodo di afflusso di capitali. Tanto la macroeconomia di base quanto le regole concordate per il funzionamento dell'euro dicevano che questo aggiustamento avrebbe dovuto essere simmetrico rispetto a ciò che era accaduto prima – cioè che l'inflazione complessiva dell'eurozona avrebbe dovuto rimanere fissa al suo target (o al di sopra, dice la scienza economica, ma lasciamo perdere questo), con la Germania che avrebbe dovuto avere un'inflazione significativamente più alta in modo tale che la minore inflazione nel sud avrebbe potuto portare la necessaria "svalutazione interna".
In realtà, però, non c'è stato alcun aumento di inflazione in Germania, e a questo punto abbiamo anzi una caduta. L'inflazione complessiva dell'eurozona, anche usando l'inflazione core, è ben al di sotto del suo target. Così l'Europa del sud è costretta alla deflazione, che ha costi pesanti ed aumenta ulteriormente il peso del debito."

Indubbiamente quella che Krugman definisce "macroeconomia di base" (che è poi quella keynesiana) prevedrebbe un aggiustamento simmetrico, ma non può dirsi lo stesso per le "regole concordate per il funzionamento dell'euro". In nessun trattato si trovano regole del genere.

Occorre peraltro ricordare che nessuno dei Paesi del sud dove si è lasciato correre il debito privato e/o pubblico sia stato obbligato a farlo, né la maggior crescita dei prezzi al consumo è stata cercata per "solidarietà" nei confronti della Germania, checché ne dicano l'esercito keynesiano e il generale Krugman.

"E adesso ci sono i tedeschi che dicono che loro hanno risolto i propri problemi, e quindi perché non lo può fare anche l'Europa del sud? Perché? Il perché è che l'Europa del sud ha giocato secondo le regole, ma al momento del bisogno le regole sono state cambiate, e sono cambiate enormemente a suo svantaggio."

Ovviamente ecco cosa si doveva fare.

"Potreste chiedervi: cosa si sarebbe dovuto fare per evitare la situazione? La BCE avrebbe dovuto operare un'aggressiva espansione non appena è diventato chiaro che l'inflazione stava diminuendo. Ci sarebbe voluto uno sforzo ben preciso per compensare l'austerità fiscale nell'Europa del sud con un'espansione nel nord. Invece si è permesso che l'ossessione dell'inflazione e del deficit dominasse per anni, e ora la situazione è praticamente irrecuperabile."

E così Krugman ha già messo le mani avanti nel caso il QE della BCE non facesse altro che gonfiare bolle già piuttosto evidenti. Questo è un classico keynesiano: se uno "stimolo" non funziona, vuol dire che è tardivo e insufficiente. Non pretendo certo che Krugman cambi idea a sessant'anni; che dia un'occhiata alle regole (a prescindere dal giudizio che se ne dà) prima di scriverne non sarebbe doveroso, però.


giovedì 22 gennaio 2015

Scorie - Popolari(tà)

"Purtroppo in Italia abbiamo perso l'opportunità di realizzare una riforma del sistema bancario tre anni fa. Quando la crisi ha mostrato i suoi primi segnali molti paesi, penso alla Germania, all'Inghilterra e alla Spagna, hanno deciso di cambiare il loro sistema. Non l'hanno fatto né Berlusconi, né Mario Monti né Enrico Letta: io rispetto la loro decisione, ma in un sistema sano e positivo la prima scelta da fare in termini di riforme riguarda le banche… Adesso si dice che il sistema bancario italiano non è solido. Ma questo non è corretto."
(M. Renzi)

Rispondendo a delle domande rivoltegli in merito alla decisione di obbligare per decreto legge le banche popolari con attivi superiori a 8 miliardi a trasformarsi in società per azioni entro 18 mesi, Matteo Renzi ha fatto le affermazioni (sconcertanti) che ho riportato.

Non voglio in questa sede entrare nel merito del provvedimento assunto dal governo (che peraltro suppongo abbia reso felice, tra gli altri, un noto gestore di fondi specializzato in banche amico e sponsor del premier), bensì mettere in evidenza un paio di sfondoni in cui è incorso il presidente del Consiglio.

In primo luogo non è vero che Germania, Inghilterra e Spagna hanno "deciso di cambiare il loro sistema" bancario. Semplicemente hanno usato soldi dei contribuenti per tappare mastodontiche voragini apertesi nei bilanci di parecchie banche quando è scoppiata la crisi, arrivando in diversi casi a vere e proprie nazionalizzazioni. In Spagna sono state fatte aggregazioni tra banche in sostanziale stato di insolvenza, e solo per quel motivo.

Se si considerano le sole iniezioni di denaro (escludendo, quindi, le garanzie), l'Inghilterra ha speso circa 300 miliardi di euro, la Germania 260 miliardi e la Spagna un centinaio, di cui 40 concessi dal Meccanismo europeo di stabilità (ESM). In Italia tra Tremonti bond e Monti bond non si sono raggiunti i 15 miliardi, peraltro ormai quasi interamente rimborsati da chi ne aveva fatto ricorso.

In secondo luogo, è quanto meno bizzarro sostenere che "in un sistema sano e positivo la prima scelta da fare in termini di riforme riguarda le banche", dato che generalmente è un sistema malato che necessita di cambiamenti. Suona strano che Renzi si affretti ad affermare che "non è corretto" dire che "il sistema bancario italiano non è solido".

Posto che nessuno che effettivamente si occupi a livello professionale di banche penso possa basare la propria opinione sullo stato di salute della singola banca o del sistema in generale su ciò che dice Renzi (magari accade il contrario), è evidente che in una economia in crisi da almeno sei anni le banche non possono scoppiare di salute. E in effetti i circa 180 miliardi di sofferenze del sistema non sono noccioline.

E' altrettanto evidente che alcune banche hanno meno problemi di altre, e che tra quelle in condizioni patologiche (in amministrazione straordinaria) vi sono sia società per azioni, sia cooperative (peraltro per lo più BCC, non toccate dal provvedimento).

Ci sono occasioni in cui Renzi afferma cose in tutto o in parte non vere (ad esempio quando sostiene di aver abbassato le tasse), essendo però consapevole di ciò che dice. Questa volta non escludo che abbia parlato di un argomento che in realtà non conosce, facendolo però con la solita sicumera. Magari gli è bastato leggere l'aggettivo "popolare" per ritenere che ci fosse di mezzo la popolarità, che pare essere la sua ragione di vita. Rendendosi, almeno per quanto mi riguarda, piuttosto ridicolo.


mercoledì 21 gennaio 2015

Scorie - Lezioni da non prendere

"L'Italia prenda lezione dal coraggio di Barack Obama che ha annunciato la sua sfida ai repubblicani e alle disuguaglianze proponendo un aumento delle tasse per i contribuenti più ricchi, in particolare sui redditi derivanti dal capitan gain, anche per le istituzioni finanziarie più solide, per finanziare allo stesso tempo tagli delle tasse e agevolazioni fiscali per la classe media. Di fatto Obama propone una scelta di campo, difende il lavoro e tassa le rendite improduttive o maggiormente speculative se non reinvestite nell'impresa… il nodo della redistribuzione dei redditi è cruciale e va aggredito con le uniche misure in grado di garantire un riequilibrio, cioè la tassazione delle nicchie fiscali su cui si concentrano le nuove ricchezze. E' evidente nell'analisi dell'ultimo decennio come ci sia una concentrazione di ricchezza senza precedenti nelle mani di pochi. E' un dibattito che in Italia va aperto, anche se non piace a tutti."
(F. Boccia)

Francesco Boccia (Pd), presidente della commissione Bilancio della Camera dei deputati, invita il governo a prendere esempio da Obama, che vorrebbe aumentare la redistribuzione negli Stati Uniti, pur sapendo che con ogni probabilità il Congresso a maggioranza repubblicana non darà seguito alla sua richiesta.

Boccia suggerisce di tassare (ulteriormente) le "nicchie fiscali su cui si concentrano le nuove ricchezze". Quando mi capita di discutere in merito alla tassazione e, da libertario, definisco la tassazione una violazione della proprietà privata pari al furto, la reazione di buona parte dei miei interlocutori rasenta lo sgomento.

Eppure, leggendo la dichiarazione di Boccia, si dovrebbe spiegare quale differenza ci sia, nella sostanza, tra l'intenzione di (o l'incitazione a) chi governa di aumentare le tasse dove ci sono nuove ricchezze e quella di una banda di ladri di fare incursioni in una villa in cui sa di trovare un bottino cospicuo.

Solitamente qui scatta l'indignazione, dato che mi si dice che chi governa lo fa democraticamente e tassa mediante provvedimenti di legge, magari con una spolverata di "agendo per il bene comune".

Ebbene: la forma sicuramente è diversa, ma la sostanza non cambia. Si tratta pur sempre di intimare a una persona di consegnare una somma di denaro minacciando l'uso della violenza. Giustificare una forma di violenza perché operata in base a norme di legge significa, filosoficamente, giustificare l'uso della legge per fare delle persone ciò che si vuole. Questo, in ultima analisi, significa giustificare il totalitarismo.

Venendo al caso specifico, poi, Boccia e i redistributori vari sembrano ignorare che le cosiddette rendite sono già pesantemente tassate in Italia (con aumenti a opera anche del governo in carica, perfino sui fondi pensione) e che una delle cause principali della concentrazione della ricchezza è da individuare nelle politiche monetarie espansive poste in essere dalle banche centrali, organismi non proprio estranei alle amministrazioni statali.

Qualcuno potrebbe sostenere che aumentando le tasse ai ricchi si finirebbe per rendere giustizia di ricchezze accumulate grazie alle suddette politiche monetarie. Ma questo potrebbe essere vero solo casualmente, mentre in parecchi casi si penalizzerebbero doppiamente taluni soggetti. Quindi l'uso della tassazione esplicita per neutralizzare gli effetti della tassazione implicita (inflazione monetaria) è assolutamente un rimedio peggiore del male.

Molto meglio sarebbe iniziare a rispettare il diritto di proprietà e basare ogni azione sull'applicazione del principio di non aggressione. Anche questo è "un dibattito che in Italia va aperto, anche se non piace a tutti". Sicuramente non piace ai Boccia di turno.


martedì 20 gennaio 2015

Scorie - Accattonaggio

"La logica di vincolare gli altri governi non convince perché si basa sulla costruzione ideologica dell'"azzardo morale", cioè della sfiducia negli altri, che a sua volta alimenta pregiudizi di sfiducia e soprattutto toglie dalle scelte comuni ogni riflessione di sostanza politica. Alla radice c'è sia un deficit di solidarietà, sia un errore di comprensione storica della crisi. Le argomentazioni tedesche si reggono in particolare sul presupposto di negare che ci sia una responsabilità, condivisa da tutti i paesi, nell'aggravarsi della crisi. Il metodo è la falsificazione della realtà storica. D'altronde, quando la Bundesbank fa previsioni di crescita che poi deve dimezzare, addomestica quelle dell'inflazione, e nega la necessità di interventi per garantire la stabilità dei prezzi, racconta anch'essa una specie di "bugia collettiva" che i suoi interlocutori domestici vogliono ascoltare e che i suoi corifei rilanciano sui media di Francoforte. Purtroppo la negazione della realtà o l'esercizio consapevole di una "bugia collettiva" fanno parte della storia più buia del Novecento europeo."
(C. Bastasin)

Carlo Bastasin sostiene che in Germania si stiano da tempo raccontando "bugie collettive" e ricorda che quell'esercizio fa parte della storia più buia del secolo scorso, evidentemente riferendosi al metodo di propaganda di Goebbels durante il periodo nazista.

A dire il vero a me pare che, se di "bugie collettive" si può parlare, il fenomeno non sia confinato alla sola Germania. Bastasin parla, infatti, di falsificazione della realtà, ma non riesce ad andare oltre la trita e ritrita lamentazione sul "deficit di solidarietà" a livello europeo. Per di più contestare le previsioni della Bundesbank quando le stime di crescita che i governi italiani mettono nei Documenti di economia e finanza sono sempre clamorosamente ottimiste è grottesco.

L'idea che i tedeschi debbano allentare la politica fiscale, andando in deficit (o allargandolo) per fare un favore ai partner europei – soluzione auspicata più o meno da tutti i keynesiani a sostegno del rilancio della domanda aggregata – e che se non lo fanno sono "cattivi" ed "egoisti", è debole.

E' senza dubbio vero che un decennio fa, quando la Germania era in crisi, allargò temporaneamente il deficit pubblico, approfittandone però per fare quelle riforme che in sei anni di crisi ancora stentano ad arrivare nella periferia dell'Area euro. Ed è altrettanto vero che in quel periodo i Paesi periferici dell'Area euro sostenevano la domanda, peraltro indebitandosi. Ma l'aumento della domanda finanziata mediante debito posta in essere dai Paesi periferici durante quel periodo non era teso a "solidarizzare" con i tedeschi, bensì ad approfittare di tassi di interesse storicamente mai così bassi in quei posti per anticipare consumi che qualcun altro in futuro avrebbe dovuto pagare.

E' anche abbastanza ingenuo pretendere che qualcuno debba porre l'interesse altrui dinnanzi al proprio; e questo vale sia a livello individuale, sia a livello continentale.

Per di più l'azzardo morale non è una costruzione ideologica, ma un fenomeno tra i meno controversi in economia.

In Italia (ma anche altrove) si continua a parlare a sproposito di austerità negando l'evidenza, ossia che di austero nelle politiche fiscali dei governi che si sono succeduti anche negli ultimi anni non vi è nulla. Non credo, infatti, che ogni tipo di politica fiscale restrittiva debba essere considerata sinonimo di austerità. La vera austerità consisterebbe in aggiustamenti dei conti pubblici operati mediante tagli strutturali di spesa, mentre in Italia ha sempre prevalso e continua a prevalere l'aumento delle entrate, ossia delle tasse.

Anche il recente calo del costo del debito pubblico è stato sfruttato per rinviare sine die tagli di spesa, nonostante il presidente del Consiglio strombazzasse al suo insediamento proclami di tagli anche superiori a quelli allora prospettati dal commissario alla spending review, Carlo Cottarelli, (a sua volta indotto a tornarsene al FMI).

Non intendo certo negare che anche la Germania abbia responsabilità nell'aggravarsi della crisi, ma continuare a lamentarsi e a pretendere che siano altri a risolvere i problemi dell'Italia non porta da nessuna parte. Fa fare solo la figura degli accattoni.


lunedì 19 gennaio 2015

Scorie - Manipolazioni monetarie sempre più grandi

"Era ormai inutile mantenere il tetto fissato al cambio del franco contro l'euro a 1,2… abbiamo concluso che è meglio uscire ora che tra 6 o 12 mesi quando il quadro potrebbe essere più difficile ovunque… la decisione presa non è dovuta al panico ma è stata valutata con attenzione, non era più sostenibile mantenere il tetto."
(T. Jordan)

Con queste parole Thomas Jordan, presidente della Banca Nazionale Svizzera (BNS), ha commentato la decisione, assunta il 15 gennaio, di rimuovere il livello massimo contro euro a 1.20 introdotto nel settembre del 2011, tagliando contestualmente il tasso di riferimento da -0.25 per cento (la Svizzera aveva introdotto il tasso negativo lo scorso dicembre) a -0.75 per cento.

All'epoca il franco veniva da un periodo di rivalutazione nei confronti dell'euro essendo considerata una moneta rifugio in un periodo in cui stava peggiorando la crisi dei Paesi periferici dell'Area Euro. Quando il cambio contro euro arrivò a sfondare la parità, la BNS intervenne annunciando che non avrebbe più consentito al franco di essere scambiato oltre 1.20 contro euro.

In pratica effettuò una svalutazione del 20 per cento, che difese poi creando franchi dal nulla per comprare titoli denominati in euro, in particolar modo tedeschi e francesi, contribuendo a lasciare la Francia al di fuori della crisi dei debiti sovrani nonostante un trend dei conti pubblici peggiore di quello dell'Italia (che, però, aveva accumulato in passato una situazione ben peggiore).

Finché l'euro è rimasto stabile o si è rivalutato, la BNS ha avuto vita relativamente facile. Da quando, però, l'euro ha cominciato a perdere terreno, soprattutto a causa delle crescenti prospettive di implementazione del QE da parte della BCE a fronte di una FED statunitense un po' meno espansiva di prima (da fine ottobre ha interrotto gli acquisti mensili nell'ambito del QE3, peraltro continuando a reinvestire cedole e capitali in scadenza), difendere il livello di 1.20 franchi contro euro è diventato sempre più oneroso.

La BNS ha iniziato ad accumulare minusvalenze sulle riserve in euro, e in prospettiva sarebbe stato ancora più costoso (e molto probabilmente fallimentare) tenere artificialmente debole il franco.

Il fatto che Jordan dichiari che la decisione "non è dovuta al panico" segnala che il panico in effetti c'è stato. E di sicuro il panico si è scatenato appena fatto l'annuncio, nonostante un taglio contestuale dei tassi di 50 punti base, all'assurdo livello di -0.75 per cento.

Le cui conseguenze sono state di portare in territorio negativo i rendimenti dei titoli di Stato elvetici fino alla scadenza dei 10 anni, con il trentennale che rende meno dello 0.40 per cento. Nel frattempo il cambio contro euro, precipitato subito sotto 1, è risalito un po', ma scambia attorno a 1, con una volatilità schizzata alle stelle. La Borsa è scesa in picchiata, con in maggiori ribassi tra le società più esposte alle esportazioni.

Ora, è indubbiamente vero che rimandare la decisione avrebbe peggiorato le cose, ma è altrettanto vero che neppure un mese fa la BNS aveva dichiarato che avrebbe continuato a difendere 1.20.

Non voglio certo mettermi a fare previsioni su quello che succederà fra un giorno o un anno, ma credo che alcune considerazioni possano essere fatte.

1) Il livello di distorsioni che le banche centrali immettono sulla formazione dei prezzi di mercato (a partire dai tassi di interesse e di cambio) sono enormi. Già lo era stata la decisione di svalutare del 20 per cento nel 2011. Portare i tassi di interesse in negativo (cosa ormai diffusa) è probabilmente ancor peggio di manipolare apertamente il cambio (perché poi la finalità è sempre quella di svalutare).

2) Mi piacerebbe poter affermare che la BNS ha perso contro il mercato, ma in realtà ha perso contro altre banche centrali più grosse di lei.

3) Come spesso accade, la decisione di smettere di mantenere il cambio artificialmente debole è stata criticata molto di più di quella di svalutare nel 2011. In realtà ogni manipolazione è redistributiva, danneggiando alcuni e avvantaggiando altri, quanto meno nel breve. A lungo andare a essere danneggiato è l'intero sistema economico quando la formazione dei prezzi è costantemente manipolata.

4) Tra gli operatori finanziari è in uso sostenere che non bisogna mai combattere le banche centrali. Io credo che sarebbe il caso di aggiungere che non bisogna neppure fidarsi di quello che dicono i banchieri centrali.

5) Last, but not least, un pensiero a tutto coloro che ritengono non solo utile, ma perfino necessario l'interventismo delle banche centrali perché il mercato deve essere guidato e corretto: spero che episodi come questo inducano costoro a riconsiderare una tale posizione. Ma confesso di essere realisticamente pessimista al riguardo.


venerdì 16 gennaio 2015

Scorie - Segreti e buon senso

"La fine definitiva del segreto bancario in Europa consentirà di fare passi avanti notevoli nella lotta all'evasione dando più gettito allo Stato permettendo così di abbassare le tasse."
(P. C. Padoan)

Quella di Pier Carlo Padoan è un'affermazione che si sente spesso ripetere da chi governa o da coloro che, per fede o convenienza, ritengono che se tutti pagassero le tasse, tutti dovrebbero pagarne di meno.

Il buon senso induce a ritenere il contrario, tuttavia. Negli ultimi anni la crescita della quantità di informazioni a disposizione del fisco in Italia è stata esponenziale e, di fatto, potrebbe far impallidire il grande fratello di Orwell.

Esiste già un protocollo OCSE per lo scambio di informazioni fiscali tra Stati, ed entro i prossimi tre anni anche i Paesi meno fiscalmente ostili nei confronti degli individui inizieranno a fornire i dati sui denari dei cittadini esteri ai rispettivi Stati di residenza. A quel punto, in effetti, il grande fratello opererà su scala (non solo) Europea.

Considerando che lo Stato saprà ancor più di oggi dove sono i soldi dei cosiddetti contribuenti infedeli, c'è da credere che la "lotta all'evasione" consentirà di aumentare il gettito.

E adesso veniamo al buon senso. Può essere credibile l'ipotesi che la riduzione delle difese nei confronti del fisco porti a minori pretese da parte dello Stato, a maggior ragione tenendo presente che le esigenze di risanamento dei conti pubblici saranno sempre più impellenti e che l'idea che aumenti di spesa pubblica siano la panacea per rilanciare l'economia è quanto mai diffusa in chi(unque) governa?

La risposta mi pare scontata: no.


giovedì 15 gennaio 2015

Scorie - Anno nuovo, strade vecchie

"La "Abenomics" aveva in faretra tre frecce, quella monetaria, quella di bilancio e quella delle "riforme strutturali". Le prime due sono state, bene o male, scoccate. Ma la freccia delle riforme che dovevano affrontare rigidità e spazzare sussidi, nei mercati del lavoro, dei prodotti e dei servizi, sono ancora al palo. Adesso Abe ha avuto con nuove elezioni un nuovo mandato, e intende usarlo per far funzionare la terza freccia. Il 2015 si presenta quindi come l'anno della verità per la Abenomics. Riusciranno i nostri eroi... In verità, meritano di riuscire, se non altro per aver tentato strade nuove."
(F. Galimberti)

In un articolo dedicato all'anno appena iniziato, Fabrizio Galimberti si occupa delle prospettive delle principali economie mondiali. Con riferimento al Giappone, ricorda che la Abenomics "aveva in faretra tre frecce, quella monetaria, quella di bilancio e quella delle riforme strutturali".

Come spesso accade, le prime due sono state scoccate, mentre la terza no. D'altra parte allargare il deficit di bilancio e stampare denaro sono attività che non portano un calo di consenso a chi governa, quanto meno non a breve. Viceversa, le riforme strutturali hanno benefici di lungo periodo, ma nel breve intaccano il consenso nei confronti di chi governa, perché si tratta di colpire inevitabilmente delle rendite più o meno parassitarie.

Lo stesso Abe non ha vinto le elezioni anticipate tenutesi a metà dicembre sulla base di promesse di riforme strutturali, bensì prospettando un rinvio dell'aumento dell'IVA che era in programma per ottobre 2015.

Ben venga, ovviamente, ogni mancato aumento delle tasse (meglio ancora se ci sono riduzioni), ma il problema è che per avere tasse basse è necessario avere anche una spesa pubblica bassa. Questo non è il caso del Giappone, dove da ormai due decenni il bilancio dello Stato accumula deficit di 8-10 punti di Pil all'anno, nella evidente convinzione che sia possibile continuare così all'infinito.

Che il 2015 sia "l'anno della verità" per l'Abenomics è una opinione di Galimberti: deficit e stampa di moneta hanno già dato ampia prova di non essere stati una soluzione ai problemi del Giappone. Di sicuro, tutto può dirsi tranne che si sia trattato di "strade nuove". Sono sempre le stesse strade, e nel più classico dei tic keynesiani, quando le cose non funzionano non si mette in discussione la cura, bensì si invoca "more of the same". Se questi sono eroi…


mercoledì 14 gennaio 2015

Scorie - Togli "sotto" e metti "fuori"

"La mia preoccupazione è il debito italiano, che è totalmente sotto controllo."
(P. C. Padoan)

Quando un ministro dell'Economia in Italia parla di debito pubblico, una euristica efficace consiste nel considerare vero l'esatto opposto di quello che afferma. Nel caso specifico, il fatto stesso che Padoan dica che il debito è la sua preoccupazione, aggiungendo poi che esso è "totalmente sotto controllo" già appare contraddittorio. E in effetti a me pare totalmente fuori controllo.

Ovviamente non ci si può aspettare che il ministro dell'Economia dica altro, ammetta che il debito non è sotto controllo e che la sua sostenibilità è del tutto precaria, altrimenti accelererebbe la resa dei conti.

Un debito è sotto controllo quando per il debitore è possibile impostare un piano di rientro senza che ciò lo porti all'insolvenza. Nel caso del debito pubblico italiano (ma il discorso, seppur con qualche sfumatura, vale praticamente per tutti i debiti pubblici) serve una fervida fantasia per ipotizzare che il debito sia effettivamente sostenibile. Di fatto è irredimibile, per cui la sostenibilità dipende dalla possibilità di rinnovare le scadenze, pagando interessi compatibili con la crescita nominale del Pil.

In Italia il debito pubblico continua a crescere, nonostante il costo marginale sia ormai a livelli ampiamente inferiori al 2 per cento, perché la crescita nominale del Pil è inferiore a questo sia pur basso livello e, considerando gli interessi sullo stock esistente, il bilancio dello Stato risulta sempre in deficit nonostante un saldo primario positivo.

Tecnicamente parlando, può essere discutibile che la valutazione dei debiti pubblici sia fatta rapportando lo stock di debito al Pil, che è un flusso. Il rapporto con il Pil è corretto nel caso del deficit, che è a sua volta un flusso, ma per il debito si potrebbero fare altre valutazioni.

Ciò a mio parere non porterebbe, peraltro, a conclusioni differenti. Un soggetto che tutti gli anni ha ricavi inferiori ai costi è comunque destinato, prima o poi, all'insolvenza: essa tende ad arrivare tanto prima quanto maggiori sono lo stock di debito accumulato e le perdite annue (deficit).

Si potrebbe osservare che lo stock di debito dovrebbe essere valutato tenendo conto dell'attivo patrimoniale del soggetto indebitato. In effetti ciò è teoricamente vero, e periodicamente un simile esercizio viene pure fatto, ma porta ogni volta al nulla.

Lo Stato (più in generale le amministrazioni pubbliche) detiene molte attività che potrebbero essere dismesse e che spesso generano solo costi. Purtroppo, però, è sempre mancata la volontà politica di fare dismissioni, tranne durante una breve stagione negli anni Novanta, quando non c'era alternativa al default la classe politica era ancora sotto il trauma di Mani pulite. Non è mai il momento adatto per farle, ogni governo dice che vendere significherebbe svendere. Nel frattempo i costi proliferano.

Lo stesso dicasi per la spesa pubblica. Grandi annunci di tagli, che poi restano puntualmente inattuati. Complice anche gran parte dei mezzi di informazione, che salutano con giubilo ogni annuncio di aumenti dei dipendenti pubblici (vedi, da ultimo, le circa 150mila assunzioni nella scuola) senza pensare alle conseguenze per i contribuenti; per di più rilanciando gli allarmi di coloro che vedono in ogni annuncio di riduzione di spesa, per quanto manifestamente parassitaria, la fine dei servizi pubblici.

Se gli asset non sono venduti e i costi non vengono ridotti, l'unica speranza resta nell'aumento del Pil nominale superiore ai costo del debito. Ma si tratta di due questioni che non dipendono direttamente dal governo.

E' ben comprensibile, quindi, l'invocazione ministeriale (e non solo) del QE per alleggerire ulteriormente il costo del debito e inflazionarlo (assieme al Pil). Ma affermare che il debito "è totalmente sotto controllo" significa semplicemente prendere a pugni la realtà.


martedì 13 gennaio 2015

Scorie - Invenzioni per giustificare il QE

"Chi è contrario al quantitative easing, teme che l'allentamento porti inflazione: strana come posizione visto l'attuale rallentamento dell'economia europea. E teme che gli acquisti obbligazionari possano preparare il terreno a un'altra bolla e a un'altra crisi, e anche questa preoccupazione è curiosa con le rigide regolamentazioni che sono state adottate per governare i mercati finanziari. L'obiezione più sostanziale è che con l'allentamento, i governi europei si sentiranno meno pressati a varare le riforme… In realtà, chi muove questa obiezione – che rappresenta il maggiore ostacolo a un'azione radicale da parte della Bce – ha invertito i termini dell'analisi. Attualmente, con il tasso di inflazione pericolosamente vicino a zero, i governi sono riluttanti a fare tutto ciò che potrebbe aumentare il rischio di deflazione. E il consolidamento fiscale e le riforme strutturali sono entrambi deflazionisti nel breve termine."
(B. Eichengreen)

Barry Eichengreen, professore di Economia e Scienze politiche alla University of California di Berkeley, sostiene che l'area euro abbia bisogno di un QE sui titoli di Stato. Dato che si tratta di una posizione non certo originale, Eichengreen cerca di portare una variante sul tema della deflazione.

Elencando i motivi per cui vi sono ancora dei contrari (soprattutto in Germania) al QE sui titoli di Stato, indica il perché si tratti di timori infondati. Sostiene, quindi, che non vi sia da temere l'inflazione dei prezzi al consumo. In effetti questo fenomeno non si verifica certo come prima conseguenza dell'espansione monetaria, a maggior ragione quando essa prenda la forma di monetizzazione del debito. E' lo stesso motivo per cui la crisi ancora in corso è iniziata: la crescita dei prezzi al consumo era a livelli contenuti, nonostante politiche monetarie espansive. Questo non significa che quelle politiche non avessero effetti sui prezzi in generale, anche su quelli al consumo. Semplicemente le spinte rialziste erano contrastate da altre circostanze che avrebbero molto probabilmente generato una tendenza ribassista sui prezzi al consumo (per esempio i prodotti a basso costo provenienti dai Paesi emergenti e quelli ad alta tecnologia) in assenza di politiche monetarie espansive.

Prima che gli indici dei prezzi al consumo inizino ad aumentare in misura significativa, però, si formano bolle sui prezzi di asset finanziari e reali. Eichengreen minimizza anche questo rischio ricorrendo all'argomento della vigilanza "macropridenziale", ossia quella connessa alla regolamentazione. Ma non si può certo dire che le regole mancassero prima del 2007, né che quelle attualmente in vigore abbiano ridotto la possibilità che si formino bolle. Anzi, la monetizzazione del debito da parte di una banca centrale è una sorta di istituzionalizzazione della formazione di bolle.

Quanto a quella che Eichengreen definisce "l'obiezione più sostanziale", ossia l'azzardo morale da parte dei governi che, in assenza di pressioni sui rendimenti dei titoli di Stato, sarebbero reticenti a sistemare i conti pubblici e a fare le famose riforme (qualunque cosa ciò voglia dire in concreto), ci troveremmo addirittura di fronte a una inversione dei termini dell'analisi. In sostanza, i governi sarebbero restii a fare riforme e sistemare i conti perché ciò avrebbe conseguenze deflattive nel breve periodo.

Che questa argomentazione sia infondata lo dimostra il fatto che in passato, pur in presenza di crescite degli indici dei prezzi al consumo anche al di sopra dei target delle banche centrali, non si sono fatte né le riforme, né si sono sistemati i conti pubblici, dato che il famoso (o famigerato) spread nei confronti dei rendimenti dei Bund tedeschi era a livelli irrisori.

Però posso capire Eichengreen: qualcosa bisogna pure inventarselo, altrimenti non rimangono altri argomenti se non l'unico che, per lo meno, sarebbe sincero. Ossia che il QE serve a svalutare il cambio e a inflazionare il debito, ossia a tassare surrettiziamente chi debiti non ne ha e non può neppure indicizzare le proprie entrate. Redistribuzione pura e semplice, senza dover sfoggiare strumenti desueti come falci e martelli.


lunedì 12 gennaio 2015

Scorie - Spesa e utilità

"La sfida 2015 si può sintetizzare così: da molte regioni del centro-nord ci arrivano già segnali importanti che il Pil è ripartito, al Sud invece è ancora tutto fermo. Sbloccare il Pil del Sud vuol dire far crescere l'Italia. Se riusciamo a spendere tutti i 9 miliardi previsti, avremo due punti percentuali aggiuntivi di Pil per il Mezzogiorno."
(G. Delrio)

In queste parole di Graziano Delrio, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, è condensato il succo dell'approccio keynesiano all'economia.

Quello che conta è aumentare la spesa, poco importa come i soldi vengono spesi. Lo stesso Keynes, d'altra parte, sostenne che "scavare buche nel terreno utilizzando il risparmio accumulato accrescerà non solo l'occupazione, ma anche la produzione nazionale di beni e servizi utili" (queste farneticazioni si trovano in quello che è considerato il suo capolavoro, ossia la Teoria Generale dell'Occupazione, dell'Interesse e della Moneta).

Il problema, come è noto, è dovuto alla costruzione dell'indicatore universalmente utilizzato per misurare l'andamento di un sistema economico, ossia il PIL. Ogni aumento della spesa pubblica determina, a parità di altre condizioni, un aumento del PIL di pari importo. Che questo faccia a pugni con il buon senso a me pare evidente, ma altrettanto evidente mi pare la convenienza di politici ed economisti interessati a fare i consiglieri del principe nel continuare a utilizzare il PIL per misurare l'andamento di un sistema economico.

Per inciso, questo è anche il motivo con il quale viene giustificata la ritrosia a ridurre la spesa pubblica. Qualche keynesiano pronto a giustificare ogni spesa, per quanto palesemente parassitaria, lo si trova sempre, sostenendo che quella spesa pubblica rappresenta reddito per determinati individui.

Nel caso specifico, i fondi europei altro non sono che una redistribuzione che avviene tra contribuenti dei diversi Paesi europei. Nel caso dell'Italia, tra l'altro, le uscite superano regolarmente le entrate e derivano per lo più da persone che non beneficiano in alcuna misura dei fondi che rientrano.

Il problema è che un reddito ottenuto a fronte del nulla non rappresenta un aumento di ricchezza, bensì una mera redistribuzione. E coloro ai quali le risorse sono prelevate mediante tassazione per generare quel reddito da spesa pubblica si trovano impossibilitati (e anche disincentivati) a produrre beni e servizi da offrire in scambi volontari, ossia gli unici che possono generare utilità per entrambi i contraenti (checché ne pensino Keynes e i suoi seguaci). Ciò finisce per determinare una minore produzione di ricchezza reale, o addirittura una sua diminuzione.

E a chi obietta che non è necessario aumentare le tasse per finanziare la spesa pubblica, dato che il denaro può essere creato dal nulla, va fatto notare che si tratta semplicemente di passare da una tassazione esplicita a una surrettizia. Ma sempre di redistribuzione si tratta.

In sostanza, non è possibile trasformare le pietre in pane, come argomentò Ludwig von Mises commentando un documento scritto proprio da Lord Keynes.


venerdì 9 gennaio 2015

Scorie - Il primato della politica

"Naturalmente, un giudizio più completo richiede la valutazione complessiva di tutti i decreti delegati che saranno emessi nella fase attuativa. E naturalmente il testo attuale presenta luci ed ombre; a qualcuno piace, ad altri no. Ma di fronte a un nuovo testo di legge ci si deve comunque porre in atteggiamento positivo, riconoscendo ruolo e funzione dei decisori istituzionali (Parlamento e Governo) cioè tenendo ben presente il primato della politica cui spetta decidere quali diritti ampliare e quali comprimere, e quali tutele accordare a essi. A tutti i destinatari, i giudici in primo luogo, spetta fare quanto è possibile perché la legge funzioni, assicurando la tutela dei diritti riconosciuti a ciascuna parte. Dopo il testo definitivo occorrerà monitorare quel che l'esperienza concreta farà emergere. Vale sempre la "prova del cucchiaio": per sapere se il budino è buono non basta guardarne colore o forma, ma occorre mangiarlo. È interesse di tutti che sia gustoso e che non risulti indigesto."
(P. Martello)

Piero Martello è presidente del Tribunale del lavoro di Milano. Ho tratto le parole riportate da un suo intervento relativo alla riforma della legislazione in materia di lavoro, meglio nota come Jobs Act.

Due sono i punti che mi interessano maggiormente. Il primo è quello in cui Martello scrive che "di fronte a un nuovo testo di legge ci si deve comunque porre in atteggiamento positivo, riconoscendo ruolo e funzione dei decisori istituzionali (Parlamento e Governo) cioè tenendo ben presente il primato della politica cui spetta decidere quali diritti ampliare e quali comprimere, e quali tutele accordare a essi".

Martello non dice in realtà nulla di nuovo, ma credo sia sempre utile riflettere, di fronte ad affermazioni come questa, sull'essenza di quel "primato della politica" che rappresenta il tratto saliente delle democrazie rappresentative. Parlamento e Governo, che nel migliore dei casi hanno ricevuto un mandato sostanzialmente in bianco da una minoranza dei cittadini, possono decidere "quali diritti ampliare e quali comprimere". Che il cittadino sia quindi una sorta di schiavo a me pare difficilmente discutibile. Dipende solo dal buon cuore di chi detiene il potere stabilire il grado di schiavitù a cui ogni individuo sarà soggetto.

Il secondo punto è quello in cui Martello scrive che è "interesse di tutti che [il budino] sia gustoso e che non risulti indigesto". Il problema è che il budino non può essere gustoso per tutti allo stesso modo. Per alcuni sarà squisito, per altri immangiabile o indigesto. Ma questi ultimi non saranno liberi di non mangiare il budino, con buona pace della libertà individuale, che evidentemente è incompatibile con il totalitarismo, anche se nella versione soft delle democrazie rappresentative.

Prima di lanciarsi in elogi senza se e senza ma del "primato della politica" e della democrazia rappresentativa, credo sarebbe bene riflettere.


giovedì 8 gennaio 2015

Scorie - Lotta alla povertà con i soldi delgi altri, la forma più pericolosa di comunismo

"Nel 2015 il Governo si dedicherà alla lotta contro la povertà?"
(C. Gori)

Con questa domanda inizia un articolo di Cristiano Gori, un signore del quale già in passato ho commentato alcune dichiarazioni. Gori è il tipico esempio di persona che si erge a paladino dei meno fortunati, facendo di questo una professione, invocando però l'intervento dello Stato affinché non manchino le risorse finanziarie.

Il primo punto consiste sempre nel paragonare la spesa pubblica italiana per la "lotta contro la povertà" a quella degli altri Paesi europei. E il risultato è che l'Italia spende molto meno della media. Prendendo per buoni i numeri riportati da Gori, lo 0.1 per cento del Pil contro lo 0.5 medio. Per di più "l'Italia è, insieme alla Grecia, l'unico Paese europeo privo di una misura nazionale contro la povertà."

Secondo Gori, serve un "ampio Piano, che introduca gradualmente – ad esempio in 4 anni - una misura nazionale indirizzata a tutte le famiglie in povertà assoluta, valorizzando gli interventi contro il disagio già oggi presenti, grazie a Terzo Settore ed enti locali, nei vari territori del paese."

Un Piano dettagliato:

"Sin dall'avvio il Governo dovrebbe assumere precisi impegni riguardanti il punto di arrivo e le tappe intermedie, in modo da costruire un quadro di riferimento certo che permetta a tutti soggetti in campo di operare al meglio verso un comune obiettivo. Lo stanziamento necessario crescerebbe gradualmente sino a giungere, a regime, a circa 7 miliardi di euro, cifra che porterebbe la spesa contro l'esclusione in Italia sostanzialmente al livello della media europea."

Come ho già osservato in passato, Gori non si cura minimamente di spiegare per quale motivo lo Stato debba intervenire (il fatto che lo facciano altri Stati mi pare una non spiegazione), né di ricordare che in Italia la spesa pubblica in rapporto al Pil è complessivamente superiore alla media europea; men che meno indica quali altre voci di spesa ridurre per reperire i 7 miliardi necessari a finanziare le misure da lui proposte. Non che questo, peraltro, rendesse l'idea più accettabile, ma quanto meno non sarebbe così sgradevole.

Dulcis in fundo, ecco l'elenco dei "benefattori":

"Il Piano è proposto dall'Alleanza contro la Povertà in Italia, sorta nel 2013 (chi scrive ne è coordinatore scientifico) per sensibilizzare il Governo sulla necessità di interventi e composta da numerose associazioni (Acli, Caritas, Forum Terzo Settore, Action Aid, Banco Alimentare, Save the Children e molte altre), dalle rappresentanze di Comuni e Regioni, e dai sindacati."

Va da sé che, per come viene posta la questione, chi si oppone al Piano deve essere per forza una persona insensibile al disagio e alla povertà altrui.

Ovviamente ciò non è vero, e se si va oltre la retorica e si analizzano i dati nudi e crudi, la situazione è la seguente: un certo numero di soggetti che si occupano a vario titolo di aiutare i poveri si sono associati non già per chiedere alle persone un contributo volontario (quello, peraltro, lo fanno già singolarmente), bensì per "sensibilizzare" il Governo. Quel "sensibilizzare" comporta l'assunzione di provvedimenti redistributivi di cui essi stessi beneficiano (proponendosi come "esecutori" dei progetti di lotta alla povertà) e per i quali i costi vanno a carico, volenti o nolenti, di coloro che pagano le tasse.

In sostanza, si tratta di chiedere allo Stato che violi (ulteriormente) il diritto di proprietà dei cosiddetti contribuenti, rendendoli coattivamente solidali non solo con i beneficiari dei progetti di contrasto alla povertà, bensì anche con coloro che dell'essere paladini dei poveri hanno fatto una professione.

Vorrei concludere citando le parole con cui Frederic Bastiat, nel 1849, delineava quella che riteneva essere la forma più pericolosa di comunismo: "fare intervenire lo Stato, dargli il compito di riequilibrare i profitti, equilibrare le ricchezze, prendendo dagli uni, senza alcun consenso, per dare agli altri, senza alcun compenso; assegnargli il compito di uguagliare, attraverso la spoliazione, questo è certamente comunismo. I metodi utilizzati dallo Stato a questo scopo, così come i bei nomi con cui si fregia questo pensiero, non fanno alcuna differenza. Che si realizzi con mezzi diretti o indiretti, con la restrizione o con le imposte, con le tariffe o con il diritto al lavoro, che si faccia invocando uguaglianza, la solidarietà, la fraternità, questo non cambia la natura delle cose; il saccheggio delle proprietà è nient'altro che saccheggio, anche quando si svolge regolarmente, con ordine, sistematicamente e attraverso la legge."


mercoledì 7 gennaio 2015

Scorie - (S)pareggio di bilancio

"Assumere quell'impegno con un consenso così vasto, in un contesto di crisi di rara intensità, significava comunicare a tutti gli stakeholders dell'economia italiana: famiglie, imprese nazionali ed estere, investitori domestici e internazionali e a tutta la comunità economica e finanziaria che l'Italia avrebbe adottato per un lungo periodo politiche fiscali ultrarestrittive generando così aspettative di un quadro prospettico molto deprimente che si andava a sovrapporre ad un complesso di debolezze diffuse riveniente dalla grande recessione del 2009 che aveva già traumatizzato non poco il paese. Il risultato che sarebbe scaturito poteva pertanto essere uno solo: un crollo dei consumi, degli investimenti, una perdita generalizzata di ricchezza e un inizio di una nuova spirale depressiva difficilmente arrestabile."
(G. M. Pignataro)

A chi crede che dalla crisi si possa uscire solo ricorrendo a politiche economiche keynesiane, l'idea del pareggio di bilancio è sempre stata indigesta. Nel 2012, quando fu addirittura modificata la costituzione per impegnare l'Italia a smetterla di accumulare deficit, l'acuta tensione che ancora investiva i titoli di Stato italiani affievolì l'opposizione a tale provvedimento, ma oggi sono in molti a tornare alla carica per abolirlo.

Giuseppe Maria Pignataro è tra costoro. E sotto sotto lo sono anche quasi tutti i partiti, a prescindere dallo schieramento politico, che all'epoca dell'introduzione in costituzione del pareggio di bilancio si sentirono con le spalle al muro.

In realtà quel provvedimento, che prevede il pareggio "strutturale" (come è noto, il diavolo sta nei dettagli), scontentò un po' tutti, seppur per motivi diametralmente opposti. I più la pensavano (e continuano a pensarla) come Pignataro. Ma c'era anche chi pensava (e continua a pensare) che sarebbe stato meglio introdurre il vincolo pareggio senza ulteriori qualificazioni e, soprattutto, porre un limite entro il quale far rientrare la spesa pubblica in rapporto al Pil. In caso contrario il pareggio sarebbe stato perseguito rincorrendo la spesa pubblica con aumenti della tassazione, una tradizione piuttosto consolidata in Italia, soprattutto dal famigerato "saccheggio" di Amato sui conti correnti in poi.

Pignataro ritiene che la prospettiva di politiche fiscali restrittive su un lungo orizzonte temporale deprima le aspettative di famiglie, imprese e investitori. Ciò è coerente se si ritiene che lo Stato debba essere un propulsore di crescita economica. La storia (e prima ancora il buon senso) dovrebbe però suggerire che più lo Stato interviene per stimolare la crescita economica, peggio è.

E non è solo una questione di spendere male il denaro finanziato in deficit, favorendo la spesa corrente parassitaria invece dei tanto invocati "investimenti pubblici". Tali "investimenti", quando decisi politicamente, o spiazzano l'iniziativa privata, oppure non soddisfano una reale domanda da parte dei cittadini/consumatori. Per di più, essendo effettuati al di fuori di un contesto concorrenziale tipico del mercato, la moltiplicazione dei costi diventa la regola, non l'eccezione. Tanto paga il contribuente.

Dato, poi, che non si può accumulare deficit all'infinito, le aspettative di aumenti di imposte tenderanno a deprimere i contribuenti. Se nella situazione attuale lo Stato facesse correre il deficit, al di là delle probabili ripercussioni sul costo del debito pubblico, crede Pignataro che i cittadini correrebbero allegri a spendere soldi? A me pare di no, perché l'aspettativa di ulteriori tasse in un futuro non troppo lontano sarebbe inevitabile.

D'altra parte, se lo Stato iniziasse a ridurre la spesa pubblica in misura significativa (non limitandosi a qualche miliardo di minori incrementi rispetto all'anno precedente), sarebbe possibile ridurre veramente la tassazione, non solo a parole come è avvenuto finora. Tagliare la spesa pubblica nell'immediato riduce il Pil, ma potrebbe ridare all'iniziativa privata lo stimolo a produrre ricchezza reale.

Ovviamente si tratta di voler guardare oltre il proprio naso, impresa ardua per i seguaci di Lord Keynes.


lunedì 5 gennaio 2015

Scorie - Tranquilli, la privacy non si tocca

"Non violeremo in alcun modo la privacy né, tanto meno, apriremo liberamente i conti correnti di tutti, ma ci muoveremo con la logica dell'analisi di rischio, ampliando soltanto quello che metologicamente stiamo facendo. Cioè individuare sempre meglio, e con approssimazione sempre più precisa, coloro che non adempiono ai doveri fiscali, usando tutte le basi di dati in nostro possesso."
(R. Orlandi)

Rossella Orlandi, direttore dell'Agenzia delle entrate, vuole rassicurare i cosiddetti contribuenti che i suoi collaboratori, pur disponendo praticamente di tutti i dati relativi a tutti i rapporti intestati a chiunque presso intermediari finanziari italiani, non accederanno liberamente ai conti correnti di tutti.

Ognuno è libero di dire ciò che vuole, e chi lo ascolta è altrettanto libero di credere a quello che sente, ma una lettura dei fatti nudi e crudi credo debba indurre ad accogliere con scetticismo le dichiarazioni di Orlandi.

In Italia esisteva già da alcuni anni l'obbligo per gli intermediari finanziari di inviare al fisco i dati anagrafici di tutti i rapporti della loro clientela. Il governo Monti ampliò l'obbligo di comunicazione, aggiungendo saldi iniziali e finali, oltre a movimentazione in entrata e uscita. Adesso verrà inviata anche la giacenza media (dicono che serva ai fini Isee).

Finora era previsto che l'utilizzo dei dati fosse fatto a livello centralizzato e allo scopo unico di elaborare liste di potenziali evasori. In realtà per credere che, avendo a disposizione tutti i dati, il fisco ne faccia un uso solo parziale era ed è necessario un atto di fede che potrebbe serenamente essere definito di creduloneria.

In ogni caso, da ora in avanti i limiti all'utilizzo di quei dati verrà allentato. E difficilmente sarà la tappa finale.

Però tranquilli: nessuna invasione della privacy…


venerdì 2 gennaio 2015

Scorie - Solite keynesianate

"In un mondo ideale la crisi e la deflazione sarebbero affrontate con un vasto programma di investimenti europei, finanziati dal bilancio europeo e da eurobond. Infrastrutture, economia sostenibile, digitale, sono solo alcuni dei settori per i quali la scala ottimale dell'investimento è europea, e in cui un programma coordinato e di lungo periodo è necessario. Ma il mondo in cui viviamo non è ideale, e la fiera opposizione della Germania e di altri Paesi del nord a qualunque ipotesi di mutualizzazione del debito rende impossibile un piano di investimenti europei. La soluzione va quindi trovata a livello nazionale, senza tuttavia rinunciare al necessario coordinamento a livello europeo, unica garanzia per programmi efficaci e fiscalmente sostenibili."
(F. Saraceno)

Non passa giorno che non venga ospitato sul Sole 24 Ore (almeno) un articolo in cui l'autore invoca una cura keynesiana per i mali dell'Italia e dell'Europa. Francesco Saraceno ritiene che in "un mondo ideale la crisi e la deflazione sarebbero affrontate con un vasto programma di investimenti europei, finanziati dal bilancio europeo e da eurobond". E indica anche i settori in cui ritiene che gli investimenti pubblici su scala europea siano necessari. Peccato che la Germania e altri Paesi a essa satelliti siano cattivi ed egoisti, rendendo quello europeo un mondo tutt'altro che ideale. Fin qui nulla di nuovo.

E non particolarmente originale è anche la proposta di Saraceno.

"Con Kemal Dervis ho recentemente proposto di adottare, a livello europeo, una regola d'oro del tipo di quella applicata con successo dal Regno Unito tra il 1998 e il 2009. La regola prevede che le spese correnti siano finanziate dalle entrate correnti, ma che l'investimento pubblico possa essere finanziato con debito. Le spese per investimenti sarebbero in altre parole escluse dal calcolo del deficit, un concetto che timidamente si affaccia anche nel piano Juncker."

Siamo alla nota illusione di poter stabilire politicamente che cosa è deficit e che cosa non lo è, a prescindere dalla concreta necessità di trovare i soldi per finanziare la spesa.

Saraceno sostiene che la cosa funzionerebbe

"Si può mostrare che tale regola stabilizzerebbe il rapporto tra debito e Pil, e che garantirebbe l'equità intergenerazionale (alle generazioni future verrebbe trasferita parte del capitale pubblico insieme al debito che lo ha finanziato)."

Peccato che non fornisca dimostrazioni, o quanto meno un tentativo di dimostrazione (dell'indimostrabile). Lo dà per scontato ed evidentemente ritiene che il lettore debba fidarsi. Addirittura parla di equità intergenerazionale, totalmente a sproposito, non fosse altro per il fatto che il parere di coloro ai quali viene lasciato in eredità il debito non è richiesto, né viene loro chiesto cosa pensino del "capitale pubblico" in questione.

Prosegue Saraceno:

"Ma nella nostra proposta c'è di più. La golden rule non è un'idea nuova, e in passato è stata criticata perché introdurrebbe una distorsione in favore del capitale fisico e penalizzerebbe alcune spese che, classificate come correnti, sono in realtà cruciali per la crescita futura (siamo sicuri che spendere più per le università sia meno importante che costruire nuove autostrade?). Questa critica può tuttavia essere ribaltata e trasformata in un elemento di forza, e di coordinamento tra i Paesi europei. Ad intervalli regolari, per esempio in concomitanza con il negoziato sul budget europeo ogni sette anni, Commissione, Consiglio e Parlamento Europeo potrebbero accordarsi sulle priorità future per l'Unione, e stilare una lista di settori o di voci di spesa per i quali gli Stati membri potrebbero spendere in esenzione dai vincoli di bilancio. Programmi comuni tra Paesi limitrofi potrebbero essere incoraggiati prevedendo un cofinanziamento della Banca europea per gli investimenti."

Come ho più volte osservato commentando proposte di questo genere, si finisce per far rientrare alla voce "investimenti" qualsiasi cosa si stabilisca sia tale a livello politico.

La parte conclusiva è deprimente.

"Quello che Dervis e io proponiamo è insomma un ritorno, su scala europea, alla politica industriale e alla programmazione. L'investimento pubblico, lo Stato imprenditore, deve tornare a essere l'elemento centrale di una politica industriale europea di ampio respiro, capace di finanziare non solo l'investimento fisico, ma anche quello immateriale. In attesa di un vero bilancio federale, il grosso degli investimenti resterebbe competenza dei governi nazionali, in omaggio al principio di sussidiarietà. Ma la regola d'oro modificata consentirebbe di coordinarli e di orientarli al servizio del benessere e della crescita dell'Unione nel suo complesso."

Suppongo che Saraceno abbia usato il termine "programmazione" perché "pianificazione" gli sembrava un po' troppo sovietico. Ma la sostanza non cambia. Viene addirittura invocato "lo Stato imprenditore", delle cui prodezze in Italia (e non solo) paghiamo ancora le conseguenze nefaste.

Il tutto nella prospettiva di arrivare ad avere "un vero bilancio federale", che è il sogno di tutti i pianificatori europei e, credo, dovrebbe essere l'incubo di tutti i pagatori netti di tasse.