venerdì 17 ottobre 2014

Scorie - Sono speculazione anche i fondi pensione?

"Si tratta di un aumento su alcune operazioni per diminuire le tasse sul lavoro… La tassazione sui fondi pensione sarà meno conveniente per 450 milioni."
(M. Renzi)

Un paio di giorni fa, commentando l'affermazione di Renzi in merito al calo delle tasse che lui spaccia per reale e che, al contrario, è solo un argomento di propaganda per persone incapaci di intendere e di volere, avevo notato che il presidente del Consiglio, nel parlare di riduzioni di imposte, ometteva di ricordare gli incrementi alla tassazione sui redditi di natura finanziaria, la cui aliquota è passata (fatti salvi i titoli di Stato) dal 20 al 26 per cento da inizio luglio. Un aumento la cui permanenza, al contrario del famoso bonus da 80 euro, non è mai stata messa in discussione e sul quale è calato un silenzio assoluto dopo l'entrata in vigore.

Nella legge di stabilità presentata dal Consiglio dei ministri, però, c'è anche di peggio: un aumento dell'aliquota sui fondi pensione che è intenzione del governo portare dall'11.5 al 20 per cento a partire dal 2015 (a luglio c'era già stato un ritocco dall'11 all'11.5 per cento).

Oltre a essere l'ennesimo provvedimento varato da uno Stato alla ricerca di ogni possibile fonte per rimpolpare casse sempre esangui perché manca la volontà politica di porre una seria inversione di tendenza alla spesa pubblica, con la bastonata ai fondi pensione pare che Renzi voglia incentivare le persone a chiedere l'anticipo del TFR in busta paga (anche quello, tra l'altro, pare sia destinato a non godere della tassazione agevolata prevista quando lo si percepisce alla fine del rapporto di lavoro).

Renzi presentò l'aumento dell'aliquota dal 20 al 26 per cento come un provvedimento volto a penalizzare le "rendite finanziarie" e la "speculazione". Due motivazioni che io non condivido, ma che notoriamente fanno presa sull'italiano medio, a maggior ragione se elettore di Renzi e affini.

Per me è sempre stato chiaro che si trattava, invece, di prendere i soldi dove era più facile trovarli e che penalizzare il risparmio per cercare di spingere la gente a spendere in consumi fosse la reale filosofia di fondo di quel provvedimento.

Adesso Renzi pensa di rendere "meno conveniente" la tassazione sui fondi pensione, infierendo su coloro che già percepiranno pensioni da fame e che hanno l'assoluta necessità di accantonare in strumenti di previdenza integrativa per non finire a fare i barboni.

Il tutto per arraffare soldi per un bilancio sempre scassato e per spingere le persone a consumare oggi senza pensare al futuro. Verrebbe da dire che è keynesiano, ma sarebbe un'offesa anche per i keynesiani.


giovedì 16 ottobre 2014

Scorie - Quanti salvatori a spese altrui

"Il terzo provvedimento da adottare sarebbe quello relativo agli incentivi da corrispondere agli acquirenti di autovetture nuove… Orbene il provvedimento dovrebbe essere così concepito: il possessore di autoveicoli dovrebbe mediamente pagare una maggiore tassa di 300 euro annue. Colui il quale sostituisce l'autovettura vecchia con una nuova, dovrebbe avere diritto ad un bonus di 1.500 euro."
(A. Pilato)

Qualcuno, forse il diretto interessato, ha comprato una pagina sul Sole 24 Ore dell'11 ottobre per esporre un progetto che consentirebbe, a detta dell'autore, di abbattere il debito pubblico in dieci anni senza "lacrime e sangue".

Il progetto è stato elaborato da Alessandro Pilato, della cui esistenza ero all'oscuro (ma è sicuramente una mia lacuna) ed è dettagliato nel libro "Come reperire 140 miliardi senza lacrime e sangue". Non è mia intenzione commentarlo tutto; mi basta prendere in considerazione il terzo punto, che qualche lacrima e qualche schizzo di sangue credo che inevitabilmente lo provocherebbe.

Pilato vorrebbe che fosse introdotto un incentivo all'acquisto di auto nuove, ovviamente aggiungendo la postilla ecologically correct di volere il rinnovamento del parco auto per il bene del pianeta e della salute di chi ci vive. Intento nobile, per carità, e neppure particolarmente originale, trattandosi di un intervento abbastanza classico di stimolo alla domanda di autoveicoli.

Provvedimento che, ovviamente, fornirebbe una droga al settore per un certo periodo di tempo, facendo aumentare la domanda temporaneamente per poi vederla molto probabilmente calare nuovamente, come è successo in passato con interventi simili.

Ma non è neppure di questo che mi interessa occuparmi in questa sede. Vorrei, invece, concentrarmi sulla "viariante", se così la si vuole definire, che Pilato introdurrebbe allo schema classico degli incentivi all'acquisto di auto nuove. Solitamente chi propone misure del genere sostiene che l'onere del bonus per le casse dello Stato viene compensato dalle maggiori imposte (IVA in particolare) sulle vendite di auto nuove.

Pare che per Pilato questo non sia sufficiente e, quindi, propone non solo di dare un bonus a chi compra un'auto nuova, ma anche di tartassare chi non lo fa, con un aggravio del bollo auto mediamente di 300 euro sui veicoli già in circolazione. Considerando che uno degli altri punti del progetto consiste nel mettere il TFR in busta paga, diventa evidente che la destinazione di quella somma verrebbe, con le buone o con le cattive, indirizzata all'acquisto di autovetture.

A me pare evidente che si tratterebbe di una spinta tutt'altro che gentile ad agire in un determinato modo, e tale spinta sarebbe tanto più cogente quanto meno abbiente fosse l'individuo. A parte il fatto che chi ha un'auto non più giovanissima potrebbe anche preferire spendere il suo denaro in un altro modo, è bene tenere in considerazione che, a maggior ragione in questi anni di crisi, molti non cambiano la macchina perché non possono permetterselo. E' evidente che per queste persone dover pagare 300 euro in più di bollo sarebbe un vero e proprio salasso (tra l'altro, anche in questo balzello l'Italia è sempre nella parte alta della classifica degli Stato più insaziabili).

Costoro si troverebbero, pertanto, costretti a usare il TFR per cambiare la macchina, consumando somme che con ogni probabilità preferirebbero utilizzare diversamente. Ma c'è anche un caso peggiore: chi un lavoro non ce l'ha o non è dipendente, si troverebbe a pagare 300 euro in più di bollo senza neppure poter contare su un maggior flusso di cassa.

Non vado oltre, ma esprimo un'ultima considerazione. E' un vero peccato che ci siano tante persone pronte a correre al capezzale dell'Italia contando sempre e solo sui soldi degli altri.


mercoledì 15 ottobre 2014

Scorie - Da Marx a Piketty: 150 anni passati invano.

"Traendo spunto da analisi e proposte come quelle del libro che discutiamo oggi, dobbiamo allora impegnarci tutti per non eludere il tema più urgente dell'Europa contemporanea: individuare una strategia comune per una crescita solida e sostenibile, per combattere le diseguaglianze e garantire migliori condizioni di vita a tutti i cittadini."
(L. Boldrini)

Laura Boldrini ha sentito l'esigenza di presenziare alla presentazione della traduzione italiana de "Il Capitale nel XXI secolo", di Thomas Piketty, economista francese che ha pensato di aggiornare il lavoro di Marx.

Le parole di Boldrini sono tanto politically correct quanto dannose, a mio parere. Combattere le disuguaglianze seguendo le proposte di Piketty significherebbe rendere ancor più progressivi i sistemi fiscali europei, che nei principali Paesi già lo sono abbondantemente.

L'uso di aliquote confiscatorie su redditi e patrimoni superiori a determinate soglie arbitrariamente stabilite dal governante di turno, oltre a esasperare la violazione della proprietà di chi subisce il prelievo fiscale in questione, non rappresenta certo una soluzione, scoraggiando la produzione dei redditi (e dei patrimoni) ancor prima che si possa pensare a una loro redistribuzione.

La crescente disuguaglianza dei redditi non è un fenomeno riconducibile alla "cattiveria" del libero mercato (come amano pensare le Boldrini di questo mondo), ma deriva per lo più dalle distorsioni normative e regolamentari a cui esso è sottoposto. Un caso su tutti: la gestione della moneta e l'uso della politica monetaria, che determina una redistribuzione di ricchezza a favore di chi entra per primo in possesso della nuova moneta creata da nulla, a danno degli altri. Ebbene: non sono i meno abbienti coloro che hanno tratto e traggono beneficio dalle politiche monetarie espansive delle banche centrali. Semmai è il contrario.

Quanto al "garantire migliori condizioni di vita a tutti i cittadini", si tratta di una frase a effetto sempre valida per ricevere un applauso, ma purtroppo non è possibile fornire una tale garanzia a tutti, men che meno usando il randello fiscale.

Ma da chi passa da Marx a Piketty come fonte di ispirazione non ci si può aspettare di meglio.


martedì 14 ottobre 2014

Scorie - Tagli riciclati

"Tra la Finanziaria del 2014 e quella del 2015 c'è una differenza di 18 miliardi di tasse in meno... Abbiamo promesso che avremmo fatto una Finanziaria senza aumentare le tasse, abbiamo promesso che avremmo fatto una Finanziaria senza penalizzare i più deboli e si sta realizzando. Sinceramente è la prima volta che questo accade."
(M. Renzi)

Parlando a una platea di (conf)industriali a Bergamo, Matteo Renzi ha fatto marketing per la legge di stabilità che il governo si accinge a varare.

La differenza tra la pubblicità e la politica è che fare pubblicità ingannevole è sanzionabile, mentre raccontare balle in politica, oltre a essere la regola, è generalmente considerata un'arte. Gli stessi "esperti" di comunicazione ritengono molto efficace, da un punto di vista "tecnico", lo stile di comunicazione di Renzi.

Da inesperto di comunicazione, oltre che da individuo che preferisce concentrarsi sulla sostanza delle cose anziché sulla forma, io non comprerei mai nulla dal venditore Renzi.

Prendiamo alcune delle dichiarazioni di ieri. Renzi sostiene che nella legge di stabilità ci sarà un taglio delle tasse di 18 miliardi; lo sta vendendo come qualcosa di nuovo, quasi fossero nuovi tagli. In realtà si tratta semplicemente di confermare i provvedimenti assunti per il 2014 anche per l'anno successivo. Quindi, per fare un solo esempio, chi ha beneficiato del famoso bonus da 80 euro continuerà a beneficiarne, ma non avrà una ulteriore riduzione di tasse.

Oltre a questo non insignificante dettaglio, ciò che Renzi si guarda bene dal dire è che l'incremento di imposta sui redditi di natura finanziaria (con passaggio dell'aliquota dal 20 al 26 per cento a partire dal 1° luglio scorso)) è strutturale, ossia non si discute anno per anno se confermarlo o meno.

Quanto alle coperture, il bonus da 80 euro viene sostanzialmente finanziato in deficit, mentre sugli annunciati 16 miliardi di spending review credo che di tagli veri si vedrà una cifra ben inferiore, come da tradizione. Tra l'altro molti di quei tagli pare che dovranno farli gli enti locali, i quali poi con ogni probabilità spingeranno poi al massimo i tributi e le addizionali di loro competenza.

Un'ultima considerazione: un'euristica abbastanza efficace mi induce a ritenere che quando un politico sente l'esigenza di rivolgersi ai propri interlocutori iniziando la frase con "sinceramente" si può stare sicuri che non sarà sincero.


lunedì 13 ottobre 2014

Scorie - Favole

"Mentre l'eurozona discute di come sfuggire alla trappola della stagnazione, c'è una domanda che sta diventando sempre più importante: i governi saranno in grado di ridurre in modo credibile la spesa pubblica in futuro evitando tagli immediati? Per fortuna la risposta è senz'altro affermativa: i modi per garantire che un accomodamento fiscale venga poi seguito da un consolidamento ci sono sempre."
(J. Pisani-Ferry)

Jean Pisani-Ferry è convinto che sia possibile garantire che un governo che oggi allenti la politica fiscale rispetti poi domani l'impegno a tagliare la spesa. A mio parere si tratta di una illusione, e la storia fornisce più di una dimostrazione in tal senso.

L'idea di fondo, molto apprezzata anche in Italia, sarebbe quella di ridurre le tasse oggi impegnandosi fra 2-3 anni a tagliare la spesa in modo strutturale. In sostanza si andrebbe in maggior deficit per un certo periodo di tempo (cosa che, tra l'altro, sarebbe intenzionato a fare il governo in carica), ritenuto sufficiente per far ripartire l'economia, poi si metterebbero i conti in ordine non aumentando le tasse, ma tagliando la spesa.

Ben venga ogni riduzione della tassazione, ci mancherebbe. Ma dubito che i tagli di spesa a scoppio ritardato verrebbero poi effettuati. La stessa soluzione ipotizzata da Pisani-Ferry mi sembra davvero debole.

In sostanza, "i governi e i parlamenti possono procrastinare l'azione senza ritardare le decisioni. Nulla impedisce loro di decidere adesso che le pensioni verranno ridotte nel giro di tre anni o che un dato sussidio industriale non ci sarà più a partire dal primo gennaio 2017. Se i parlamenti vogliono legarsi le mani da soli, possono farlo semplicemente varando una legge. Inoltre, l'Europa ha gli strumenti per verificare che gli impegni presi mantengano il loro valore sul lungo periodo."

C'è un problema: così come oggi può essere approvata una legge che preveda tagli alle voci di spesa X e Y a partire dal 2017 per W e Z miliardi, nulla garantisce che con una legge successiva quei tagli vengano più o meno completamente sostituiti da incrementi di tasse. Nulla vieta, infatti, a governo e parlamento di approvare provvedimenti in tal senso. E all'Europa poco importa se il deficit viene ridotto riducendo la spesa o aumentando le tasse.

Poi se si vuole credere alle favole lo si può fare.


venerdì 10 ottobre 2014

Scorie - Poveri servitori delle istituzioni

"Vecchio si permette espressioni offensive con le quali, pur di ottenere facile clamore, non esita a gettare fango su chi lavora per le Istituzioni."
(L. Boldrini)

Come è noto, l'idea di ridurre i compensi per i dipendenti della Camera ha scatenato le proteste dei diretti interessati, abituati evidentemente a vivere nell'Eden del pianeta dei consumatori di tasse e contrari a volersi veder ridotti i privilegi, anche se manterrebbero, ex post, trattamenti che nessun dipendente privato potrebbe neppure sognare per svolgere lavori analoghi.

Andrea Vecchio, deputato di Scelta Civica (si presume, quindi, che non si tratti di un pericoloso estremista), ha evidenziato che i tagli ipotizzati sarebbero in realtà troppo lievi, sostenendo poi che i dipendenti della Camera sono "protetti dalla politica, ridicolmente vestiti in livrea come dei camerieri, grottescamente remissivi e servizievoli con i cosiddetti onorevoli, che per questa loro mansuetudine bovina percepiscono buste paga da sogno senza avere alcuna competenza che le giustifichi".

Nel merito dei tagli, Boldrini ha detto: "È una manovra che incide in modo assai profondo sugli stipendi dei dipendenti".

La cosa allucinante, a mio parere, è che contro Vecchio non si è scagliata solo Boldrini, bensì diversi suoi colleghi in modo totalmente trasversale, andando dal PD alla Lega Nord.

Ora, è indubbio che non ci si debba aspettare che un consumatore di tasse sia d'accordo con la riduzione dei privilegi di cui gode, e in effetti la reazione dei dipendenti della Camera non mi stupisce. Ma le reazioni contro Vecchio dei suoi colleghi deputati, quasi senza distinzione di appartenenza politica, mi inducono a pensare che costui abbia ragione.

Poi qualcuno ancora si meraviglia che a ogni tornata elettorale cresca il partito dell'astensione.


giovedì 9 ottobre 2014

Scorie - Specchio delle mie brame

"Chi vuole cambiare il mondo e ha paura di guardarsi allo specchio non è credibile."
(M. Renzi)

Questo, tra le tante cose, ha detto Matteo Renzi nel discorso tenuto alla conferenza europea sul lavoro tenutasi a Milano. Poi ha ribadito per la duemilionesima volta che andrà a vanti sulle riforme.

Il problema è che in Italia di gente che si guarda allo specchio e si compiace di ciò che vede ce n'è fin troppa. E generalmente gli inquilini di palazzo Chigi mostrano una particolare eccellenza nel narcisismo politico.

Nessuno, quindi, dubita che Renzi non abbia paura di guardarsi allo specchio, semmai il contrario. Purtroppo, però, checché lui ne dica è più il tempo che passa a compiacersi e a fare marketing della azione del proprio governo che a concretizzare i suoi progetti mirabolanti, quelli che dovrebbero, secondo le intenzioni, portare l'Italia da fanalino di coda a traino dell'Europa.

In ogni strategia aziendale il marketing è indubbiamente importante, ma non può sostituire la qualità del prodotto, se non per un breve lasso di tempo e con un inevitabile effetto boomerang. Quel lasso di tempo, dopo circa otto mesi, credo lo si debba considerare terminato per Renzi.

Non bisogna avere paura di guardarsi allo specchio, ma neppure starci sempre davanti ad ammirare ciò che si vede. Neanche fosse Brad Pitt…


mercoledì 8 ottobre 2014

Scorie - Follie redistributive

"L'esecutivo deve smetterla di parlare solo di spending review. E riprendere a spendere… gli sprechi vanno ridotti, è quasi un'ovvietà. Ma visto che quello che consideriamo spreco, per esempio un ospedale in un'area poco popolosa, rappresenta reddito per dipendenti e fornitori, ai fini del pil la cosa non rimane priva di effetti… Si possono tassare di più i patrimoni e i redditi elevati, al tempo stesso riducendo gli oneri sui redditi e patrimoni più limitati."
(F. Sdogati)

Fabio Sdogati è docente di economia internazionale al Politecnico di Milano. Il suo punto di vista mi sembra un mix tra il peggiore keynesismo e un marxismo recentemente riportato in auge da Thomas Piketty.

Che l'esecutivo dovrebbe "smetterla di parlare solo di spending review" sono d'accordo. Ma non perché dovrebbe riprendere a spendere, cosa che non ha mai smesso di fare; bensì perché dovrebbe tagliarla davvero la spesa, invece di parlarne solo.

Il passaggio sugli sprechi come reddito per qualcuno è emblematico e drammatico al tempo stesso, perché sono in tanti a pensarla come Sdogati. Lo Stato spende soldi a vanvera? Per il pil va bene, perché quei soldi diventano redditi per qualcuno. Ovviamente chi crede che lo Stato debba redistribuire ricchezza non ha nulla in contrario in linea di principio.

E invece è proprio in linea di principio che la redistribuzione dovrebbe essere avversata, rappresentando di fatto una aggressione alla proprietà di chi viene tassato. Ma anche prescindendo dalla questione di principio, i danni di una redistribuzione che alimenta la spesa pubblica dovrebbero essere ormai evidenti, a maggior ragione se a dovere classificare come spreco quella spesa sono gli stessi redistributori.

Le risorse sottratte ai legittimi proprietari non solo vengono utilizzate per alimentare redditi a prescindere dalla domanda di mercato; questo è quello che si vede. Quello che non si vede sono le opportunità di utilizzo di quelle stesse risorse se fossero lasciate ai legittimi proprietari, i quali le avrebbero destinate a scambi volontari, per definizione soddisfacenti per i contraenti.

Oltre tutto, l'idea di "tassare di più i patrimoni e i redditi elevati" può essere avanzata solo da chi non ha idea di quale sia il livello di tassazione in Italia. Credere che si possa uscire dalla crisi tramite la redistribuzione ulteriore del carico fiscale, aumentando la progressività, significa ipotizzare che qualsiasi livello di tassazione, purché anche di poco inferiore al 100%, non fornisca nessun disincentivo alla produzione. Significa, cioè, ritenere che la torta sia un dato, e che il governo possa stabilire come tagliare le fette a prescindere da chi ha prodotto la torta stessa, senza che la dimensione sia destinata a subire una riduzione.

A me pare una follia, ma c'è chi viene pagato per insegnare queste cose. E questo, se possibile, mi pare ancor più folle.


martedì 7 ottobre 2014

Scorie - Socialismi monetari nazionali o sovranazionali

"L'eurozona è un'unione monetaria, non fiscale e non permetteranno mai che lo diventi attraverso manovre surrettizie. Anche qui i tedeschi hanno ragione. Le decisioni fiscali sono di competenza dell'autorità fiscale in cui i cittadini sono rappresentati, non di un'autorità monetaria, per lo più un'autorità monetaria disegnata per essere totalmente indipendente dal potere politico. Dove non sono d'accordo con i tedeschi è sulla soluzione. La loro strategia è quella di trascinare il problema il più a lungo possibile, perché questa situazione di stallo beneficia il loro Paese. Per l'Italia e tutto il sud d'Europa questo stallo è devastante. O si procede rapidamente verso un'unione fiscale, o è meglio riconoscere che l'unione monetaria da sola non funziona e procedere a un divorzio consensuale, cercando di minimizzarne gli inevitabili danni collaterali. Rimandare il problema non aiuta a risolverlo e ci costa in termini di disoccupazione e desertificazione industriale. È questo il dibattito politico che vorremmo veder oggi in Europa."
(L. Zingales)

Da anni è in atto una discussione sui problemi dell'Unione monetaria europea. Le posizioni prevalenti possono essere così semplificate: da un lato, ci sono coloro che vorrebbero riportare la "sovranità" monetaria in capo ai singoli Stati, ponendo quindi fine all'UME. Costoro ritengono che la manipolazione della moneta sia uno strumento necessario per la competitività, quindi ogni Stato dovrebbe poterne disporre. E pazienza se qualcuno ne abusa, dando luogo a fenomeni più o meno consistenti di perdite di potere d'acquisto della moneta stessa, che come unico effetto ha quello di redistribuire la ricchezza.

Dall'altro lato ci sono coloro che ritengono che una unione monetaria non possa funzionare se non viene completata da una unione fiscale. Questo sarebbe il problema da risolvere per l'Area euro. Considerando che una politica monetaria unica per diversi sistemi economici può rivelarsi allo stesso tempo espansiva per alcuni e restrittiva (o meno espansiva) per altri, l'unione fiscale consentirebbe di compensare gli effetti asimmetrici della politica monetaria mediante trasferimenti tra Paesi aderenti all'unione monetaria.

Luigi Zingales ritiene che il governo italiano, in occasione del semestre di presidenza dell'Unione europea, dovrebbe porre al centro della propria azione politica il tema dell'unione fiscale, per completare un processo che, allo stato attuale, è incompleto e malfunzionante. Altrimenti sarebbe meglio procedere consensualmente a una dissoluzione dell'Unione monetaria.
Non sorprende che la Germania propenda in questa fase storica per mantenere una Unione monetaria dalla quale, effettivamente, finora è stata la principale beneficiaria, anche perché gli altri Paesi, soprattutto nell'Europa meridionale, hanno sprecato quasi dieci anni di bassi tassi di interesse per far correre il debito (pubblico e/o privato, a seconda dei casi), trovandosi poi in braghe di tela in occasione della crisi. Né sorprende che stiano temporeggiando sull'unione fiscale, perché con ogni probabilità si troverebbero a dover sussidiare diversi Paesi dell'unione. A tale proposito l'Italia, da oltre un secolo e mezzo, rappresenta un ottimo esempio di come funziona (o malfunziona) una unione fiscale e monetaria tra aree aventi caratteristiche economiche e sociali disomogenee.

Entrambe le posizioni che ho esposto, seppur ricorrendo per motivi di spazio a una buone dose di semplificazione, partono da un presupposto del quale neppure sentono l'esigenza di fornire un supporto teorico: ossia che le politiche fiscali e monetarie siano necessarie per il funzionamento del sistema economico. Si tratta di un approccio che è socialista nella sostanza, anche quando ad occuparsene sono persone che socialiste non sono, o quanto meno che non si riconoscerebbero nella definizione di socialisti.

La moneta, in quanto mezzo di scambio, si sviluppa storicamente come ordine spontaneo. E' indubbiamente vero che lo Stato capisce ben presto che monopolizzare la moneta è fondamentale per controllare il sistema economico, ma ciò non significa che la moneta sia un'invenzione dello Stato, né che non possano esserci monete senza Stato.

Questa terza posizione, oggi ampiamente (ahimè) minoritaria, credo meriterebbe di essere più conosciuta, non fosse altro per il fatto che la gestione monopolistica da parte di Stati e banche centrali ha dimostrato di portare a crisi più o meno ricorrenti e di rappresentare, in ultima analisi, nulla più di uno strumento di redistribuzione, tra l'altro ben più efficace, perché subdolo, di quello fiscale.

Questo può senz'altro essere un pregio per i socialisti, ma chi socialista non lo è, o ritiene di non esserlo, penso farebbe bene a non limitarsi a pensare che l'unica alternativa sia tra monete statali nazionali o monete sovranazionali gestite da superstati.


lunedì 6 ottobre 2014

Scorie - L'oro di Fabrizio

"E ancora oggi c'è chi, pur in un mondo in cui la moneta è rappresentata da banconote e titoli di credito, vagheggia un ritorno all'oro."
(F. Galimberti)

Non è una novità che Fabrizio Galimberti, da buon keynesiano, sia contrario al gold standard e, basandomi sulle argomentazioni che utilizza, penso sia contrario a qualsiasi tipo di moneta che non sia inflazionabile a piacere da chi ha il monopolio della sua emissione.

Galimberti si chiede perché non possa funzionare un gold standard, e fornisce due motivi.

"Già, perché un sistema monetario non potrebbe essere fondato sull'oro? Usiamo pure i pezzi di carta, dicono gli aurofili, ma le banconote dovrebbero essere garantite dall'oro. Solo così la gente avrebbe fiducia nella moneta. Ci sono due fondamentali obiezioni a questo sistema. La prima sta nel fatto che la grande maggioranza della gente ha fiducia nella moneta cartacea (che si chiama, appunto, 'fiduciaria')."

Osservando la realtà attuale è certamente vero che nella maggior parte dei sistemi monetari fiat, la gente ha fiducia nella moneta. Esistono peraltro alcune rilevanti eccezioni, in cui individui e imprese cercano di utilizzare monete (quasi sempre a loro volta fiat) diverse da quelle a corso legale nel loro Paese (alcuni esempi: lo Zimbabwe, l'Argentina, il Venezuela), dovendo spesso ricorrere a un mercato reso illegale dai governi locali.

Ma anche nel caso di monete che hanno la maggior fiducia a livello globale, come il dollaro statunitense, è bene ricordare che tale fiducia non fu del tutto spontanea. Roosevelt dovette mettere fuori legge la detenzione di oro per "abituare" gli americani a una moneta completamente fiat.

Oggi, dopo un secolo dal sostanziale abbandono del gold standard, la quasi totalità delle persone neppure ha idea di come funzioni un sistema monetario, né di come potrebbe essere un sistema alternativo a quello fiat. Eppure c'è chi non ha tutta questa fiducia nelle monete fiat e in taluni casi pensa a un ritorno a un gold standard, in altri cerca di sviluppare mezzi di scambio alternativi che non siano monopolizzati da banche centrali e inflazionabili a piacere.

L'atteggiamento sostanzialmente ostile che le autorità di governo e monetarie riservano a questi fenomeni ancora minoritari dimostra che non hanno poi così tanta sicurezza che la "fiducia" nelle monete fiat sia destinata a rimanere tale.

E veniamo alla seconda obiezione.

"La seconda obiezione è questa: se un sistema monetario deve essere fondato sull'oro si pone un problema fisico. Quella scarsità che dà all'oro il suo valore non è compatibile con una economia che cresce. Se l'economia cresce e dà luogo a un numero sempre maggiore di transazioni, deve crescere anche la quantità di moneta. Ma se la quantità di moneta deve essere ancorata all'oro, bisogna che cresca anche la quantità di oro. Ma se l'oro che è estratto dalle viscere della terra non tiene il passo con la crescita dell'economia, come facciamo? Per risolvere il problema bisogna che i prezzi diminuiscano, in modo che una data quantità di moneta, e quindi di oro, possa accomodare un maggior numero di transazioni. Ma la diminuzione dei prezzi pone grossi problemi."

Come lo stesso Galimberti riconosce, l'economia potrebbe funzionare anche senza un aumento della quantità di moneta che accompagni la crescita economica (come vorrebbero certe idee monetariste). Il problema, a suo parere (e a parere di tutti coloro che vedono prezzi non tendenzialmente sempre in crescita come uno "spettro") consiste nel fatto che in sistemi basati sul debito come quelli attuali, la sostenibilità degli stessi da parte dei debitori richiede una certa dose di inflazione. In buona sostanza, si tratta di un pregiudizio a favore di chi si indebita e contrario a chi non lo fa, magari percependo redditi nominali fissi.

A sua volta, un'economia basata sul debito è il risultato, oltre che di legislazioni fiscali favorevoli al debito rispetto al capitale azionario, di un sistema bancario a riserva frazionaria. E quest'ultimo è il motivo fondamentale per cui si verificavano crisi bancarie anche ai tempi del gold standard. Il quale era accusato di portare a crisi perché non "elastico", mentre il vero motivo della crisi era la pratica della riserva frazionaria, che peraltro è destinata a originare problemi molto più frequenti in un sistema non basato su monete fiat.

Per dare il colpo di grazia a chi la pensa diversamente, Galimberti ricorre all'abusata constatazione che i prezzi al consumo non stanno crescendo nonostante le politiche monetarie fortemente espansive degli ultimi anni.

"Ma gli aurofili sono tornati all'attacco, adesso che le Banche centrali, per sostenere l'economia, hanno responsabilmente deciso di immettere moneta nel sistema economico nella speranza di sostenere la spesa. Catastrofe! Dicono molti. L'inflazione galopperà, bisogna tornare all'oro! Ma i timori sono stati smentiti dai fatti. L'inflazione è semmai troppo bassa, non troppo alta. Se c'è più moneta in giro, questa causa inflazione solo se è spesa, non per il semplice fatto che esiste. E quando fosse spesa e minacci inflazione, le Banche centrali hanno i mezzi per prosciugare la liquidità creata in precedenza. No, l'oro non è la soluzione. Come disse il più grande economista del Novecento, John Maynard Keynes, l'oro è davvero un «barbaro relitto»."

Non mi stancherò mai di ripetere che la crescita dei prezzi al consumo è solo una delle conseguenze dell'inflazione. E un'altra conseguenza dell'inflazione è la formazione di bolle su asset reali e finanziari, cosa che è si è verificata prima della crisi attuale e che si sta verificando anche in questo periodo.

Galimberti sostiene che se i prezzi al consumo dovessero iniziare a salire, le banche centrali potrebbero sempre ritirare la liquidità creata in precedenza. In effetti è così, ma la conseguenza sarebbe quella di far esplodere le bolle alimentate da quella stessa liquidità.

Chiaramente, però, da chi considera Keynes "il più grande economista del Novecento" non si può pretendere più di tanto.