venerdì 28 aprile 2017

Scorie - Menù elettorale (4)




Quando si sente un dibattito tra esponenti politici sul tema dell'immigrazione, generalmente si contrappongono posizioni solidariste (coi soldi altrui) a oltranza a posizioni di chiusura delle frontiere. Il problema non è certo semplice da risolvere, ma credo che una solida tutela del diritto di proprietà privata contribuirebbe a migliorare le cose.

Io penso che ognuno debba essere libero di ospitare nella sua proprietà chi ritiene opportuno, ma, al tempo stesso, non debba essere obbligato a ospitare nessuno, e neppure a contribuire coercitivamente a tale ospitalità decisa da altri. In altri termini, nelle attuali realtà statuali, la politica dei solidaristi (coi soldi altrui) finisce per essere uno dei tanti esempi di aggressione alla proprietà privata.

Ma per i solidaristi (coi soldi altrui), generalmente sinistrorsi, chi non la pensa come loro è Lepenista. Così sembra pensarla, per esempio, Stefano Fassina (già vice ministro dell'Economia) di Sinistra Italiana.

"Sul Def, sono molto preoccupanti le voci che si alzano dal cosiddetto centro-destra, improvvisamente tutto Lepenista, per compiere l'ennesima operazione demagogica e elettorale sui migranti. I dati riportati dal Def sono noti da tempo, come è noto che i costi per l'accoglienza sono fuori obiettivo del Fiscal Compact, quindi non sottraggono risorse agli italiani come vorrebbero dar a credere anche coloro che insistono sul rispetto delle regole europee."

Non voglio entrare nella polemica tra Fassina e i suoi avversari di centro-destra, ma il fatto che un costo sia escluso dal calcolo del deficit non significa che non esista. Esiste eccome, e deve essere finanziato concretamente. E il finanziamento può derivare solo da tasse attuali o future. Non ci sono pasti gratis.

Ancor meno convincente è la seguente affermazione:

"Inoltre, dovrebbe essere chiaro che le risorse spese per l'accoglienza sono redditi e profitti per lavoratrici e lavoratori italiani o comunque residenti in Italia. Insomma, contribuiscono al nostro Pil, alla nostra crescita."

Questo tipo di affermazioni, tipico dei keynesiani della peggior specie, finisce per giustificare, per esempio, le migliaia di forestali in eccesso in certe regioni meridionali, perché con lo stipendio che percepiscono vanno a fare la spesa e incrementano i consumi.

Il fatto è che i soldi per pagare questi signori devono essere prima o poi prelevati da altre persone, le quali, così facendo, non possono utilizzarli per altri consumi o investimenti. Oltre al dettaglio, tutt'altro che secondario, che chi subisce il prelievo quei soldi se li è generalmente guadagnati mediante scambi volontari, contribuendo a soddisfare una domanda reale e non artificiale.

Un dettaglio che, evidentemente, non interessa ai pianificatori campioni della solidarietà con i soldi altrui.


giovedì 27 aprile 2017

Scorie - Menù elettorale (3)




Una delle costanti dell'offerta politica italiana, soprattutto a sinistra, è il tassa e spendi (anche se sarebbe più corretto premettere lo "spendi" al "tassa"). La convinzione è che il deficit sia lo strumento per far crescere l'economia, ma dato che ci sono vincoli esterni all'espansione del deficit, allora il suo contenimento non deve passare per un ridimensionamento della spesa (che, stando al DEF, nel 2017 ammonterà a oltre 839 miliardi, ed è prevista in crescita fino a oltre 874 miliardi nel 2020), bensì per un aumento delle entrate.

E come fanno ad aumentare le entrate? A parole nessuno dice di voler alzare le tasse sui redditi medio-bassi, salvo poi infilare balzelli meno evidenti dell'IRPEF e pagati anche (quando non soprattutto) dai percettori di redditi medio-bassi. Buona per tutte le stagioni, poi, è la "lotta all'evasione fiscale".

E di tanto in tanto capita che qualcuno, per far leva sull'invidia e accaparrarsi il consenso dei sindacati, tiri fuori ipotesi di colpire il famigerato "1% che detiene il 25% della ricchezza del Paese". Da ultimo lo ha fatto il ministro della Giustizia, nonché candidato alla segreteria del PD, Andrea Orlando. Il quale ha affermato:

"Credo che la progressività non sia una bestemmia. Se noi chiediamo qualcosa a quell'1% che detiene il 25% della ricchezza, certo non riderà, ma non piangerà nemmeno, né andrà a far la fila alla mensa della Caritas."

Orlando non vuole chiamarla "patrimoniale", bensì "contributo di solidarietà".

Ora, per chi ha a cuore il diritto di proprietà la progressività, contrariamente a quanto sostiene Orlando, è proprio una bestemmia, ben peggiore della già blasfema tassazione proporzionale.

Resta comunque il fatto che già oggi le imposte sul reddito sono progressive in Italia.

Resta anche il fatto che se uno fa riferimento alla ricchezza, allora l'imposta è di tipo patrimoniale, mentre solitamente con la formula (da buonisti coi soldi altrui) "contributo di solidarietà" si sono introdotte delle addizionali IRPEF più o meno temporanee.

Ma se il limite non oltrepassabile per il prelievo deve essere posto ad aliquote per le quali uno è costretto ad andare a fare la fila alla mensa della Caritas, siamo a livelli non dissimili da quelli con i quali Melenchon si è presentato alle elezioni presidenziali in Francia (raccogliendo quasi il 20% dei voti, sic!).

Il che rafforza la mia idea che sia in atto una sorta di competizione a chi propone le peggiori cose tra i politici italiani e francesi.

Se questa è l'alternativa a Renzi…


mercoledì 26 aprile 2017

Scorie - Menù elettorale (2)




Comunque vadano le cose, entro i prossimi dodici mesi si saranno tenute le elezioni politiche. Anche di recente ho sostenuto che quando uno considera l'offerta politica italiana deludente può sempre trovare di peggio guardando al di là delle Alpi, in direzione della Francia.

Sarà forse per non perdere la competizione con i colleghi transalpini, ma col passare dei giorni si affastellano proposte programmatiche abbastanza agghiaccianti (se possibile, più agghiaccianti del solito) anche dalle nostre parti.

Il M5S, che da tempo i sondaggi accreditano come il soggetto che otterrebbe più voti alle elezioni, ha preso spunto dalle idee del noto sociologo sinistrorso Domenico De Masi e del sindacalista Marco Craviolatti per sottoporre agli iscritti al blog le iniziative che dovranno far parte del programma di governo in tema di lavoro.

La proposta che pare vada per la maggiore prevede la riduzione dell'orario di lavoro a 35 ore settimanali, ovviamente a parità di retribuzioni, che secondo Craviolatti comporterebbero un aumento di produttività. Una conclusione piuttosto controintuitiva, ma non per Craviolatti, secondo il quale:

"I Paesi europei in cui si lavora di meno sono i Paesi ricchi del Nord, come Germania, Danimarca e Olanda. Quelli in cui si lavora di più sono i Paesi dell'Est e del Sud, Polonia, Grecia. Un lavoratore greco lavora il 50% in più di un tedesco: nella realtà le cicale sono ricche, le formiche sono povere."

Senza avere la pretesa di fornire una spiegazione esaustiva del perché la produttività sia stagnante da lustri in Italia nonostante risulti che siano maggiori le ore di lavoro rispetto ad alcuni Paesi del nord Europa a maggiore produttività, credo che la soluzione non potrebbe consistere in una riduzione dell'orario settimanale a 35 ore.

Il fatto è che la produttività non dipende solo dal lavoro, bensì anche dagli investimenti, che evidentemente sono, in media, in quantità e qualità inferiori nei Paesi del sud Europa rispetto a quelli del nord, a parità di settore produttivo. Ciò dipende da diverse cause, non ultime, per lo meno in Italia, una tassazione a livelli da Pese del nord Europa alla quale fanno però da contraltare oneri burocratici significativamente superiori, un'amministrazione della giustizia parecchio più lenta e servizi pubblici mediocri.

A ciò si aggiunga, poi, che il fattore lavoro incide sulla produttività sia per via della quantità, sia per la qualità. Non è un mistero che in Italia vi siano persone che percepiscono uno stipendio producendo ben poco, soprattutto (anche se non solo) nel settore pubblico. Per non parlare delle tante aziende in crisi (con banche che continuano a finanziarle pur di rinviare l'emersione di perdite su crediti) che mantengono i dipendenti in cassa integrazione, mentre altrove le persone sono licenziate (ricevendo, poi, indennità di disoccupazione, ma per periodi generalmente inferiori). Ciò contribuisce ad abbassare la produttività media, evidentemente. E spiega anche perché, al tempo stesso, vi siano imprese che riescono a competere in modo eccellente a livello internazionale nonostante il contesto domestico in cui operano.

Quindi credo non abbia alcun senso considerare cicale ricche i Paesi del nord Europa e formiche povere quelli del sud Europa. Né che la riduzione dell'orario di lavoro sarebbe una soluzione, anche perché non credo che ciò avverrebbe a parità di output.

Comunque, questa è l'offerta politica che, pare, vada per la maggiore in Italia. E non so se sia più deprimente leggere proposte di questo genere o sapere che circa un terzo degli elettori pare le condivida.


lunedì 24 aprile 2017

Scorie - A proposito di tasse basse

"Mi sento di prendere l'impegno di continuare con la politica che il governo precedente ha seguito, in quasi tre anni di lavoro: tasse più basse, riforme strutturali, ruolo crescente degli investimenti pubblici e privati per sostenere la crescita."
(P. C. Padoan)
 
Questo dichiarava lo scorso 16 gennaio il ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan, al Tg3. E' una delle tante dichiarazioni, più o meno identiche, nelle quali parla, del tutto a sproposito, di riduzione delle tasse.

Il fatto è che poi, ogni volta che c'è una manovra di bilancio più o meno consistente, la parte del leone la fanno gli aumenti di entrate e non le riduzioni di spesa. Copione prontamente ripetuto anche in occasione della correzione da 3,4 miliardi appena sfornata dal governo.

Quando lo "split payment", ossia il pagamento dell'Iva da parte dell'acquirente ora esteso dalle amministrazioni centrali a tutte le società partecipate dallo Stato, è presentato dal governo come misura di lotta all'evasione fiscale, il segnale è fuorviante. Di sicuro si tratta di un'uscita di liquidità da parte dell'azienda fornitrice, che peraltro di solito incassa il credito con tempi non troppo brevi, per usare un eufemismo. La lotta all'evasione è lo specchietto per le allodole dietro il quale nascondere l'accaparramento di denaro a breve termine da parte dello Stato.

E che dire della necessità di ottenere il visto di conformità per le compensazioni fiscali su operazioni di importo superiore a 5mila euro, dagli attuali 15mila?

O della cedolare secca al 21% su chi affitta le camere per meno di un mese, con piattaforme come Airbnb che diventano sostituti di imposta?
Infine, un classico: aumentano le accise sui tabacchi e i prelievi sui giochi, con la tassa sulle vincite alle lotterie che raddoppia dal 6 al 12%, mentre la tassa sulle vincite al Lotto passa dal 6 all'8% e sale anche il prelievo su slot machines e videolotteries.

Se questi non sono aumenti di tasse siamo evidentemente nel campo della neolingua orwelliana

venerdì 21 aprile 2017

Scorie - Menù elettorale (1)




Che i parlamentari italiani siano abituati a dare i numeri quando parlano di questioni economiche non dovrebbe essere una novità per nessuno, ma a volte mi pare evidente che si facciano prendere un po' troppo la mano.

Per esempio, prendiamo le seguenti affermazioni di Roberto Speranza, che dovrebbe rappresentare la "speranza" dei fuoriusciti a sinistra del PD.

"Guardo prima di tutto a quello accaduto finora. Ad esempio alla scelta di non puntare sugli investimenti, che in questi anni ci avrebbero consentito di raddoppiare il Pil. Penso alle infrastrutture, a un grande piano edilizio, alla sanità e alla rivoluzione verde. E poi dovremmo tornare alla "clausola Ciampi": il 45% degli investimenti si facciano al Sud. Senza dimenticare l'equità: non possiamo essere quelli che tolgono la tassa sulla casa anche ai miliardari, per capirci."

Dichiarare che gli investimenti avrebbero consentito di raddoppiare il Pil è possibile solo se non si ha esatta idea di che cosa si sta parlando, oppure si è in malafede. Può darsi che Speranza intendesse sostenere che gli investimenti avrebbero fatto raddoppiare il tasso annuo di crescita del Pil; concetto tutto da dimostrare (e non mi interessa discuterne ora), ma ben diverso dal raddoppio del Pil.

Potrebbe sembrare un peccato veniale, ma credo indichi in modo chiaro la padronanza meno che approssimativa che molti di coloro che chiedono di essere eletti a governare tutti gli altri hanno con le tematiche economiche.

Ovviamente non poteva poi mancare il richiamo a puntare sul Sud (in via di rilancio tramite spesa pubblica da un secolo e mezzo) e a tassare i miliardari, "per capirci".

Se questa deve essere la "speranza"…


giovedì 20 aprile 2017

Scorie - Nessuna riduzione di debito è indolore




"Anche per quanto riguarda l'inflazione, non ci sono motivi per cambiare. L'Europa ha bisogno di ridurre il suo eccesso di debiti e può farlo attraverso la crescita del reddito nominale (che include l'aumento dei prezzi) oppure attraverso processi di contrazione dei bilanci degli operatori economici. La prima forma di deleveraging è "buona", l'altra è l'anticamera della deflazione e della recessione."
(M. Onado)

Quando parla Mario Draghi, solitamente il giorno dopo uno o più economisti italiani ne tessono le lodi sui principali quotidiani.

Nel suo ultimo discorso in pubblico Draghi ha sostenuto che la politica monetaria della Bce va bene così com'è e che non c'è fretta di ridurre lo stimolo, aggiungendo che sarebbe utile una crescita dei redditi nominali. Marco Onado evidenzia che la crescita del reddito nominale contribuisce a ridurre il peso del debito.

Onado ricorda che l'eccesso di debito può essere ridotto o mediante la crescita del reddito nominale, oppure mediante la contrazione del bilancio. Se si stesse parlando di un operatore privato, si direbbe che il risanamento può avvenire o aumentando i ricavi, o diminuendo i costi. Nel caso dei debitori pubblici, si possono aumentare le tasse o ridurre le spese. Quasi sempre, però, un privato oberato di debiti si trova in quella situazione perché non è riuscito a far aumentare i ricavi a un ritmo non inferiore a quello dei costi. Nel caso di un debitore pubblico, l'accumulazione di debito è dovuta a un aumento delle spese superiore a quello delle entrate stratificatosi anno dopo anno.

In entrambi i casi, ripagare debiti è più semplice se l'aumento dei prezzi ne erode nel tempo il valore reale.

Secondo Onado (che peraltro è in folta compagnia) il delaveraging mediante inflazione è "buono", mentre quello mediante una riduzione dei costi non lo è.

Il fatto è che nessuna delle due forme è indolore. Semplicemente cambia chi deve sopportare l'onere. Con l'inflazione l'onere è a carico di una moltitudine di soggetti che "non si vedono", come avrebbe detto Bastiat, mentre con il delaveraging "cattivo" chi sostiene l'onere è maggiormente visibile.

Ma non esistono vie indolori, anche prescindendo da considerazioni di tipo etico.


mercoledì 19 aprile 2017

Scorie - Era chiaro che fosse un cialtrone




"Il dollaro sta diventando  troppo forte e preferirei che la Fed mantenesse bassi i tassi di interesse."
(D. Trump)

Durante la lunga campagna elettorale per le presidenziali che hanno portato alla Casa Bianca Donald Trump, ho sempre faticato a capire come questo signore fosse considerato eleggibile da una parte neppure troppo esigua del variegato mondo libertario statunitense.

Probabilmente per molti era una scelta più anti-Clinton che pro-Trump, ma se l'offerta politica non convince, esiste pur sempre la possibilità di non votare.

Che Trump fosse indigeribile per un libertario a me pareva evidente già allora, dato che prometteva tagli fiscali ma non indicava tagli di spesa, bensì aumenti. Quello non è un modo per ridurre il "big government", ma per lasciare il government big e far lievitare il debito, che non è mai un pasto gratis.

Nell'ottobre del 2015, quando era già in campagna elettorale, Trump criticò Janet Yellen perché manteneva bassi i tassi di interesse:

"Yellen per ragioni politiche sta tenendo i tassi a un livello così basso che il prossimo presidente si troverà ad avere problemi veri."

Si trattava di una considerazione condivisibile, quanto meno con riferimento alle conseguenze del mantenimento prolungato di tassi artificialmente bassi. Ma se uno crede poi di porre in essere una politica economica che porta a un ulteriore aumento del debito, deve stare attento a ciò che afferma. Ogni debitore, in fin dei conti, preferisce i tassi bassi, magari a zero o sotto zero.

Adesso Trump, come era prevedibile, ha cambiato idea. Per carità, non è il primo a farlo, né è il primo cialtrone a governare.

Peccato solo che anche un pezzo del mondo libertario gli abbia dato credito. Tra il male e il peggio esiste sempre l'astensione.


martedì 18 aprile 2017

Scorie - Il fantasma del Bancor




Il Sole 24Ore ha pubblicato un testo inedito di Tommaso Padoa-Schioppa, contenuto nel volume «The Ghost of Bancor».

Già il titolo dovrebbe far venire alla mente il progetto di moneta globale a cui lavorò Keynes ai tempi di Bretton Woods. In effetti, come si vedrà, Padoa-Schioppa non fece altro che attualizzare quel progetto.

"I passi concreti descritti di seguito sono pensati per venire incontro a esigenze urgenti di miglioramento del sistema monetario internazionale, ma anche per essere compatibili con un'auspicabile prospettiva di lungo periodo. La prospettiva di lungo periodo è un sistema monetario internazionale basato su uno standard globale che agisca come ancoraggio definitivo. Lo standard sarebbe gestito da un'Autorità internazionale e determinerebbe l'ammontare di liquidità internazionale. Non verrebbe usato come «valuta locale» all'interno di Paesi e regioni, ma le valute locali sarebbero collegate a esso attraverso tassi di cambio determinati in parte dalla politica monetaria e in parte dal mercato."

In pratica l'ancoraggio definitivo sarebbe una moneta fiat gestita da un'Autorità Monetaria Internazionale.

"È creata un'Autorità Monetaria Internazionale (Ami), con la funzione di «policymaker di ultima istanza», per integrare gli organismi di cooperazione tradizionali quando essi non riescano a cooperare in maniera efficace. L'Ami ha uno status indipendente e poteri specifici nei campi della sorveglianza, della gestione della liquidità e delle riserve a livello internazionale, delle politiche dei tassi di cambio. L'Ami interagisce con il Fondo monetario internazionale (Fmi), la Banca dei regolamenti internazionali (Bri) e il G20."

Quindi una nuova entità tecnocratica da mettere a coordinamento di altri organi tecnocratici tutt'altro che sottodimensionati. Cosa lasciasse supporre a Padoa-Schioppa che i problemi di coordinamento sarebbero stati risolti in quel modo a me sfugge. Chi avrebbe coordinato l'organismo di coordinamento? Un despota?

"La sorveglianza è rafforzata onde promuovere e preservare relazioni internazionali aperte e ordinate, che favoriscano una crescita equilibrata e sostenibile. Mentre la generalità dei Paesi continuerà a essere soggetta alle procedure ordinarie dell'Fmi, per alcuni Paesi (o unioni regionali) di «rilevanza globale» verrà istituita una sorveglianza speciale sotto la guida dell'Ami e con il supporto del personale dell'Fmi. L'Ami emetterà – e, ove necessario, pubblicherà – raccomandazioni di policy e riferirà alle riunioni dell'Fmi, della Bri e del G20. Situazioni di squilibrio esterno rilevanti e prolungate saranno ritenute indicative della necessità di adottare misure di correzione."

Tutti gli organismi tecnocratici sono istituiti per favorire "una crescita equilibrata e sostenibile". Se ciò non si verifica, cosa lascia supporre che un nuovo organismo tecnocratico possa raggiungere l'obiettivo? Soprattutto, se quelli esistenti non riescono a raggiungere tale obiettivo, perché non proporre, quantomeno, la loro sostituzione invece che l'aggiunta di un altro baraccone? Qui credo emerga la tendenza di ogni burocrate a vedere nei fallimenti della burocrazia un motivo per aumentarne dimensioni e prerogative, dando per scontato che l'obiettivo è stato fallito per carenza di risorse o poteri.

"L'evoluzione della liquidità internazionale verrà monitorata per valutarne la compatibilità con condizioni monetarie globali ordinate e prevenire eccessi o carenze. Il lavoro tecnico e statistico, al pari delle analisi riguardanti la liquidità internazionale, saranno di competenza della Bri. Gli Special Drawing Rights (Sdr) verranno sviluppati quale embrione di uno standard globale. Si promuoverà il loro ruolo per aiutarli a svolgere le funzioni di riserva di valore (ad esempio, attività di riserva ed emissione di obbligazioni internazionali), di mezzo di scambio (ad esempio, regolamento di transazioni wholesale in ambito pubblico e privato) e di numéraire (ad esempio, pricing di materie prime scambiate a livello internazionale). L'Ami avrà titolo per determinare le condizioni di policy che i Paesi dovranno soddisfare onde investire parte delle loro riserve in Sdr di nuova emissione, con una garanzia di cambio prestata dall'Fmi."

Carenze o eccessi di liquidità dovrebbero già essere gestiti dalle banche centrali. Torniamo al punto di prima: cosa lascia supporre che questa Ami sarebbe in grado di raggiungere obiettivi per i quali altri organismi hanno (evidentemente) fallito?

Quanto al pricing di questo o quel bene, sono gli operatori a dover scegliere la moneta, non un organo burocratico.

"I tassi di cambio delle valute di «rilevanza globale» saranno sottoposti a una sorveglianza generale speciale. Sotto la guida dell'Ami verranno eseguite analisi, raccomandazioni e azioni per individuare, prevenire e correggere alterazioni importanti delle relazioni monetarie (ad esempio, incongruenze rispetto ai fondamentali economici, manipolazioni, prolungamenti indebiti di gravi squilibri, distorsioni di scambi e investimenti, conflitti di politica economica). L'Ami avrà facoltà di emettere consigli e raccomandare misure, quando necessario. In circostanze speciali, avrà facoltà di chiedere alla Bri di intervenire sul mercato dei cambi onde segnalare la necessità di correzioni. Quanto ai tassi di cambio di valute che non hanno «rilevanza globale», essi continueranno a essere soggetti alle attuali procedure di sorveglianza. Saranno incoraggiati regimi valutari regionali tra economie caratterizzate da una forte dipendenza reciproca."

Chi è in grado di stabilire quali siano le "incongruenze"? E, soprattutto, come fare a escludere che tali incongruenze non siano la conseguenza delle manipolazioni operate dalle banche centrali?

Tralascio il pezzo che Padoa-Schioppa riservava alla governance dell'Ami.

Mi resta un dubbio: una volta constatato anche il fallimento della pianificazione da parte dell'Ami, verrebbe invocato un coordinamento interplanetario?


venerdì 14 aprile 2017

Scorie - Il partito degli investimenti pubblici (2/2)




Ancora a proposito del partito degli "investimenti pubblici", ho letto di recente un articolo in cui Pierluigi Ciocca ne descrive con enfasi i benefici per l'economia e anche i conti pubblici.

"Se l'effetto di produttività degli investimenti è notevole nel medio termine, quello sulla domanda lo è anche nel breve periodo. Secondo l'econometria dell'Imf, sotto favorevoli condizioni, il moltiplicatore di "buoni" investimenti pubblici – che trascinano gli stessi investimenti privati – può superare 2 nell'arco di due-tre anni. Al confronto, il moltiplicatore dei consumi pubblici, dei trasferimenti, della detassazione è molto più basso: in Italia non supera 0,7-0,8."

Credo che sia opportuno evidenziare l'inciso "sotto favorevoli condizioni", perché è proprio quello che, solitamente, fa la differenza tra un modello econometrico e la realtà. Nel senso che tutti i modelli econometrici funzionano sulla carta. Purtroppo, però, le condizioni perché funzionino nella realtà non si verificano, se non per pura casualità. Altrimenti avremmo da tempo abbandonato questa valle di lacrime e vivremmo nel bengodi generale.

Se nelle parole di Ciocca intravedete del keynesismo, intravedete bene. Prosegue Ciocca:

"Se i due punti di Pil rivolti dal Governo Renzi a trasferimenti e sgravi a famiglie e imprese fossero stati investiti, l'aumento del Pil sarebbe risultato più che doppio rispetto al deludente 1% l'anno registrato dopo l'ultima recessione. Data l'elasticità al Pil del rapporto disavanzo pubblico/Pil (circa 0,5), l'investimento pubblico coperto all'avvio con debito può autofinanziarsi, ceteris paribus, in un biennio ("golden rule"). L'effetto espansivo non verrebbe meno neanche nel caso in cui l'investimento fosse alimentato con imposte."

In altri termini, sempre a patto di essere "sotto favorevoli condizioni", non solo non devono essere abbassate le tasse, ma possono anche essere aumentate, perché gli investimenti avrebbero comunque un effetto espansivo.

Per inciso, questo è quanto avviene in Giappone da oltre due decenni. Dove, però, alla faccia dell'autofinanziamento degli investimenti pubblici, si è accumulato un debito pubblico pari al 250 per cento del Pil. Probabilmente le condizioni non sono state "favorevoli".

Ciò non mette alcun dubbio a Ciocca, però. Il quale conclude:

"Non vi è altra via per rinvigorire l'esangue economia italiana. È la lezione di Keynes, che, contrariamente a quanto pensa chi non l'ha letto, aborriva il disavanzo dello Stato, il debito pubblico, lo "scavare le buche" e affidava l'investimento pubblico al controllo della composizione del bilancio."

Ammetto di non aver letto tutto quanto scrisse Keynes, ma la "Teoria generale dell'occupazione, dell'interesse e della moneta" l'ho letta dalla prima all'ultima pagina. Condivido l'idea che Keynes abbia in Italia più commentatori che lettori, ma ciò riguarda non solo i critici, bensì anche gli entusiasti. I quali, oltre all'accademia, hanno pervicacemente occupato posti di rilievo nella politica (trasversalmente) e nei ministeri, tanto nella prima quanto nella seconda repubblica.

Suppongo che Keynes non avrebbe condiviso tutto l'interventismo posto in essere ispirandosi ai suoi insegnamenti. Probabilmente avrebbe considerato i fallimenti del keynesismo come errori di applicazione, anche se, valutando le esperienze di circa otto decenni, qualche dubbio sulla correttezza della sua teoria non sarebbe stato fuori luogo neppure da parte sua.

Resta il fatto che lo "scavare le buche" non è una caricatura. Keynes lo scrisse davvero. Così come scrisse davvero l'introduzione all'edizione tedesca della teoria Generale, nella quale informava il lettore che la sua teoria avrebbe trovato applicazione più agevole in un contesto in cui il governo avesse avuto maggior "potere decisionale" (concedetemi l'eufemismo) rispetto al Regno Unito.

L'utilizzo del deficit (accompagnato da politica monetaria espansiva) nelle intenzioni avrebbe dovuto avere funzione anticiclica, ma chissà perché il momento di rientrare dal deficit non arrivava (non arriva) mai. E il deficit, invece di moltiplicare il Pil, ha moltiplicato il debito.Considerando i precedenti e le condizioni attuali dei debiti pubblici (a partire dall'Italia), eviterei di parlare ancora di investimenti a debito che si autofinanziano.