mercoledì 31 gennaio 2018

Scorie - Le fake news per giustificare lo Stato imprenditore




Mariana Mazzucato, Professor in the Economics of Innovation and Public Value all'University College London, è solitamente osannata dalla stampa italiana per la sua idea di dare un ruolo maggiore allo Stato nell'economia. Mai nessuno dei suoi interlocutori (per lo più giornalisti) che le faccia notare cosa è successo in Italia con lo Stato imprenditore. Men che meno le si fa notare che alcune sue affermazioni non hanno riscontro nei fatti storici.

Secondo Mazzucato, "in generale nel dibattito pubblico italiano, credo che sia sottovalutato, se non trascurato, il ruolo dello Stato. Penso che, nel caso dell'Italia, questo sia anche in contraddizione con la nostra Storia. L'Italia ha avuto l'Iri. Nella sua prima fase, l'Iri era pubblica ma indipendente dal sistema politico e ha modernizzato il Paese. La sua classe dirigente era composta da manager competenti, efficienti e lungimiranti. Non bisogna essere schiacciati sull'ultima fase dell'economia pubblica italiana, fatta di perdite su perdite, di corruzione e di predominio dei partiti della Prima Repubblica. La prima Iri dimostra che anche in Italia è possibile, per la mano pubblica, essere visionaria ed efficace."

L'Iri fu istituito nel 1933, in pieno regime fascista, come risposta tipicamente dirigista (e keynesiana) alla crisi del 1929. Quando finisce "la prima Iri" (che Mazzucato femminilizza, non so se per ignoranza o per un impeto di boldrinismo)? Mazzucato non lo chiarisce. Ma una cosa può essere capita usando il semplice buon senso. E' una pia illusione supporre che bastino "manager competenti, efficienti e lungimiranti" per far sì che baracconi del genere non finiscano come finì l'Iri.

Per quanto lungimiranti, costoro non possono essere onniscienti, e per di più tendono, proprio perché statali, a fare investimenti eufemisticamente definibili non ottimali. In definitiva, gli eventuali anni buoni sono con ogni probabilità l'eccezione, non la regola.

Ma attenzione a quello che segue:

"Il deficit in Italia è stato storicamente più basso che in Germania, ma senza crescita il rapporto debito/Pil aumenta e il problema maggiore dell'Italia è l'assenza della crescita."

Non so a quale periodo storico faccia riferimento Mazzucato, ma nella storia recente la sua affermazione è semplicemente falsa.

Dal 1991 a oggi, per esempio, il deficit italiano è stato mediamente 2.2 punti di Pil superiore a quello tedesco, e il debito pubblico è stato mediamente 50 punti superiore a quello della Germania.

E poi parlano di fake news…
 
 


martedì 30 gennaio 2018

Scorie - Il contrario




Apprendo da un articolo di Lorenzo Salvia sul Corriere della Sera che l'Agenzia delle Entrate si appresta a comunicare ai cosiddetti contribuenti come vengono spesi i soldi derivanti dalla tassazione.

"A partire dalla prossima primavera l'Agenzia delle Entrate aggiungerà un foglio a buona parte delle sue comunicazioni. Su quel foglio ci sarà scritto quanto il singolo contribuente ha pagato al Fisco l'anno precedente. E, soprattutto, comparirà una tabella per spiegare come quei soldi, i suoi soldi, sono stati utilizzati dallo Stato."

Premesso che dubito che il calcolo di quanto uno ha pagato possa andare oltre le imposte sui redditi, perdendo per strada per esempio IVA e accise sui consumi che sono pagate anche dai cosiddetti evasori totali, trovo abbastanza ridicolo lo scopo dell'iniziativa.

"L'idea è portare alla luce del sole un filo che non sempre è visibile e che a volte non si vuole nemmeno vedere: quello che unisce le tasse ai servizi. Perché alla fine, nonostante un Fisco sempre troppo opprimente e gli infiniti sprechi della macchina pubblica, è proprio grazie alle tasse che lo Stato manda avanti le scuole, gli ospedali e tutti gli altri servizi essenziali."

Come no: una volta produceva anche automobili e panettoni, e all'epoca c'era chi si diceva convinto che fosse essenziale anche quello.

"In realtà dietro c'è anche una teoria, quella della «spinta gentile» che l'anno scorso ha portato il premio Nobel per l'economia all'americano Richard Thaler. Secondo Thaler, esperto di economia comportamentale, davanti alle scelte di tutti i giorni abbiamo bisogno di un pungolo per fare quella giusta. Resta da vedere se, leggere quante tasse abbiamo pagato e sapere come sono stati usati i nostri soldi, ci farà versare l'obolo allo Stato a cuore più leggero. O il contrario."

Non starò in questa sede a tornare sul paternalismo che deriva non tanto dall'economia comportamentale in sé, ma dalle conclusioni a cui vogliono giungere i suoi cultori o presunti tali.

Mi limito a osservare, in merito alla frase conclusiva, che io sono tra coloro per i quali vale il contrario.
 
 


lunedì 29 gennaio 2018

Scorie - Nuovo debito, per nulla smart




Tra i vari motivi per cui sono libertario, vi è la mia avversità a essere sottoposto alla volontà di altre persone, ancorché in maggioranza relativa, nell'ambito di comunità alle quali la mia partecipazione non sia volontaria. Allo stesso tempo, io stesso non vorrei imporre il mio punto di vista a nessun altro, se non nell'ambito di comunità volontarie e rispettando regole condivise.

Gli Stati cosiddetti democratici, secondo i loro sostenitori, sono basati su una sorta di contratto sociale che in realtà non esiste, dato che manca il presupposto dell'adesione volontaria da parte di una quantità più o meno elevata di individui.

L'ho presa un po' larga per arrivare a dire, in estrema sintesi, che non voglio far parte di una supposta maggioranza che nell'ambito di uno Stato decide di imporre o vietare determinate cose a tutti (fatto salvo il principio di non aggressione), men che meno trovarmi in minoranza. Circostanza, quest'ultima, che per un libertario è pressoché certa, a maggior ragione in Italia.

Da questo punto di vista, l'idea che a governare prossimamente potrebbe essere la forza politica emergente degli ultimi anni, il M5S, è per me deprimente. E ogni volta che sento parlare il candidato alla presidenza del Consiglio rafforzo la mia convinzione che peggiorare sia ancora possibile.

Ecco dunque Di Maio su alcuni punti di rilievo del loro programma elettorale.

"Bisogna rovesciare la prospettiva, la prima vittima della crisi è stata la spesa per investimenti produttivi che vanno indirizzati verso i settori che possono trasformare il Paese in una Smart Nation. Solo con stimoli forti all'economia si riduce il debito: il nostro obiettivo è tagliarlo di 40 punti in due legislature."

Vogliono fare "investimenti" in deficit, ma ritengono di ridurre il debito di 40 punti in 10 anni. Considerando che i miracoli non sono alla portata degli esseri umani, è molto più probabile che anche il debito avrebbe un incremento. Come peraltro è sempre successo in casi del genere.

"Serve una governance Ue efficace e sostenibile. Bisogna dare autonomia agli Stati membri nelle scelte fondamentali di politica economica, garantendo un coordinamento ispirato a una cooperazione sana e rispettosa delle esigenze dei vari popoli. Senza un principio di condivisione dei rischi, per intenderci, non si può costruire un destino comune. Purtroppo, basta vedere il dibattito sulle banche e i crediti deteriorati per capire che non si va in questa direzione."

Traducendo: ognuno spende in base alle "esigenze" del suo popolo, e il conto lo si paga assieme. Tutto molto socialista. Il problema è duplice. In un sistema del genere l'azzardo morale sarebbe, al tempo stesso, inevitabile e autodistruttivo. Inevitabile, perché ognuno avrebbe l'incentivo di breve termine a spendere facendo ricadere i costi su tutti. Autodistruttivo, perché arriverebbe il punto in cui non ci sarebbe più modo di continuare a spendere senza un'implosione del sistema, dato che se tutti spendessero l'unico modo per finanziare tutta quella spesa sarebbe la monetizzazione da parte della BCE.

Il ragionamento di Di Maio (peraltro molto diffuso in Italia) è basato sul presupposto implicito per cui chi finora ha avuto una disciplina fiscale migliore di quella dei governi italiani continuerebbe a comportarsi allo stesso modo, facendo da garante delle nostre "esigenze".

Tutto ciò è tanto illusorio quanto stupido.

"L'occupazione non si crea giocando con i contratti sulla pelle dei giovani. Ma con investimenti in settori ad alto moltiplicatore e tagliando le tasse, così da liberare le energie degli imprenditori."

Questo fa il paio con il progetto "Smart Nation". In ogni programma che vede negli investimenti pubblici in deficit la via della prosperità non può mancare, per definizione, la promessa di un moltiplicatore magico di quelle spese.
Considerando che nessun governo è composto da persone onniscienti (e mi permetto di supporre che ciò sarebbe vero a maggior ragione se al governo ci fossero Di Maio e colleghi), si dovrebbe spiegare come mai, se tali "investimenti" sono così promettenti, non sono posti in essere da imprese private.

L'evidenza empirica dimostra che non esiste alcun moltiplicatore magico, altrimenti il debito pubblico non sarebbe superiore al 130% del Pil.

Ognuno è libero di credere alle favole che preferisce; il problema è che le conseguenze ricadono anche su chi non ci crede.
 
 


venerdì 26 gennaio 2018

Scorie - I conti (che non tornano) di SIlvio (2/2)




Silvio Berlusconi si presentò alle elezioni politiche del 1994 promettendo agli italiani una rivoluzione liberale. Promessa poi reiterata a ogni competizione elettorale alla quale ha preso parte. Nonostante gli oltre otto anni al governo, di rivoluzione liberale non si è vista traccia. A partire dalla riduzione delle tasse.

La riduzione delle tasse è sempre auspicabile, a maggior ragione quando si parte dai livelli di pressione fiscale reale come quello che c'è in Italia da tanti anni. Nessuna riduzione fiscale può però essere permanente se non si contiene al tempo stesso la spesa pubblica. E questo è tanto più valido quanto più alto è il debito pubblico al punto di partenza.

Quindi la questione di fondo, in un Paese come l'Italia, è ridurre non solo il peso delle tasse, ma il peso dello Stato, ossia, semplificando, tasse e spesa pubblica. Prese insieme, in Italia tasse e spesa pubblica rappresentano il 95.7% del Pil.

E' allora ridicolo quanto ha affermato anche di recente Berlusconi. Per esempio:

"Nel rapporto tra debito e Pil oggi il denominatore è falsato dal reddito sommerso."

Reddito che si suppone dovrebbe emergere con la flat tax. Cosa che potrebbe anche realizzarsi, ma che non farebbe miracoli a breve termine sul Pil nominale, che già oggi, in realtà, incorpora una stima di reddito sommerso.
Ancora:

"All'inizio la flat tax verrà coperta con l'eliminazione della giungla delle detrazioni e delle agevolazioni e dall'emersione del sommerso."

L'eliminazione delle agevolazioni e detrazioni semplificherebbe la vita ai pagatori di tasse, ma agirebbe in senso contrario alla riduzione delle aliquote. Ovviamente quel che conta è l'effetto netto. Dando anche per scontato che fosse positivo per chi paga le tasse, non credo si potrebbe arrivare, dopo un periodo al 23%, "fino al 13%, come nella Federazione russa."

Nella Federazione russa il debito pubblico è pari al 17.4% del Pil e il peso complessivo dello Stato sul Pil è circa 30 punti in meno rispetto all'Italia.

Evidentemente non è la finanza pubblica l'argomento del quale Berlusconi parla più frequentemente con il suo amico Putin.

Considerando che Berlusconi da un lato promette tagli di tasse e dall'altro aumenti di spesa corrente (dalle pensioni minime alle cure dentarie gratuite per gli anziani, fino ad agevolazioni per le spese relative agli animali domestici), non vedo come si otterrebbe un calo della spesa pubblica complessiva compatibile con un'aliquota al 13%.

In definitiva, credo che l'unica rivoluzione sia contro il buon senso.
 
 


giovedì 25 gennaio 2018

Scorie - I conti (che non tornano) di SIlvio (1/2)




Silvio Berlusconi è la dimostrazione vivente della scarsa dimestichezza di molti italiani con il far di conto. Ecco cosa ha affermato in merito alla riduzione del rapporto tra debito e Pil.

"L'esperienza insegna che debito pubblico e pressione fiscale crescono insieme, come hanno dimostrato i governi di sinistra in questi ultimi anni. L'unico modo per abbatterlo è un grande piano di privatizzazioni, per 5 punti percentuali circa, che insieme alla ripresa della crescita e all'avanzo primario nei conti pubblici determinato all'aumento del gettito, porterebbe a un rapporto debito/Pil vicino al 100% in cinque anni, con la relativa riduzione della spesa per interessi."

Ammesso che il "grande piano di privatizzazioni" sia realizzato, e l'esperienza storica dovrebbe indurre ad avere qualche dubbio, se si togliessero 5 punti di Pil al debito ne resterebbero pur sempre 27 per arrivare, in soli 5 anni, a un rapporto pari al 100 per cento.

Berlusconi sostiene che l'avanzo primario, ossia quello al netto della spesa per interessi, raggiungerebbe il 4%. Il problema è che livelli del genere non si raggiungono dal 2000, quando il Pil nominale aumentava decisamente più di oggi e il debito pesava per 25 punti di Pil in meno.

Per di più, appare alquanto improbabile che si possa raggiungere un avanzo primario di 4 punti di Pil ponendo in essere contemporaneamente i provvedimenti promessi, come l'aumento delle pensioni minime a 1000 euro o la flessibilità nell'età pensionistica, che in un sistema a ripartizione avrebbe un impatto iniziale non irrilevante su chi paga i contributi e la cosiddetta fiscalità generale.

In definitiva, i conti non tornano, ma dubito che questo faccia la differenza il 4 marzo.