venerdì 31 gennaio 2014

Scorie - The (bad) conscience of a liberal (28)

"Supponiamo, per amore della discussione, che i sindacati e i sussidi di
disoccupazione stessero realmente tenendo elevati i salari, e che
sciogliere i sindacati e affamare i disoccupati avrebbe portato a una
grande riduzione dei salari. Perché questo avrebbe dovuto promuovere
l'occupazione? Non dite che è ovvio, perché il lavoro sarebbe divenuto meno
costoso e un maggior numero di persone sarebbe stato occupato. Come
evidenziò Keynes, ciò ha senso a livello individuale o per un gruppo di
lavoratori, ma non se ognuno subisce una riduzione dei salari e – come ci
si può attendere – i prezzi calano. In questo caso il prezzo relativo del
lavoro non è diminuito, per cui non vi è ragione affinché l'occupazione
aumenti."
(P. Krugman)

Questa volta Paul Krugman se la prende con Ludwig von Mises, che viene con
un certo dileggio definito "santo patrono degli austriaci". A suo dire,
durante la Grande Depressione, Mises sostanzialmente abbandonò la teoria
del ciclo economico la cui elaborazione si doveva in gran parte proprio a
lui, rifugiandosi poi nel sostenere che l'elevata disoccupazione era
causata dal mantenimento dei salari su livelli artificialmente superiori a
quelli di mercato. Joe Salerno del Mises Institute ha replicato a Krugman
in modo certamente più competente di quanto possa fare il sottoscritto; ciò
nondimeno, vorrei esprimere qualche considerazione al riguardo.

In primo luogo, l'idea che Mises abbia accantonato la teoria del ciclo
economico è dovuto alla sostanziale disinformazione di Krugman (come rileva
Salerno), che sarebbe bene prendesse la buona abitudine di documentarsi
sulle fonti originali invece che in blog scritti da persone che la pensano
come lui.

Ciò detto, che i salari siano stati tenuti artificialmente a un livello
superiore a quello di mercato durante la Grande Depressione e che ciò abbia
peggiorato la situazione è una constatazione che può fare chiunque ritenga
valida la legge della domanda e dell'offerta. Se la disoccupazione è
elevata e tende ad aumentare, è evidente che vi è un eccesso di offerta di
lavoro. Non è detto che il livello dei salari sia l'unica causa (in parte
si può anche trattare di un gap tra le competenze offerte e quelle
richieste, tipico dei momenti in cui interi settori, dopo un boom, vanno in
crisi), ma che siano una concausa mi pare innegabile.

Non starò qui a suggerire a Krugman di leggere America's Great Depression
di Murray Rothbard, perché evidentemente il barbuto premio Nobel (sic!) non
lo riterrebbe una fonte attendibile, ma è un dato di fatto che Hoover prima
e Roosevelt poi attuarono politiche interventiste volte a contrastare la
diminuzione dei salari ed è altrettanto un dato di fatto che la
disoccupazione andò aumentando.

Per Krugman (che tira in ballo niente meno che il suo punto di riferimento,
Keynes) non ha senso guardare ciò che avviene a livello micro, perché ciò
che vale a livello individuale non vale a livello aggregato. E questo
perché se calano i salari, cala la spesa per consumi, quindi calano anche i
prezzi. Per cui la disoccupazione non diminuisce.

La storia sembra avere senso, ma è la mania di ragionare solo per dati
aggregati che, pur consentendo di semplificare la spiegazione dei fenomeni
economici, finisce per mettere assieme le mele e le pere. Che sono
certamente entrambi frutti, ma non gli stessi.

Togliere i limiti artificiali ai salari (come a qualsiasi prezzo) consente
alla domanda e all'offerta di interagire e incontrarsi a un livello privo
di distorsioni esogene. Si potrà osservare una diminuzione del livello
medio, ma non è detto che tutti i salari diminuiscano allo stesso modo,
mentre alcuni potrebbero anche non diminuire affatto. Lo steso dicasi per
tutti gli altri prezzi. Purtroppo l'idea di usare indici di prezzi, tanto
cara a Irvig Fisher e da decenni totem praticamente incontestabile
nell'economia mainstream, aiuta nell'analisi di dati aggregati, ma non
giova molto all'accuratezza nella comprensione dei fenomeni economici.

Pretendere ex ante di sapere come si muoveranno tutti i prezzi in assenza
di interventi da parte dello Stato va al di là delle possibilità di un
singolo individuo o di un ristretto numero di persone (Krugman e Keynes
inclusi). Si tratta della stessa presunzione che serve per voler stabilire
a quale livello debba stare questo o quel prezzo. Ciò che indubbiamente si
può sostenere è che quando vi è un forte eccesso di offerta significa che
il prezzo è troppo elevato e che non corrisponde a quello di libero
mercato.

La soluzione keynesiana alla disoccupazione, tra l'altro, consiste nel
diminuire, tramite inflazione, i salari reali, lasciando inalterati quelli
nominali. L'idea, in pratica, è di fregare chi percepisce quei salari
(quanto meno per un certo periodo di tempo). Alla fine si vuole ottenere lo
stesso risultato, ma in modo surrettizio. E qualcuno continua ancora a
sostenere che si tratta del più grande economista del Ventesimo secolo…

     

giovedì 30 gennaio 2014

Scorie - Non c'è peggior cieco di chi non vuol vedere

"Mettiamo che in un mercato libero il salario che si verrebbe a creare
spontaneamente, per l'incontro fra domanda e offerta di lavoro, sia di 6
euro l'ora. Ma nella realtà – sempre una realtà lasciata a se stessa – si
riscontrano salari di 5 euro l'ora. Perché? Perché ci sono degli "attriti"
nel mercato del lavoro. Se un lavoratore vuole lasciare un posto che rende
poco e cercarne un altro, ci sono costi legati a questa ricerca: deve darsi
da fare, chiedere a destra e a sinistra… Allora, data l'esistenza di questi
costi, rimane dov'è e al datore di lavoro rimane il vantaggio di pagare 5
euro per un'ora di lavoro che, in un mercato privo di "attriti", costerebbe
6. Ecco che in quel caso lo Stato sarebbe giustificato a introdurre un
salario minimo di 6. Ci possono poi essere altre ragioni: per esempio, con
un salario minimo più alto ci sono maggiori costi per l'impresa ma anche
più vantaggi. Se il lavoratore è più contento, ci sarà meno andirivieni
nella forza lavoro: dover frequentemente assumere e formare lavoratori è un
costo e una noia per l'impresa. Insomma, il salario minimo, purché fissato
a livelli adeguati… può far più bene che male."
(F. Galimberti)

In una delle puntate domenicali del Sole Junior, Fabrizio Galimberti
affronta il tema del salario minimo fissato per legge (attività nella quale
si è ultimamente esercitato anche il socialista Obama). Dopo aver messo in
evidenza le controindicazioni che una parte di economisti rilevano riguardo
a leggi che fissano limiti minimi (o massimi) ai prezzi, Galimberti cerca
di trovare argomenti per concludere che il salario minimo per legge "può
far più bene che male". Argomenti tutt'altro che convincenti.

In primo luogo, credo non abbia senso parlare di mercato libero e
considerare "attriti" che non siano dovuti a interventi legislativi come
qualcosa che impedisce a un prezzo di raggiungere un determinato livello.
Posto che sarebbe arbitraria la quantificazione di tali attriti, quello
citato da Galimberti a me pare assurdo. Va da sé che se una persona vuole
cambiare lavoro "deve darsi da fare, chiedere a destra e a sinistra"; ma
non fa così chiunque intenda offrire un bene o servizio sul mercato?
Qualora un individuo abbia competenze particolarmente richieste, poi, può
anche darsi che riceva offerte di lavoro senza dover "chiedere a destra e a
sinistra".

Mi sembra, pertanto, che il primo motivo indicato da Galimberti per
giustificare la fissazione per legge di un salario minimo sarebbe debole
perfino se si accettasse la logica interventista.

Non meglio va per il secondo motivo, ossia la felicità del lavoratore e il
minore turnover nella forza lavoro. Secondo Galimberti, se un imprenditore
è costretto a pagare salari più elevati non solo fa più contento chi li
percepisce, ma evita anche "un costo e una noia" per assumere e formare
altre persone.

Qui mi pare che Galimberti consideri i datori di lavoro come degli
autentici deficienti, incapaci di fare i propri interessi. Purtroppo per
lui non vi è alcuna evidenza che ciò sia vero. In ogni modo, mi pare appena
il caso di sottolineare che non tutti i lavoratori sono uguali (non hanno,
cioè, le stesse competenze, la stessa voglia di lavorare e, di conseguenza,
la stessa produttività), né sono identiche tutte le mansioni. Alcune
attività richiedono anni di formazione e specializzazione, altre possono
essere svolte più o meno da chiunque sia capace di intendere e di volere,
senza che sia necessaria una lunga formazione. Generalmente un datore di
lavoro è in grado di riconoscere le persone che conviene trattenere con
aumenti di retribuzione e benefit, così come sa bene chi sarebbe meglio
uscisse dall'azienda immediatamente per essere sostituito senza che ciò
provochi alcun "costo e noia".

Non a caso, da un punto di vista pratico è per quest'ultimo tipo di
attività che spesso si discute per introdurre salari minimi per legge, ed è
proprio in questo contesto che tali norme fanno più danni, rendendo
inoccupabili le persone per le quali un'impresa non avrebbe convenienza a
pagare quel salario minimo.

Galimberti conclude sostenendo che "il salario minimo, purché fissato a
livelli adeguati… può far più bene che male". Ma chi stabilisce qual è il
livello "adeguato"? In un mercato libero sono la domanda e l'offerta di
soggetti che volontariamente stipulano contratti. La pretesa che sia una
norma di legge a fissare un livello minimo (o massimo), tipica di ogni
interventismo, è basata sulla presunzione che il legislatore sappia cosa è
meglio per tutti, sostituendo il proprio volere a quello delle parti del
contratto.

Purtroppo questa presunzione, oltre a ledere la libertà delle parti
contrattuali, è priva di fondamento e produce danni tanto maggiori quanto
più alto è il grado di apertura di un sistema economico. Ma gli
interventisti continuano a non volerlo capire.

     

mercoledì 29 gennaio 2014

Scorie - Il triplete di Saccomanni

"Dopo che la caduta del Pil si è fermata nel terzo trimestre, abbiamo forti
indicazioni che nel quarto trimestre l'economia abbia ripreso a crescere…
Guardando agli ultimi sette mesi il Governo ha raggiunto i tre obiettivi
che si era posto a maggio: rilanciare l'economia, restare dentro le
direttive europee sul bilancio pubblico e aprire il capitolo delle riforme
istituzionali ed economiche."
(F. Saccomanni)

Nei giorni scorsi Fabrizio Saccomanni ha partecipato al World Economic
Forum che tradizionalmente si tiene a Davos in gennaio. Da buon tecnocrate
che frequenta quel genere di consessi da tanti anni, Saccomanni ha ricevuto
diversi attestati di stima da parte degli altri partecipanti. Un'euristica
piuttosto efficace mi induce a ritenere che quando un ministro viene
apprezzato a Davos (o alle riunioni del FMI e altre organizzazioni del
genere) significa che non c'è nulla di apprezzabile nel suo operato. Nel
caso di Saccomanni, peraltro, non è stato necessario aspettare il WEO di
Davos per farsi un'idea della sua inettitudine, nonostante la (o proprio
per via della) sua lunga carriera da tecnocrate.

Ho già notato in altre occasioni che quando un cosiddetto tecnico assume
incarichi ministeriali tende a diventare meno obiettivo (qualcuno direbbe
più cialtrone) di qualsiasi politico di professione. Si pensi alla
questione della previsione di crescita del Pil nel 2014 (per quanto possano
contare tali previsioni): Saccomanni continua a parlare di una crescita
dell'1.1 per cento, quando nessun altro soggetto pubblico o privato va
oltre lo 0.7 per cento. Compresa la Banca d'Italia, da tutti costantemente
osannata e nella quale Saccomanni ha lavorato per decenni, fino al momento
in cui è divenuto ministro.

Questo signore parla di raggiungimento di obiettivi che solo lui (e forse
Enrico Letta) ritiene raggiunti. Il rilancio dell'economia è più un
auspicio che realtà e dentro alle direttive europee ci si sta per il rotto
della cuffia e a suon di tasse (nonostante Saccomanni dica senza pudore che
stanno calando). Quanto al capitolo delle riforme istituzionali ed
economiche, per ora tante chiacchiere e null'altro.

Adesso non resta che attendere i dati sull'andamento del Pil nel quarto
trimestre 2013: se la variazione rispetto al terzo trimestre sarà tra zero
e 0.1 per cento, Saccomanni esulterà come se avessimo vinto i mondiali di
calcio. Contento lui…

     

martedì 28 gennaio 2014

Scorie - Stranguglioni

"La gente in fila per pagare le tasse ti fa venire uno stranguglione al
cuore. E' allucinante che su un tema su cui avevano detto "non si pagherà",
poi si paga."
(M. Renzi)

Le parole di Matteo Renzi a proposito della mini-IMU sarebbero anche
condivisibili, se non fosse che a pronunciarle non è un signore qualsiasi,
bensì il segretario del maggior partito che compone la maggioranza di
governo. Sarà pur vero che Renzi non era ancora segretario del PD nei mesi
durante i quali il governo non è riuscito a trovare 4 miliardi per
eliminare completamente l'IMU sulle abitazioni principali, ma non era
neppure l'ultimo arrivato.

Dato che lo stranguglione al cuore di Renzi corrisponde a qualcosa di più
scurrile che prende i contribuenti a livello del pube, non è una gran
consolazione sentirlo criticare il governo che, pure, tutti i giorni ripete
di non voler fare cadere.

Ma è evidente che le principali responsabilità per avere per l'ennesima
volta costretto milioni di cittadini a farsi i conti (con buone probabilità
di sbagliare, oppure costringendoli, di fatto, a spendere altri soldi per
la consulenza di un professionista) e a fare la fila per pagare la mini-IMU
ricadono sul presidente del Consiglio e sul ministro dell'Economia, che
dall'alto delle sue competenze tecniche non è stato capace di fare altro
che bofonchiare per otto mesi senza trovare 4 miliardi di spesa da tagliare
su oltre 800.

Peraltro non mi risulta che Renzi abbia un atteggiamento ostile verso la
IUC, che comprenderà anche la vecchia IMU sulle abitazioni principali e il
cui costo, a conti fatti, sarà spesso superiore a quello della somma tra
IMU e TARES.

E' quindi stato sicuramente allucinante il caso della mini-IMU, ma lo è
altrettanto sentire un signore che continua a parlare del governo come se
fosse qualcosa che non lo riguarda, pur essendo segretario del principale
partito della maggioranza che sostiene l'esecutivo.

     

lunedì 27 gennaio 2014

Scorie - I bei tempi andati

"Forse, se avessimo avuto ancora la vecchia Banca d'Italia, le cose
sarebbero andate meglio: più che un divorzio, con ognuno che si fa una
nuova vita, siamo ormai come i separati in casa. Una sterile convivenza,
ricordando i bei tempi andati."
(G. Salerno Aletta)

Guido Salerno Aletta si unisce al coro dei nostalgici dei "bei tempi
andati" in cui non solo in Italia c'era la lira, ma la Banca d'Italia
assicurava la monetizzazione del debito pubblico, se necessario. In
sostanza, il mondo così come era prima del cosiddetto divorzio, che avvenne
nel 1981.

I nostalgici guardano a quello che succede negli Stati Uniti, nel Regno
Unito e in Giappone, dove le banche centrali negli ultimi anni hanno
monetizzato quote di debito pubblico comprese tra il 25 e il 50 per cento
delle nuove emissioni, calmierando così gli interessi sui titoli di Stato,
che per la parte acquistata nell'ambito dei programmi di cosiddetto
allentamento quantitativo sono in per lo più una partita di giro, in quanto
pagati dal Tesoro, incassati dalla banca centrale e da questa retrocessa al
Tesoro come distribuzione di utili annui.

Che bello sarebbe – pensano i nostalgici – se anche in Italia la banca
centrale facesse il compratore di titoli di Stato di ultima istanza (che
poi tanto ultima, di fatto, non sarebbe): il debito pubblico diventerebbe
un non problema e in pochi anni il suo rapporto con il Pil diminuirebbe.

Se, dunque, il paese delle meraviglie è a portata di mano, perché qualcuno
si ostina a ritenere che quella proposta dai nostalgici non sarebbe la
soluzione? Per più di un motivo.

Non sto in questa sede a discutere (l'ho fatto altre volte) l'assurdità di
considerare ogni euro di spesa pubblica equivalente a un euro di Pil, un
concetto che nei mezzi di informazione e, quel che è peggio, nelle
università, viene presentato come una verità sulla quale non vale la pena
neppure di fornire una spiegazione. Va da sé, comunque, che se la somma tra
il costo del debito pubblico e il saldo primario (ossia quello al netto
degli interessi sul debito) in rapporto al Pil è inferiore al tasso di
crescita nominale del Pil, il rapporto tra debito e Pil tende a diminuire
(e viceversa).

Secondo i nostalgici, invece di cercare di ridurre il rapporto tra debito e
Pil aumentando l'avanzo primario sarebbe molto più comodo cercare di
gonfiare il denominatore. Ovviamente una banca centrale che tenesse
calmierato il costo del debito aiuterebbe, dato che potrebbe abbassare la
spesa per interessi e, con un po' (giusto un po'…) di inflazione
riuscirebbe al tempo stesso a gonfiare il Pil nominale e ad abbassare il
debito in termini reali.

Sembrerebbe un magnifico circolo virtuoso, ma allora perché prima del
"divorzio" l'Italia non navigava nell'oro e la lira non era considerata
alla stregua, per esempio, del marco tedesco? Perché il governo era
"costretto" a limitare l'accesso alle divise estere da parte degli
italiani? Evidentemente perché di lire ne venivano stampate un po' troppe
(giusto un po'…), e il loro potere d'acquisto era perennemente in discesa.

I nostalgici assicurano, però, che adesso le cose andrebbero diversamente;
d'altra parte basta guardare cosa succede negli Stati Uniti, nel Regno
Unito e in Giappone. Ma è appunto considerando quei tre casi che si può
dedurre che in Italia le cose non andrebbero come prevedono i nostalgici.

Innanzitutto, l'Italia non ha il potere economico e geopolitico degli Stati
Uniti, e la lira non sarebbe la principale valuta di riserva a livello
mondiale. In altri termini, non sarebbe possibile per l'Italia finanziare
corposi disavanzi commerciali dando lire in cambio di beni acquistati
dall'estero (in sostanza, un eccesso di importazioni rispetto alle
esportazioni). Cosa che agli Stati Uniti è sempre riuscita.

Questo spiega anche perché il Giappone non sia ancora imploso nonostante
abbia accumulato un gran debito pubblico, soprattutto negli ultimi
vent'anni. Finora non ha avuto la necessità di indebitarsi con l'estero, ma
non è detto che la cosa prosegua, visto che la popolazione sta invecchiando
e la concorrenza (coreana e cinese su tutte) sta erodendo la competitività
delle sue industrie.

Quanto al Regno Unito, negli ultimi anni la dinamica dei prezzi al consumo
(quella che impropriamente viene considerata inflazione) è stata superiore
rispetto, per esempio, alla zona euro e si è (ri)formata una bolla
immobiliare (o qualcosa di molto simile). In ogni caso per ora nessuno
sembra preoccuparsene. Occorre comunque considerare che l'ausilio della
politica monetaria espansiva non è stato utilizzato per lasciare correre la
spesa pubblica che, al contrario, è in fase di riduzione.

I nostalgici probabilmente vorrebbero farci credere che anche in Italia,
oggi, se ci fosse la lira e la Banca d'Italia ne stampasse per soddisfare
le necessità del Tesoro, ciò non porterebbe a un aumento incontrollato
della spesa pubblica. La cosa pare piuttosto irrealistica, dato che il
ritorno alla lira viene auspicato per abbandonare quella che viene definita
austerità e che finora i saldi primari positivi sono stati raggiunti a suon
di aumenti di entrate invece che di tagli di spesa.

Tutto ciò detto, riconquistare la "sovranità monetaria" e avere una banca
centrale che fa una politica monetaria al servizio di quella fiscale non
farebbe altro che redistribuire la ricchezza esistente con strumenti
diversi dalla tassazione esplicita. Perché l'aumento della quantità di
denaro non equivale a un aumento della ricchezza reale prodotta. Il potere
d'acquisto di qualcuno aumenterebbe a scapito di quello di altri. Sarebbero
questi i bei tempi andati?

 

venerdì 17 gennaio 2014

Scorie - Primum non nocere

"Cresceremo ancora una volta meno degli altri, ma almeno usciremo dalla
morta gora in cui siamo invischiati da troppi anni. Cosa può fare in questo
frangente la politica? E' triste doverlo dire, ma l'unica cosa che famiglie
e imprese possono chiedere ai palazzi e alle stanze dei bottoni (si fa per
dire) è di ricordare il giuramento ippocratico: "primum non nocere". Non
chiediamo altro."
(F. Galimberti)

Per una volta sarei quasi tentato dal non dissentire con Galimberti, nel
senso che quel "primum non nocere" rivolto alla politica risponde al buon
senso, a mio parere.

La differenza tra Galimberti e me, in questo caso, è che lui ritiene che
sia "triste doverlo dire", mentre io penso che sia triste aspettarsi che
chi sta nelle stanze dei bottoni possa risolvere problemi, invece che
crearne. La sua tristezza deriva dal fatto che, considerando la situazione
di finanza pubblica (ben più che precaria) e i vincoli all'aumento del
deficit, la politica fiscale non può essere utilizzata per sostenere la
domanda aggregata con interventi che abbiano effetti (per lo più effimeri)
nel breve termine.

Non è che il governo non possa utilizzare in assoluto la politica fiscale:
semplicemente non può utilizzarla come piace tanto ai keynesiani, ossia
lasciando che la spesa pubblica produca l'effetto di gonfiare il Pil oggi,
generando poi un deficit che si accumula nel debito e porta a problemi
domani, se non svalutato con l'inflazione.

In un mondo ideale ritengo che non dovrebbero esistere interventi
governativi, per cui non dovrebbe esserci neppure la politica fiscale. Ma
siamo in un mondo tutt'altro che ideale, quindi la politica fiscale
potrebbe e dovrebbe, a mio parere, essere utilizzata. E dovrebbe essere
utilizzata precisamente per ridurre il peso dello Stato e le sue intrusioni
nell'economia.

La politica fiscale dovrebbe quindi essere usata per tagliare la spesa
pubblica e ridurre la tassazione, ossia per fare l'esatto contrario di
quello che viene fatto da anni (più precisamente: decenni). Ma il
meccanismo assurdo con il quale viene misurato il prodotto interno lordo
considera la spesa pubblica come componente positivo del Pil. Quindi una
riduzione di spesa si traduce immediatamente in un calo del Pil (e non
stiamo ora a discutere della questione tanto cara ai keynesiani del
moltiplicatore fiscale), mentre la conseguente spinta propulsiva della
maggiore componente privata della domanda aggregata può non essere (e
spesso non è) contestuale.

Questo induce i keynesiani a essere generalmente freddi (per usare un
eufemismo) nei confronti dei tagli di spesa, e ciò fornisce un ottimo
appiglio a chi governa per non tagliare nulla. Resta il fatto che la spesa
privata e quella pubblica sono identiche solo nella forma (contabile), non
nella sostanza. La spesa pubblica viene finanziata da tasse presenti o
future (anche implicite, come l'inflazione), ed è utilizzata per lo più in
contesti monopolistici e non imprenditoriali. All'aumentare dell'incidenza
della spesa pubblica sul Pil, le risorse reali che il settore privato può
destinare a consumi e investimenti diminuisce, e ciò riduce il potenziale
di crescita del Pil medesimo.

Anche prescindere da considerazioni etiche sulla redistribuzione operata
tramite la tassazione, credo quindi che solo una forte miopia possa indurre
a privilegiare il sostegno del Pil mediante spesa pubblica oggi scontando
una sua minore crescita domani e dopodomani. Ma per chi crede che "nel
lungo periodo saremo tutti morti" il domani non ha alcuna importanza. E gli
effetti si vedono.

    

giovedì 16 gennaio 2014

Scorie - Angelino, un vero altruista

"Sono a stipendio unico e a fatica multipla. Abbiamo lavorato bene al
Viminale, ed è un lavoro da portare avanti e proseguire per il bene del
Paese."
(A. Alfano)

Così ha risposto Angelino Alfano a chi gli chiedeva se avesse intenzione di
rinunciare a uno dei suoi incarichi, segnatamente a quello di ministro
dell'Interno. Nel PD probabilmente sperano che Alfano rinunci
spontaneamente alla poltrona, senza che debba farlo "spintaneamente", con
il rischio di caduta del governo (ipotesi che potrebbe peraltro piacere a
più di un esponente del PD).

"Stipendio unico e fatica multipla": povero Angelino, costretto a fare gli
straordinari per un tozzo di pane. Un vero eroe, degno erede morale di
Stachanov. E dato che il lavoro al Viminale è stato buono (ma quando mai un
ministro ha detto il contrario?), si tratta di un lavoro da proseguire.
Ovviamente "per il bene del Paese".

Un altruismo davvero commovente quello di Alfano. Uno spirito di sacrificio
che, però, non vorrei risultasse eccessivo per Angelino. Pensi un po' di
più a se stesso (e consigli ai suoi colleghi di fare lo stesso), sia
egoista e se ne freghi del bene del Paese. Magari il successore non farà un
lavoro altrettanto buono, ma credo che riusciremmo a farcene una ragione.

     

mercoledì 15 gennaio 2014

Scorie - Giustizia e ingiustizia

"Anche il mio partito vuole arrivare al pareggio di bilancio, ma intende
farlo in modo molto diverso dai Tories, soprattutto aumentando le tasse per
i ricchi. Non è giusto che a subire i sacrifici siano i poveri che
dipendono dai sussidi."
(N. Clegg)

Nick Clegg è leader del partito liberaldemocratico che appoggia il governo
inglese guidato da David Cameron. Il quale si starebbe apprestando a
tagliare spesa per la somma equivalente di 30 miliardi di euro (per
intenderci, quella che in Italia nella migliore delle ipotesi verrebbe
tagliata in tre anni, e quasi sicuramente non lo sarà), per ridurre il
deficit pubblico.

Secondo Clegg sarebbe il caso di aumentare le tasse per i ricchi, perché
"non è giusto che a subire i sacrifici siano i poveri che dipendono dai
sussidi".

Al contrario, io credo che non sia giusto che qualcuno percepisca dei
sussidi da parte dello Stato. Non sono contrario in linea di principio ai
sussidi, purché essi siano erogati volontariamente da soggetti privati
(probabilmente sarebbe più appropriato definirle donazioni). Nel caso dei
sussidi statali manca il fondamentale elemento della volontarietà,
sostituito dall'imposizione operata tramite il fisco.

Se un reddito è stato percepito senza violare la proprietà altrui, e quindi
è frutto di scambi volontari, trovo ingiusto che i Clegg di questo mondo
invochino l'utilizzo del randello fiscale contro i ricchi per redistribuire
la ricchezza a favore dei poveri. Tra l'altro, anche nel caso in cui i
redditi derivassero da violazione di proprietà altrui non sarebbe il fisco
lo strumento da utilizzare per fare giustizia.

Capisco che Clegg per mestiere debba prendere voti da chi percepisce
sussidi e che le sue parole abbiano grande consenso tra i tanti sostenitori
della "solidarietà con i soldi altrui" e sui mezzi di comunicazione, ma
questo non cambia la realtà dei fatti: la vera ingiustizia è privare il
legittimo proprietario di una parte del reddito che gli appartiene, non
ridurre o togliere il sussidio a chi quel reddito non lo ha prodotto.

     

martedì 14 gennaio 2014

Scorie - The (bad) conscience of a liberal (27)

"Il punto è che il dilemma che spiega, teoricamente, perché la Fed stia
cercando di dare con una mano quello che toglie con l'altra, non ha niente
a che fare con la forma della politica monetaria, e tutto a che fare con
l'evidenza incontestabile che il tasso di interesse naturale è negativo."
(P. Krugman)

Nel fornire una sua spiegazione sul perché la Federal Reserve abbia
recentemente annunciato che ridurrà gradualmente l'ammontare mensile di
acquisti di titoli di stato e garantiti da ipoteche, al tempo stesso
assicurando che il tasso sui Fed Funds resterà a zero ancora a lungo, Paul
Krugman si è spinto fino a sostenere che il tasso di interesse naturale è
negativo.

Premesso che finché gli acquisti saranno solo ridotti e non azzerati al
lato pratico la base monetaria continuerà ad aumentare di qualche decina di
miliardi di dollari al mese, il ragionamento di Krugman è distorto almeno
quanto lo è il mercato monetario attuale.

Il concetto di tasso di interesse naturale fu elaborato da Knut Wicksell in
un contesto (quello di fine 800) radicalmente diverso da quello attuale.
Gli economisti della scuola austriaca presero spunto dal lavoro di Wicksell
ed elaborarono la loro teoria del ciclo economico sviluppando e ampliando
la distinzione tra tasso di interesse naturale e tasso monetario.

Semplificando, mentre il primo non è altro che la sintesi delle preferenze
temporali dei soggetti che operano in un sistema economico, il secondo è
influenzato dalla quantità di moneta, la quale può essere aumentata
dall'espansione del credito. Quando Ludwig von Mises scrisse la Teoria
della moneta e dei mezzi di circolazione (la prima edizione risale al 1912)
i sistemi monetari erano ancora in gran parte ancorati all'oro, ma ciò
nondimeno l'espansione del credito mediante emissione di mezzi fiduciari
(in misura eccedente le riserve auree) influenzava il tasso di interesse
monetario, rendendolo più basso rispetto al tasso di interesse naturale.

Tale distorsione incentivava l'indebitamento e l'allungamento
dell'orizzonte temporale degli investimenti, senza però che il calo del
tasso di interesse risultasse da un aumento del risparmio reale, ossia da
una modifica delle preferenze temporali dei consumatori. Ciò rendeva ex
ante il valore attuale netto di quegli investimenti artificialmente
positivo, mentre la successiva interruzione dell'inflazione monetaria
avrebbe reso necessaria la loro liquidazione (Mises li definiva
"malinvestimenti").

Per inciso, l'interruzione dell'inflazione monetaria (ossia la cessazione
dell'espansione creditizia, magari condizionata da una politica monetaria
restrittiva da parte della banca centrale) avrebbe avuto luogo come
conseguenza dell'accelerazione dei prezzi dei beni reali e successivamente
di quelli al consumo determinati dalla precedente espansione dell'offerta
di moneta. L'alternativa, ossia la perpetuazione dell'espansione monetaria,
avrebbe portato prima o poi all'iperinflazione e all'implosione del sistema
monetario.

Se si fa un salto in avanti di un secolo, negli attuali sistemi monetari
fiat dominati dalla distorsione monetaria prodotta dalle banche centrali e
da sistemi bancari a riserva frazionaria, non si può che osservare quanto
lo scollamento tra tasso di interesse naturale e tasso monetario sia
evidente.

La ricerca di rendimenti a cui sono "costretti" gli investitori dalle
politiche monetarie di allentamento quantitativo (l'eufemismo coniato per
definire diversamente la creazione di denaro dal nulla), determina un
allungamento delle scadenze (duration), oltre alla compressione dei premi
per il rischio di credito e di liquidità. In buona sostanza, l'abbondanza
di denaro (inflazione monetaria) ha già creato e continua a creare
inflazione sui prezzi delle attività finanziarie. Per chi considera
inflazione solo l'aumento di indici dei prezzi al consumo, però, il mondo
sembra addirittura a rischio di deflazione, il che renderebbe non solo
innocue, ma perfino necessarie le politiche monetarie espansive. E chi fa
notare che si tratta di un copione simile a quello che ha condotto alla
crisi iniziata nel 2007 (tanto per restare alla storia recente) viene
considerato paranoico o deficiente da gente come Krugman.

Ora, io credo che dovrebbe essere evidente quanto Krugman sia fuori strada
nell'ipotizzare che la politica monetaria della Fed sia giustificata da un
tasso di interesse naturale negativo. Un concetto che non ha alcuna
giustificazione razionale, dato che significherebbe che in via generale a
un bene consumato in futuro viene attribuito un valore superiore a quello
di un bene consumato oggi, ossia che si è disposti a pagare una certa somma
di denaro pur di rinviare un consumo.

Ciò che è negativo, in termini reali e talvolta anche in termini nominali,
è il tasso di interesse monetario (o di mercato), e questo è dovuto non già
a un eccesso di risparmio reale, bensì a un'offerta di base monetaria del
tutto distorta dalle politiche monetarie espansive. La grande incertezza
provocata in una parte degli operatori circa le conseguenze delle politiche
monetarie poste in essere dalla Fed (che ritengono del tutto inadeguati gli
attuali premi per il rischio di duration, credito e liquidità di molte
attività finanziarie), unita talvolta a precisi vincoli statutari nel tipo
di impiego che possono effettuare, spinge tali operatori a parcheggiare la
liquidità in investimenti a breve termine pur nella consapevolezza di
ottenere un rendimento reale (e talvolta persino nominale) negativo.

Ma si tratta, appunto, del tasso monetario (o di mercato), non certo di
quello naturale. In altri termini, non vi è nulla di naturale nei tassi che
osserva Krugman e l'unica "evidenza incontestabile" mi sembra la confusione
(forse voluta) che fa tra tasso naturale e tasso monetario.

 

lunedì 13 gennaio 2014

Scorie - Il capitale umano girato quello dei contribuenti

"Mi interessavano due scenari, quello dell'hinterland con i grumi di
villette pretenziose dove si celano illusioni e delusioni sociali, e quello
dei grandi spazi attorno a ville sontuose dai cancelli invalicabili… Mi
pare che gli italiani abbiano pochissimo senso civico e che la nostra
borghesia sia molto egoista e carente verso i bisogni degli altri. Del
resto siamo un paese plasmato dal berlusconismo, dagli ostentatori che
rendono volgare la ricchezza e lo spreco, che fa dei truffatori e degli
evasori dei martiri e degli eroi."
(P. Virzì)

Ho tratto queste parole da un'intervista rilasciata da Paolo Virzì alla
Repubblica, in occasione dell'uscita nelle sale cinematografiche del suo
ultimo film, "Il capitale umano" (che non ho visto). Virzì è il classico
regista sinistrorso snob che ostenta un certo disprezzo per quelli che, in
fin dei conti, contribuiscono in modo determinante a tenere ancora in piedi
l'Italia, raffigurati tutti come se fossero quanto di più meschino
l'umanità possa esprimere.

Ecco dunque che la Brianza, con "grumi di villette pretenziose dove si
celano illusioni e delusioni sociali" e "ville sontuose dai cancelli
invalicabili", viene raffigurata come una sorta di regno del male, popolato
da persone con "pochissimo senso civico" e da una borghesia "molto egoista
e carente verso i bisogni degli altri", "ostentatori che rendono volgare la
ricchezza e lo spreco", in un Paese "plasmato dal berlusconismo" che "fa
dei truffatori e degli evasori dei martiri e degli eroi".

Non credo si possa dire che la rappresentazione che Virzì offre dell'Italia
produttiva sia particolarmente originale, ma immagino che il film
riscuoterà un buon successo, se non di pubblico, quanto meno nelle
recensioni dei critici cinematografici.

Pare che tutte le villette e le ville "sontuose" siano il frutto di
qualcosa di negativo, di malaffare, o quanto meno un segno di egoismo e
ostentazione della ricchezza. La prima ipotesi andrebbe dimostrata caso per
caso, ma a me pare una generalizzazione abbastanza superficiale. Quanto
all'ostentazione della ricchezza, si tratta di un parere soggettivo del
signor Virzì (che non mi risulta viva in un monolocale in un quartiere
degradato) e di chi la pensa come lui.

Io credo che ognuno con i propri soldi debba essere libero di fare ciò che
vuole, purché non violi la proprietà altrui. Se gli va di costruirsi una
villetta o una villa sontuosa, libero di farlo. E nel manifestare quelli
che Virzì considera egoismo e ostentazione di ricchezza, queste persone
danno lavoro e reddito a decine di altre persone. Questo non lo si dovrebbe
dimenticare.

Qualcuno (il sottoscritto, per esempio) potrebbe considerare uno spreco e
un furto non già ciò che i personaggi invisi a Virzì fanno con i loro
soldi, bensì i fondi che ancora oggi lo Stato estorce ai cosiddetti
contribuenti per finanziare opere cinematografiche (comprese quelle del
maestro Virzì) che talvolta hanno più attori che spettatori (generalmente
non quelle del maestro Virzì).

A tale proposito, il maestro ha recentemente dichiarato al Fatto
quotidiano: "ho saputo dalla produzione senza emozionarmi particolarmente
che avremmo fruito di un finanziamento pubblico che, come sa chiunque non
faccia propaganda, deve essere restituito e può rivelarsi persino un affare
per lo Stato che anticipa parte dei soldi".

A leggere dichiarazioni del genere pare quasi che Virzì abbia fatto un
piacere ai contribuenti nel ricevere quel finanziamento pubblico. Se
davvero avesse ritenuto che non fosse conveniente, avrebbe potuto
cortesemente rifiutarlo (più verosimilmente: dire alla produzione di non
chiederlo), e credo che nessuno avrebbe nutrito risentimento per tale
rifiuto.

Quanto agli evasori fiscali, io credo che se un evasore non approfitta del
basso reddito dichiarato per ottenere agevolazioni nei servizi pubblici non
sia un ladro, bensì uno che difende ciò che gli appartiene. Al contrario,
credo che chi fa l'artista (anche) con i soldi estorti dallo Stato ai
contribuenti sia un parassita.

     

venerdì 10 gennaio 2014

Scorie - Seguirà il dibattito

"Non abbiamo ancora un modello macro ben sviluppato che incorpori in modo
realistico il settore finanziario… non capiamo pienamente in che modo i
programmi di acquisti di asset su vasta scala funzionino nell'alleviare le
condizioni dei mercati finanziari, c'è ancora un grande dibattito."
(W. Dudley)

William Dudley è presidente della Fed di New York, la sede operativamente
più importante della banca centrale statunitense.

Le dichiarazioni che ho riportato rendono evidenti due grandi problemi
dell'economia mainstream, imperniata su modelli nei quali la realtà viene
piegata alla finzione per fare in modo che il funzionamento del sistema
economico sia rappresentabile (e la sua evoluzione prevedibile)
matematicamente.

Non è un mistero che la moneta sia esclusa dai modelli mainstream, per il
semplice fatto che la si ritiene "neutrale". In altri termini, la moneta
serve a facilitare gli scambi, ma è ininfluente, se non nel breve termine.
Pertanto non ha senso includerla nei modelli. Questo secondo il mainstream.

Al contrario, gli economisti della scuola austriaca hanno sempre messo in
evidenza il ruolo della moneta e del credito nella determinazione del ciclo
economico, ossia nelle ricorrenti fasi di boom seguite da crisi. Al tempo
stesso, hanno sempre rigettato l'idea che un sistema economico, il cui
funzionamento dipende dall'interazione di milioni di soggetti, possa essere
ragionevolmente imbrigliato in modelli matematici, per quanto sofisticati.

Purtroppo da diversi decenni a questa parte chi non fa ricorso intensivo
alla matematica viene considerato economista di serie B (o peggio),
nonostante il fatto che i fallimenti empirici dei modelli econometrici
dovrebbero essere ormai sotto gli occhi di tutti. Personalmente non mi
stancherò mai di ripetere che l'econometria sta all'economia come
l'astrologia sta all'astronomia.

Per questo se il mainstream decidesse di includere la moneta e il settore
finanziario nei modelli non credo che i risultati migliorerebbero di molto.
Si tratterebbe sempre e comunque del tentativo di piegare la realtà alla
finzione per far "girare" il modello.

Tutto ciò detto, Dudley ammette, bontà sua, che alla Fed non abbiano capito
"pienamente in che modo i programmi di acquisti di asset su vasta scala
funzionino nell'alleviare le condizioni dei mercati finanziari". In
sostanza non hanno idea dei benefici che i vari QE abbiano per l'economia
reale. Ma questo, invece di indurre la Fed alla prudenza in tutti questi
anni, pare abbia indotto Bernanke e colleghi a rincarare via via la dose di
acquisti di titoli.

E la cosa buffa è che adesso che si apprestano a ridurre la quantità
mensile di tali acquisti, sostenendo che l'economia sta iniziando ad andare
bene, si affrettano ad assicurare che il tasso sui Fed Funds resterà a zero
ancora a lungo. Il che dovrebbe suscitare qualche perplessità: se
l'economia va bene, perché dover continuare a drogarla con tassi a zero?
Non sarà che togliendo (o anche solo diminuendo) la droga monetaria il
castello di carte tornerà a crollare?

A me pare che il buon senso dovrebbe indurre qualche cautela in quanti si
entusiasmano per il recente andamento dell'economia statunitense (e non
solo), proprio perché le distorsioni monetarie degli ultimi anni sono state
di entità senza precedenti.

Quanto all'effetto dei QE, l'unica certezza è che sono inevitabilmente
redistributivi; come ogni politica inflattiva favorisce chi ottiene il
nuovo denaro per primo, a scapito degli altri. Perché l'aumento del denaro
fiat non corrisponde all'aumento di ricchezza reale nel sistema economico,
ma solo a un aumento del potere d'acquisto di chi quel denaro percepisce
nelle fasi iniziali del processo inflattivo.

L'andamento dei prezzi delle attività finanziarie e la notevole
compressione dei premi per il rischio dovrebbero rendere evidente a
chiunque quali sono gli effetti del QE e chi ne trae beneficio. Quando i
nodi torneranno al pettine, Dudley e colleghi diranno che i loro modelli
non incorporavano "in modo realistico il settore finanziario", quindi non
sarà colpa loro.

E come rimedio proporranno stimoli monetari ancora più consistenti. Poi
seguirà il dibattito.