venerdì 26 settembre 2014

Scorie - Il contro vertice

Apprendo dall'ANSA che in occasione della riunione del Consiglio direttivo della BCE del prossimo 2 ottobre, che si terrà a Napoli, una "vasta rete di movimenti" sta organizzando un "contro vertice". Nel volantino con cui viene reso noto questo contro vertice, si legge, tra l'altro:

"Perché avere una Banca centrale europea ed usarla per rifinanziare un sistema bancario responsabile della stessa crisi invece che adottare politiche di redistribuzione e di nuovo welfare, è una ulteriore causa di impoverimento e continuazione dello stato di crisi."

E' un vero peccato, credo, che la maggior parte delle critiche mosse alle banche centrali sia animata da auspici che, se concretizzati, non renderebbero certo migliori le cose per il sistema economico in generale.

Il sistema bancario è considerato responsabile di non dare soldi a tutti quanti, prescindendo dal merito di credito, mentre le banche centrali sono a loro volta criticate non perché gestiscono il monopolio dell'emissione della moneta e governano il cartello delle banche di cui sono supervisori, bensì perché non distribuiscono il denaro creato dal nulla nella maniera gradita ai contestatori.

Il fatto è che ogni redistribuzione comporta la violazione della proprietà di qualcuno. E' molto diffusa la convinzione che la redistribuzione sia giusta se operata prelevando da chi ha di più per dare a chi ha di meno (e la cosa non stupisce: è un concetto inculcato negli individui fin da quando sono piccoli e sancito perfino dalla Costituzione), ma se chi ha di più non ha rubato, la redistribuzione rappresenta un furto a suo danno.

La politica monetaria, come ogni altro interventismo, genera sempre un effetto redistributivo. Non credo che sia modificando la redistribuzione che si possa rendere giusto il sistema, bensì eliminandola.

Chi crede che il futuro possa essere migliore con una diversa redistribuzione e con altro welfare state non fa altro che condannare un ladro non già perché ruba, ma solo perché non ruba a chi pare a lui e, soprattutto, non gli regala una parte della refurtiva.


giovedì 25 settembre 2014

Scorie - Relazioni causali

"Non sono solo gli investitori e gli economisti eterodossi a credere che il credito sia il carburante che alimenta il ciclo economico… Sembra che gli unici a non avere l'istinto di credere alla crescita alimentata dal credito siano gli economisti accademici."
(N. Smith)

Da quando leggo i pezzi di Noah Smith su Bloomberg ho l'impressione di aver trovato una nuova fonte inesauribile di ispirazione per Scorie. Smith punta spesso il dito contro coloro che usano toni poco civili nello scrivere, soprattutto quando scrivono su propri blog, ma lui stesso non esita a trattare chi dissente dalle sue opinioni come se fosse un deficiente, peraltro parlando da un pulpito non sempre adeguatamente informato sulle argomentazioni di coloro che intende criticare.

Questo è successo, per esempio, in un suo recente pezzo in cui mette in dubbio il legame tra espansione del credito e ciclo economico, quanto meno in termini di relazioni causali. Leggendo Smith si ha l'impressione che una parte delle argomentazioni che intende criticare – quelle degli economisti della scuola austriaca – non le abbia mai lette dalle fonti dirette, ma ne parli in base a sommarie informazioni raccolte, magari, da altri economisti-blogger critici nei confronti degli austriaci.

Certamente leggere migliaia di pagine è più faticoso di spulciare un pezzo che si legge in 5 minuti su un blog, ma se si vuole poi disquisire sulle argomentazioni che sono contenute in quelle migliaia di pagine si rischia di prendere fischi per fiaschi.

Innanzi tutto sarebbe bene tenere presente cosa intendono gli economisti di scuola austriaca per relazione causale tra espansione del credito e ciclo boom-bust. Smith parla indifferentemente di boom-bust e di crescita economica, ma un boom è solo all'apparenza crescita economica o, se si preferisce, è crescita drogata e non sostenibile (altrimenti non ci sarebbe successivamente il bust).

Ma il peggio viene quando Smith indica per quali motivi gli "accademici" fanno bene a dubitare degli effetti dell'espansione creditizia.

"Gli accademici hanno buone ragioni per essere scettici… Se indebitarsi consente al debitore di aumentare i propri consumi, perché ciò non obbliga il creditore a ridurre i propri consumi?"

Pare che Smith non abbia idea di come funzionano i sistemi monetari a riserva frazionaria. In un sistema in cui il denaro non fosse creato dal nulla (ossia in cui sulla stessa somma di denaro non avessero diritto di utilizzo due o più soggetti contemporaneamente), il creditore in effetti dovrebbe rinunciare a consumare una parte delle proprie disponibilità per un certo periodo di tempo. Ma le somme depositate a vista non corrispondono a risparmio, perché il depositante può utilizzarle in qualsiasi momento per finanziare consumi o investimenti. Quindi se quelle stesse somme sono messe dalla banca a disposizione di un soggetto che chiede un prestito, l'utilizzo da parte di quest'ultimo (per consumi o investimenti) non è dovuto alla rinuncia da parte del depositante a usare quella stessa somma immediatamente. In altre parole, il depositante non è tenuto a contrarre i propri consumi per consentire al debitore di aumentare la propria spesa.

Se non si tiene in considerazione come funziona un sistema a riserva frazionaria non si può capire il perché un'espansione creditizia provochi un ciclo boom-bust.

Smith arriva perfino a ipotizzare che le cose funzionino al contrario.

"C'è un'idea alternativa: può darsi che il credito sia una conseguenza, non una causa del ciclo boom-bust… Non sto dicendo che ciò sia corretto. Può darsi che il credito veramente guidi la crescita… Ma nessuno finora ha fornito una spiegazione convincente e verificabile di come ciò accada."

Certamente nessuno che lui abbia voluto fare lo sforzo di leggere prima di affrontare la questione.


mercoledì 24 settembre 2014

Scorie - Pillole di socialismo monetario

"A giugno la Bce, seguendo l'esempio della Banca d'Inghilterra nel 2012, ha individuato come nuovo obiettivo delle sue politiche «il credito bancario per l'economia reale»... Prima dello scoppio della crisi, nel 2008, queste misure sarebbero state tacciate di interventismo ingiustificato."
(K-T. zu Guttemberg, R. A. Werner)

Karl-Theodor zu Guttenberg è un politico tedesco del partito CSU, già ministro della difesa costretto alle dimissioni quando venne a galla che aveva copiato buona parte della tesi di dottorato; Richard Andreas Werner è un economista tedesco che insegna all'università di Southampton, ed è un fautore dell'espansione monetaria quantitativa fin dagli anni Novanta. Nel prosieguo li chiamerò G&W.

A onor del vero, c'è chi considera quelle misure "interventismo ingiustificato" (anche se sarebbe meglio dire "ingiustificabile") anche adesso. Anzi, c'è chi considera che fu un altro interventismo ingiustificabile a generare la crisi ancora in corso.

Secondo G&W la colpa è delle banche, e in effetti ne delineano abbastanza correttamente la principale funzione effettivamente svolta nei sistemi monetari attuali, salvo poi annunciare un "nuovo" paradigma che a me genera diverse perplessità:

"Se si considera che un dollaro di nuovi prestiti bancari incrementa la massa monetaria di un dollaro, le banche non vanno considerate intermediari finanziari, bensì creatori di moneta. Il riconoscimento della reale funzione delle banche cambierà le regole del gioco in ambiti come la politica monetaria e la regolamentazione finanziaria, consentendo alle autorità di affrontare le crisi bancarie ricorrenti, la disoccupazione e il sottosviluppo. Ma ci vorrà del tempo perché tutto questo venga accettato, anche e soprattutto perché mette in discussione un precetto dell'economia tradizionale. Secondo questo nuovo paradigma i risparmi sono utili ma non rappresentano un prerequisito essenziale per gli investimenti e quindi per la crescita economica. Gli Usa, che hanno sperimentato un periodo prolungato di crescita senza risparmio, lo dimostrano."

Dunque, la "novità" sarebbe che i risparmi "non rappresentano un prerequisito essenziale per gli investimenti". Occorre dire che neppure Keynes si era spinto fino a questo punto: lui si limitò a sostenere che il denaro creato dal nulla era da considerarsi come "risparmio genuino".

In altri termini, seguendo il ragionamento di G&W si dovrebbe concludere che l'umanità ha passato millenni a fare sforzi inutili, quando sarebbe stato sufficiente creare denaro. Se qualcuno inizia ad avere perplessità, credo sia comprensibile. Ma ecco la spiegazione che ci viene fornita:

"In generale, la crescita economica dipende da un numero crescente di transazioni e da una quantità crescente di denaro per finanziarle. Le banche forniscono questo finanziamento erogando più credito e l'impatto di questo credito dipende da chi lo riceve."

Finché parliamo di quantità nominali, la cosa può anche avere senso. Ma nominale e reale non sono concetti coincidenti. Secondo G&W, però, il problema non è questo.

"Il problema sta nelle transazioni bancarie del genere "credito per attività", che spesso generano cicli di espansione e contrazione. Erogando quantità eccessive di questo credito, le banche gonfiano i prezzi delle attività fino a livelli insostenibili. Quando il credito inevitabilmente rallenta, i prezzi crollano. Gli speculatori arrivati tardi vanno in bancarotta e la quota dei prestiti in sofferenza nei bilanci delle banche aumenta, costringendo gli istituti a ridurre il credito. Basta un calo del 10 per cento degli attivi bancari per mandare all'aria l'intero sistema."

Dunque, il problema non consisterebbe nella moltiplicazione del denaro creata dai sistemi bancari a riserva frazionaria, bensì in come il denaro derivante dall'espansione creditizia viene utilizzato. Se viene usato per comprare attività finanziarie o reali, genera bolle. Se, viceversa, viene utilizzato per la produzione di beni, il problema non si pone.

A ben vedere si tratta di una visione limitata e distorta degli effetti di un'espansione del credito. Che il denaro sia utilizzato per comprare attività finanziarie o per comprare fattori di produzione, la spinta al rialzo sui prezzi si genera comunque. Potrà avere dinamiche diverse su strumenti più liquidi come le attività finanziarie rispetto ad altri beni, ma non c'è motivo di credere che i meccanismi sottostanti non siano gli stessi. Va anche ricordato che se gli emittenti delle attività finanziarie sono società che producono beni o servizi, di fatto chi compra quei titoli è come se finanziasse quelle società con credito o capitale azionario, fornendo loro i mezzi per espandere la produzione.

Ciò nonostante, G&W ritengono che le autorità possano prendere provvedimenti per "evitare future crisi bancarie":

"Se hanno chiaro questo processo, le autorità possono prendere misure per evitare future crisi bancarie e risolvere in modo più efficace le recessioni. Per cominciare, dovrebbero limitare il credito bancario per transazioni che non contribuiscono al Pil. Inoltre, nel caso di crisi, le Banche centrali dovrebbero acquistare le attività in sofferenza dalle banche al loro valore nominale, risanando i bilanci degli istituti, in cambio dell'obbligo di sottoporsi a un monitoraggio del credito. Dato che non ci sarebbe nessuna iniezione di nuova moneta nel resto dell'economia, il processo, intrapreso dalla Fed nel 2008, non genererebbe inflazione."

In sostanza, si dovrebbe aumentare la pianificazione centralizzata da parte della banche centrali, che evidentemente a parere degli autori sarebbero in grado di sapere chi finanziare, per quali importi, il tutto senza alterare i prezzi. Un obiettivo decisamente al di fuori della portata anche di un gruppo di persone onniscienti, che peraltro non esistono.

In definitiva, secondo G&W

"La creazione incontrollata di moneta da parte delle grandi banche private ha generato una colossale instabilità, minando alla base il principio fondamentale che vuole la creazione di moneta funzionale al bene pubblico. Non dev'essere per forza così. Introducendo misure di salvaguardia che facciano in modo che il credito assolva a finalità produttive, le autorità possono ottenere una crescita economica senza debito, stabile e sostenibile."

Che la creazione di moneta debba essere "funzionale al bene pubblico" è un principio fondamentale a seconda dei punti di vista. La moneta è un mezzo di scambio, e come ogni altro bene dovrebbe essere scelto da chi lo utilizza e prodotto in concorrenza sul mercato. Non creato dal nulla in monopolio stabilito da uno Stato. E' la creazione di moneta dal nulla in generale, non solo quella effettuata dalle banche private, a causare instabilità.

Ed effettivamente "non deve essere per forza così". Ma il socialismo monetario proposto da G&W, ancorché animato (forse) da buone intenzioni, non migliorerebbe le cose. Anzi, renderebbe totalmente socialista un sistema che lo è già in gran parte. E il socialismo integrale non ha funzionato meglio di quello parziale.


martedì 23 settembre 2014

Scorie - Chi deve fare gli investimenti

"Un cambio di direzione nella logica di un aumento di investimenti della politica economica europea: questo è il vero luogo dove abbiamo speso il 41% preso alle europee… Sul tema mi sento molto in linea con la politica economica del governo americano perché diciamo che la crescita si fa anche con gli investimenti."
(M. Renzi)

Ogni volta che si appresta ad andare a un qualche vertice europeo, Matteo Renzi tira fuori la storia degli "investimenti per la crescita". Suppongo che siano i suoi consiglieri economici ad avergli messo nel catalogo dei mantra da ripetere questa storia della spesa pubblica "buona" contrapposta a quella "cattiva".

Renzi appartiene infatti alla folta schiera di coloro che ritengono che le spese pubbliche classificate come "investimenti" andrebbero escluse dal computo del deficit. Di questo argomento mi sono già occupato più volte, per cui qui mi limiterò a ripetere un'osservazione di buon senso: si può anche stabilire per decreto o per trattato cosa è o cosa non è investimento, ma questo non cambia la realtà. E la realtà è che qualsiasi spesa deve essere finanziata, con tasse presenti o future.

Ciò detto, nessuno dubita che la crescita si faccia anche con gli investimenti. Ma gli investimenti non li deve fare lo Stato, bensì i privati. E per fare investimenti, i privati necessitano di un contesto in cui lo Stato non li ammazzi di tasse e burocrazia, per di più cambiando le regole in continuazione, spesso con efficacia retroattiva.

Ce ne sarebbe molto del lavoro da fare per Renzi se volesse ridimensionare burocrazia, interventismo e tasse. Ma ciò sarebbe possibile solo tagliando drasticamente la spesa e rinunciando all'idea che chi governa debba "guidare" il sistema economico e la vita delle persone.

Succederà? Io non ci scommetterei un centesimo. Ogni tanto si parla di tagli di spesa, che poi diventano "rimodulazioni" appena i beneficiari di quella spesa alzano la voce. Quindi si passa a parlare di altro, per esempio della riforma della legislazione sul lavoro. E quando anche in questo caso si va incontro a resistenze (peraltro interne alla propria area politica di riferimento), magari si trova un altro argomento su cui spendere chiacchiere e un paio di settimane.

Mi sbaglierò, ma la sostanza dei mille giorni ritengo sarà questa.


lunedì 22 settembre 2014

Scorie - Ospedale keynesiano

"Arrivati all'ospedale ci potrebbero essere gli strumenti giusti per operare il paziente: quelli di una politica fiscale che stimoli la domanda interna via minori tasse e soprattutto maggiori investimenti pubblici. Ma c'è un altro problema: le porte del pronto soccorso sono sbarrate, dall'ottuso Fiscal Compact che impedisce dal 2011 ad imprese e famiglie di sperare nella ripresa e tornare a scommettere sul futuro investendo. E questo perché bisogna fare austerità nefasta. Il referendum contro la legge 243 che importa il Fiscal Compact in Italia è la nostra unica possibilità per far sentire la voce dell'Italia in Europa, una voce che potrà salvare non solo noi, ma tutta la costruzione europea."
(G. Piga)

Gustavo Piga, professore keynesiano di economia e presidente del comitato promotore del referendum contro il Fiscal Compact, ritiene che l'ennesima misura espansiva adottata dalla BCE il 4 settembre sia un'ambulanza un po' tradiva che porta il paziente (Italia) all'ospedale. Peccato che, a causa dell'"ottuso" Fiscal Compact, le porte del pronto soccorso siano sbarrate, impedendo al paziente di accedere alle cure keynesiane, fatte di un aumento del deficit (e del debito) tramite una riduzione delle tasse e un incremento della spesa pubblica (che di solito viene definita dai proponenti "investimenti" pubblici).

Per rendersi conto che un taglio deciso delle tasse è indispensabile basta il buon senso; quello stesso buon senso che è sufficiente per rendersi conto che, a prescindere dal Fiscal Compact, non si uscirebbe dalla crisi facendo nuovo deficit e debito per "investimenti" pubblici. Molto probabilmente si filerebbe dritti verso la bancarotta.

Non è lo Stato che deve investire, e non solo perché il bilancio pubblico è disastrato (anche per via di "investimenti" passati), bensì perché non può avere le stesse conoscenze e informazioni diffuse su milioni di soggetti. Oltre tutto, mentre l'imprenditore non può imporre ad altri di conferirgli risorse ed è motivato dalla ricerca del profitto che, in un libero mercato, può ottenere solo soddisfacendo meglio dei concorrenti le richieste dei consumatori, il politico può imporre ad altri di conferirgli risorse ed è motivato dall'acquisizione del consenso elettorale. Si tratta di due cose ben diverse.

Il fatto che occorre riconoscere è che i sistemi di stato sociale europei sono ormai da tempo insostenibili, e lo saranno sempre di più in futuro. L'unica via per poter ridurre le tasse e avere una prospettiva di ripresa sostenibile dell'economia passa dal ridimensionamento drastico e strutturale della spesa pubblica.

Altrimenti si possono anche togliere i vincoli del Fiscal Compact e perfino quelli di Maastricht, ma non si risolve nessun problema. Il keynesismo ha avuto molte applicazioni pratiche, e tipicamente quando sono state introdotte misure di spesa spacciate come anticicliche e temporanee, poi sono diventate strutturali e hanno portato a economie asfittiche e debiti insostenibili.

Nessun referendum può rendere il keynesismo una teoria economica degna di tale nome.


venerdì 19 settembre 2014

Scorie - Riallocazioni di spese e di tasse

"La spending review non è un taglio della spesa, ma innanzitutto una revisione della stessa: quando ci impegniamo a ridiscutere 20 miliardi su 800 stiamo toccando il 3% ma non necessariamente porterà a una riduzione totale della spesa, può darsi che alcune voci siano riallocate in maniera diversa."
(M. Renzi)

Intervenendo alcuni giorni fa al Senato, Matteo Renzi ha voluto rassicurare chi, nel suo partito e non solo, aveva timore che i tagli di spesa di cui si è riempito la bocca durante le settimane agostane fossero qualcosa di più di chiacchiere.

Giusto per sancire il benservito al commissario Cottarelli, che a fine ottobre tornerà al FMI, Renzi ha precisato che spending review significa revisione della spesa (meno male che ce l'ha fatta lui la traduzione letterale dall'inglese), e che i 20 miliardi delle già citate chiacchiere agostane non sono più, come andava dicendo allora, tagli, bensì, "ridiscussioni" e "riallocazioni".

Il tutto per concludere che la manovra "non necessariamente porterà a una riduzione totale della spesa". Ovviamente la cosa non mi stupisce, essendo io sempre stato scettico sulle reali intenzioni di questo governo (al pari dei precedenti) di tagliare veramente la spesa pubblica. Resta il fatto che, se veramente si vuole evitare di andare oltre il 3 per cento di deficit sul Pil, tutto ciò che non verrà da tagli di spese dovrà venire dal fronte delle entrate.

Renzi dice anche che non aumenterà le tasse, anzi, che le calerà ulteriormente, seppure non a tutti. Ma tutto ciò, senza significativi tagli di spesa, è compatibile solo con un'altra manovra redistributiva, che porterà a un aumento del carico fiscale per una parte più o meno consistente dei cosiddetti contribuenti (non a caso si parla con una certa insistenza di rivedere l'imposta di successione per raddoppiarne il gettito).

Tante chiacchiere, ma nulla di nuovo, insomma. Semplici riallocazioni di spese e di tasse.


giovedì 18 settembre 2014

Scorie - Risalirà

"Può darsi che quest'anno avremo un numero (del pil) negativo ma sarà molto più piccolo del passato… risalirà già dal prossimo anno e in misura crescente dagli anni successivi."
(P. C. Padoan)

Quando continuare a parlare di crescita del Pil nel 2014 dello 0.8 per cento sarebbe stato ben più che ridicolo, anche alla luce delle continue revisioni al ribasso operate da tutti coloro che si cimentano nel fare previsioni (peraltro volendo ignorare che in questo tipo di previsioni l'econometrista e l'avventore del bar sport spesso forniscono numeri di pari (in)attendibilità), Pier Carlo Padoan ha dovuto cambiare versione.

Adesso ammette che "può darsi che quest'anno avremo un numero (del pil) negativo". Però "sarà molto più piccolo del passato". Vedremo se nella nota di aggiornamento del Documento di Economia e Finanza di prossima pubblicazione il governo, pur rivedendo al ribasso le precedenti previsioni, continuerà a restare più ottimista di OCSE, FMI, Commissione Ue, Banca d'Italia, nonché tutti i centri di ricerca privati.

In ogni caso, state tranquilli: il Pil "risalirà già dal prossimo anno e in misura crescente dagli anni successivi". Parola di Padoan.


mercoledì 17 settembre 2014

Scorie - Prendere impegni

"Noi non ci tiriamo indietro ma continuiamo a fare l'unica cosa che abbiamo fatto dall'inizio: prendere impegni."
(M. Renzi)

Tra le tante cose dette durante il discorso tenuto alla Camera per presentare per l'ennesima volta il programma dei famosi (o famigerati) 1000 giorni, Matteo Renzi ha infilato anche questa.

Credo che a forza di parlare e straparlare possa capitare di fare affermazioni inconsapevolmente comiche. In effetti ben difficilmente si può negare che Renzi abbia fin dall'inizio preso un sacco di impegni. Il problema è che finora ha accumulato impegni presi, spesso con annunci ricchi di effetti speciali, ma non è andato molto oltre.

Il fatto che un numero crescente di osservatori, anche tra i più benevoli verso il presidente del Consiglio, inizi a manifestare scetticismo non dovrebbe a questo punto sbalordire Renzi.

O sono tutti gufi?


martedì 16 settembre 2014

Scorie - Economia e matematica

"Gli economisti usano in gran parte gli stessi strumenti di scienziati e ingegneri – algebra matriciale, regressioni multiple, teoria del controllo. Ma non li usano allo stesso modo. In economia – specialmente in macroeconomia – l'obiettivo è spesso di convincere le altre persone del tuo punto di vista."
(N. Smith)

Noah Smith scrive, tra gli altri, sul sito di Bloomberg. Nel pezzo dal quale ho attinto, Smith spiega a modo suo la differenza tra economia, scienze naturali e scienze umanistiche.

Come tutti coloro che hanno un approccio all'economia per lo più quantitativo, Smith snobba chi non fa uso della matematica, più o meno esplicitamente suggerendo che il quel caso ci si fa guidare dalle proprie tendenze politiche. La cosa è un po' curiosa, dato che, sempre a suo dire, "in economia – specialmente in macroeconomia – l'obiettivo è spesso di convincere le altre persone del tuo punto di vista". E l'utilizzo della matematica servirebbe a rendere il tutto più convincente.

Che argomentazioni politiche siano spacciate per scienza economica ovviamente capita spesso, ma in realtà l'economia dovrebbe occuparsi dello studio, utilizzando la logica, del comportamento umano nell'utilizzo di risorse scarse per il raggiungimento di obiettivi (che ogni individuo dovrebbe poter scegliere). Solo se si pretende di fissare gli obiettivi anche per gli altri è inevitabile che anche la modalità di utilizzo dei mezzi diventi una faccenda squisitamente politica.

Quando ho letto il pezzo di Smith non ho potuto fare a meno di constatare per l'ennesima volta l'abisso tra il suo approccio (quello mainstream) e quello degli economisti della scuola austriaca. Penso, per esempio, a "Human Action" di Ludwig von Mises e a "Man, Economy, and State" di Murray Rothbard, due lavori che ritengo fondamentali per chi si interessa di economia, e che suppongo Smith non abbia mai neppure visto in una nota a piè di pagina. Sarà proprio attingendo dalla prefazione di "Man, Economy, and State" che farò "commentare" a Rothbard alcuni passaggi di Smith (spero che Rothbard dall'Aldilà non me ne voglia: lui commentò criticamente un ben più noto Smith: Adam).

Dunque, come accennavo, Smith ammette che qualcuno potrebbe avere idee diverse sull'uso della matematica in economia, ma si affretta a guardarlo dall'alto verso il basso.

"Questo ad alcuni potrebbe suonare un esercizio stupido, o anche disonesto, ma il fatto è che in molte situazioni economiche non si dispone di dati sufficientemente buoni per affermare realmente cosa sta accadendo. Puoi rinunciare, oppure lasciare che le tue inclinazioni politiche ti forniscano una risposta emotivamente piacevole – e molte persone prendono queste facili vie d'uscita. Ma se vuoi fare del tuo meglio per descrivere la realtà pur di fronte a scarsità di dati e incertezza, vuoi essere sicuro che le tue argomentazioni siano il più consistenti e precise possibili. Di qui l'utilizzo della matematica."

Lo stesso Smith, peraltro, nell'argomentare a favore dell'utilizzo della matematica in economia ne evidenzia involontariamente i principali punti deboli.

"L'intuizione principale, a mio parere, è che la maggior parte delle cose al mondo hanno una qualche casualità. L'economia si occupa di sistemi orribilmente complessi nei quali condurre esperimenti controllati è solitamente impossibile. Se vuoi isolare un fenomeno devi ignorarne molti altri interessanti."

E sembra anche un po' ondivago.

"Ma se ci pensi, ciò descrive molte delle situazioni che affrontiamo nella vita di tutti i giorni. Dobbiamo prendere decisioni basandoci su poche cose che (auspicabilmente) comprendiamo, trattando il resto come rumore di fondo casuale. Abbiamo una forte tendenza a modellare eccessivamente il mondo – a pensare che possiamo spiegare ogni piccola cosa che vediamo. Gli economisti – almeno quelli buoni – capiscono che questa è solo un'illusione."

Appunto. Eppure

"Tecniche come variabili strumentali, stimatori strutturali e autoregressioni vettoriali sono state sviluppate per fare il meglio in una situazione difficile."

Il tutto per arrivare a porsi la domanda sbagliata (e probabilmente a rispondere peggio)

"Prevedere le azioni umane è molto più difficile che prevedere le azioni di particelle, e ti impone di porti domande differenti, come "cosa farei io in questa situazione se fossi arguto?"

Ora, ognuno è libero di farsi le domande che vuole e di tentare di darvi una risposta, ma quella non è la domanda a cui deve dare una risposta l'economista. A meno che non si ritenga, platonicamente, che l'economista, in quanto "esperto", debba fornire un supporto intellettuale ad azioni più o meno fortemente paternalistiche da parte di chi governa. Cosa che piace tanto alla maggior parte di coloro che si definiscono economisti, ma che tradisce, a mio parere, la scienza economica.

Tornando all'utilizzo in economia degli strumenti tipici delle scienze naturali, Murray Rothbard criticava questo scimmiottamento da parte degli economisti, sostenendo che  "in precedenza l'economia era considerata una struttura logica. Fondamentalmente, quali che fossero le differenze di grado o anche le metodologie dichiarate, l'economia era considerata una scienza deduttiva che utilizzava la logica verbale. Basato su pochi assiomi, l'edificio del pensiero economico era dedotto passo dopo passo".

Più avanti, Rothbard sosteneva che "L'empirismo ha disintegrato l'economia a tal punto che a nessuno ormai sembra di vedere un edificio completoD'altra parte, la logica verbale nella teoria economica è stata sostituita dalla matematica, che appare più precisa e gode della luce riflessa delle scienze fisiche… Anche al livello della pura integrazione teorica, la matematica è del tutto inappropriata per qualsiasi scienza dell'azione umana".

Sul fatto che l'uso della matematica rendesse incomprensibili a molti lettori gli studi degli economisti, Rothbard sosteneva che "la cosa veramente importante non è che i non matematici non possono capirli; il punto cruciale è che la matematica non può contribuire alla conoscenza economica. Di fatto, la recente conquista della economia matematica da parte dell'econometria è un segno del riconoscimento che la pura teoria matematica in economia è sterile".

E tutto questo perché, come anche Smith deve riconoscere, la complessità e l'imprevedibilità dell'azione umana non può essere piegata alla modellizzazione matematica. Cosa che invece puntualmente avviene con l'uso della matematica in economia.

Voglio quindi concludere ancora con le parole di Rothbard nella prefazione di Man, Economy, and State:

"Il presente lavoro deduce l'intero corpo dell'economia da alcuni semplici e apodittici assiomi: l'assioma fondamentale dell'azione umana – che gli uomini impiegano mezzi per raggiungere fini, e due postulati secondari: che c'è una varietà di risorse umane e naturali, e che il tempo libero è un bene di consumo."

Riempire un testo di formule matematiche dà senza dubbio l'impressione di scientificità, ma si tratta purtroppo spesso di scientismo, di uso della scienza fine a se stessa, che porta a conclusioni fuorvianti perché invece di utilizzare la matematica per comprendere la realtà, pretende di piegare la realtà affinché sia modellabile matematicamente.


lunedì 15 settembre 2014

Scorie - Questione di ferie

"Ho dato anche una disponibilità a riconoscere una specificità che riguarda la magistratura e da questo confronto potrà venire fuori qualcosa che si può anche tradurre in un emendamento… Ho detto all'Anm che noi chiediamo alle toghe uno sforzo di comprensione dell'esigenza di compiere tutti un sacrificio in questo momento."
(A. Orlando)

Mentre Renzi parrebbe non voler fare retromarcia sulla questione delle ferie dei magistrati, il ministro della Giustizia Orlando dimostra di voler dare ascolto alle proteste del principale sindacato delle toghe.

L'Anm ha definito "un grave insulto"  l'intenzione del governo di ridurre le ferie dei magistrati da 45 a 30 giorni, "decisa senza alcun previo confronto con la magistratura". Ovviamente ne andrà della "indipendenza" della magistratura, un mantra valido per ogni stagione.

Capita anche questo in Italia: a fronte di un sistema giudiziario lento e farraginoso, con un arretrato pazzesco, i magistrati gridano allo scandalo perché il governo vorrebbe loro ridurre le ferie da 45 a 30 giorni all'anno.

Credo non sia necessario aggiungere altro.

 

venerdì 5 settembre 2014

Scorie - The (bad) conscience of a liberal (33)

"La mia idea è che in Europa esistevano forti sentimenti anti-keynesiani anche prima della crisi greca e che la macroeconomia così come la intendono gli economisti anglosassoni non ha mai avuto davvero cittadinanza nei corridoi del potere europei. Qualunque sia la spiegazione, sta di fatto che ci troviamo di fronte… a una delle più grandi catastrofi della storia economica."
(P. Krugman)

Che questa volta Krugman l'abbia sparata un po' troppo grossa anche per i suoi standard lo si dovrebbe dedurre da queste parole che Carlo De Benedetti (che di certo non può essere sospettato di essere anti-krugmaniano) ha scritto in un articolo pubblicato sullo stesso giornale il giorno seguente a quello di Krugman, nel quale peraltro invocava a gran voce l'utilizzo del bazooka da parte della BCE: "Oggi sento dire che l'Europa ha una cultura anti-keynesiana, mi sembra francamente una sciocchezza".

Effettivamente "sciocchezza" a me sembra un eufemismo, considerando che in Europa non si fa altro che sentire invocare "investimenti pubblici" da centinaia di miliardi, politiche monetarie mai sufficientemente espansive da parte della BCE, incentivi fiscali a questo o quel settore per "sostenere la domanda". E l'elenco ovviamente potrebbe proseguire.

Cosa ci sia di anti-keynesiano in tutto ciò, francamente mi sfugge. Solitamente viene trattato come un sadico fautore dell'austerità chi mette in discussione l'idea che sia doveroso per lo Stato spendere più di quello che incassa; il tutto in un continente dove, mediamente, lo Stato incassa tra il 40 e il 50 per cento del reddito prodotto, con aliquote ben maggiori se si escludono coloro per i quali, vivendo di soldi pubblici, la tassazione è una mera finzione contabile.

Ma questo signore, prima di scrivere, si documenta un minimo sull'argomento che intende trattare? A me pare lecito dubitarne.


giovedì 4 settembre 2014

Scorie - Tagliare per spendere

"I tagli non saranno per 17 miliardi, ma io ne immagino 20 perché intendo liberare risorse da investire nei settori strategici come l'istruzione e la ricerca senza aumentare le tasse."
(M. Renzi)

In una lunga intervista rilasciata al Sole 24 Ore, Matteo Renzi, tra le tante cose, ha detto anche che "immagina" 20 miliardi di tagli da inserire nella prossima legge di stabilità. Questa affermazione ha scatenato i più sinistrorsi del suo stesso partito, nonché l'immancabile Cgil. A me sembra solo l'ennesima rappresentazione di un gioco delle parti sempre meno digeribile.

Di certo l'immaginazione non manca al presidente del Consiglio, ma il fatto è che governa da sei mesi e finora l'unico fatto rilevante è la divergenza di opinioni con il commissario alla spending review, Carlo Cottarelli, il quale anche poche settimane fa ha lamentato la tendenza a voler utilizzare le riduzioni di alcune voci di spesa per aumentarne altre, con effetto nella migliore delle ipotesi nullo sull'ammontare complessivo.

Anche le parole di Renzi che ho riportato confermano che Cottarelli ha ragione: "liberare risorse da investire" significa spendere meno da una parte e spendere di più da un'altra. Così non si riduce la spesa pubblica, bensì se ne modifica la composizione. Questo significa che non si ritiene eccessiva la spesa pubblica, nonostante superi la metà del Pil.

Ciò detto, pensare di "investire" assumendo circa 150mila nuovi dipendenti pubblici nella scuola è certamente strategico dal punto di vista elettorale, ma significa creare nuovi tax consumers a carico dei tax payers.

Questo è quello che avviene, "passo dopo passo", per usare il nuovo motto renziano. E non mi sembra, per usare il precedente motto renziano, un "cambiamento di verso" rispetto al passato.


mercoledì 3 settembre 2014

Scorie - Verità a scoppio ritardato

"Il mio governo in pochi giorni ha messo in campo la riforma delle pensioni e la riforma della tassazione, introducendo di fatto una patrimoniale. Riforme concrete, non slides."
(M. Monti)

Dopo quasi tre anni, finalmente Mario Monti usa il termine corretto per quella che nel decreto da lui stesso definito "Salva Italia" era ipocritamente definita come modifica dell'imposta di bollo sulle comunicazioni relative ai prodotti finanziari.

Che la modifica voluta da Monti costituisse di fatto l'introduzione di una imposta patrimoniale era evidente, ma per lungo tempo è stato ritenuto utile non chiamare quel balzello con il nome a esso più appropriato.

Il professore e senatore a vita, rivendicando quanto fatto all'epoca in pochi giorni in confronto alle presentazioni in power point e alle chiacchiere dell'attuale inquilino di Palazzo Chigi, omette però di elencare quanto non volle includere in quel pacchetto.

In primo luogo la riforma del mercato del lavoro, che si trascinò poi per mesi e risultò essere un obbrobrio che penalizzava l'utilizzo dei contratti a termine senza rendere più conveniente quello a tempo indeterminato, modificava l'articolo 18 dello statuto dei lavoratori finendo per rendere ancora più arbitrario il potere dei magistrati e a conti fatti diede una mazzata al già precario andamento dell'occupazione.

In secondo luogo, e direi soprattutto, la spending review, che anche con il governo tecnico rimase in buona sostanza argomento per chiacchiere, senza produrre risultati riconoscibili.

Alla fine, di concreto ci furono per lo più delle randellate fiscali, e non saprei dire se siano peggio le sceneggiate di oggi con le slides o le lacrime di allora del ministro Fornero. Di certo, si tratta di scegliere tra il male e il peggio.


martedì 2 settembre 2014

Scorie - Leader e follower

"L'Italia la cambiamo, piaccia o non piaccia ai soliti noti esperti di palude. Mille giorni e l'Italia tornerà leader, non follower. I giornali sono sempre tutti contrari, ma certo non è colpa dei giornali."
(M. Renzi)

Dopo i gufi, arrivano gli "esperti di palude", che per Renzi sono anche "soliti noti". Addirittura, secondo il presidente del Consiglio "i giornali sono sempre tutti contrari".

Qui delle due l'una: o negli ultimi sei mesi uno è vissuto isolato dal resto del mondo, oppure non può non constatare che a Renzi l'eccessiva loquacità fa brutti scherzi. Certamente rispetto ai toni adulatori quasi unanimi dei primi mesi, di recente qualche critica a Renzi la si comincia a leggere anche sui mezzi di informazione italiani.

Ma questo è il minimo che possa accadere dopo un semestre in cui il presidente del Consiglio ha parlato e straparlato, ma spesso alle parole non sono seguiti i fatti, oppure sono seguiti fatti molto meno eclatanti rispetto a quanto gli annunci davano ad intendere. Era partito annunciando cambiamenti radicali e veloci, adesso siamo già al "passo dopo passo".

Quello dei "mille giorni" è il refrain di cui Renzi parla da ormai un paio di mesi. Ebbene, con l'inizio di settembre sono partiti anche questi famosi (o famigerati) mille giorni. Renzi sostiene che al termine di questo periodo "l'Italia tornerà leader, non follwer".

Se qualcuno, vista la storia più o meno recente e il punto di partenza, osa sostenere che l'affermazione di Renzi contiene un ottimismo al limite della ciarlataneria, suppongo finisca tra i gufi o gli esperti di palude. Ciò nonostante, credo che il semplice buon senso dovrebbe aver indotto il premier a usare toni meno da venditore di sogni.

Va bene che chi governa non debba diffondere pessimismo, ma di venditori di sogni gli italiani ne hanno già sperimentati parecchi, e alla fine si è trattato per lo più di incubi. Di continuare a sentire la stessa musica, ancorché via twitter o con slides più o meno colorate, credo che in molti ne farebbero volentieri a meno. Io di sicuro.


lunedì 1 settembre 2014

Scorie - Sul risparmio

"Paesi come il nostro che hanno conosciuto una sequenza di riforme pensionistiche incontrano un serio problema: come incoraggiare il risparmio delle generazioni colpite dalle riforme che godranno di pensioni molto ridotte. Da più parti sono stati reclamati sussidi fiscali per incoraggiare il risparmio e spingere le generazioni più penalizzate ad accantonare qualche euro in più. I sussidi fiscali di cui godono gli investimenti finanziari a scopo pensionistico vanno in questa direzione. Ma sono anche efficaci?"
(L. Guiso)

Luigi Guiso tiene una rubrica settimanale su Plus24 del Sole 24 Ore. In un articolo dedicato al risparmio con finalità previdenziali, si interroga sui "sussidi fiscali" rivolti a fondi pensione e strumenti similari.

La sua conclusione, e lo fa citando perfino uno studio fatto in Danimarca (credo però che lo potesse fare qualsiasi avventore del bar sport) è che "le persone investono di più nello strumento sussidiato ma investono di meno negli altri strumenti, quelli non sussidiati, sicché l'effetto sul risparmio totale può essere di fatto nullo o molto modesto".

La cosa non dovrebbe stupire: i risparmi sono comunque una parte di redditi già tassati e un individuo spesso non può, anche volendolo, crescere a piacere la quota di reddito da accantonare. Ne deriva che se un prodotto ha una fiscalità meno pesante, dirotterà su quel prodotto una quota di ciò che prima destinava a prodotti alternativi. Raramente si tratterà di una quota aggiuntiva.

Guiso arriva pertanto a essere sostanzialmente contrario a quelli che definisce sussidi (che poi non lo sono: semplicemente lo Stato tassa meno che in altri casi), perché "non hanno effetto sul risparmio delle famiglie ma sono costose per l'erario (e quindi per il risparmio dello Stato)".

Resta il fatto che se la tassazione è inferiore, la capitalizzazione composta dei rendimenti ottenuti anno dopo anno porta a un montante superiore, quindi a pensioni integrative migliori per coloro i quali oggi stanno mantenendo i pensionati con il sistema retributivo e domani incasseranno (se lo incasseranno) un assegno pensionistico pubblico da fame.

Il tutto, ovviamente, perché politicamente è molto più pericoloso toccare i pensionati di oggi che quelli di domani, molti dei quali non sanno (e i politici di tutti gli schieramenti si guardano bene dal dirglielo) il triste destino a cui vano incontro.