venerdì 31 marzo 2017

Scorie - Governo nuovo, vecchio copione



"La flessibilità non è solo possibile ma è necessaria in un momento in cui la crescita va incoraggiata."
(P. Gentiloni)

A pochi giorni dalla presentazione del Documento di Economia e Finanza (DEF) e dalla predisposizione di una manovra correttiva per 3.4 miliardi, il presidente del Consiglio recita, seppure con un tono molto più pacato, il copione fornitogli dal suo azionista di riferimento, ossia Matteo Renzi.
 
Non ci si dovrebbe stupire se andrà in scena una replica di quanto accaduto regolarmente negli ultimi anni, ossia la predisposizione di un DEF nel quale si mantiene un impegno di riduzione del deficit per l'anno prossimo molto inferiore a quello attuale (l'impegno preso l'anno scorso per il 2018 prevede un deficit all'1.2 per cento del Pil), salvo poi, quando ci sarà la nota di aggiornamento al DEF (in settembre) alzare l'obiettivo chiedendo "flessibilità".
 
Il fatto è che, se non si trovano circa 20 miliardi, a partire da inizio 2018 ci sarà un aumento di IVA e accise per un importo simile (19.6 miliardi).
 
Considerando che di tagliare (davvero) la spesa e cedere attivi Renzi non ne vuole sentir parlare, l'obiettivo di un deficit all'1.2 per cento è pressoché irraggiungibile, se non, appunto, aumentando IVA e accise.
 
Resta il fatto che, qualora fosse ripetuta per l'ennesima volta la stessa sequenza in merito alla richiesta autunnale di "flessibilità", non ci si dovrebbe poi stupire delle battute, per quanto indisponenti, dei vari Dijsselbloem.


giovedì 30 marzo 2017

Scorie - La lotta alla povertà con mezzi politici




Anche chi si occupa di ridurre la povertà può farlo con mezzi economici o con mezzi politici, parafrasando Franz Oppenheimer. Oxfam è probabilmente la più grande organizzazione che lo fa per lo più con mezzi politici, approfittando di ogni occasione mediatica di un certo rilievo per pubblicare studi in cui l'uso della statistica nell'elaborazione dei dati sulla distribuzione del reddito fanno sembrare Trilussa un luminare della materia, per arrivare sempre alla stessa conclusione: l'esortazione ai politici di redistribuire maggiormente la ricchezza mediante la tassazione.

Personalmente ho grande rispetto per chi si occupa di aiutare chi si trova in condizioni economiche o di salute precarie, ma guardo sempre con sospetto chi lo fa (o dice di farlo) pensando più a chiedere ai politici che il conto sia coercitivamente a carico di questa o quella categoria invece che chiedere semplicemente un aiuto volontario.

Nel caso di Oxfam il sospetto ha da tempo lasciato spazio al fastidio.

In occasione della celebrazione dei 60 anni dalla firma dei Trattati di Roma non poteva mancare un appello (l'ennesimo, sempre lo stesso) da parte di Oxfam. Infatti non è mancato.

"In occasione delle celebrazioni sui Trattati di Roma e delle tante dichiarazioni politiche che i leader stanno rilasciando sul futuro dell'Unione, chiediamo al Presidente del Consiglio Gentiloni di esprimersi pubblicamente a sostegno del disegno della TTF europea che sta emergendo dal negoziato in corso, auspicando il raggiungimento dell'accordo entro l'estate 2017 ed assumere l'impegno pubblico a destinare il gettito dell'imposta a misure di lotta alla povertà in Italia, a programmi di cooperazione internazionale allo sviluppo e a interventi di contrasto al cambiamento climatico."

TTF è l'acronimo di Tassa sulle Transazioni Finanziarie, in Italia già applicata e recentemente rilanciata da Matteo "non aumento le tasse" Renzi.

Segue una stima di gettito che, solo in Italia, sarebbe compreso tra 3 e 6 miliardi ogni anno. Mi limito a osservare che anche chi non è filosoficamente contrario alla tassazione ha da tempo espresso un parere negativo su questo tipo di balzello, che finisce sempre per danneggiare il mercato a cui è applicata, oltre a dare un gettito ampiamente inferiore alle stime di chi la propone.

Ma tutto questo non conta per i professionisti della lotta alla povertà con mezzi politici.


mercoledì 29 marzo 2017

Scorie - Il problema non si risolve con un (nuovo) piano




A una domanda relativa al Monte dei Paschi di Siena, che ha chiesto l'aiuto di Stato prima di Natale e, dopo tre mesi, non si sa ancora come andrà a finire, Valdis Dombrovskis, vicepresidente lettone della Commissione europea, ha risposto così:

"Ne ho appena parlato con Padoan e con Fabio Panetta della Banca d'Italia. Il lavoro avanza, abbiamo reso chiare le condizioni per una ricapitalizzazione precauzionale. Ora tutto sembra sui binari. Manca giusto un piano di ristrutturazione di Mps."

Negli ultimi anni MPS ha prodotto più piani che affari, ogni volta su richiesta della vigilanza della BCE. Un lavoro che, oltre ad assorbire una quantità di risorse umane notevole, è già costato diverse decine di milioni in consulenze varie.

Un'ottima notizia per i consulenti che hanno lavorato alla predisposizione di tutti questi piani; molto meno che ottima per azionisti e creditori di MPS, oltre che per i dipendenti e i contribuenti, che alla fine dovranno sopportare il rischio (e il più che probabile onere netto) della ristrutturazione.

Ogni volta sono centinaia di pagine e numeri che non hanno alcuna reale attendibilità, non tanto per l'incapacità di chi li predispone, bensì per la fallibilità stessa del concetto di pianificazione. E' già pressoché inattendibile un budget con proiezione di alcuni mesi, figuriamoci un piano che pretende di quantificare delle grandezze di bilancio con proiezione a 3-5 anni.

Eppure la constatazione che ogni piano si rivela inadeguato dopo pochi mesi non fa mettere in discussione lo strumento, bensì induce il regolatore a chiedere un nuovo piano. Che non risolve i problemi, ma di sicuro aumenta i costi.

Geniale.


martedì 28 marzo 2017

Scorie - La verità non è un optional

Se c'è un terreno scivoloso per chi ha l'eloquio sciolto ma un rapporto conflittuale con i numeri è proprio quello dell'utilizzo di dati numerici per avvalorare le proprie posizioni. In questo Matteo Renzi non teme rivali, a mio parere.

In questi giorni di campagna congressuale, nonostante abbia lasciato una patata più che bollente in mano al duo Gentiloni-Padoan in prospettiva della predisposizione del DEF e, soprattutto, della legge di bilancio per il 2018, l'incontinenza verbale di Renzi sembra essere in fase acuta.

Non solo non si accontenta di impedire, sostanzialmente, i tagli di spesa pubblica e la cessione di partecipazioni in società ancora in mano al Tesoro, a fronte di clausole di salvaguardia rinviate al 2018 per circa 19 miliardi tra IVA e accise.
 
Si spinge anche a parlare, del tutto a sproposito, di virtuosità nella gestione dei conti pubblici durante il suo periodo al governo.
 
"E' evidente come i momenti in cui i conti sono peggiorati sono quelli dei governi Berlusconi, Monti e Letta. I numeri sfatano una bugia virale di questi mesi. In queste ultime settimane si parla delle scelte dei mille giorni in modo improvvisato, specie sul lavoro e sul bilancio pubblico. Non vi tedio. Dico solo a chi ha voglia di discutere nel merito che la verità non è un optional. Quando si parla di numeri andrebbero rispettati i fatti."
 
Per contro, i suoi predecessori avrebbero fatto più deficit di lui.
 
"Il Governo Monti e il Governo Letta avevano un deficit più alto del nostro, lo avevano al 3%. Noi lo abbiamo ridotto, non aumentato. Siamo stati più rigorosi, non meno rigorosi. Abbiamo usato la flessibilità che ci siamo conquistati per tenere il deficit al 2,3% (che diventerà 2,1% per effetto della manovrina concordata dall'attuale Governo a Bruxelles) anziché arrivare da subito al pareggio di bilancio voluto dalla politica di austerity del passato."
 
C'è un dato che Renzi non quantifica: gli interessi sul debito pubblico, che ai tempi dei suoi predecessori erano circa 20 miliardi all'anno più alti. E senza il Qe della BCE, iniziato in pieno periodo renziano, gli interessi non sarebbero calati, certamente non così tanto.
 
In sostanza, se negli anni di Renzi gli interessi fossero rimasti costanti al livello del 2013, il deficit non solo non sarebbe sceso sotto al 3%, ma sarebbe stato costantemente oltre il 3.5% del Pil.
 
E a promettere riduzioni maggiori di quelle poi realizzate era lo stesso Renzi nei DEF, salvo rimangiarsi le promesse al momento di predisporre le leggi di bilancio, chiedendo "flessibilità".
 
Flessibilità che, a suo dire, "non significa maggiore spazio di deficit rispetto al passato come fa credere qualcuno. Ma significa maggiore spazio di deficit rispetto alle assurde previsioni del fiscal compact."
 
Ahimè, flessibilità significa proprio più deficit anche rispetto al passato, al netto della riduzione della spesa per interessi, fattore peraltro esogeno.
 
Renzi afferma che "la verità non è un optional". In effetti non lo è, ma è assurdo che sia lui a sostenerlo.

lunedì 27 marzo 2017

Scorie - Qualcuno paga il conto degli "investimenti" a debito


"Quando i tassi di interesse sono estremamente bassi, lo Stato può sostenere l'attività economica investendo in lavori pubblici che offrano rendimenti superiori a quelli dei titoli di stato. E può farlo senza preoccuparsi delle dimensioni del debito pubblico."


(R. Koo)

Quello che sostiene Richard Koo è un classico mantra keynesiano, un evergreen. Non mi stupisce che sia sostenuto e diffuso da economisti desiderosi di compiacere i governanti di turno (magari sperando di ottenere poltrone). E ovviamente non mi stupisce che i governanti accolgano di buon grado dei consigli di questo genere. Non mi stupisce neppure che questo mantra trovi ardenti sostenitori anche in tutti quegli imprenditori (o pseudo tali) che mirano a fare affari con lo Stato.

A lasciarmi perplesso, però, è che a prendere per buona questa apparentemente semplice via alla bambagia siano anche tanti pagatori netti di tasse.

Effettivamente quando il rendimento atteso da un investimento supera il costo del finanziamento il suo valore attuale netto (ex ante) è positivo. Per inciso, quando il costo del finanziamento è artificialmente basso per via di interventi di politica monetaria espansiva, risultano avere (ex ante) valore attuale netto positivo anche investimenti che, in assenza di tali interventi, sarebbero scartati in quanto non profittevoli. Si tratta di quelli che Mises definiva "malinvestimenti", destinati a risultare (ex post) fallimentari allorché viene meno lo stimolo monetario.

Secondo Koo, che peraltro è in folta compagnia, i tassi di interesse sono bassi per via di un eccesso di risparmio. Qui c'è un problema non irrisorio: viene considerato risparmio tutto il denaro creato dal nulla nell'ambito delle politiche monetarie espansive non consumato o investito. Ma quello non è risparmio reale, bensì artificiale, così come artificiali sono i livelli bassissimi (perfino negativi) dei tassi di interesse.

Non c'è da stupirsi se con tassi prossimi o addirittura inferiori a zero qualsiasi lavoro pubblico appare profittevole. Ma non ci sono pasti gratis. Qualcuno oggi o in futuro il conto lo deve pagare. E mentre i benefici per lo Stato e i suoi clienti sono evidenti, i costi tendono a esserlo meno, in quanto spalmati su un numero indefinito di soggetti e a manifestazione non immediata.

Ciò detto, proprio il caso del Giappone dovrebbe fare riflettere: da oltre due decenni i tassi di interesse sono (artificialmente) molto bassi, di lavori pubblici ne sono stati fatti a bizzeffe, eppure il debito pubblico non si è ripagato da solo. Si è semplicemente accumulato, e la banca centrale ne compra quote sempre maggiori.

Con quali benefici effetti sull'economia? Se ci sono, si sono nascosti molto bene.


venerdì 24 marzo 2017

Scorie - La balena bianca



"Cosa causa le bolle? Questa domanda è la grande balena bianca della teoria della finanza."
(N. Smith)

Noah Smith inizia così un post su Bloomberg View. Finendo per dare una risposta che, a mio parere non serve a granché.

"Una possibilità è che gli investitori semplicemente facciano errori quando proiettano i rendimenti futuri delle attività".

E questi errori sarebbero dovuti al fatto che gli investitori estrapolano le loro aspettative sull'andamento futuro dei prezzi considerando il loro andamento nel passato più o meno recente.

Quella di Smith non è una risposta alla domanda iniziale, bensì l'osservazione (abbastanza lapalissiana) del fatto che quando si forma una bolla ci sono errori di valutazione da parte dei compratori.

In definitiva, gli errori causano le bolle, ma occorre stabilire cosa causa gli errori, dato che i prezzi di mercato sono, altrettanto lapalissianamente, gli indicatori che influenzano le decisioni di investimento.

Considrando che il prezzo di ogni attività è finanziariamente rappresentato dalla somma dei valori attuali dei flussi di cassa relativi all'attività stessa, tanto minore è il tasso di interesse utilizzato per scontare i flussi, quanto maggiore è il valore attuale netto dell'investimento.

Ne deriva che se il tasso di interesse è artificialmente spinto al ribasso, il calcolo ex ante del valore attuale netto degli investimenti è spinto artificialmente al rialzo. Di conseguenza, investimenti che risulterebbero avere un valore attuale netto negativo finiscono per apparire redditizi ex ante per via del livello artificialmente ribassato del tasso di interesse utilizzato per attualizzare i flussi.

Cosa spinge artificialmente al ribasso i tassi di interesse? La politica monetaria espansiva delle banche centrali e la conseguente espansione creditizia delle banche commerciali, che creano l'illusione che ci sia abbondanza di risparmio a sostegno degli investimenti.

In realtà l'aumento della quantità di denaro a disposizione per finanziare investimenti è dovuto, per l'appunto, alla politica monetaria espansiva e al meccanismo della riserva frazionaria. Quando l'espansione viene interrotta il castello di carte crolla.

Questa spiegazione del ciclo economico (e delle bolle) ha ormai un secolo. Evidentemente a Smith sfugge, il che non fa che confermare che quando irride la Scuola Austriaca di economia (attività nella quale si cimenta con una certa frequenza) lo fa senza sapere di cosa parla.


giovedì 23 marzo 2017

Scorie - Perdono tempo e peggiorano la crisi, ovviamente a spese altrui



"Il caso Mps non sta prendendo più del tempo necessario per questi casi."
(M. Vestager)

Questo ha affermato commissaria alla concorrenza Margrethe Vestager, aggiungendo: "Ho il privilegio di incontrare Padoan abbastanza spesso, abbiamo una cooperazione forte sui casi in corso."

Qui i casi possono essere solamente due: o Vestager sta prendendo per i fondelli i suoi interlocutori, oppure non ha ben chiara la materia di cui si sta occupando.

Mai come nel caso della crisi di una banca (a maggior ragione in un regime a riserva frazionaria) il tempo è letteralmente denaro. Mentre i tecnocrati di Bruxelles e del Tesoro "cooperano" sui casi in corso, passano i mesi e la banca in crisi perde raccolta e impieghi (tranne quelli deteriorati). In sintesi, la situazione si aggrava ulteriormente.

Alla fine il conto aumenta inevitabilmente e, in ultima analisi, al contribuente costa di più che nelle gestioni delle crisi vecchia maniera.

Il problema, infatti, è che la risoluzione, magari con tanto di bail-in, non è affatto una alternativa al bail-out. E' una via di mezzo, che finisce per costare ad azionisti, creditori e anche ai contribuenti, soprattutto perché le cose vanno per le lunghe.

Il fatto è che un sistema a riserva frazionaria può essere tenuto in piedi solo con la risoluzione delle crisi mediante bail-out (non necessariamente a carico diretto dei contribuenti). Se, come dovrebbe essere, si vuole una soluzione di mercato, è necessario per prima cosa eliminare la riserva frazionaria.

Ma nessun politico o tecnocrate vuole cambiare il sistema a riserva frazionaria. Ne consegue che l'idea che i contribuenti non paghino più per le crisi bancarie non è concretamente sostenibile.

Un fattore decisivo nella gestione delle crisi bancarie è la rapidità, proprio perché un sistema a riserva frazionaria si regge solo se non viene meno la fiducia (o, per meglio dire, se rimane una diffusa ignoranza sullo stato reale delle cose). Più il tempo passa senza che la crisi sia risolta, più alto diventa il conto finale.

Questo Vestager lo ha capito?



mercoledì 22 marzo 2017

Scorie - Dilettantismo a spese altrui


Ci sono persone che, pur avendo un lavoro che dovrebbe occupare pienamente le loro giornate, partecipano con grande frequenza a convegni e a presentazioni di libri di cui sono autori (scritti di notte, suppongo…).



Per esempio Salvatore Rossi, direttore generale della Banca d'Italia, cha ha di recente scritto assieme ad Anna Giunta "Che cosa sa fare l'Italia". Durante uno di questi eventi, Rossi ha dichiarato, tra l'altro:

"La consapevolezza che le regole del gioco fossero cambiate, e non per l'approvazione politica e pubblica della Brrd, ma per decisioni tecniche di apparati europei come alcuni uffici della Commissione, si fece apertamente strada all'interno del governo italiano e della Banca d'Italia solo nel corso del 2015. Era troppo tardi per studiare un'alternativa alla crisi delle quattro banche."

Il riferimento è alle quattro banche regionali messe in risoluzione nel novembre del 2015, causando perdite ingenti a investitori e anche al resto del sistema bancario. Dalle parole di Rossi sembra evidente che governo e Banca d'Italia non avessero sostanzialmente capito quali conseguenze avrebbe avuto la direttiva sulle risoluzioni di crisi bancarie (Brrd), nonostante fosse abbastanza chiaro (bastava leggerla) che avrebbe avuto un effetto retroattivo sui titoli obbligazionari in circolazione, molto diffusi tra i clienti al dettaglio in Italia.

Rossi dà conto di alcune obiezioni poste sui tavoli tecnici da parte dei rappresentanti della Banca d'Italia, ma evidentemente il peso politico del terzo contribuente al bilancio dell'Unione europea è paragonabile a quello di Malta (con tutto il rispetto per la piccola isola mediterranea).

Fatto sta che "Un anno dopo la Banca, insieme con il governo, venne colta di sorpresa dal ruolo che la Commissione, e per essa la Direzione generale sulla concorrenza, decise di giocare nella partita".

Ora, affermare candidamente di essere stati colti di sorpresa a mio parere rappresenta una ammissione di dilettantismo abbastanza grave. A me non risulta che in Banca d'Italia o al ministero dell'Economia chi ha gestito quei dossier sia stato rimosso dal proprio incarico. Eppure sono costati e continuano a costare miliardi a investitori e clienti in generale delle banche.



martedì 21 marzo 2017

Scorie - Ogni individuo è padrone di se stesso



"La legge sul fine vita, di cui è in atto l'iter parlamentare, è lontana da un'impostazione personalistica; è, piuttosto, radicalmente individualistica, adatta a un individuo che si interpreta a prescindere dalle relazioni, padrone assoluto di una vita che non si è dato. In realtà, la vita è un bene originario: se non fosse indisponibile tutti saremmo esposti all'arbitrio di chi volesse farsene padrone."
(A. Bagnasco)

La posizione espressa dal presidente della Cei, il cardinale Angelo Bagnasco, non è affatto una novità per un esponente della Chiesa cattolica.

A me lascia sempre perplesso ascoltare queste persone parlare di amore nei confronti del prossimo senza voler ammettere che non c'è alcun amore nel voler imporre a un individuo, contro la sua stessa volontà, di continuare a sopportare certe sofferenze che loro non hanno praticamente mai dovuto sopportare in prima persona.

Io sono convinto che ogni individuo capace di intendere e di volere debba poter disporre della propria vita e debba poter decidere quali sofferenze sopportare e quali no. In fin dei conti, proprio perché ogni individuo è unico, non ha senso pretendere che tutti abbiano lo stesso punto di vista e la stessa capacità e volontà di sopportazione del dolore. E questo a prescindere dalle convinzioni religiose.

Per di più, è proprio rendendo la vita indisponibile all'individuo che lo si espone all'arbitrio di chi vuole farsene padrone, magari usando i mezzi politici.

Non deve essere lo Stato a stabilire se una persona può disporre della propria vita, né può esserlo un'autorità religiosa. La quale può rivolgere i suoi precetti ai fedeli, ma non pretendere di imporli mediante la legislazione.

La teocrazia non sarebbe un passo avanti rispetto alla pur miserevole situazione attuale.


lunedì 20 marzo 2017

Scorie - Beppe del Grillo

"Se qualcuno non capirà questa scelta vi chiedo di fidarvi di me."


(B. Grillo)

Per anni sono andati in giro dicendo che "uno vale uno" e che le decisioni dovevano essere prese dagli iscritti al blog. Hanno mandato in Parlamento persone che, con questo metodo di selezione, avevano ottenuto poche decine di preferenze. Il che, peraltro, non ha portato statisticamente a un livello medio del parlamentare peggiore di quelli degli altri partiti, ancorché io non condivida pressoché nulla di quanto sostenuto dal M5S.

Poi proprio nella città del "garante" le cosiddette comunarie hanno dato un esito non gradito al garante medesimo, il quale ha così deciso di sottoporre ai militanti questa alternativa: o si candida il secondo classificato (gradito a Grillo), oppure non si presenta alcuna lista.

Chiede fiducia, ma più che fiducia serve fede in lui.

E più che Beppe Grillo dovrebbe chiamarsi Beppe del Grillo. Il Marchese aveva almeno l'onestà di dire: "Io so' io e voi nun siete un cazzo".



venerdì 17 marzo 2017

Scorie - #Riccanza in Rai

"Sono pronto a bere la cicuta."


(A. Minzolini)

Questo, tra l'altro, ha affermato Augusto Minzolini prima che i senatori votassero pro o contro la sua decadenza in applicazione della legge Severino, a seguito della condanna in via definitiva a due anni e sei mesi per peculato inflittagli per spese complessive di circa 65mila euro con carta di credito aziendale ai tempi in cui era direttore del TG1.

Minzolini è poi stato "graziato" dai colleghi, e su questo non mi interessa esprimermi.

Tra i vari commenti più o meno forcaioli o pseudo garantisti, nessuno, a mio parere, si è soffermato sulla vera questione che andrebbe risolta. Solo in un baraccone pubblico pagato dai cittadini mediante l'estorsione del cosiddetto canone è possibile che uno spenda 65.000 euro in un anno (pare, peraltro, presentando regolarmente le note spese), senza che qualcuno responsabile del controllo dei costi lo richiami all'ordine ben prima che tale cifra sia raggiunta.

Ricorrere alla magistratura quando i buoi sono già usciti dalla stalla non fa altro che aumentare il costo a carico di coloro che pagano anche il canone, oltre a intasare le aule di giustizia.

In una qualsiasi azienda privata a Minzolini sarebbe stato messo un freno ben prima, ammesso che non si fossero ritenute giustificate quelle spese.

Le spese di Minzolini sono il sintomo, non la malattia.



giovedì 16 marzo 2017

Scorie - Quanto la protezione del consumatore porta alla pianificazione




"Gli autori avanzano la tesi preoccupante che i venditori cerchino in continuazione modi per gabbare i clienti facendoli pagare più di quanto dovrebbero, e che questi sforzi abbiano sempre almeno parzialmente successo. Per Akerlof e Shiller i mercati non si limitano ogni tanto a fallire – sono intrinsecamente soggetti a imbrogli ed errori."
(N. Smith)

Noah Smith ritiene che molti prezzi siano superiori al loro livello corretto perché i compratori non hanno informazioni adeguate e tendono a essere gabbati dai venditori.

Smith sposa la tesi contenuta nel libro "Phishing for Phools" di George Akerlof e Robert Shiller, entrambi premi Nobel per l'economia (il primo è marito del presidente della Fed, Janet Yellen). Del libro in questione mi occupai a settembre 2015, commentando alcune affermazioni di Shiller.

Smith prende spunto dal libro di Akerlof e Shiller per invocare l'intervento dello Stato a tutela dei consumatori in un modo che va ben oltre la difesa del principio di non aggressione (il quale, peraltro, è violato sistematicamente proprio da parte dello Stato).

Che ci siano una moltitudine di venditori che fregano o tentano di fregare i compratori è innegabile, ma dal punto di vista di Akerlof, Shiller e simili pare che non dovrebbe esserci alcuna asimmetria informativa tra venditore e compratore.

Occorre poi considerare che, anche nel caso in cui le informazioni fossero le stesse per entrambe le parti, questi signori definiscono solitamente "irrazionali" coloro i quali si comportano diversamente da come loro stessi ritengono dovrebbero comportarsi.

Ora, se tutti quanti ragionassero allo stesso modo e avessero lo stesso punto di vista, non potrebbero esservi differenti valutazioni relativamente a un dato bene o servizio, il che comporterebbe l'assenza di scambi, ossia la scomparsa del mercato. Infatti, solo se le parti attribuiscono a ciò che ricevono nello scambio un valore superiore a ciò che cedono ha luogo una compravendita su base volontaria.

La pretesa che sia lo Stato (o un soggetto da esso delegato) a stabilire il livello "corretto" dei prezzi è tipica di ogni pianificatore; una pretesa che non è stata scalfita neppure dai ripetuti fallimenti degli esperimenti socialisti.

La soluzione caldeggiata consiste per lo più nell'obbligare chi offre un bene o servizio a fornire al potenziale acquirente, tra le altre informazioni, anche l'indicazione del profitto che otterrebbe concludendo il contratto al prezzo proposto. Nel caso ciò non sia sufficiente a "correggere" il mercato, allora si dovrebbe passare a veri e propri limiti di prezzo.

Lo ripeto: il principio di non aggressione va fatto rispettare, ma la pretesa di considerare frutto di imbroglio ogni profitto ritenuto soggettivamente eccessivo, tanto cara agli interventisti, non correggerebbe il mercato: lo sostituirebbe con la pianificazione. Meglio di no.


mercoledì 15 marzo 2017

Scorie - Attenti all'uso delle correlazioni



Uno degli errori che vengono più frequentemente compiuti dagli economisti che ricavano le teorie dai dati (e non viceversa) e da coloro che diffondono le tesi di questi economisti è confondere la correlazione con la causalità.

Federico Fubini mi pare commettere questo errore nel cercare un nesso causale tra inflazione dei prezzi al consumo e cosiddetto populismo.

Fubini esordisce così:

"Prendete i sondaggi olandesi, sovrapponeteli a un grafico dell'inflazione e scoprirete perché forse non dobbiamo morire populisti. Non inevitabilmente, per lo meno."

Dopodiché riferisce del calo nei sondaggi per i partiti definiti populisti in Olanda, Francia e Germania e aggiunge:

"Quando infatti la dinamica dei prezzi va sotto zero e si rischia la deflazione, i ricavi delle persone comuni arretrano mentre gli interessi sul loro mutuo no. Allora i debiti pesano di più e rendono tutto il resto più difficile da sopportare: anche gli immigrati e il «mostro di Bruxelles». Oggi in Francia il debito delle famiglie supera il reddito disponibile (secondo l'Ocse), in Olanda addirittura è quasi il triplo di quello. Non dev'essere un caso se dal 2015 assistiamo all'effetto altalena: Wilders sale nei sondaggi quando il carovita scende. Ma ora che la minaccia della deflazione sembra sepolta, neanche lui e Marine Le Pen si sentono tanto bene."

Fubini sembra dare per scontato che gli elettori di Wilders e Le Pen siano tutti indebitati fino al collo, ma in assenza di dati micro che consentano di corroborarla, questa ipotesi non ha nessun solido fondamento. Sembra invece essere basata sull'idea che a essere indebitati siano perlopiù i cittadini appartenenti ai ceti medio-bassi. Ma spesso queste persone sono invece piccoli risparmiatori che, al contrario, hanno tutto da perdere se sale il carovita.

Per di più, se anche si potesse dimostrare che tutti gli elettori di questi partiti sono indebitati fino al collo, non si potrebbe concludere con certezza che le loro intenzioni di voto sono influenzate (solo) dall'andamento dei prezzi al consumo.

Inoltre la "teoria" di Fubini pare essere decisamente contro intuitiva se riferita alla Germania (infatti nella parte finale si limita a Olanda e Francia), dove i giornalisti mainstream (di cui Fubini è illustre rappresentante in Italia) vanno spesso ripetendo che i cittadini sono ossessionati dalla crescita dei prezzi al consumo, perché atavicamente memori dei disastri degli anni Venti del secolo scorso.

In definitiva, meglio evitare di individuare nessi causali in presenza di correlazioni.