lunedì 31 luglio 2017

Scorie - Chi paga i ristori




Riferendosi agli azionisti delle due banche venete finite in liquidazione coatta amministrativa dopo anni di crisi durante i quali il governo annunciava soluzioni dietro l'angolo che non sono mai arrivate, il ministro dell'Economia ha detto:

"Anche loro possono essere considerati vittime di comportamenti illeciti, ma chi compra azioni di una società assume un rischio elevato, che contempla la possibilità di perdere interamente l'investimento."
Ha poi aggiunto che ristorare anche gli azionisti significherebbe "far pagare ai contribuenti che non sono in grado di effettuare alcun risparmio o investimento le scelte di altri contribuenti che hanno disposto di rendite e patrimoni più consistenti."

Tutto vero, anche se le parole usate da Padoan sono implicitamente viziate, a mio parere, dalla classica tendenza a considerare "spennabile" il cosiddetto contribuente, purché "ricco".

Supponiamo, infatti, che tutti coloro che non hanno investito in azioni di quelle due banche fossero persone con redditi e/o patrimoni non inferiori a 4-5 volte la media. Immagino che, in questo caso, Padoan non avrebbe remore nel prelevare denaro da costoro per ristorare le perdite subite dagli azionisti.

Credo, quindi, che sarebbe stato corretto affermare che non è giusto far ricadere su altri soggetti che non hanno colpe gli oneri per le perdite subite dagli azionisti delle due banche.

Sarebbe anche il caso di sottolineare che, contrariamente a quanto più volte sostenuto da esponenti di governo e maggioranza, i ristori (parziali) destinati ai possessori di obbligazioni subordinate azzerate non sono stati effettuati con denaro di tutti i contribuenti, bensì con denaro delle banche sane (o meno malate). Quindi, indirettamente, a pagare il conto sono stati azionisti e clienti di queste ultime, che sono un sottoinsieme dei contribuenti.

Ne consegue che chi invoca più ristori, lo fa a danno di azionisti e clienti di altre banche.


venerdì 28 luglio 2017

Scorie - La Tobin Tax è sbagliata anche in teoria




In una domenica di luglio in cui suppongo si faccia fatica a riempire le pagine di un giornale, Morya Longo scrive sul Sole 24 Ore un articolo dedicato alla probabile morte prima ancora di vedere la luce della cosiddetta Tobin Tax europea.

Una tassa ripudiata perfino dall'ideatore, James Tobin, che chiunque abbia un minimo di dimestichezza con i mercati finanziari sa essere controproducente per chi la adotta. All'indomani della crisi, a livello europeo venne ripescata l'idea di "tagliare le unghie alla speculazione", un proclama di cui politici ignoranti e/o in malafede si riempiono la bocca per ottenere facili applausi da elettori ancor più ignoranti di loro.

Dato che non tutti gli Stati erano d'accordo, si pensò a un processo di collaborazione rafforzata. La Francia e l'Italia decisero di fare da apripista, introducendone una forma già nel 2012 e 2013, rispettivamente. Come era stato facilmente previsto, il gettito fu modesto, ben sotto le aspettative, e i volumi furono in parte dirottati sul altri mercati.

Tutto molto tafazziano, in perfetto stile italico.

Longo ricostruisce tutti questi passaggi, eppure non rinuncia, in premessa, a difendere la Tobin Tax dal punti di vista teorico.

"La Tobin Tax è - nella teoria - la più giusta delle tasse. Perché, come un moderno Robin Hood fiscale, si propone di prelevare gettito tra chi muove miliardi e specula sui mercati, per coprire di fatto i costi sociali delle crisi finanziarie. E perché mira a ridurre la volatilità dei mercati, la speculazione, le bolle e tutti quegli eccessi di cui solo il mondo della finanza è capace. Se però in teoria la Tobin Tax è una gran bella cosa, nella pratica storicamente non ha mai raggiunto i risultati sperati. Anzi: molto spesso - come dimostrano molteplici studi empirici - le varie versioni di Tobin Tax hanno ottenuto effetti opposti."

Ora, le bolle e le crisi finanziarie non sono causate dalla "speculazione", bensì da chi fornisce la benzina, ossia quella banche centrali spesso beatificate sul giornale per cui scrive Longo, a maggior ragione quando al vertice c'è un italiano.

Trovo anche contestabile che una tassa qualsiasi sia "giusta". Ma prescindendo da questa considerazione, affermare che una tassa nella teoria è "una gran bella cosa", che però non solo "non ha mai raggiunto i risultati sperati", bensì ha "ottenuto effetti opposti" è privo di logica.

Se una teoria trova solo riscontri negativi nei fatti significa che quella teoria è sbagliata. Per quanto politicamente corretta.


giovedì 27 luglio 2017

Scorie - Il peggio della crisi greca non è alle spalle per chi paga il conto




Dall'inizio del decennio in corso la Grecia dipende, sostanzialmente, da aiuti esterni. Nonostante una ristrutturazione del debito che nel 2012 che ha comportato un haircut ai creditori privati superiore a 100 miliardi di euro, ancora oggi il suo debito complessivo sfiora il 180% del Pil.

Gran parte del debito è ormai nei confronti di creditori pubblici, ossia in buona sostanza i pagatori di tasse degli altri Paesi europei, che negli ultimi anni hanno più volte aperto i cordoni della borsa e approvato moratorie sugli interessi. Solo un paio di settimane fa la Grecia ha ricevuto 8.5 miliardi dai partner europei, di cui circa 7 servivano per pagare obbligazioni in scadenza detenute dalla BCE.

Direi, quindi, che siamo di fronte a un Paese (ancora) insolvente. Ciò nonostante un paio di giorni fa è stata lanciata un'emissione obbligazionaria a 5 anni, collocata per 3 miliardi a un tasso del 4,625%. Livello che, considerando le condizioni reali del debitore, è, al tempo stesso, basso e alto.

Basso perché, non ci fosse il supporto dei creditori pubblici a condizioni di favore, la Grecia non credo otterrebbe credito a quelle condizioni. Alto perché, ancorché inadeguato a remunerare il rischio di credito, si tratta di un tasso che è insostenibile per le finanze pubbliche greche.

Se non vorrà fare una nuova ristrutturazione, il rischio vero è che i pagatori di tasse di cui sopra paghino anche gli interessi ai creditori privati che hanno sottoscritto le obbligazioni appena collocate. Sarebbe la beffa, oltre al danno.

Tuttavia, l'ex rivoluzionario Alexis Tsipras, primo ministro greco, ha trionfalmente dichiarato:

"Il peggio della crisi è ora chiaramente alle nostre spalle, ora possiamo dichiarare che l'economia è finalmente in risalita. Piano piano, quello che nessuno credeva potesse accadere invece accadrà: porteremo il Paese fuori dalla crisi e alla fine il giudizio sarà dato su questo."

Il peggio della crisi credo non sia alle spalle per chi paga il conto.


mercoledì 26 luglio 2017

Scorie - La speculazione che non piace a seconda della direzione




Sul Sole 24Ore del 22 luglio c'era un doppio paginone di intervista a Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni. Il quale, in merito all'andamento del prezzo del petrolio, ha affermato:

"Non sono ottimista. La commodity petrolio è entrata in una crisi difficile. C'è meno fiducia anche da parte degli investitori istituzionali, che di solito hanno posizioni lunghe. Anche gli investitori a lungo sono diventati shortisti. È stato così dato spazio agli hedge fund agli speculatori. Probabilmente non credono che l'Opec sia capace di prendere iniziative radicali come ha fatto in passato. Lo scorso dicembre ha deliberato un taglio produttivo di 1,2 milioni di barili al giorno (mbg). Grazie alla Russia, che ha deciso di ridurre la produzione di altri 650mila barili/giorno, il taglio produttivo complessivo è stato di 1,8 milioni di barili. Ma ricordo che nel 2008-2009, sono stati tagliati più di 4 milioni di barili. Una decisione che ha fatto salire il prezzo da 27 a 90 dollari in sei mesi. Dopo tre anni di prezzi ai livelli attuali, la fiducia si è indebolita. Il contesto in seno all'Opec, invece, è cambiato. Diversi paesi dell'Africa sub-sahariana si trovano in gravi difficoltà. Sono paesi che hanno concentrato tutto su petrolio e gas senza diversificare l'economia."

Se ci sono Paesi produttori che dipendono dai proventi derivanti da petrolio e gas lo si deve in primo luogo a ciò che Descalzi rimpiange, ossia alla restrizione all'offerta che l'Opec ha (con sempre meno successo) operato nel corso del tempo.

Ciò detto, che la speculazione vada bene quando il prezzo sale e invece sia deleteria quando il prezzo scende è una visione comprensibile se espressa dal CEO di una oil company, ma pur sempre abbastanza puerile.

Ancora Descalzi:

"Il momento è difficile, la speculazione è forte. Per esempio, se il prezzo del greggio sale a 52 dollari, e questo a prescindere dal livello delle scorte, allora tutti vendono subito perché non si fidano di cosa succede. Se il prezzo torna a 46 dollari, lo ricomprano. In questo modo vi sono speculatori che stanno realizzando centinaia di milioni, forse miliardi di dollari. È un mercato senza regole, che sta distruggendo l'industria primaria e nel settore energetico ha bruciato 470mila posti di lavoro in questi tre anni. In tutto milioni di persone. Se non arriveremo a una situazione di anomalia, intendo con una domanda nettamente superiore all'offerta, sarà difficile spazzare via la speculazione. L'Africa è in grande difficoltà anche per questo. La mancanza di diversificazione delle economie e l'assenza di una distribuzione della ricchezza, contribuiscono alla povertà ed ai flussi migratori."

Descalzi non considera che una parte più o meno consistente dei posti di lavoro persi negli ultimi anni erano dovuti a una bolla sui prezzi delle materie prime energetiche. Ipotizzare un controllo centralizzato del prezzo (come fa in un altro punto Descalzi) per evitare forti oscillazioni beneficerebbe azionisti e dipendenti delle oil company, ma il conto sarebbe pagato da tutti gli altri, come in ogni forma di interventismo volto a proteggere o semplificare la vita a qualche gruppo di soggetti.

Non ci sono pasti gratis.


martedì 25 luglio 2017

Scorie - Il (solito) libro dei sogni del nuovo capo del fisco




Il neo direttore dell'Agenzia delle entrate, Ernesto Maria Ruffini, ha scritto ai circa 40mila dipendenti per indicare come ritiene dovrebbero andare le cose.

Si tratta di un vero e proprio libro dei sogni, che peraltro accomuna Ruffini ai suoi predecessori quando anch'essi erano appena arrivati al vertice di quella struttura.

Ecco alcuni passaggi:

"Meno burocrazia, carta e timbri, meno adempimenti, ingiustizie, meno distacco dalla vita reale di chi produce, meno distanza dalla lingua italiana e, se saremo bravi, anche meno balzelli."

Tutto condivisibile, ma da prendere con sano scetticismo, dettato dall'evidenza empirica. Ruffini non è il primo a sostenere certe cose, ma la struttura finora è andata avanti come se niente fosse.

E ancora:

"Non appartengo alla squadra di chi sostiene che gli italiani hanno nel proprio Dna la furbizia dell'evasore. Non esiste questo tratto genetico. A chi in Agenzia vede gli italiani come contribuenti prima che come cittadini, come evasori prima che come contribuenti, consiglio di cambiare approccio in tempi rapidissimi."

Sembra che chi ha scritto queste parole venga da Marte. Vedremo.

Ruffini invoca anche "ascolto continuo e dialogo instancabile con i cittadini", ricordando ai collaboratori che "dobbiamo rendere più leggero lo sforzo di chi ogni mattina alza la saracinesca della propria impresa".

In effetti un modo per rendere più leggero lo sforzo di chi alza la saracinesca ci sarebbe: lasciarlo in pace. Ma questo è in antitesi con la missione dell'Agenzia. Quindi quello di Ruffini credo sia destinato a restare un libro dei sogni (a cui non crede nessuno).


lunedì 24 luglio 2017

Scorie - Le cose non possono non andare male




Che le cose non possano far altro che andare male in Italia lo dimostrano alcune notizie secondarie, che sfuggono all'attenzione dei più, ma che, a mio parere, fanno capire quanto siamo messi male non meno dei dati di finanza pubblica.

Scorrendo le pagine del Sole 24Ore di qualche giorno fa mi sono imbattuto in un articolo dal titolo "La moglie non può sostituire il portiere", che inizia così:

"Cosa succede se il coniuge del portiere si rende disponibile per svolgere gratuitamente alcune attività nel condominio? Si configura un rapporto di lavoro in nero, assolutamente da evitare."

Cosa pare sia successo, nel caso specifico?

"Pur trattandosi di piccoli lavoretti (è il caso del convivente della portiera che si offre di cambiare la lampadina fulminata di un pianerottolo) si può parlare di lavoro nero, (con l'amministratore e il condominio sanzionato pesantemente) perseguibile penalmente, perché non c'è accordo formale tra le parti (condominio e prestatore d'opera) e non è previsto alcun tipo di compenso economico. Nemmeno se la moglie del portiere fosse titolare di un'impresa di pulizia, che la rendesse esperta del settore, sarebbe lecito un suo apporto gratuito nel condominio."

In pratica, cambiare la lampadina in un pianerottolo sembra essere un reato. Evidentemente qualcuno, tra i condomini, deve essersi preso la briga di denunciare il fatto, probabilmente per via di dissapori con la portiera in questione ed evidentemente non avendo altro di meglio da fare.

Quando poi si nota che la giustizia italiana è lenta, ci si deve rendere conto che gli uffici giudiziari sono inondati da queste contese demenziali.

"Cosa dovrà fare quindi l'amministratore che si accorga che il portiere delega alla moglie la pulizia delle scale? Il consiglio è di prendere subito le distanze, con una lettera di diffida rivolta al portiere, in cui gli viene comunicato il divieto di farsi sostituire da qualsiasi altra persona nelle sue mansioni. Qualora il portiere continuasse a farsi sostituire, allora sarà il caso di intraprendere un iter di sanzioni disciplinari nei suoi confronti."

Pare quasi che farsi sostituire/aiutare dal coniuge per la pulizia delle scale equivalga a farsi sostituire per un'operazione a cuore aperto, anche se la parte che più contrasta le leggi vigenti è quella relativa al fatto che si tratti di un'attività in nero, ancorché svolta a titolo gratuito (lo stipendio del portiere resta invariato e soggetto a tassazione).

Poi non ci si stupisca se le cose vanno male.


venerdì 21 luglio 2017

Scorie - La vera sottostima sulla Cina




Occupandosi di statistiche relative all'economia cinese, Fabrizio Galimberti esordisce ricordando che parecchi analisti nutrono dubbi sull'affidabilità di quei numeri.

"Gli attacchi alle statistiche cinesi sono quasi uno "sport nazionale" per gli analisti. Tassi di crescita del Pil alti e sospettosamente stabili inducono a pensare che i dati siano "fabbricati" e volti a mostrare i muscoli dell'economia più che una obiettiva rappresentazione degli alti e bassi del ciclo."

In effetti credo sia più che legittimo nutrire qualche dubbio sui numeri elaborati dall'istituto di statistica governativo, non fosse altro per il fatto che gli obiettivi posti dal partito unico nei piani quinquennali vengono puntualmente "pennellati" con una precisione pressoché al centesimo, quando non addirittura superati.

Ma Galimberti, citando uno studio del National Bureau of Economic Research americano, avverte che la crescita del Pil cinese potrebbe essere, in realtà, sottostimata.

Quanto all'approccio, nello studio "si usano i dati sulla luminosità notturna rilevata lungo gli anni dai satelliti, e questa luminosità viene correlata a diverse variabili che vengono usate per accostarle al Pil. Gli autori calcolano la combinazione di pesi delle variabili che più si adatta alle variazioni della luminosità. La variabile "prestiti bancari" risulta quella col maggior peso, e la conclusione è che la crescita cinese potrebbe essere sottostimata."

Galimberti non dice nulla sull'origine della crescita dei prestiti bancari, che da anni supera abbondantemente quella del Pil nominale. Né gli viene il sospetto che ciò abbia generato una enorme bolla sempre più difficile da maneggiare da parte del governo.

Senza uscire più di tanto dalle letture di centri studi ortodossi, potrebbe prendere in considerazione diversi lavori di Claudio Borio e altri autori della Banca dei Regolamenti Internazionali, che da anni evidenziano gli effetti del ciclo finanziario e mettono in guardia chi gestisce la politica monetaria dal valutare gli effetti dei loro provvedimenti solo sull'andamento degli indici dei prezzi al consumo.

A essere sottostimata sembra non tanto il Pil cinese, quanto la precarietà del castello di carte costruito nel corso degli anni.