venerdì 29 agosto 2014

Scorie - Lotta di classe

"Il Primo maggio è dei lavoratori e non dei padroni. Il Ministro Poletti sbaglia a creare commistioni corporative anche nei momenti celebrativi: c'è chi sfrutta e chi è sfruttato. Una realtà. Una realtà che sta alla radice del sistema capitalistico… se gran parte delle partite Iva, dei lavoratori autonomi, delle modeste imprese familiari, sono parte di questo mondo del Primo maggio, non lo sono in questa giornata i padroni delle medie e grandi imprese, così come dirigenti e amministratori delle multinazionali pubbliche e private. E' una idea strampalata mettere sullo stesso piano i capitani d'impresa e i loro dipendenti, le associazioni di rappresentanza delle imprese come Confindustria e gli operai alle loro dipendenze fissi e precari."
(A. Breda)

Non sapevo chi fosse Augustin Breda finché ho letto queste sue dichiarazioni riportate dall'ANSA. Adesso so che di tratta di un dirigente nazionale Cgil e componente direzione nazionale Fiom, e ho l'impressione che voglia far apparire il capo della Fiom, Maurizio Landini, un moderato.

Breda usa un linguaggio da lotta di classe in stile otto-novecentesco, roba da marxismo duro e puro, peraltro meno dannoso, a mio parere, del marxismo pseudoscientifico alla Thomas Piketty, che viene osannato in giro per il mondo per aver scritto un libro di 800 pagine in cui predica una tassazione predatoria dei "ricchi" per risolvere il problema delle diseguaglianze di reddito.

Personalmente credo che con gente che ragiona (ancora) in questo modo si vada poco lontano e sono anche convinto che sarebbe tempo sprecato cercare di far capire al signor Breda che la vera distinzione non è tanto tra lavoratori e padroni, bensì tra pagatori di tasse e consumatori di tasse.

In quel caso si coglie molto meglio la distinzione tra sfruttatori e sfruttati.


giovedì 28 agosto 2014

Scorie - Mele e pere

"Nuovo calo record del rendimento del BTP a 10 anni, che scende al 2,369%, con lo spread con il Bund che, di conseguenza, si porta a 145,9 punti. Sia il rendimento che il differenziale sono inferiori ai T-bond americani, rispettivamente al 2,377% e a 146,7 punti."
(ANSA)

Notizie come quella che ho tratto dall'ANSA sono solitamente rilanciate con enfasi dai mezzi di informazione e non mi meraviglierei se fossero usate strumentalmente anche dalle parti di palazzo Chigi.

C'è un problema, però: quando si paragonano pere e mele bisognerebbe avere la correttezza di precisare che non sono la stessa cosa. Nello specifico, paragonare i BTP ai Bund tedeschi di pari scadenza ha senso, essendo denominati nella stessa valuta.

Al contrario, il confronto tra titoli denominati in valute diverse dovrebbe essere fatto riportando finanziariamente entrambi i titoli nella stessa valuta (tecnicamente si deve fare uno swap del BTP in dollari o del T-bond americano in euro).

Se si ragionasse in termini finanziariamente corretti, ci si renderebbe conto che se il Tesoro italiano volesse emettere un titolo decennale in dollari anche in quel caso pagherebbe uno spread rispetto al Tesoro statunitense. Tra l'altro esistono emissioni della Repubblica Italiana in dollari, per cui è possibile confrontare un titolo di Stato italiano in dollari con uno del tesoro americano di pari durata anche senza dover swappare un BTP in dollari.

Sulla scadenza 2023, tanto per fare un solo esempio, la Repubblica italiana ha un rendimento superiore al titolo del Tesoro americano di pari durata di circa 100 punti base.

Altro che rendimento inferiore…


mercoledì 27 agosto 2014

Scorie - Non è mai abbastanza

"L'unico rischio immediato per un successo nel ritorno alla forza economica
negli Stati Uniti è una politica monetaria inetta. Se consentiamo ai nostri
banchieri centrali di mantenere i tassi di interesse reali privi di rischio
troppo alti, soffochiamo il desiderio di individui e istituzioni di
assumere rischi. E senza l'assunzione di rischi non ci saranno rendimenti.
Il Giappone ci ha dimostrato quanto tassi di interesse reali elevati e una
politica monetaria troppo restrittiva possano distruggere la crescita
economica potenziale."
(D. Zervos)

Tra gli economisti che lavorano per società di Wall Street (e che spesso
amano farsi chiamare "market strategist", usando in modo inappropriato il
termine "market" e forse anche "strategist"), David Zervos è uno dei più
convinti fautori di politiche monetarie keynesiane. Per un keynesiano i
tassi di interesse sono sempre e comunque troppo alti, e se non lo sono in
termini nominali, lo sono in termini reali.

Ne consegue che una banca centrale deve sempre e comunque adottare
politiche monetarie espansive, a meno che non sia raggiunta la piena
occupazione e non ci sia un aumento eccessivo dei prezzi al consumo. Se
poi, strada facendo e denaro stampando, si gonfiano bolle, bisogna cercare
di evitare il loro sgonfiamento o, peggio lo scoppio.

Il tutto perché, con una politica monetaria "inetta" (dove inetta significa
non abbastanza espansiva), "soffochiamo il desiderio di individui e
istituzioni di assumere rischi" (quello che Keynes definiva "spiriti
animali"). Il problema è che la politica monetaria espansiva, abbassando
artificialmente i tassi di interesse (e i premi per il rischio), finisce
per far apparire redditizi anche investimenti che non lo sarebbero in
assenza di tali politiche espansive, e che si dimostrerebbero fallimentari
qualora le politiche medesime non continuassero a ritmi crescenti.

La cosa paradossale è l'atteggiamento dei keynesiani di fronte al caso del
Giappone. Invece di considerarlo un caso di clamoroso fallimento del
keynesismo, ci si sente ripetere che il Giappone non ha fatto abbastanza in
ormai oltre 20 anni.

Si tratta, peraltro, di una delle affermazioni che ogni keynesiano
tipicamente ripete di fronte all'evidenza contraria a ciò che
prescriverebbe la teoria. L'altra, solitamente accoppiata, consiste nel
sostenere che le cose sarebbero andate ancora peggio se non si fossero
adottate le ricette keynesiane.

In pratica, la dose non è mai sufficiente, e quando poi l'economia va in
overdose si vorrebbe aumentare ancora la somministrazione della stessa
medicina.

Ma quanto dovrà essere grande la crisi per buttare definitivamente alle
ortiche questa roba?

martedì 26 agosto 2014

Scorie - The (bad) conscience of a liberal (32)

"È vero che le politiche correnti, se continuassero a essere applicate come
adesso, finirebbero con ogni probabilità, tra molto tempo, per sfociare in
un buco nei conti pubblici insostenibile (cioè un buco che non potrebbe
andare avanti all'infinito)... Presto o tardi ci sarà una qualche
combinazione di riduzione delle prestazioni sociali e/o incrementi delle
entrate. Sostenere che questo voglia dire che gli Usa sono in bancarotta è
un'iperbole; e soprattutto non è utile. Che fare allora? La risposta che
degli allarmisti da debito è una: ridurre le prestazioni sociali future. Ma
non si capisce per quale motivo dovremmo farlo subito. La logica sembra
essere questa: dobbiamo tagliare le prestazioni future per evitare tagli
alle prestazioni in futuro. Ho chiesto chiarimenti più volte su questo
punto, ma nessuno me le ha mai fornite. Si potrebbe sostenere che è meglio
evitare cambiamenti bruschi, che è meglio tornare alla sostenibilità senza
scossoni. Ma come argomentazione per giustificare tutto questo battersi il
petto su bancarotte e crisi, sembra un po' pochino."
(P. Krugman)

Il proverbio dice che non c'è peggior sordo di chi non vuole sentire. A me
pare evidente che a Krugman i chiarimenti sul perché un sistema di welfare
che è già squilibrato debba essere rivisto oggi senza aspettare la totale
bancarotta in futuro siano stati forniti a più riprese. Ma ha l'abitudine
di considerare stupidi tutti quelli che la pensano diversamente da lui,
quindi se quello che gli viene detto non gli piace, finge di non averlo
sentito. E non è abituato ad argomentare la propria posizione in un
contraddittorio. Semplicemente lui dice quello che pensa in modo dogmatico,
e quello che gli viene risposto o è allineato al suo pensiero, oppure,
appunto, è frutto di una mente stupida.

Prendiamo il caso in questione: Krugman non nega (sarebbe troppo anche per
lui) il sistema di prestazioni sociali sia destinato a generare un buco nei
conti pubblici insostenibile. Però è convinto che questo avverrà tra molto
tempo, per cui è bene non preoccuparsene troppo adesso.

Personalmente ritengo una grave sciagura storica l'istituzione del welfare
state, che ha avuto l'effetto di deresponsabilizzare gli individui e acuire
la tendenza a vedere nello Stato (alla fin fine, negli altri) il soggetto
che deve farsi carico delle soluzioni ai propri problemi, oltre a
sostituire una solidarietà coercitiva a una volontaria.

Ma pur prescindendo da questo punto di vista e prendendo atto del fatto che
il welfare state esiste, è evidente che lo squilibrio attuale e soprattutto
prospettico ne impone quanto meno un ripensamento. Quelli che Krugman
etichetta come "allarmisti da debito" non fanno altro che sostenere
l'esigenza di mettere mano alla questione oggi invece di aspettare che il
sistema imploda.

La posizione di Krugman contiene un evidente disprezzo verso coloro – e
sono tanti, dopo decenni in cui le persone sono state abituate a dare per
scontato l'intervento dello Stato – che non sono consapevoli del reale
(pessimo) stato del welfare state.

A suo dire è "un po' pochino" argomentare che "è meglio evitare cambiamenti
bruschi, che è meglio tornare alla sostenibilità senza scossoni". In
pratica, contrariamente al buon senso, Krugman sostiene il motto "non fare
oggi quello che domani sarà troppo tardi fare".

Poi dà degli stupidi agli altri…

lunedì 25 agosto 2014

Scorie - Differenze nel Pil dovute a differenze nel doping

"Il confronto dell'evoluzione del Pil europeo (anche al netto dell'Italia)
con quello degli Stati Uniti mostra che esiste una questione europea. Gli
Stati Uniti recuperano il livello di reddito del 2008 già nel 2011.
L'Europa anche senza l'Italia, recupererà verosimilmente il reddito del
2008 solo il prossimo anno: quattro anni più tardi degli Stati Uniti."
(L. Guiso)

Tanto per portare un altro po' di acqua al mulino keynesiano, Luigi Guiso
si lancia nel paragone tra l'andamento del Pil negli Stati Uniti e
nell'Area Euro tra il 2008 e il 2013, allo scopo di dimostrare come sia
necessario avere un budget comunitario più consistente (leggi maggiore
spesa), oltre a una politica monetaria più aggressiva.

Premesso che il budget dell'Ue non è un pasto gratis, ma alla fine è sempre
finanziato dai cittadini europei, in una sorta di trasposizione su base
continentale (e quindi ancor più iniqua) della suddivisione tra pagatori e
consumatori di tasse, uno sguardo un po' più ampio ai numeri dovrebbe
rendere chiara l'origine della maggior crescita del Pil statunitense negli
ultimi anni.

I numeri che andrò riportando non forniscono di per sé una spiegazione
esaustiva delle diverse dinamicità delle economie statunitense ed europee,
ma sono indubbiamente più completi di quelli forniti da Guiso, perché
quanto meno mostrano entrambi i lati della medaglia delle politiche fiscali
e monetarie espansive.

Dunque, tra fine 2008 e fine 2013 il Pil nominale degli Stati Uniti è
aumentato del 13.9 per cento, mentre quello dell'Area Euro è aumentato solo
del 7 per cento. In pratica ci sono 6.9 punti di differenza nella crescita
nominale, 1.7 dei quali spiegati peraltro da una crescita dei prezzi al
consumo superiore negli Stati Uniti rispetto all'Area Euro.

Nello stesso periodo di tempo, il debito pubblico in rapporto al Pil è
aumentato di 31.7 punti percentuali negli Stati Uniti e di 24.9 punti in
Area Euro. In pratica gli Stati Uniti hanno fatto 6.8 punti di debito in
più dell'Area Euro in rapporto al Pil.

Venendo alla politica monetaria, la Fed ha registrato tra fine 2008 e fine
2013 un incremento costante del suo attivo di bilancio (dovuto ad acquisti
di titolo contro base monetaria nei vari QE) pari al 96.7 per cento, mentre
l'attivo della BCE, dopo essere cresciuto in occasione delle LTRO nel 2012,
è tornato sui livelli di fine 2008. Tra l'altro, dalla fine del 2013 a oggi
il bilancio della Fed è ulteriormente aumentato, mentre quello della BCE è
diminuito. Da qui le grida di allarme dei fautori del QE all'europea.

Quanto agli aggregati monetari, tra fine 2008 e fine 2013 la base monetaria
è aumentata del 123 per cento negli Stati Uniti e del 3.8 per cento in Area
Euro, mentre M2 è aumentato del 34 per cento negli Stati Uniti e del 12 per
cento in Area Euro.

E' pur vero che altri indicatori, ad esempio la disoccupazione, sono in
discesa negli Stati Uniti e su livelli pari alla metà rispetto a quelli
europei; ma è bene ricordare che il mercato del lavoro statunitense è molto
più flessibile di quelli europei. In ogni caso, 6.9 punti crescita del Pil
in più sono stati accompagnati dalle differenze sopra esposte nel debito
pubblico e nell'espansione monetaria, i cui effetti collaterali non vengono
mai presi in considerazione prima che si materializzino.

A me pare che la cosa si possa riassumere così: gli Stati Uniti hanno fatto
più Pil, ma la dose di doping assunta è sproporzionata rispetto al miglior
risultato ottenuto nei confronti dell'Area Euro. Dove, però, si
moltiplicano gli appelli per dopare l'economia allo stesso modo.

Quando qualcosa andrà storto, sarà colpa del mercato?


venerdì 22 agosto 2014

Scorie - Le vere vittime degli avvoltoi non sono gli Stati

"L'Argentina al momento dell'emissione dei bonds ha sottoscritto un
contratto e la ristrutturazione del debito, pur accettata dalla stragrande
maggioranza dei debitori, non vincolava l'esigua minoranza. L'Argentina
avrebbe potuto inserire nel contratto una clausola in tal senso, o
disciplinarlo secondo il suo ordinamento, invece che quello degli Stati
Uniti, ma questa alternativa l'avrebbe costretta ad aumentare i tassi di
interesse."
(G. Rossi)

Guido Rossi lancia l'ennesimo attacco a quella che suole definire la
"selvaggia libertà contrattuale", questa volta occupandosi del recente
nuovo default tecnico dell'Argentina.

La vicenda, come è noto, riguarda una sentenza emessa dal tribunale di New
York nell'ambito di una causa promossa da alcuni fondi di investimento
statunitensi (definiti dagli argentini e dallo stesso Rossi "avvoltoi").
Sentenza che impone alla Repubblica Argentina di pagare per intero i
promotori della causa se vuole continuare a pagare i portatori dei titoli
oggetto delle ristrutturazioni del 2005 e 2010, i quali accettarono di
subire una perdita.

Lo scandalo, per Rossi e tanti altri, consiste nel fatto che questi fondi
hanno acquistato i titoli quando erano già in default, pagandoli pochi
centesimi, e adesso pretendono di essere rimborsati per intero. Questi
fondi, peraltro, non hanno fatto altro che chiedere al giudice competente
(i titoli erano stati emessi in base alla legge statunitense) di imporre
all'emittente il rispetto del contratto.

Dato che l'Argentina si rifiuta di pagare quegli investitori per intero, il
giudice ha bloccato le somme necessarie a pagare le cedole su alcuni dei
titoli ristrutturati, ciò che ha condotto il Paese sudamericano
tecnicamente in default, non essendo stato trovato un diverso accordo con i
fondi che avevano promosso la causa.

Il problema in realtà è dovuto a una clausola inserita dal governo
argentino nelle due ristrutturazioni del 2005 e del 2010, in base alla
quale dovrebbe estendere a tutti gli investitori, compresi quelli che hanno
accettato le ristrutturazioni, le eventuali migliori condizioni accordate a
che non ha voluto ristrutturare i titoli in default. Se l'Argentina
rispettasse la sentenza, il conto diventerebbe potenzialmente
insostenibile.

Ma quella clausola scadrà alla fine del 2014, quindi appare chiaro
l'intento dell'Argentina di tirarla per le lunghe, in modo da evitare di
dover migliorare le condizioni anche a chi ha già subito perdite con le
ristrutturazioni del 2005 e del 2010.

Per Rossi il punto è invece un altro: "per uscire dalla crisi, bisogna
ridare certezza e dignità al diritto ed evitare che, con l'aiuto di una
dirompente tecnologia, diventi sia strumento principe della speculazione
finanziaria, sia vittima di principii ispirati ad alimentare profonde
rischiose disuguaglianze e asimmetrie estranee alla nostra cultura e
civiltà".

Tra le vittime effettivamente ci sono anche coloro che in Argentina pagano
le tasse per consentire al governo di pagare i creditori internazionali;
nulla di nuovo, quindi: anche gli argentini si possono suddividere in tax
payers e in tax consumers, questi ultimi essendo coloro che beneficiano
delle sciagurate politiche economiche poste in essere da decenni in quel
Paese.

Ma quando ci si scaglia contro gli "avvoltoi" che non fanno altro che
pretendere il rispetto di un obbligo contrattuale io credo che lo si faccia
per motivi sbagliati. I diversi defalut dello Stato argentino non sono
serviti a dare un taglio al passato, alleggerendo il debito per poi
cambiare musica e smetterla di accumulare deficit con politiche
interventiste. Al contrario, dopo ogni defalut le politiche spendaccione
sono proseguite come o peggio di prima, a danno dei tax payers, dei
creditori, e a favore dei tax consumers.

Murray Rothbard era favorevole all'idea di ripudiare il debito pubblico,
ovviamente come uno dei passi da compiere per sbarazzarsi dello Stato.
Coloro che invocano il default oggi o che si scagliano contro i creditori
"avvoltoi", al contrario, lo fanno tirando in causa le disuguaglianze, ma
sorvolando sulle politiche economiche spendaccione che conducono
all'accumulazione del debito.

E' peraltro ipotizzabile che se i default divenissero frequenti, i
creditori farebbero più attenzione a chi prestare il loro denaro. Proprio
l'esatto contrario di ciò che vorrebbero coloro che ritengono che la
soluzione non sia nel far rispettare i contratti (cosa che ovviamente non
preclude il default), bensì nel modificare le regole per togliere ulteriori
tutele ai creditori. Perché, dietro la retorica di Rossi, io non vedo
null'altro che questo.

giovedì 21 agosto 2014

Scorie - John Maynard Zingales

"Milton Friedman, che di teoria monetaria se ne intendeva, ha sempre
sostenuto che una banca centrale può sempre sconfiggere la deflazione:
basta che «lasci cadere il denaro da un elicottero». Ovviamente si tratta
di una di quelle provocazioni di cui Friedman era maestro. Nessuno, neppure
Milton, pensava di riempire gli elicotteri di banconote e di andarle a
spargere al vento. Ma è una provocazione efficace per farci capire che i
metodi per combattere la deflazione esistono, basta finanziare la spesa
pubblica con moneta. Quello che manca è la volontà politica."
(L. Zingales)

Continua ad aumentare la richiesta di interventi ancora più espansivi da
parte della BCE per sconfiggere lo "spettro della deflazione", come viene
comunemente definito da coloro che lanciano l'allarme su un'inflazione dei
prezzi al consumo troppo bassa, magari al tempo stesso lamentandosi del
calo del potere d'acquisto dei redditi, incuranti del fatto che le due
affermazioni presentano una qualche incongruenza tra loro. In effetti il
potere d'acquisto dei redditi potrebbe aumentare se il loro andamento
nominale fosse superiore a quello dei prezzi al consumo, ma in un Paese in
crisi di competitività si tratta di uno scenario abbastanza irrealizzabile,
se non nella mente di redistributori assatanati, che peraltro abbondano in
Italia. Luigi Zingales non è comunque considerato uno di essi.

Tenendo presente che la monetizzazione del debito ha diverse
controindicazioni se il livello dei debiti è già elevato e deve essere
ridotto come prevede il Fiscal Compact per i Paesi europei, Zingales
ritiene non efficace l'idea di un quantitative easing simile a quello delle
altre principali banche centrali.

Tuttavia ripesca l'idea della monetizzazione diretta ricorrendo
all'elicottero provocatoriamente ipotizzato da Milton Friedman. Un
elicottero che, però, non lancerebbe soldi a tutti, bensì ai ministri
dell'Economia per monetizzare la spesa pubblica.

Zingales si rende conto che la cosa potrebbe far storcere più di un naso. E
in effetti aggiunge:

"Molti saranno inorriditi da questa immagine. Non è forse per evitare
follie di questo tipo che abbiamo creato una Banca centrale indipendente?
Certo. Una Banca centrale non indipendente rischia di essere usata da
governi senza scrupoli come un bancomat. Questa era la situazione
dell'Italia prima del divorzio tra Tesoro e Banca d'Italia. A quell'epoca
l'inflazione raggiunse il 21% annuo. Dobbiamo rischiare qualcosa di
simile?"

C'è un dettaglio non trascurabile, che rende l'idea del bancomat inadeguata
a descrivere correttamente la situazione: se una persona non ha soldi sul
suo conto corrente, il bancomat non eroga banconote. Quindi non è tanto una
questione di bancomat, ma di riempire il conto dal quale il bancomat dello
Stato attinge. Questo sarebbe il ruolo effettivo della banca centrale non
indipendente. Occorre comunque considerare che anche le banche centrali
cosiddette indipendenti usano praticare politiche monetarie prevalentemente
espansive, per cui il rischio di una degenerazione sarebbe praticamente una
certezza, a mio parere. Ma Zingales ci tiene a rassicurare i lettori:

"In mani profane il curaro è un veleno pericolosissimo. Nelle mani sapienti
di un medico, però, è un valido anestetico. La soluzione non è di proibirne
l'uso, ma di disciplinarlo opportunamente. Lo stesso vale per i «lanci di
moneta dall'elicottero». Sono pericolosi, ma non vanno proibiti, solo
disciplinati rigidamente."

Cosa fare dunque?

"Per permettere alla Bce di combattere la deflazione c'è bisogno di una
revisione del suo mandato, revisione che può essere decisa solo a livello
politico. Basterebbe stabilire che quando l'inflazione europea scende al di
sotto dell'1%, la Bce è autorizzata a finanziare delle spese dell'Unione."

Il tutto a fin di bene, o quanto meno di male minore.

"Non tutta la spesa pubblica è fonte di corruzione e - in presenza di
deflazione - il finanziamento monetario del deficit può essere il male
minore. Minore di una spirale deflazione-debito che metterebbe in ginocchio
il Sud Europa e porterebbe alla fine dell'euro."

Ora, nell'invocare "le mani sapienti di un medico", Zingales appare quanto
mai platonico e, per restare all'economia, keynesiano, che è poi lo stesso
che si può dire del Friedman fautore del libero mercato su tutto il resto,
ma dell'interventismo monetario. Non è un mistero che Keynes ritenesse che
l'intervento dello Stato dovesse essere operato per mezzo di esperti, così
come non è un mistero che egli considerasse se stesso il massimo esperto in
circolazione.

Ciò detto, i banchieri centrali sono sempre stati ritenuti dal mainstream
"medici sapienti", quanto meno durante il loro mandato. Eventuali critiche
sono avvenute per lo più ex post, e comunque non hanno mai riguardato una
presunta incompetenza. Questo non ha impedito che combinassero disastri.

Parimenti mi sembra illusoria l'idea che basti disciplinare
"opportunamente" o "rigidamente" la monetizzazione della spesa pubblica per
evitarne una degenerazione come spesso è avvenuto in passato.

Quanto al fatto che non tutta la spesa pubblica sia fonte di corruzione,
preferirei dire che non tutta la spesa pubblica è connessa a corruzione,
mentre potenzialmente (quasi) tutta ne è fonte.

Zingales, comunque, sostiene che la monetizzazione della spesa pubblica
"rigidamente" disciplinata sarebbe un male minore rispetto alla deflazione
e alla fine dell'euro. Anche in questo il suo atteggiamento è tipicamente
keynesiano, nel voler ostacolare aggiustamenti di mercato che pure sono
dovuti a distorsioni ai meccanismi di mercato precedentemente effettuate a
opera di quegli stessi medici le cui "sapienti mani" adesso si vorrebbero
ad agire con più impegno sulla stampante di denaro.

Se la spesa pubblica fosse la soluzione, le cose non dovrebbero andare poi
così male in Europa, considerando che (dove più, dove meno) essa
rappresenta da diverso tempo circa la metà del Pil. Ma la proliferazione
della spesa pubblica, oltre (dove più, dove meno) alla corruzione, ha
portato a una esasperazione della suddivisione tra pagatori di tasse e
consumatori di tasse. Questa circostanza non cambierebbe se la spesa fosse
finanziata non solo tramite la tassazione, bensì anche mediante la
monetizzazione. Si tratterebbe pur sempre di effettuare una redistribuzione
della ricchezza esistente, perché aumentare la quantità di moneta non
corrisponde ad aumentare la ricchezza di un sistema economico.

Nel caso specifico i beneficiari sarebbero i fruitori della spesa pubblica
e i debitori, mentre a pagare il conto sarebbero i pagatori di tasse e i
creditori. Se si vuole guardare cosa c'è dietro la retorica, lo "spettro
della deflazione" è considerato tale perché, in un'economia che è venuta
basandosi via via in misura crescente sul debito e su monete fiat, è
diffuso un pregiudizio favorevole ai debitori e sfavorevole ai creditori.
Anche in questo caso si torna a Keynes, che fu uno dei massimi fautori
della penalizzazione dei creditori a beneficio dei debitori.

Resta un fatto, che Zingales non affronta: svalutare il debito mediante la
monetizzazione potrebbe far guadagnare altro tempo, ma non risolverebbe i
problemi, bensì li aggraverebbe in un futuro non si sa quanto lontano. A
maggior ragione se ciò fosse accompagnato dall'idea che, quando le cose si
mettono male, si può fare spesa pubblica monetizzandola.

Io dubito che sarebbe il male minore, e penso che lasciar maneggiare ancora
il curaro ai medici in questione finirebbe davvero con l'essere letale.

mercoledì 20 agosto 2014

Scorie - Solita damianata sulle pensioni

"Sono assolutamente contrario al prelievo indiscriminato sulle pensioni per
cifre non meglio precisate, per il solo fatto che sono state definite con
il sistema retributivo. C'è il rischio che così si vadano a colpire le
pensioni medie. La soglia delle 'pensioni d'oro' potrebbe essere quella
individuata dal governo Letta: 90.000 euro lordi. Superata tale soglia si
può intervenire con un prelievo sulla parte eccedente, a condizione che le
risorse risparmiate vadano o a migliorare le pensioni più basse o a
risolvere il problema dei cosiddetti esodati."
(C. Damiano)

Cesare Damiano (Pd), presidente della commissione Lavoro alla Camera e in
passato ministro del Lavoro, è tra coloro nel Pd che più contrastano
l'operato del governo in tema di riduzione della spesa. In particolare,
Damiano, da buon ex sindacalista, è contrario a ogni ipotesi di revisione
delle pensioni, oltre ovviamente a contrastare riforme del mercato del
lavoro che consentano di dare prospettive migliori a chi oggi non ha un
posto fisso e blindato.

Sul tema delle pensioni, una delle ipotesi di cui si sente parlare sarebbe
quella di effettuare un ricalcolo in base al sistema contributivo per i
pensionati che percepiscono (e sono praticamente tutti, allo stato attuale)
assegni calcolati in base al sistema retributivo. Se questa proposta ha un
difetto, è che il governo penserebbe a fare questo ricalcolo partendo solo
da coloro che percepiscono assegni attorno ai 3.500 euro mensili.

Personalmente credo che parlare di diritti acquisiti, come fanno in tanti
(non solo nel Pd) parlando di pensioni, sia insostenibile. Se un assegno
pensionistico non è coperto dai contributi versati (finanziariamente
rivalutati), la parte non coperta equivale a un pasto gratis per chi lo
percepisce, pagato però da tutti coloro che versano contributi.

Da questo punto di vista io metterei in discussione perfino le cosiddette
pensioni sociali, figuriamoci il resto. Il tema, quindi, non dovrebbe
essere posto in termini di livello attuale della pensione percepita, bensì,
a prescindere da tale livello, dal fatto che esista o meno un gap tra
sistema retributivo e contributivo (l'ideale sarebbe in realtà un sistema
individuale a capitalizzazione, ma già passare dal retributivo al
contributivo per tutti sarebbe un passo avanti).

Per intenderci, se una persona percepisce 10.000 euro al mese di pensione e
tale assegno è finanziariamente sostenibile in base ai contributi versati
dal percettore, non andrebbe effettuata alcuna decurtazione. Viceversa, se
una persona percepisce 1.000 euro, 500 dei quali non coperti, la sua
pensione andrebbe ridotta di 500 euro.

Se si politicamente si decide di effettuare il ricalcolo da una certa
soglia in su, si abbia almeno la decenza di specificare che si tratta non
già di un'operazione all'insegna dell'equità, bensì l'ennesima manovra
redistributiva. A maggior ragione se la eventuale minore spesa dovesse
essere utilizzata per alimentare altre voci di spesa.


martedì 19 agosto 2014

Scorie - La (s)mentita

"Lo smentisco, noi l'abbiamo già fatta e abbiamo abbassato le tasse."
(M. Renzi)

Il dato sul Pil nel secondo trimestre è stata l'ennesima doccia fredda al
renzismo dilagante, e anche i più filogovernativi tra i giornalisti non
hanno più potuto evitare di porre la questione sull'eventualità di una
manovra correttiva autunnale. Il presidente del Consiglio, con il suo
consueto tono da fanfarone (che in Italia è ancora considerato
manifestazione di grandi capacità di comunicazione, ma che altrove inizia a
essere considerato indisponente, dato che il fumo è tanto, peraltro di
pessima qualità, mentre l'arrosto è assente), ha risposto con le parole che
ho riportato, dicendo una bugia molto probabile e una sicura.

Quella molto probabile riguarda la necessità di una manovra correttiva, che
credo sia inevitabile, anche se verrà chiamata diversamente con l'ausilio
di qualche slide colorata.

La bugia sicura è che questo governo abbia abbassato le tasse. Si tratta di
una affermazione che ho già commentato altre volte, ma qui mi pare che sia
in atto un esercizio di comunicazione "goebbelsiana": questi signori al
governo, Renzi in primis, continuano a ripetere una bugia, ed è bene
ripetere che di bugia si tratta.

Le tasse non sono state abbassate; al più si può dire che sono solamente
state redistribuite. Ma a fine 2014 si potrebbe scoprire che, a consuntivo,
sono aumentate rispetto al 2013. D'altra parte credo dovrebbe essere
evidente che le tasse calano se calano per tutti. Oppure, se si vuole
essere generosi, si potrebbe optare per l'applicazione del concetto di
ottimo paretiano: al calo per qualcuno non corrisponda l'aumento per altri.
E' evidente che non siamo di fronte a una situazione del genere.

E il fatto che l'economia vada peggio di quanto sia il precedente governo
che quello attuale avessero stimato (con un ottimismo che mi pare molto
vicino alla malafede), unitamente allo stallo sulla spending review, rende
a mio parere altamente probabile l'arrivo di una nuova randellata fiscale.

Che Renzi lo smentisca non fa che rafforzare la mia opinione.

lunedì 18 agosto 2014

Scorie - La grande sfortuna

"In un'economia dove il settore privato risparmia l'8% del Pil, la crescita
è zero solo se il governo va in deficit dell'8% del Pil… I cosiddetti
esperti che non sono consapevoli di questo… hanno prolungato senza motivo
la recessione in Giappone insistendo che il moltiplicatore fiscale è basso
e impedendo l'adozione delle politiche più efficaci durante una recessione
patrimoniale – gli stimoli fiscali. Questa è una grande sfortuna."
(R. Koo)

Pur continuando a leggerlo assiduamente, era un po' di tempo che non mi
occupavo di Richard Koo. La sua teoria sulla balance sheet recession,
elaborata prendendo spunto dalla lunga crisi giapponese, è ormai piuttosto
conosciuta. Personalmente credo che l'autore tenda a sopravvalutare la
portata innovativa di quella teoria, dato che gli effetti di un eccesso di
debito che si accumulano durante il boom e diventano insostenibili dopo il
bust sono già stati ampiamente analizzati da Mises e altri economisti della
scuola austriaca, nonché da Irving Fisher, già circa un secolo fa e più
recentemente, ma ben prima di Koo, da Hyman Minsky.

Ovviamente a essere differenti sono le premesse e le conclusioni, mentre
sulla descrizione del processo che conduce alla formazione di bolle e a un
eccesso di debito si riscontrano diversi punti in comune. In sostanza, il
ruolo generatore della fase di boom che finisce prima o poi con un bust,
che gli economisti di scuola austriaca individuano nella politica monetaria
espansiva, viene tralasciato dagli altri approcci, che sono poi (in
particolare quello di Minsky e quello di Koo) delle varianti della teoria
keynesiana.

Koo è piuttosto critico nei confronti della politica monetaria espansiva,
ma soprattutto perché la ritiene inefficace. Il problema è che senza una
politica monetaria espansiva la sostanziale monetizzazione dei massicci
deficit spending che lui ritiene indispensabili per risolvere il problema
(sic!) non sarebbe possibile, perché condurrebbe ben presto i tassi di
interesse a salire in modo drastico.

La sua visione (tipica della macroeconomia keynesiana) degli aggregati che
compongono il Pil è a mio parere abbastanza puerile, se mi si passa il
termine. Quello che lui considera risparmio, in realtà non è risparmio. E'
semplicemente moneta creata dal nulla che prima ha alimentato il debito
privato, poi ha continuato a essere immessa nel sistema per mantenerlo a
galla in termini nominali, ma a fronte della quale non vi è nulla di reale.
Questo punto deriva direttamente da Keynes, che riteneva che il denaro
creato dal nulla fosse risparmio "genuino" come quello derivante da un
reddito prodotto e non consumato (la cosa che trovo allucinante è che
prevalgano coloro che sono convinti che le cose stiano effettivamente
così!).

Quanto agli stimoli fiscali, la ormai ultraventennale esperienza giapponese
dovrebbe indurre ogni keynesiano a rivedere le proprie analisi. Invece – e
questo è un classico – ci si sente dire che il Giappone non è mai uscito
dalla crisi dopo lo scoppio della bolla immobiliare e azionaria di fine
anni 80 perché non ha usato con abbastanza aggressività gli stimoli
fiscali.

In questi casi credo che sia opportuno lasciar parlare i numeri. Alla fine
del 1989 il Giappone aveva un debito pubblico pari al 69.6 per cento del
Pil; a fine 2013 il rapporto era 243 per cento. Il bilancio pubblico ha
registrato un deficit medio del 4.8 per cento in quel periodo. Media che
sale al 6.7 per cento dal 1998 al 2013 e all'8.8 per cento dal 2009 al
2013.

Politiche fiscali così espansive sono state accompagnate da politiche
monetarie altrettanto espansive. Questo ha impedito che dopo lo scoppio
della bolla si verificassero i necessari aggiustamenti di mercato volti a
riallocare le risorse precedentemente male allocate a causa delle
distorsioni monetarie. Ma tenere in vita artificialmente banche e imprese,
se da un lato attutisce le ripercussioni sociali nel breve periodo,
impedisce di fatto che l'economia possa ripartire. Il tutto mentre
l'eccesso di debito privato diventa eccesso di debito pubblico.

Koo continua a non accorgersene, almeno così pare. Questa sì che è una
grande sfortuna.

giovedì 7 agosto 2014

Scorie - D&G Light GDP

Il piano del 1000 giorni che da settembre il governo presenterà al Paese è
esattamente orientato a portare fino in fondo il cambiamento strutturale
che abbiamo iniziato e che serve per riaffermare che l'Italia è un grande
paese che può uscire dalle difficoltà ed essere protagonista per un
cambiamento anche delle politiche europee.
(D. Serracchiani)

La direzione è senz'altro quella giusta, poi bisogna valutare sempre con
quanta forza si riesca a mettere in campo le misure. Questi dati aiutano a
lavorare con più energia, più decisione sulla strada degli investimenti e
della crescita anche se anche in tutta Europa la ripresa è un po' più
lenta.
(G. Delrio)

Come nei saldi di fine stagione, prima di prendermi una pausa di qualche
giorno voglio fare un 2 X 1, con due pezzi grossi (questo passa il
convento) del partito al potere: Deborah Serracchiani, presidente della
Regione Friuli Venezia Giulia nonché vicesegretario del Pd, e Graziano
Delrio, sottosegretario alla presidenza del Consiglio. I D&G del Pd.

Entrambi hanno commentato (lo hanno fatto praticamente anche gli uscieri di
Montecitorio) l'ennesimo dato deludente sul Pil italiano, che nel secondo
trimestre ha registrato un -0.3 per cento rispetto ai tre mesi precedenti.

Sull'affermazione di Delrio mi limito a dire che se la "direzione è quella
giusta", non oso immaginare cosa sarebbe dovuto succedere per fargli
sostenere che la direzione è quella sbagliata.

Quanto alla Serracchiani, sarà che quando sento una persona che ha più o
meno direttamente il potere di impormi obblighi o divieti parlare di
"piano" il mio umore peggiora all'istante; sarà che quando questa storia
l'ha tirata fuori Renzi la prima volta l'ho catalogata nella miriade di
ciance che fa quotidianamente (se per ogni parola che, non richiesto,
riversa sugli italiani il Pil crescesse di un euro, saremmo la prima
potenza economica globale), ma a forza di sentirla ripetere dai suoi
comprimari, inizio a pensare che stiano ormai finendo anche le favole del
cambiare verso.

In ogni caso credo sarebbe ora di smetterla di usare la retorica
dell'Italia che è "un grande Paese che può uscire dalle difficoltà ed
essere protagonista per un cambiamento anche delle politiche europee".
Dalle difficoltà non si esce dando la precedenza alla riforma del Senato o,
come probabilmente succederà, alla revisione della legge elettorale, senza
nel frattempo tagliare un euro di spesa. Salvo poi fare l'ennesima manovra
per rattoppare malamente i buchi di bilancio ricorrendo all'ennesima
randellata fiscale. Cosa che ormai appare inevitabile e che andrà
materializzandosi al più tardi in autunno, nonostante le ripetute e
patetiche smentite da parte del governo.

Da settembre partiranno 1000 giorni che saranno almeno su un punto identici
ai 1000 precedenti: aumenti di tasse negati ma effettuati e tagli di spesa
proclamati ma non attuati. Spero che i fatti dimostreranno che mi sto
sbagliando, ma temo di no.

mercoledì 6 agosto 2014

Scorie - Il maratoneta

"La politica sta facendo bene la sua parte e stiamo approvando la riforma
del Senato, ma c'è ancora molto da fare. Bisogna avere il passo del
maratoneta e non dello sprinter. Ma gli italiani ci chiedono di cambiare e
noi cambieremo."
(M. Renzi)

Secondo il presidente del Consiglio la politica "sta facendo bene la sua
parte". Sono d'accordo con lui, nel senso che più di così non potrebbe
fare. Le sceneggiate che chiunque si è trovato a vedere nelle ultime
settimane se aveva la sciagurata idea di guardare un telegiornale
forniscono prove ineccepibili della "bontà" con cui i senatori stanno
facendo la loro parte.

Renzi continua anche a ripetere: "gli italiani ci chiedono di cambiare e
noi cambieremo". Non so quanti siano gli italiani che metterebbero al primo
posto, tra le cose da cambiare, il Senato. Azzardo un'ipotesi: al di là dei
senatori stessi e dei loro congiunti/collaboratori, del Senato non frega
niente a nessuno.

Magari in tanti avrebbero gradito una sua soppressione definitiva, non una
pasticciata revisione che farà risparmiare poco (per esempio, sul personale
non si risparmierà neanche un centesimo) e non so fino a che punto
migliorerà l'attività legislativa. Della quale, peraltro, alcuni non
sentono una grande esigenza (io sono tra costoro). Un parlamento che
legifera molto e velocemente non è detto che sia una benedizione. Anzi.

Per il resto, ci sono anche italiani che vorrebbero semplicemente che il
cambiamento si concretizzasse in una drastica ritirata dello Stato dalla
loro vita (a iniziare dal portafoglio). Possibilmente con il passo dello
sprinter, ma, se proprio non si riesce a fare di più, anche con quello del
maratoneta. Basta che il maratoneta non scoppi dopo due chilometri.

martedì 5 agosto 2014

Scorie - Candelotti di dinamite

"La Grande recessione non fu dovuta all'indisciplina della moneta, a meno
che lei non intenda, in senso lato, l'indisciplina sul credito, che ha
creato quei candelotti di dinamite della finanza creativa che poi ci sono
scoppiati in mano."
(F. Galimberti)

Rispondendo a un lettore che, citando "The Mistery of Banking" di Murray
Rothbard, gli faceva notare che non è facendo inflazione che si risolvono i
problemi, Fabrizio Galimberti ha liquidato la questione con le parole che
ho riportato.

Come è ormai noto a chi mi legge, Galimberti è il classico prototipo di
keynesiano che vede in "buoni" investimenti pubblici e in una "buona" dose
di inflazione la via per risolvere i problemi dell'economia. "Buono",
ovviamente, è quello che pare a lui o all'illuminato manovratore di turno.

Altrettanto ovvio è che mai e poi mai il suo argomentare si spingerà al
nocciolo della questione posta dal lettore, ossia gli effetti distorsivi ed
essenzialmente redistributivi che hanno gli stimoli fiscali e monetari che
tanto gli piacciono. Men che meno argomenterà nel merito contro quanto
sostenuto da Rothbard in "The Mistery of °Banking", perché suppongo che per
lui l'ggetto del mistero sia il libro stesso (in effetti funziona così: chi
si interessa di economia e non è keynesiano non può ignorare il keynesismo,
perché nelle università è pane quotidiano; al contrario, chi è keynesiano
sovente critica altre teorie, come quella austriaca, pur non avendo mai
letto una riga scritta da un economista di scuola austriaca).

Capita così che si trovi a sostenere che la crisi non sia dovuta
"all'indisciplina della moneta", a meno che non si intenda, "in senso lato,
l'indisciplina sul credito". Va da sé che senza "l'indisciplina sulla
moneta", come la chiama lui, non vi sarebbe stata "l'indisciplina sul
credito", perché senza espansione di base monetaria non può esservi una
crescita del credito oltre i limiti intrinseci nei coefficienti di riserva
frazionaria vigenti.

Il credito avrà pure creato i candelotti di dinamite, ma la dinamite chi
l'ha fornita, se non le banche centrali? Capisco che faccia comodo cercare
di deviare la realtà per non finire a sbattere con tutto l'impianto
keynesiano contro il muro della verità, ma così si finisce per sbattere
contro il muro del ridicolo.

lunedì 4 agosto 2014

Scorie - #italianostaitranquillo

"Gli italiani possono andare tranquilli in vacanza, quelli che se lo
possono permettere. Noi ad agosto saremo qui a lavorare perché ci sia una
grande ripartenza."
(M. Renzi)

Quando ho sentito queste parole di Renzi, la prima impressione è stata che,
seppur con una (trascurabile) variazione, il contenuto fosse del tutto
simile all'ormai famigerato "enricostasisereno" indirizzato a Enrico Letta
non molto tempo prima di organizzarne la defenestrazione da palazzo Chigi.

Adesso Renzi invita gli italiani ad andare "tranquilli" in vacanza, perché
lui e i suoi fedeli collaboratori staranno a lavorare "perché ci sia una
grande ripartenza". Ognuno, se vuole, può fare ricorso ai rituali
scaramantici che preferisce, ma a me pare consigliabile prepararsi a una
nuova randellata fiscale.

Chi vuol esser tranquillo sia…

venerdì 1 agosto 2014

Scorie - Quale patriottismo?

"Se un'azienda americana decide di spostare il suo domicilio fiscale per
evitare di pagare le tasse, non agisce in modo corretto né per se stessa,
né tantomeno per il Paese. Questo significa imporre le proprie regole al
sistema fiscale americano. L'azienda in questione non sta rubando e quindi
non agisce nell'illegalità, ma sta cambiando un domicilio. In questo senso
non è patriottica. Si dimentica del suo Paese e dei suoi cittadini."
(B. Obama)

Il presidente degli Stati Uniti se la prende con le società che spostano il
domicilio in Paesi che consentano loro di minimizzare il carico fiscale.
Obama non è il solo ad avere lanciato una crociata contro le imprese che
spostano il domicilio fiscale; dato che ovunque i debiti pubblici sono in
crescita, tutti i governi, non volendo ridurre seriamente la spesa pubblica
e la loro invadenza in ogni parte del sistema economico, stanno minacciando
di prendere provvedimenti, e in qualche misura li hanno anche già presi.
Quasi nessuno, tra l'altro, rileva il fatto che stiamo velocemente andando
verso sistemi fiscali talmente pervasivi da rendere del tutto ipotetico il
contenuto del diritto di proprietà nei rapporti tra Stato e soggetti
privati.

Ciò detto, la differenza tra quanto detto da Obama e quello che potrebbe
aver detto un suo collega europeo, magari dello Stivale, consiste nel fatto
che il presidente degli Stati Uniti per lo meno ammette che "l'azienda in
questione non sta rubando", mentre da questa parte dell'Atlantico l'accusa
di furto sarebbe garantita.

Non mancano, comunque, alcuni passaggi francamente ridicoli. Per esempio,
non si capisce come si possa affermare che una società che cambia domicilio
per pagare meno tasse non agisca in modo corretto per se stessa. Oppure la
lamentela circa l'imposizione delle proprie regole al sistema fiscale
americano. Non c'è nessuna imposizione: semplicemente quelle imprese
cercano di evitare di subire un'imposizione.

Per finire, un classico: il richiamo al patriottismo. Quando un politico
parla di patriottismo, anche chi non è antistatalista dovrebbe fare
attenzione, perché le pagine peggiori della storia sono state scritte per
responsabilità di chi incitava gli altri al patriottismo.

Vorrei quindi concludere con alcune parole di Frank Chodorov sul vero
patriottismo di chi ha un'impresa. "Il meglio che un capitalista possa fare
per il suo Paese, per i suoi figli, è opporsi all'interventismo in ogni
caso, incurante delle conseguenze immediate, e mai prestare il suo
prestigio o capacità all'establishment politico".