martedì 17 gennaio 2017

Scorie - La crescita anno che (non) verrà

"La via maestra per abbattere il debito resta la crescita. La Ue ci ricorda che l'Italia ha un debito troppo alto e questo lo sappiamo tutti. Non è diminuito perché purtroppo siamo stati in deflazione nel 2016 e le condizioni di mercato non ci hanno permesso di completare il programma di privatizzazioni. Un piano che prenderà quota quest'anno, in cui ci aspettiamo una crescita più elevata."


(P. C. Padoan)

Non è da ieri che la Commissione europea nutre perplessità sui numeri presentati dal governo nella legge di bilancio per il 2017, che ha seguito il copione, ormai collaudato, di smentire gli impegni assunti primavera in merito alla riduzione di deficit e debito.

Né è da ieri che Padoan va sostenendo che la via maestra per abbattere il debito sia la crescita del Pil nominale, ossia al lordo della crescita dei prezzi al consumo, che nella definizione mainstream equivale all'inflazione.

Purtroppo quando il debito supera il 130 per cento del Pil e la crescita reale del Pil non va, nella migliore delle ipotesi, oltre lo zerovirgolaqualcosa, servirebbero oltre 3 punti di crescita dei prezzi per evitare la continua espansione del debito, che assorbe circa 4 punti di Pil di interessi, nonostante i tassi siano ai minimi storici.

Il tutto ovviamente non sarebbe indolore: semplicemente qualcuno sarebbe tosato implicitamente e non mediante tassazione esplicita.

Resta il fatto che quella che Padoan definisce "via maestra" non è stata imboccata né nel 2014, né nel 2015, né nel 2016, per restare agli anni nei quali ha occupato la poltrona del ministero dell'Economia. Né si tratta di una via auspicabile, a mio parere.

Oltre alla crescita del Pil nominale sono latitanti anche altre due componenti, quelle decisamente più importanti in una situazione debitoria come quella italiana: la riduzione della spesa pubblica e la dismissione di attivi di proprietà statale.

Sulla prima non si è mai andati realmente oltre le chiacchiere; quanto alle seconde, Padoan se la prende con le (avverse) condizioni di mercato per giustificare le mancate dismissioni. Il fatto è che nulla garantisce che le condizioni di mercato migliorino in futuro, né si capisce quali condizioni sarebbero ritenute adeguate dal ministro.

Fatto sta che non ci si deve per nulla stupire se c'è scetticismo di fronte all'ennesima promessa di fare le cose quest'anno, in cui, sostiene il ministro "ci aspettiamo una crescita più elevata".
 
Se lo dice lui…


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