venerdì 29 maggio 2015

Scorie - Consumatori di inflazione e crescita dopata

"Ma la triste realtà è che l'unico modo di fermare le bolle consiste nel fermare la crescita… Janet e il Comitato devono affrontare i fatti – le bolle arriveranno e loro non possono farci nulla. E ovviamente la Fed sarà incolpata per qualsiasi bolla anche quando in realtà non è colpa sua. E' così che funzionano le economie capitalistiche."
(D. Zervos)

Se uno appartiene alla categoria dei consumatori di inflazione – ossia coloro che traggono beneficio dalle politiche monetarie ultraespansive poste in essere dalle banche centrali – suppongo condivida in pieno le affermazioni di David Zervos, anche se le politiche monetarie comportano una forma di redistribuzione di ricchezza tipica del socialismo, che pure spesso viene (a parole) aborrito dai consumatori di inflazione.

Zervos afferma che "l'unico modo di fermare le bolle consiste nel fermare la crescita". Se per crescita si intende quella drogata dall'espansione monetaria e dalla creazione di denaro dal nulla in sostituzione di risparmio reale, l'affermazione è coerente. Ma quella non è crescita autentica, è solo un effetto del doping monetario.

Non è vero che le economie capitalistiche funzionano così. Per meglio dire, a funzionare così è la versione di economia definita capitalistica sostanzialmente identificabile con una economia caratterizzata da interventismo progressivo da parte dei governi e delle banche centrali. In sostanza, quella è una versione distorta di economia capitalistica, ancorché indubbiamente sia quella che è andata progressivamente affermandosi nell'ultimo secolo.

Va da sé, quindi, che le banche centrali hanno pesanti responsabilità nella formazione delle bolle, e non è affatto vero che non possano farci nulla. Ma è chiaro che se facessero qualcosa per contrastare la formazione di bolle (basterebbe astenersi dal manipolare tassi e moneta) le conseguenze per i consumatori di inflazione non sarebbero gradevoli.


giovedì 28 maggio 2015

Scorie - Seending review: parole (a vanvera) vs numeri

"Non c'è dubbio che la spending review non debba essere un meccanismo di tagli lineari. I tagli sono stati già fatti e la nostra spesa non è tra le più alte, semmai tra le più basse. L'obiettivo è cambiare i meccanismi di spesa e farlo a tutti i livelli."
(P. C. Padoan)

Quello della spending review è certamente uno degli argomenti sui quali ai politici piace fare chiacchiere senza poi concretizzare granché. Padoan, pur teoricamente essendo un ministro tecnico, riesce a sostenere due cose che si scontrano con i numeri e anche con il buon senso degli italiani. In questo deve aver preso spunto dal presidente del Consiglio, che tutti dicono essere un grande comunicatore (in Italia sono definiti grandi comunicatori coloro che a me sembrano per lo più grandi ciarlatani).

Il ministro sostiene che "i tagli sono stati già fatti". Fatto sta che la spesa pubblica non è mai diminuita né in valore assoluto, né in rapporto al Pil. Per cui i tagli sono stati al più incrementi minori di quelli tendenziali.

Padoan sostiene anche che "la nostra spesa non è tra le più alte, semmai tra le più basse". Il Fondo Monetario Internazionale fornisce i dati relativi a 182 Paesi. Ebbene, nel 2014 ben 173 Paesi (oltre il 95 per cento del totale) avevano una spesa pubblica in rapporto al Pil inferiore all'Italia.

Immagino già un'obiezione: il confronto andrebbe fatto tra Paesi omogenei. E allora limitiamoci a considerare i Paesi della zona Euro. Anche in questo caso la spesa pubblica dell'Italia, pari secondo il FMI al 51.7 per cento del Pil a fine 2014, è di ben 6 punti percentuali superiore alla media.

L'altra obiezione sarà che l'Italia paga più interessi in rapporto al Pil di altri Paesi. Questo è certamente vero, ma anche la spesa primaria è comunque superiore alla media e non può certo dirsi "tra le più basse". Chi afferma cose del genere solitamente prende in considerazione solo alcune voci di spesa e non altre.

In ogni caso, se l'Italia paga molti interessi sul debito è perché il debito è molto elevato, il che significa che lo Stato ha costantemente speso più di quanto incassava. Considerando che la pressione fiscale è da tempo tra le più elevate al mondo, serve davvero molta fantasia (per non usare espressioni volgari, ma che sarebbero appropriate in questo caso) per dire che la spesa pubblica in Italia è tra le più basse.

Padoan può continuare a dire che "l'obiettivo è cambiare i meccanismi di spesa", ma il fatto è che la spesa deve semplicemente calare. E finora non è mai calata.


mercoledì 27 maggio 2015

Scorie - (Re)distribuzione

"L'1% più ricco della popolazione italiana detiene il 14,3% della ricchezza nazionale netta, il triplo rispetto al 40% più povero, che detiene solo il 4,9%. Per questo noi comunisti chiediamo che si faccia subito una tassa sulle grandi ricchezze al di sopra del milione di euro e che con quelle risorse si faccia immediatamente un Reddito Minimo per i disoccupati e si riducano le tasse a lavoratori dipendenti e pensionati. Occorre prendere 20 miliardi di euro dalle tasche dei ricchi e metterli nelle tasche di chi non arriva alla fine del mese."
(P. Ferrero)

La pubblicazione da parte dell'OCSE dei dati sulla distribuzione della ricchezza in Italia ha fornito a Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione Comunista, un assist perfetto per rilanciare un evergreen dei comunisti: una patrimoniale con la quale finanziare l'istituzione di un reddito minimo.

Ferrero sostiene che occorre "prendere 20 miliardi di euro dalle tasche dei ricchi e metterli nelle tasche di chi non arriva alla fine del mese". Una affermazione che fa fare a chi la pronuncia la figura del paladini dei poveri (o presunti tali) che in Italia, ma non solo, trova sostenitori tanto nei circoli comunisti quanto nella parrocchie.

Di fronte ad affermazioni del genere, però, è sempre bene chiedersi quale sia la colpa di chi ha una ricchezza elevata, e se sia sua la responsabilità della povertà di altri. Chiunque, infatti, potrebbe essere molto ricco perché ha rubato o violato in altro modo la proprietà altrui, oppure perché è un consumatore netto di tasse o di inflazione. Ma potrebbe anche esserlo semplicemente perché ha avuto successo nel fornire beni e servizi ad altri mediante scambi volontari.

A chi ruba deve essere imposto di restituire tutto il maltolto. Per i consumatori netti di tasse e inflazione occorre diminuire (tendenzialmente azzerare) l'intermediazione statale nell'economia e nella gestione della moneta, senza usare nuove tasse per correggere l'effetto di altre forme di tassazione.

Ma dare ulteriori mazzolate fiscali a chi è ricco in virtù del successo nel fornire beni e servizi ad altri mediante scambi volontari sarebbe tanto ingiusto quanto economicamente controproducente.

Purtroppo capita spesso chi si oppone a provvedimenti come quelli proposti da Ferrero si concentri sugli aspetti economico-quantitativi, ma così facendo finisce paradossalmente per appoggiare il principio (socialista) sottostante tali provvedimenti. Per esempio, ritenere accettabile una patrimoniale da 20 milioni anziché da 20 miliardi, avalla l'idea che sia bene introdurre un'imposta (patrimoniale) per finanziare una misura di welfare state. In sostanza, si accetta la concezione di equità e giustizia tipica dei redistributori. Ma se è giusto finanziare quella misura con una patrimoniale di 20 milioni, dovrebbe esserlo a maggior ragione con una patrimoniale da 20 miliardi, perché si sosterrebbero molte più persone.

Viceversa, se è ingiusto (ed è ingiusto!) violare la proprietà altrui, nessuna imposta è giustificabile.

Su questo credo dovrebbero riflettere molti liberali (o presunti tali) che preferiscono parlare di tasse sopportabili invece che di tasse da eliminare.


martedì 26 maggio 2015

Scorie - Nessuna consolazione

"È vero, poco o tanto che sia, i tassi a zero svantaggiano i risparmiatori. Ma l'esperienza storica, suffragata dai modelli econometrici, mette a confronto i vantaggi del basso costo del capitale e gli svantaggi del basso rendimento. Soppesando gli uni e gli altri, viene fuori che i vantaggi sono superiori agli svantaggi. Se lei ha a cuore anche il bene della patria, potrà trovare qualche consolazione in questo risultato."
(F. Galimberti)

Rispondendo a un lettore pensionato che gli faceva notare come il denaro a basso costo offra un vantaggio a chi si indebita penalizzando però chi ha dei risparmi investiti nel reddito fisso, Fabrizio Galimberti non ha voluto negare l'evidenza, ribadendo però che, "Soppesando gli uni e gli altri, viene fuori che i vantaggi sono superiori agli svantaggi". Il tutto in base a "esperienza storica, suffragata dai modelli econometrici", chiudendo poi la risposta con l'invocazione al patriottismo da parte del lettore.

Ovviamente prima aveva tirato in ballo anche la necessità di valutare i tassi reali e non quelli nominali, oltre alla possibilità di scegliere investimenti ex ante più rischiosi dei depositi bancari e delle obbligazioni a breve termine.

Tutto concettualmente condivisibile, se non fosse per un paio di dettagli. In primo luogo, gli indici dei prezzi al consumo solitamente utilizzati per misurare la perdita di potere d'acquisto della moneta sono necessariamente arbitrari e potrebbero fornire una rappresentazione distorta dei tassi reali. In secondo luogo, per certi risparmiatori, a maggior ragione quando sono anziani e necessitano di integrare la pensione senza volere né potere assumersi rischi di perdite in conto capitale, l'investimento in azioni suggerito da Galimberti non è generalmente adatto.

Tutto ciò detto, resta a mio parere fondamentale chiedersi perché i tassi di interesse siano così bassi. Se fosse perché vi è un eccesso di risparmi reali, saremmo in presenza di fisiologiche dinamiche di domanda e offerta. Ma il fatto è che i tassi bassi non sono la conseguenza di una eccedenza di risparmi reali, bensì delle politiche monetarie ultraespansive praticate dalle banche centrali. Le quali operano una redistribuzione di ricchezza, spesso regressiva, perfino peggiore, se possibile, di quella operata dallo Stato tramite il fisco.

Credo che quell'anziano lettore abbia ben poco di cui consolarsi.


venerdì 22 maggio 2015

Scorie - L'inflazione e il futuro dei giovani

"Se l'inflazione raggiungerà il 2%, il debito italiano scenderà e ci saranno più risorse per tutti, il che significa investire nel futuro per i giovani."
(P. C. Padoan)

Nel suo sforzo di mandare messaggi rassicuranti agli italiani, il ministro dell'Economia spaccia l'inflazione come un rimedio indolore ai mali dell'Italia.

Questo è un argomento di cui mi occupo molto spesso, ma, a costo di essere ripetitivo, voglio ribadire che le parole di Padoan sono un vero e proprio inganno a una parte degli italiani. L'inflazione, anche accettandone la definizione mainstream di crescita di un indice dei prezzi al consumo, porta più risorse ad alcuni, sottraendole però ad altri. Si tratta, quindi, di una forma implicita di tassazione, con evidenti effetti redistributivi, per lo più sovente regressivi.

Chiunque è debitore, a maggior ragione se lo è in modo strutturale e in misura consistente, è favorevole all'inflazione, dato che l'inflazione erode il valore reale del debito. Non vi è quindi da stupirsi che Padoan, in quanto ministro dell'Economia di uno Stato pesantemente indebitato, auspichi un aumento dell'inflazione.

Quello che è assolutamente falso è che se l'inflazione raggiungerà il 2% "ci saranno più risorse per tutti". Le risorse saranno semplicemente redistribuite. E maggiore è l'inflazione, maggiore è la redistribuzione.

Altro che investire nel futuro dei giovani.


giovedì 21 maggio 2015

Scorie - Lasciatemi il contante

"È necessaria una ulteriore stretta all'utilizzo del contante, riducendo la soglia massima ed eliminando le banconote di taglio superiore ai 50 euro. Se entro un periodo prefissato i pagamenti elettronici fossero ancora marginali, non resterebbe che prendere provvedimenti più drastici."
(S. Simontacchi)

Come spesso accade a coloro che si occupano di tematiche fiscali tal punto di vista "tecnico", Stefano Simontacchi suggerisce al legislatore soluzioni ancor più drastiche di quelle finora adottate. Generalmente gli articoli di questi "tecnici" sono organizzati così: nella prima parte fanno una critica molto molto lieve delle cose che non funzionano nel sistema fiscale italiano, giusto per non apparire troppo appiattiti sulle posizioni dello Stato, ma, al tempo stesso, senza calare la mano per non urtare la sensibilità degli alti burocrati ministeriali. Dopodiché forniscono alcuni suggerimenti anche di buon senso, per poi, alla fine, fornire un assist allo Stato per comprimere ulteriormente la libertà dei cittadini.

Tra i favorevoli alla restrizione all'uso del contante esistono sostanzialmente tre posizioni. Ci sono quelli che vorrebbero eliminare il contante perché, in periodi di tassi di interesse ormai sostanzialmente azzerati dalle banche centrali, l'uso del contante intralcia l'efficacia di manovre volte a rendere negativi i tassi stessi. Queste tesi le si riscontrano per lo più a livello accademico (per esempio Kenneth Rogoff) o nelle grandi banche di investimento (per esempio Willem Buiter di Citi), e sono un chiaro assist alle banche centrali.

Poi ci sono quelli che vorrebbero eliminare il contante perché la sua gestione è costosa. Questa posizione la si può riscontrare tra le banche commerciali ed è un modo servile per mantenere buoni rapporti con lo Stato, oltre che per rendere complessivamente meno rischioso a livello di sistema il meccanismo della riserva frazionaria.

Infine, ci sono quelli che, da paladini della "legalità", invocano l'abolizione del contante per sconfiggere l'evasione fiscale.

La cosa che accomuna tutte queste posizioni è il disinteresse per le conseguenze nefaste (non so fino a che punto inintenzionali) dell'abolizione del contante. E non mi riferisco tanto ad alcuni lati pratici connessi in particolare ai pagamenti di piccole somme, quanto al sostanziale svuotamento del diritto di proprietà sul denaro depositato in banca. L'abolizione del contante renderebbe quel denaro, di fatto, pienamente disponibile per lo Stato, che deciderebbe non già quanto tassare, bensì quanto lasciare ai legittimi proprietari di quelle somme.

Con ogni probabilità non tarderebbero ad affermarsi spontaneamente forme alternative di denaro, ma nel frattempo vi sarebbe il serio rischio di un saccheggio di dimensioni tali da far sembrare roba da dilettanti quello imposto da Giuliano Amato nel 1992. Credo, quindi, che sia bene allarmarsi quando si sente parlare con tanta disinvoltura di ulteriori strette all'uso del contante.


mercoledì 20 maggio 2015

Scorie - 730 precompilato: all'AdE stanno cercando di risolvere i problemi. Dell'erario.

"Ci sono alcuni casi limitati di errori nella certificazione unica, ma alcune cose sono state esasperate nella coloritura. Il 730 precompilato è una cosa nuova, sperimentale, epocale, che fosse tutto a posto subito con uno schiocco di dita, per magia, era anche infantile immaginarlo. Si tratta di un lavoro duro, fatto in pochi mesi. Come sempre stiamo cercando di risolvere i problemi."
(R. Orlandi)

Questo ha affermato il direttore dell'Agenzia delle Entrate, Rossella Orlandi, a margine di una audizione in Senato. I problemi che sta generando il 730 precompilato non credo possano essere liquidati come cose "esasperate nella coloritura".

Al di là del fatto che ottenere il PIN da parte dell'Agenzia delle Entrate non è semplice come fare cose simili su portali di aziende private che offrono beni o servizi online (ed è anche facile intuire perché: queste ultime sono incentivate a conquistare la preferenza di individui che volontariamente scelgono i loro beni e servizi al posto di quelli dei concorrenti, mentre l'Agenzia delle Entrate ha a che fare con sudditi dello Stato che non hanno alternative), tutta la faccenda della precompilazione a me pare sia partita con il piede sbagliato, finendo con il creare problemi più che risolverne.

Per chi non ha spese da dedurre dall'imponibile o detrarre dall'imposta, il 730 è totalmente inutile, a meno che non desideri esercitare le opzioni sulla destinazione dei vari 8 e 5 per mille. Però i 730 precompilati, per lo meno in questa prima versione, contengono solo i dati sui redditi da lavoro dipendente o pensione, il che significa che o sono inutili, oppure costringono il contribuente a integrarli/correggerli.

Per integrarli/correggerli è necessario essere capaci, oppure rivolgersi a un CAF o a un professionista. Nel primo caso si rischia di essere sottoposti a controllo rispondendone in prima persona. Nel secondo caso è il CAF o il professionista a rispondere di eventuali errori. Ciò rende evidentemente più costosa l'operazione per il contribuente, finendo spesso per avere oneri superiori ai benefici derivanti da deduzioni e detrazioni.

Così il contribuente è spinto a evitare di apportare correzioni, a tutto vantaggio del fisco, che non vede eroso il gettito. Mi si passi la semplificazione, ma a me pare che la cosa "nuova, sperimentale, epocale" sia tutta qui. E che il fisco cerchi di usare ogni mezzo per arraffare il più possibile non mi sembra neppure una novità.

Orlandi dice che era "infantile" immaginare "che fosse tutto a posto subito con uno schiocco di dita, per magia". Aggiunge poi che "si tratta di un lavoro duro, fatto in pochi mesi".

Effettivamente era inimmaginabile che tutto fosse a posto subito, ma non perché si trattasse di un lavoro particolarmente complesso. Semplicemente perché siamo in Italia.

Resta il fatto che il fisco giustifica se stesso per ogni inefficienza, mentre pretende che i contribuenti non facciano errori, spesso non disponendo di mesi, bensì di ore (non di rado le circolari esplicative dell'AdE escono il giorno prima o pochi giorni prima della scadenza fiscale in questione) per adempiere alle pretese dello Stato. E se costoro fanno errori vengono pesantemente sanzionati.

Orlandi, forse volendo rassicurare i contribuenti, dice che all'Agenzia stanno "cercando di risolvere i problemi". Quelli dell'erario, però.


martedì 19 maggio 2015

Scorie - Pensioni, tante urla per nulla

"Vi ricordate quella meravigliosa parentesi rosa del Def, la differenza tra 2,5 e 2,6% di deficit che voi giudicavate inesistente? C'era ma la utilizziamo per le pensioni per un totale di 2 miliardi e 180 milioni che andranno a 3,7 milioni di pensionati."
(M. Renzi)

Come è arcinoto, una recente sentenza della Corte costituzionale ha dichiarato illegittimo il blocco temporaneo della rivalutazione delle pensioni oltre i 1400 euro lordi al mese previsto dal decreto cosiddetto "Salva Italia" con cui esordì il governo tecnico di Mario Monti a fine 2011.

Una bella grana per il governo, già alle prese con problemi di reperimento di risorse per disinnescare l'aumento di Iva e accise nel 2016. Come sempre in questi casi, le cifre ballano, ma l'importo massimo pare arriverebbe a 18 miliardi.

Dato che annunciare tagli di spesa (peraltro mai concretizzati) o aumenti di tasse (che generalmente poi  arrivano anche quando non annunciati) a pochi giorni dalle elezioni regionali sarebbe stato un suicidio, Renzi ha pensato di barcamenarsi inventandosi un rimborso medio di 500 euro da attribuire a meno di 4 milioni di pensionati sui circa 6 che subirono il blocco della rivalutazione. Ha anche tirato fuori la formula magica "flessibilità in uscita" in riferimento all'età pensionabile, per ammorbidire le reazioni alla sua sinistra. Di quella, però, si parlerà nella prossima legge di stabilità.

Per finanziare il rimborso (che si aggirerà tra l'11 e il 12 per cento del totale), Renzi ha ripescato il famoso "tesoretto" che era previsto nel Def. In realtà null'altro che maggiore deficit rispetto a quello tendenziale.

In questi giorni i dibattiti, spesso urlati, vedono contrapposti coloro che ritengono ingiusta la sentenza e coloro che vorrebbero una sua applicazione fino all'ultimo centesimo. I primi, generalmente appartenenti alla maggioranza di governo, nascondono il vero motivo (ossia dove trovare i soldi) con questioni di equità tra generazioni. I secondi, spesso motivati dal voler aumentare il consenso a scapito della maggioranza, dicono che le sentenze vanno applicate per come sono. In ciò avendo anche gioco facile, dato che chi sta in maggioranza ha sempre sostenuto tale posizione. COntando forse sulla scarsa memoria degli italiani, dato che all'epoca molti di coloro che oggi invocano l'applicazione integrale della sentenza votarono sì al provvedimento Monti-Fornero sul blocco della rivalutazione delle pensioni.

Io non condivido nessuna delle due posizioni, e cercherò di spiegare perché.

Fare rimborsi parziali e solo a pensioni fino a un certo importo mensile è coerente con l'impostazione del sistema fiscale italiano, che già in Costituzione prevede la progressività in funzione della cosiddetta capacità contributiva. Un principio che sancisce costituzionalmente una vera e propria discriminazione operata dallo Stato sui cittadini. A peggiorare le cose, nel caso in questione, è il fatto che la quasi totalità dei pensionati oggetto del provvedimento Monti-Fornero percepisce una pensione calcolata con il metodo retributivo, che sovente non è coperta dai contributi versati.

Con il decreto presentato da Renzi ci si troverà pertanto ad avere casi nei quali il pensionato ottiene un rimborso a fronte di una pensione non interamente coperta da contributi, e altri nei quali il rimborso non viene ottenuto pur a fronte di una pensione coperta da contributi (e questi individui sarebbero gli unici, a mio parere, ad avere diritto a un rimborso totale). Anche nel caso in cui il rimborso fosse totale molti pensionati finirebbero per ottenere denari non coperti da contributi, e certamente il problema delle risorse da reperire sarebbe maggiore.

La vera riforma delle pensioni consisterebbe nel ricalcolo di tutte le pensioni con il sistema contributivo, e nel passaggio dal sistema a ripartizione (in cui a pagare le pensioni sono coloro che oggi versano contributi) a un sistema a capitalizzazione (in cui i contributi versati non vanno a finanziare la spesa previdenziale corrente, ma costituiscono patrimonio di chi versa quei contributi). Anche il metodo contributivo, rimanendo finanziato con un sistema a ripartizione, resta infatti fortemente dipendente dalla dinamica demografica; una sorta di schema Ponzi.

Solo passando per tutti a un sistema contributivo a capitalizzazione si potrebbe parlare di equità, sia tra individui della stessa generazione, sia tra individui di generazioni diverse. Se, poi, si volesse completare l'opera, si dovrebbe dare a ognuno la libertà e la responsabilità di pensare al proprio futuro, togliendo di mezzo il sistema pensionistico pubblico.

Il bistrattamento fiscale recentemente riservato ai fondi pensione privati rende peraltro evidente che la direzione di marcia è quella opposta. E difatti credo non ci sia da stupirsi se sulle pensioni si sentono tante urla, quasi tutte a sproposito.


lunedì 18 maggio 2015

Scorie - Oliare = redistribuire

"E certamente troppa inflazione è un male. Ma un po' di inflazione è necessaria per oliare le ruote del capitalismo, perché consente alle imprese di ridurre prezzi e salari reali quando necessario (dato che ridurre i prezzi e i salari direttamente è spesso psicologicamente e politicamente difficile). Quando l'inflazione è troppo bassa, trasferisce ricchezza da coloro che hanno debiti – imprese e mutuatari – a coloro che possiedono obbligazioni. Ciò può rallentare l'attività economica rendendo più difficile per famiglie e imprese ripagare i loro debiti."
(N. Smith)

Credo di non destare meraviglia in nessuno se affermo che uno degli idoli di Noah Smith, ancorché non lo dica mai esplicitamente (pur citandolo spesso), è Paul Krugman.

Come sempre in questi casi, per inflazione viene intesa la crescita di un indice dei prezzi al consumo, che sarebbe più appropriato definire una conseguenza dell'inflazione. Per comodità, comunque, adotterò la definizione mainstream a cui fa riferimento Smith.

L'idea che l'inflazione serva ad "oliare le ruote del capitalismo" per abbassare prezzi e salari in modo reale senza doverli ridurre in via nominale è una delle idee che si trovano già nelle prime pagine della Teoria Generale di Keynes.

Si ricorre alle difficoltà psicologiche e politiche per giustificare l'ottenimento con l'inganno – non credo la cosa possa essere definita diversamente – di una allocazione della ricchezza diversa da quella che verrebbe determinata se domanda e offerta fossero libere dai condizionamenti indotti dalla politica monetaria.

Il tutto in base al pregiudizio per cui se a essere danneggiato dall'andamento dei prezzi è chi ha debiti occorre aiutarlo, mentre in caso contrario nessun problema.

Il fatto è che, per essere "efficace", la svalutazione reale può basarsi unicamente su un andamento dei prezzi inatteso, oppure su una vera e propria repressione finanziaria, posta in essere anche con obblighi e divieti normativi. Le inflazioni inattese, difatti, possono raggiungere lo scopo degli inflazionisti se non attuate in via continuativa, altrimenti finiscono per non essere più inattese. D'altra parte, la repressione finanziaria assume ben presto la forma di una vera e propria tassazione, ancorché la si chiami diversamente.

Entrambe sono forme di redistribuzione della ricchezza al pari della tassazione. Quindi non si "olia" un bel nulla: semplicemente si redistribuisce, aggredendo la proprietà di alcuni per beneficiare altri. E ovviamente quanto sia "troppo" e quanto sia "poco" lo stabilisce il governante (keynesiano) o il banchiere centrale (keynesiano) di turno. E ci si mette perfino Smith.


venerdì 15 maggio 2015

Scorie - Ma quale crescita?

"Personalmente ho sempre scritto che il nostro problema principale non è la finanza pubblica, è la crescita. Per crescere ci vuole la domanda."
(F. Galimberti)

Che l'Italia abbia problemi non solo nella finanza pubblica è evidente, ma dubito che sarebbe possibile lasciare salire il deficit contando su un contemporaneo aumento del Pil in modo da contenere l'aumento del rapporto tra debito pubblico e Pil.

Fabrizio Galimberti, da buon keynesiano, ripete il mantra che la via maestra per risolvere il problema del debito consiste nel far crescere il Pil piuttosto che nel contenere l'accumulazione di deficit (che aumentano il debito).

Che in una economia in recessione il rapporto tra debito e Pil corra il serio rischio di aumentare anche a fronte di un contenimento del deficit è indubbiamente vero, ma che il motore di crescita economica debba essere il deficit di bilancio è smentito dal buon senso, oltre che dalla storia.

Il buon senso dovrebbe rendere evidente che non è possibile che chi governa abbia più conoscenze e competenze dei milioni di soggetti privati che volontariamente interagiscono sul mercato, e la storia conferma ciò che il buon senso suggerisce.

Quanto al ridimensionamento del rapporto tra debito e Pil guidato dalla crescita del denominatore (il Pil), considerando i livelli raggiunti in Italia (e non solo) dal rapporto medesimo, a me pare evidente che ciò sia possibile solo mediante la cosiddetta "repressione finanziaria", ossia un mix di inflazione e vincoli legislativi che mantengano i tassi di interesse reali sul debito pubblico negativi per il periodo di tempo (più o meno lungo) necessario ad abbassare il rapporto.

Con un costo del debito pari a circa il 4 per cento del Pil e una crescita del Pil nominale del 2 per cento annuo, serve un avanzo primario attorno al 2.5 per cento del Pil per mantenere stabile il rapporto tra debito e Pil, partendo dall'attuale 133 per cento. Per abbassare (o azzerare) il saldo primario (cosa che piacerebbe ai keynesiani) sarebbe necessario avere una crescita nominale pari al costo degli interessi sul debito, sempre per mantenere stabile il rapporto. E' evidente, quindi, che per veder calare il rapporto sarebbe necessario avere un costo del debito inferiore alla crescita nominale del Pil. A solo titolo di esempio, con una crescita nominale del Pil costantemente pari al 3 per cento annuo (credo che sarebbe per lo più inflazione, per i motivi a cui farò accenno poco oltre), con un saldo primario pari a zero e un costo del debito pari al 2 per cento del Pil il rapporto debito/Pil scenderebbe poco sotto al 110 per cento in 20 anni. Poca cosa, a mio parere.

L'intermediazione statale su oltre la metà del Pil ha provocato nel corso del tempo (assieme ad altri fattori, per esempio la demografia) una diminuzione del potenziale di crescita economica, per cui è illusorio credere che espandendo ulteriormente la componente pubblica del Pil si risolvano i problemi dell'eccesso di debito.

Dietro al mantra della crescita c'è quindi la volontà più o meno esplicitata di fare ricorso alla repressione finanziaria, cosa che peraltro si sta già verificando.

Esistono soluzioni alternative? Evidentemente sì, anche se nessuna è indolore per tutti. Nella situazione attuale il debito può essere alleggerito mediante la repressione finanziaria (default implicito), mediante una ristrutturazione (default esplicito), oppure iniziando a liberare l'economia dalla ormai troppo soffocante presenza dello Stato.

In quest'ultimo caso si deve procedere dismettendo patrimonio pubblico e riducendo la spesa pubblica e le tasse (con tagli di spesa evidentemente superiori a quelli delle tasse). Non è detto che ciò sia sufficiente e che si riesca a evitare una ristrutturazione. Ma continuare a mentire sulla realtà dei numeri e puntare sulla repressione finanziaria a me pare una scelta eticamente ed economicamente peggiore.


mercoledì 13 maggio 2015

Scorie - Problemi di vista

"I rischi alla stabilità finanziaria sono moderati. Non vediamo segnali di bolle."
(J. Yellen)

Questo ha dichiarato Janet Yellen, per l'ennesima volta peraltro. Bontà sua, ha almeno ammesso che le quotazioni azionarie sono "abbastanza alte" e che i tassi di interesse sono bassi, senza però considerare preoccupanti le condizioni prevalenti nel variegato mondo obbligazionario, dove le banche centrali operano massicciamente in modo diretto. Ovviamente da un banchiere centrale, a maggior ragione se presidente della Federal Reserve, non ci si può aspettare che dica altro.

Uno potrebbe anche sostenere che non ha senso chiedere a un banchiere centrale se crede che ci siano bolle o rischi di formazione di bolle. Considerando che la risposta è scontata, in effetti l'unico senso che ha è registrare la risposta, per ricordare queste dichiarazioni che fanno a pugni con la realtà quando sarà il momento opportuno.

E qualora, invece, Yellen fosse sincera, non resta che consigliarle vivamente di farsi visitare quanto prima da un oculista.


martedì 12 maggio 2015

Scorie - I keynesiani alla bolognese promettono di trasformare le pietre in tortellini

"Progetti di investimento profittevoli e adeguatamente selezionati e monitorati, quali quelli che vengono considerati nel piano Junker, potrebbero essere realizzati in modo coordinato, a livello europeo, con investimenti pubblici finanziati con debito. Dato il basso costo di finanziamento essi si ripagherebbero nel lungo periodo fornendo una spinta consistente all'economia dell'eurozona."
(S. De Nardis)

Sergio De Nardis, capo economista di Nomisma, ha realizzato un'analisi dalla quale risulta che l'Italia, per riprendersi dalla crisi, necessita di una bella ricetta keynesiana. Ohibò, non certo una conclusione particolarmente innovativa.

Gli investimenti sono calati del 34 per cento dal 2007, quindi lo Stato dovrebbe avere il "coraggio" di avviare un programma di investimenti pubblici finanziati anche in deficit. Non manca, ovviamente, la formula magica del moltiplicatore keynesiano, quello che, come concluse ironicamente Mises, promette di trasformare le pietre in pane. E quando si parla di moltiplicatori è doveroso appoggiarsi alle analisi del sempre "autorevolissimo" Fondo Monetario Internazionale.

Ci viene detto che un aumento della spesa pubblica dell'1 per cento porterebbe a un incremento del Pil dello 0.4 per cento il primo anno e dell'1.5 per cento nel quarto (ovviamente la crescita è sempre progressiva). Nel casi dell'Italia, addirittura, De Nardis sostiene che il Pil crescerebbe fino all'1.5 per cento nel primo anno e del 3 per cento nel quarto. Tornando a Mises, qui le pietre verrebbero trasformate addirittura in tortellini, tanto per restare nel bolognese (Nomisma ha sede a Bologna).

Posto che ogni studio econometrico può al più proiettare nel futuro mediante elaborazioni matematicamente più o meno complesse dei dati riferiti al passato scontrandosi con il problema irrisolvibile che le persone cambiano, così come possono cambiare anche le reazioni delle stesse persone in momenti diversi, sostenere che gli investimenti pubblici "si ripagherebbero da soli" dato il basso costo del finanziamento, significa omettere di prendere in considerazione che un investimento tipicamente non si risolve in una raccolta di fondi e in uscite di cassa iniziali, per poi avere solo flussi in entrata.

Anche al netto delle inefficienze (un eufemismo, quando si tirano in ballo processi politico-burocratici) nella selezione dei progetti da finanziare, generalmente dopo una prima raccolta di fondi ne servono altre, e nel frattempo il costo del debito e dei fattori di produzione potrebbero essere aumentati, rendendo i calcoli fatti ex ante non più così attendibili.

Considerando che il basso costo del debito oggi è per lo più riconducibile non già a un aumento di risparmio reale, bensì alle politiche monetarie fortemente espansive, si corre il rischio concreto che in futuro ciò che oggi appare profittevole non lo sia, ossia che quegli investimenti auspicati da De Nardis si trasformino in ciò che Mises definiva "malinvestimenti".

Questo già accade nel settore privato, figuriamoci in quello pubblico. Ma mentre i profitti attesi dall'investimento possono essere più bassi del previsto o anche essere perdite, il debito resta. E allora ci si rende conto, spesso quando è troppo tardi, che non è possibile trasformare le pietre in pane, men che meno in tortellini.


giovedì 7 maggio 2015

Scorie - Angelino, l'avventuriero

"La nostra avventura ha avuto uno sviluppo lineare e coerente. Abbiamo scelto la strada più impervia e difficile per creare un'area politica capace di sfidare il Pd, senza gruppi editoriali e poteri forti alle spalle, sorretti dalla grande forza del buon senso degli italiani. Do un affettuoso appuntamento ai sondaggisti per la notte del 31 maggio. Sono certo che a quell'appuntamento ci presenteremo con un grande sorriso. La nostra scommessa non era facile ma era giusta e noi non siamo per le cose facili ma per quelle giuste."
(A. Alfano)

A prescindere da ciò che si pensa del suo operato come ministro dell'Interno, credo che si possa concordare sul fatto che Angelino Alfano non sia la persona più indicata a motivare colleghi di partito e militanti. Non ha le doti del trascinatore, che nel contesto politico italiano coincide con un tipo che con una certa sfrontatezza dice cose non corrispondenti al vero pur di "caricare" i propri interlocutori. Attività nella quale eccellono Renzi e Berlusconi (almeno in passato), tanto per fare un paio di esempi.

Quando uno si sforza di recitare un ruolo che non gli è congeniale, finisce per rendersi ridicolo. Successe anche a Mario Monti durante la campagna elettorale per le elezioni politiche del 2013.

Alfano dice cose non corrispondenti al vero, ma non riesce a renderle minimamente cedibili, a mio parere. L'unica cosa credibile, in quanto vera, è che l'avventura dell'Ncd "ha avuto uno sviluppo lineare e coerente". Se per lineare e coerente si intende fare il possibile per restare al governo, qualunque cosa succeda.

Alfano dice di aver scelto "la strada più impervia e difficile per creare un'area politica capace di sfidare il Pd", ma sta di fatto che è uscito dall'allora Pdl quando quel partito era già agonizzante e finora si è attaccato morbosamente allo stesso Pd pur di continuare a governare.

Dice anche di essere sorretto "dalla grande forza del buon senso degli italiani". Fossi in lui non conterei troppo su quel sostegno (non sarei sicuro neppure di quello dei parenti oltre il primo grado), altrimenti rischia di cadere rovinosamente a terra. Ciò detto, a prescindere dalle elezioni che si terranno in alcune regioni a fine mese, l'unico sorriso Alfano potrà farlo non certo per aver sfidato il Pd, quanto per il fatto di continuare a stare al governo con il Pd.

E buon per lui che la legge elettorale di recente approvazione ha previsto una soglia di sbarramento talmente bassa (3%) che probabilmente riuscirà a superarla quando ci saranno le elezioni politiche. Cosa niente affatto scontata, peraltro. Insomma, se un giorno se la giocherà con il Pd sarà perché il Pd ha perso il 90 per cento dei propri elettori, non perché Alfano e il suo partito hanno decuplicato i propri. Che avventura...


mercoledì 6 maggio 2015

Scorie - Quelli che lo Stato non spende abbastanza

"Il motivo per cui l'economia italiana cresce meno della media europea e la disoccupazione è altissima non è la crisi, ma va cercato proprio nelle politiche di rigore e austerità che dicono di voler risolvere la crisi. La causa principale della disoccupazione è data dall'enorme avanzo primario di bilancio che sottrae ogni anno decine di miliardi all'economia italiana e per questa via deprime la domanda interna, il cui calo è all'origine della disoccupazione. Gli italiani non lo sanno - e chi lo dice è censurato – ma lo Stato italiano fin dal 1992 è in avanzo primario e in questi anni sono oltre 600 i miliardi che in questo modo sono stati sottratti all'economia proprio a causa delle politiche di austerità. Quella che Renzi e i suoi presentano come la cura è in realtà la malattia: per battere la disoccupazione lo Stato deve spendere, non risparmiare!"
(P. Ferrero)

Quando Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione Comunista, era parlamentare, per me era una fonte di ultima istanza nel caso in cui non trovassi altre scorie da commentare. Mi ha quasi fatto piacere (sic!), quindi, ritrovarlo dopo un po' di tempo in una ANSA a individuare nell'austerità e nell'avanzo primario le cause essenziali della disoccupazione italiana.

L'avanzo primario, ossia il saldo del bilancio dello Stato al netto del pagamento degli interessi sul debito pubblico, è effettivamente stato per lo più positivo a seguito della crisi del 1992. Per ridurre il debito, quanto meno in rapporto al Pil, le uniche alternative all'avanzo primario sono il default implicito, mediante repressione finanziaria, oppure il default esplicito.

Per ottenere un avanzo primario si possono aumentare le tasse e/o ridurre le spese. In Italia, checché in molti (anche e soprattutto dalle parti di Ferrero) parlino a sproposito di tagli di spesa, quest'ultima continua ad aumentare, sia in valore assoluto, sia in rapporto al Pil. Ne consegue che l'avanzo primario è stato ottenuto aumentando senza sosta le tasse.

Quando, pur al netto degli interessi sul debito, la spesa pubblica è al 43 per cento del Pil e le entrate superano il 48 per cento (dati 2014), significa che l'intervento dello Stato riguarda oltre il 90 per cento del Pil.

Roba da Paese socialista. Ciò nonostante, secondo Ferrero lo Stato dovrebbe spendere di più per favorire l'occupazione. Ma i veri soldi sottratti all'economia sono quelli che lo Stato preleva dai privati, non una presunta carenza di spesa pubblica, che peraltro è smentita dai numeri ufficiali.

Va da sé, poi, che non credo si possa opporre a Ferrero che aumentare ulteriormente la spesa pubblica porrebbe (ulteriori) problemi di sostenibilità del debito pubblico, dato che suppongo lui risolverebbe il tutto con una bella patrimoniale ben più severa di quelle già oggi esistenti, seppur sotto mentite spoglie (per esempio, quelle sugli immobili e il bollo sui prodotti finanziari).

In fin dei conti, se Thomas Piketty passa per (grande) economista proponendo la redistribuzione con tasse a livello di confisca come soluzione alle disuguaglianze (e lo fa ne XXI secolo!) nella distribuzione della ricchezza, cosa si può pretendere da che uno che ancora oggi è orgoglioso di dirsi comunista?


martedì 5 maggio 2015

Scorie - Relazioni

"In Italia il capitalismo di relazione ha prodotto alcuni effetti decisamente negativi: è il momento di mettere la parola fine a un sistema basato più sulle relazioni che sulla trasparenza e sul rapporto con il mondo che sta fuori e chiede più dinamismo e trasparenza… Questo Paese ha un problema di classe dirigente, non solo di politica. Noi stiamo facendo la nostra parte ma non tocca solo a noi. Il sistema del capitalismo di relazione è morto e se non muore, muore l'Italia: la politica oggi è fuori da questo gioco, cambia passo. L'impresa ci dia una mano a cambiare questo sistema."
(M. Renzi)

Intervenendo a Milano presso la sede della Borsa Italiana davanti a una platea di banchieri e imprenditori, Matteo Renzi ha condannato a morte il cosiddetto capitalismo di relazione.

Come non essere d'accordo, in linea di principio. Lo Stato, in tutte le sue articolazioni, non dovrebbe intervenire né favorire questo o quel settore o, peggio ancora, questo o quell'imprenditore. Né dovrebbe penalizzare alcuno. Men che meno dovrebbe farlo in virtù delle relazioni più o meno remunerate con questo o quel soggetto.

Ovviamente il capitalismo di relazione è tanto più sviluppato quanto più lo Stato allunga i suoi tentacoli al di fuori degli ambiti (a mio parere comunque troppo estesi) nei quali lo avrebbero voluto confinare i liberali classici. Va da sé che in Italia (ma in quasi tutto il mondo) il capitalismo di relazione è oggi molto sviluppato, se così si vuol dire.

A me non pare che Renzi voglia ridurre la presenza dello Stato in economia, men che meno che, al di là delle parole di condanna, voglia far morire il capitalismo di relazione. Credo, infatti, che a lui non dispiaccia il capitalismo di relazione in quanto tale, bensì le relazioni finora prevalenti nel capitalismo italiano. In altri termini, credo vorrebbe solo cambiare i protagonisti di quelle relazioni e, forse, qualche forma di interlocuzione.

D'altra parte, non mancano esempi di imprenditori renziani (molti magari di recente "conversione") nei confronti dei quali il governo in carica ha un occhio di riguardo. Si pensi, per fare un solo esempio, a Oscar Farinetti, che ottiene spazi e permessi per la sua Eataly dove altri non riuscirebbero neppure avendo tutte le carte in regola, spesso senza neppure dover vincere gare di appalto (per quanto la gara di appalto non sia di per sé garanzia di assenza di capitalismo di relazione, essendo spesso noto a priori, o quanto meno immaginabile, chi vincerà).

In definitiva, ancora una volta tra le parole di Renzi e i fatti esiste un contrasto piuttosto evidente. Dice che "la politica oggi è fuori da questo gioco, cambia passo". Ma quale cambio di passo: al massimo cambia qualche faccia.