martedì 30 giugno 2015

Scorie - Presunzioni fatali

"Ma ci sono alcuni grossi problemi se si alzano i tassi di interesse per contenere la crescita dei prezzi delle attività finanziarie. In primo luogo, non è chiaro quando i prezzi sono troppo alti o troppo bassi… In secondo luogo, i tassi di interesse non influenzano solo i prezzi delle attività finanziarie, ma anche i prezzi di beni e servizi… Se si inizia a muovere i tassi di interesse per combattere le bolle o per rinvigorire i prezzi delle attività finanziarie dopo una discesa, si impongono costi pesanti all'economia, perché si causano fluttuazioni sia all'economia reale, sia all'inflazione."
(N. Smith)

Occupandosi delle difficoltà che hanno coloro che gestiscono la politica monetaria e la regolamentazione finanziaria nel contenere la formazione di bolle, Noah Smith mette in evidenza i limiti della politica monetaria e delle politiche definite macroprudenziali (che sono altrettanto arbitrarie e, probabilmente, ancor più dannose).

Peccato, però, che non si renda conto che quanto lui applica ai prezzi delle attività finanziarie può essere applicato ai prezzi in generale. Quindi non ha senso che si manipolino i tassi di interesse per favorire la crescita o contenere l'eccessiva crescita dei prezzi di qualsivoglia bene o servizio.

Semplicemente, la moneta non dovrebbe essere un monopolio statale concesso in gestione a una banca centrale, né dovrebbe avere alcun corso legale. Si lasci stabilire a chi scambia beni e servizi quale mezzo di scambio utilizzare, evitando di mettere imposizioni o divieti.

Le controindicazioni della politica monetaria e di tutte le altre forme di interventismo sparirebbero. Proprio per questo nessun economista col sogno più o meno esplicito di fare il consigliere del principe proporrà mai la fine dell'interventismo. Cercherà di mettere in luce i limiti degli interventi attuali allo scopo di individuarne di altri (dei quali assumere la paternità) che diano risultati migliori. Con la presunzione di riuscirci.

Una presunzione che, hayekianamente, si potrebbe definire fatale.


lunedì 29 giugno 2015

Scorie - L'unica sicurezza è che quella garanzia non esiste

"Nei prossimi giorni, ciò che serve sono pazienza e calma. I depositi bancari dei greci sono al sicuro. Lo stesso vale per il pagamento di stipendi e pensioni, anch'essi garantiti."
(A. Tsipras)

Nell'annunciare la chiusura delle banche almeno fino a quando si sarà tenuto il referendum del 5 luglio che lui stesso ha indetto (a sorpresa) venerdì sera, Alexis Tsipras ha maldestramente tentato di rassicurare i greci. Chiedendo poi loro di votate "no" al referendum, nel quale in buona sostanza si chiederà ai cittadini se vogliono accettare o meno l'ultima proposta della troika (anche se Tsipras non vuole che la si chiami così).

Ma già da qualche tempo i greci stessi non erano tanto calmi e pazienti, se è vero che i depositi stavano calando a un ritmo di circa un miliardo di euro al giorno. Le code ai bancomat sono ciò che i mezzi di informazione fanno vedere perché, come direbbe Bastiat, è ciò che si vede. Ed è anche l'immagine tipica della crisi bancaria in stile otto-novecento. In realtà la parte preponderante dei deflussi di liquidità riguarda le somme trasferite elettronicamente da conti in banche greche a conti in banche estere. E' ciò che non si vede, ma che accelera, e di molto, la crisi di liquidità delle banche.

I depositi bancari dei greci non sono al sicuro, per il semplice fatto che i soldi non sono dove dovrebbero essere. E questo è inevitabile in ogni sistema a riserva frazionaria, nel quale i depositi a vista sono utilizzati dalle banche per erogare credito. Il che fa sì che, nello stesso momento, almeno due soggetti abbiano diritto di utilizzare la stessa somma di denaro: il depositante, legittimo proprietario di quel denaro, e chi ha ottenuto credito dalla banca.

Per i fautori del positivismo giuridico, ciò è perfettamente legale perché così stabiliscono norme di legge approvate da parlamenti e regolamenti emanati da autorità di vigilanza sulla base di altre norme emanate da parlamenti. Nondimeno, si tratta di una attività illegittima, e che sia illegittima diventa evidente quando la fiducia dei depositanti viene meno e le richieste di prelevare denaro aumentano, facendo crollare il castello di carte.

Se una somma deve essere disponibile per il depositante in qualsiasi momento, è evidente che il depositario può avere la certezza di adempiere alla sua obbligazione di restituire la somma solo se non la utilizza (ad esempio) per fare credito. Viceversa, se la banca depositaria concede credito a un terzo soggetto, accende un nuovo deposito e questo soggetto terzo può utilizzare quella somma al pari del depositante legittimo proprietario.

Ora, se chi ha ricevuto credito utilizza la somma, ad esempio, per fare pagamenti di propri fornitori, nello stesso momento quel denaro non può essere ritirato dal legittimo proprietario. Siccome il denaro è un bene fungibile, le banche (e la legislazione che sancisce la legalità della riserva frazionaria) contano di disporre di scorte di liquidità sufficienti a soddisfare le richieste dei depositanti anche utilizzando il loro denaro per erogare credito. In effetti, finché non ci sono crisi di fiducia il sistema regge, ma appena la fiducia diminuisce si crea un'accelerazione verso l'insolvenza della banca.

Quindi in Grecia, ma in generale in tutti i sistemi a riserva frazionaria, se c'è una cosa che non è affatto sicura sono i depositi bancari. Quanto agli stipendi e alle pensioni pubbliche, Tsipras può rassicurare finché vuole i suoi concittadini, ma se Bce e creditori internazionali (leggi i contribuenti europei) chiudono davvero i rubinetti e non li riaprono, anche quelli saranno presto destinati a essere pagati in una nuova (o vecchia) moneta fiat creata e gestita dalla Banca centrale greca su indicazione del governo ellenico. Con quale potere d'acquisto, i greci lo scolpiranno poi.


venerdì 26 giugno 2015

Scorie - Gli schiavi della politica con la P maiuscola

"Dobbiamo ricorrere a dosi massicce di politica per restituire l'Europa agli europei. Dobbiamo prendere coscienza che l'Europa esiste se torniamo a concepirla come una piattaforma unica di valori e cultura. Anche gli Stati Uniti, in fondo, funzionano così. Nessuno si immagina di far diventare l'Arkansas una Silicon Valley. L'Arkansas viene sovvenzionato, perché è parte di un sentire comune. L'Europa così com'è ha fallito. O ne prenderemo rapidamente atto, e saremo capaci di cambiare, oppure saremo travolti dall'onda. Va recuperato l'orgoglio di essere la comunità che ha dato al mondo, proprio partendo dalla cultura ellenistica, il meglio del pensiero e dei diritti dell'uomo. Solo su questa base potremo ancora stare insieme e costruire un futuro comune."
(C. De Benedetti)

Carlo De Benedetti si lascia andare a un esercizio di retorica in nome di un ideale europeista al quale ormai siamo abituati. Di fronte alle crisi di rigetto verso (questa) Unione europea (con o senza moneta unica), si usano parole alate demonizzando ogni forma di dissenso e invocando la politica con la P maiuscola e altre formule del genere.

Il problema è che dietro alla cosiddetta politica con la P maiuscola ci sono milioni di individui che ne subiscono le conseguenze. Se un progetto voluto da un gruppo di persone relativamente ristretto non piace a un numero crescente di altre persone (per motivi spesso molto diversi e anche contrastanti tra loro), non credo che la soluzione consista nel considerare, nella migliore delle ipotesi, tutti i dissenzienti incapaci e ottusi.

La retorica della "piattaforma unica di valori e cultura" si scontra tutti i giorni con un fatto che gli europeisti fautori del super Stato europeo o degli Stati Uniti d'Europa non vogliono riconoscere: valori e cultura non sono affatto unici tra i popoli europei. Per lo meno non lo sono tanto quanto ritengono certi europeisti.

Pensare che sia necessario tenere tutto e tutti assieme creando una unione che finirebbe per avere solidarietà a senso unico, con i pagatori di tasse di uno o più Paesi che strutturalmente e perennemente sovvenzionano non solo una parte di concittadini, ma anche cittadini di altri Paesi, significherebbe espandere il parassitismo da una dimensione nazionale a una sovranazionale.

Semmai il parassitismo andrebbe ridotto (e magari eliminato), non istituzionalizzato su scala sovranazionale. Non è necessario aumentare le costrizioni burocratiche per far vivere meglio gli europei. Sarebbe sufficiente non ostacolare la libertà di circolazione di persone, beni e servizi, nel rispetto dei diritti di proprietà individuali e della volontarietà delle interazioni.

E invece continuiamo a sentire un giorno sì e l'altro pure queste invocazioni dell'uso massiccio di politica con la P maiuscola. A volte persino si arriva a condannare la mancanza di solidarietà che avrebbe come conseguenza la riduzione in schiavitù di un popolo (quello greco, nel caso di specie).

Ma la riduzione in schiavitù non riguarda tutti i greci, così come non riguarda tutti gli italiani o i tedeschi. Coloro che sono ridotti in schiavitù, giorno dopo giorno, sono sempre e solo i pagatori netti di tasse, a cui gli Stati impongono di mantenere i consumatori netti di tasse.

Questo ovviamente non lo dicono coloro che invocano la politica con la P maiuscola, anche perché spesso sono consumatori netti di tasse. E magari, per evitare di trovarsi nell'altra indesiderabile condizione, parlano di solidarietà europea mantenendo la residenza fiscale in un Paese che si guarda bene dall'entrare nell'Unione europea.


mercoledì 24 giugno 2015

Scorie - The Charlatan

"Nel 2024 lascerò. Studierò, farò il professore."
(M. Renzi)

Tra le altre cose, questo ha detto Matteo Renzi alla giornalista del New Yorker che ne ha fatto un ritratto dal titolo "The demolition man".

Se non avesse una tenenza piuttosto evidente (e per la quale fornisce materiale empirico quotidianamente) a raccontare balle da far sembrare un dilettante il geometra Calboni durante il viaggio in cabriolet verso Courmayeur (i cultori di Fantozzi avranno certamente presente la scena), si potrebbe quanto meno sperare di dover sopportare le sue sbruffonate per (soli) poco più di otto anni.

Ma Renzi, in fin dei conti, è passato direttamente dai lupetti alla provincia prima e al comune di Firenze poi, finché non ha raccomandato di stare sereno a Enrico Letta, preparandosi a defenestrarlo e a prenderne il posto a palazzo Chigi.

Magari si mettesse a studiare nel 2024. Io ne dubito fortemente. Però mi rimane un dubbio: farebbe più danni restando in politica o facendo il professore (di cosa, poi, meglio non chiederselo)?


martedì 23 giugno 2015

Scorie - Come pagare un Big Mac

"Ad ogni modo, cos'è il denaro? Per me, la risposta è sempre sembrata semplice: il denaro è ciò che dai in cambio di beni e servizi. Ma molte persone non sembrano dello stesso avviso. Si sentono molti dichiarare che "l'oro è denaro", anche se non possono andare da McDonald's e utilizzare le loro monete d'oro da collezione per comprare un Big Mac. Ciò che costoro intendono è che – da loro punto di vista – l'oro manterrà il suo valore nel lungo periodo. In altre parole, prevedono che fra 100 anni potranno scambiare le loro monete d'oro da collezione con la moneta prevalente, e utilizzare quella moneta per comprare più o meno gli stessi Big Mac che potrebbero comprare oggi scambiando le loro monete d'oro da collezione con dollari. Ma essere una buona riserva di valore nel lungo termine non è una caratteristica realmente desiderabile per una moneta… Non vuoi che il tuo denaro perda il 30 per cento del valore dal momento in cui entra nel tuo conto in banca a quando vai in negozio a comprare dei beni… Il denaro tende a perdere valore lentamente. Ciò perché abbiamo banche centrali che hanno target di inflazione bassi, generalmente attorno al 2 per cento annuo. La moneta fiat ha un valore molto stabile nel breve termine, il che la rende utile per comprare beni, ma inutile per accumulare ricchezza… Quindi il fatto che l'oro tenda a mantenere il suo valore nel lungo periodo è esattamente il motivo per cui non è moneta… L'oro è un'attività ad alta volatilità con un (probabile) rendimento atteso positivo, il che lo rende qualcosa di diverso dalla moneta."
(N. Smith)

Quando Noah Smith si occupa di faccende monetarie si può stare certi di imbattersi in qualche corbelleria.

La partenza non sarebbe neanche sbagliata, quando sostiene che "il denaro è ciò che dai in cambio di beni e servizi". Ma i problemi cominciano subito dopo, quando sente l'esigenza di spiegare che l'oro non è e non può essere moneta.

Smith, come spesso accade a chi ha tra i suoi idoli Paul Krugman, crede di cavarsela egregiamente cercando di ridicolizzare chi ha opinioni diverse dalle sue. E così fa notare che se uno va da McDonald's non può utilizzare monete d'oro per pagare il Big Mac. Il che oggi è senza dubbio vero, ma Smith omette di spiegare che alle monete fiat non si è arrivati per adozione spontanea da parte di individui e imprese, bensì per intervento degli Stati tramite le banche centrali e con il pieno ed entusiasta appoggio delle banche commerciali. Per restare agli Stati Uniti, dove vive Smith, Roosevelt dovette mettere fuori legge la detenzione di oro per sradicarne l'uso come moneta da parte degli americani.

Ciò detto, Smith afferma che l'oro non sarebbe neppure adatto a fungere da moneta, perché tende a conservare il suo potere d'acquisto nel lungo periodo, ma oscilla molto nel breve termine. Al contrario delle monete fiat, il cui valore è stabile nel breve periodo, rendendole adatte a essere utilizzate come mezzo di pagamento, ma viene eroso nel lungo periodo, per via della inflazione pianificata da parte delle banche centrali.

Sul fatto che le monete fiat perdano potere d'acquisto nel corso del tempo non c'è nulla da dire, e Smith, bontà sua, ammette candidamente che quello è un obiettivo delle banche centrali. Ma sostenere che l'oro non è adatto a fungere da moneta perché il suo valore oscilla molto nel breve periodo è frutto di una sorta di illusione ottica. Smith, infatti, si riferisce al valore di scambio dell'oro contro dollari. Ma questo non significa che l'oro non possa fungere da moneta, altrimenti si dovrebbero considerare tutte le monete non agganciate al dollaro come inadatte a fungere da moneta.

Il fatto è che l'oro è stato moneta per secoli principalmente proprio per via della sua stabilità in termini di potere d'acquisto, e non solo nel lungo periodo. Ma è evidente che se una moneta fiat ha corso legale e si valuta tutto in termini di quella moneta, allora quasi tutte le altre monete sembrano inadatte.

Per chi vive negli Stati Uniti, dove ha corso legale il dollaro, sarebbe problematico utilizzare l'euro, la sterlina e anche il dollaro canadese come mezzo di pagamento, date le loro quotidiane oscillazioni nei confronti del dollaro statunitense.

Ed è anche ragionevole attendersi che se il corso legale del dollaro venisse eliminato, il passaggio a un'altra moneta non sarebbe istantaneo. Nel corso del tempo, però, verrebbero utilizzate altre monete e una di esse diverrebbe quella più utilizzata. Quella moneta potrebbe anche essere basata sull'oro, come in fin dei conti è già successo nella storia. Ma il punto fondamentale è che lo Stato, né direttamente, né tramite una banca centrale, dovrebbe stabilire monopoli monetari, men che meno dovrebbe manipolare la moneta.

A quel punto non darei per scontato di dover convertire l'oro in dollari o qualsivoglia altra moneta per poter pagare un Big Mac.


lunedì 22 giugno 2015

Scorie - La scelta è tra il male e il peggio

"Le pressioni che si stanno esercitando su Atene, perché comprima ancor più spesa pubblica e pensioni già ridotte al minimo, conferma che l'Unione è guidata da poteri sprovvisti di senso della responsabilità. Se fossero adulti, quei poteri inviterebbero nelle stanze dei negoziati persone che abbiano senso storico, e soprattutto memoria. Persone con una visione centrale e un forte principio ispiratore, consapevoli del fatto che la storia è tragica, memori dei disastri passati e lucide sui pericoli incombenti: lo sfaldarsi dell'Unione, e della sua forza di attrazione presso i propri cittadini.
Ci sarebbero, seduti al tavolo delle trattative, esperti geo-strategici, ed economisti sistematicamente disprezzati, anche se in questi anni non hanno sbagliato previsioni, come i due premi Nobel Joseph Stiglitz e Paul Krugman."
(B. Spinelli)

Barbara Spinelli è tra coloro che sostengono, mi si passi la semplificazione, invocano l'Europa della solidarietà nei confronti della Grecia. Non mi stupisce che la sua posizione sia questa, dato che l'anno scorso si candidò alle elezioni europee con una lista transnazionale che appoggiava l'attuale primo ministro greco, Alexis Tsipras. Né mi stupisce che tra gli economisti prenda riferimento Stiglitz e Krugman.

Non so come andrà a finire il tira e molla tra il governo greco e i rappresentanti dei creditori internazionali, ossia Unione europea, Bce e Fondo Monetario Internazionale, che detengono almeno tre quarti del debito pubblico ellenico.

Ciò che mi pare chiaro, tuttavia, è che i contribuenti europei hanno già perso, e di questo devono ringraziare chi li ha governati, gran parte di quei soldi (per gli italiani sono oltre 40 miliardi di euro). Si tratta solo di scegliere se riconoscere quella perdita adesso oppure rimandarla ancora nel tempo, ovviamente aumentandone le dimensioni.

In fin dei conti, questo è ciò che è successo dal 2010 a oggi. A fronte di una ristrutturazione ipocritamente definita volontaria nell'ambito della quale i creditori privati hanno subito un haircut di 100 miliardi, la cosiddetta troika (UE, Bce e FMI) ha concesso a più riprese altri fondi alla Grecia per complessivi 240 miliardi. In cambio ha chiesto tagli di spesa e aumenti di entrate pubbliche, cosa abbastanza comprensibile. Il problema è che l'economia greca era ed è ancora talmente incrostata di statalismo che il debito in rapporto al Pil è aumentato anziché diminuire, nonostante concessioni da parte dei creditori in termini di riduzione della spesa per interessi e allungamento delle scadenze.

Quando, nel 2010, fu ufficialmente reso noto che i conti pubblici della Grecia erano stati sistematicamente falsificati da anni, fu chiaro a tutti che il deficit superava il 15 per cento del Pil, con una spesa pubblica pari al 54 per cento del Pil ed entrate inferiori al 39 per cento.

In realtà i problemi della Grecia venivano da molto lontano, essendo iniziati fin da quando entrò nell'allora CEE. Era il 1981, e la Grecia in quell'anno aveva un debito pubblico pari al 21 per cento del Pil. Da allora è stata una cavalcata continua, grazie a incessanti e cospicui deficit di bilancio, uniti a deficit di parte corrente della bilancia dei pagamenti. E questo senza considerare che, ancora oggi, la Grecia è beneficiario netto del bilancio Ue per un importo pari a circa il 3 per cento del suo Pil. Fatto sta che il debito pubblico oggi si avvicina al 180 per cento del Pil.

In pratica, la Grecia sviluppava un welfare state che era insostenibile fin dall'inizio, e che per trent'anni è andato avanti a suon di debito, prevalentemente verso l'estero. La cura imposta dalla troika a molti è parsa eccessiva, ma dubito che un approccio più graduale avrebbe risolto il problema. Credo, piuttosto, che sarebbe stato meglio riconoscere fin dal 2010 che buona parte dei crediti pubblici e privati nei confronti della Grecia erano inesigibili, facendo una ristrutturazione credibile, con annesse perdite. Ovviamente si sarebbero anche dovuti chiudere i rubinetti, cosa che molti non vorrebbero fare neppure oggi.

Uno dei punti sui quali il governo greco pare non voler transigere è quello del sistema pensionistico pubblico. Lo fa sostenendo che è già stato pesantemente ristrutturato. Il problema è che, a legislazione vigente, i greci inizieranno ad andare in pensione a 66 anni solo nel 2025; ancora oggi ci vanno mediamente prima di aver compiuto 60 anni, con assegni medi non troppo diversi da quelli tedeschi (il sistema pubblico tedesco non è tra i più generosi a livello europeo), pur essendo il Pil pro capite greco la metà di quello tedesco. La spesa pensionistica è pari al 18 per cento della spesa pubblica primaria (ossia al netto degli interessi sul debito), e ogni anno lo Stato (ossia, per lo più, i contribuenti europei) finanzia il 10 per cento della spesa pensionistica, contro una media europea del 2.5 per cento.

E' noto che personalmente sono contrario a ogni forma di welfare state, ma, a prescindere da questa mia posizione, mi pare assurdo pretendere di mantenere un pezzo di stato sociale più generoso che quello degli altri Paesi europei senza essere in grado di finanziarlo con le proprie entrate fiscali. Per questo le promesse di Tipras di migliorare le finanze pubbliche agendo sul lato delle entrate, oltre che non essere risolutive, non sono per nulla credibili. A maggior ragione quando sulle entrate promette di agire, mentre procede a riassunzioni di dipendenti pubblici e a riaprire una anacronistica emittente televisiva statale. Ossia: per ora spende soldi che non ha, per le entrate si vedrà.

Tutto ciò detto, e per non dilungarmi eccessivamente, il problema della Grecia rende evidente, se ancora ve ne fosse bisogno, che quando chi contrae i debiti non sarà chiamato in prima persona a onorarli e chi concede crediti non ne sopporta i rischi connessi in prima persona, le cose sono destinate ad andare a finire male.

Come ho accennato, adesso si tratta solo di scegliere se sopportare perdite turbolenza finanziaria immediate, oppure rinviare ancora una volta il problema, ovviamente aumentandone le dimensioni. In pratica, la scelta è tra il male e il peggio.


venerdì 19 giugno 2015

Scorie - Tassare le perdite

"Il Governo sta pensando di rendere deducibili in un anno le perdite su crediti delle banche. E' bene ricordare che esiste un motivo se le sofferenze hanno un trattamento fiscale peculiare ed è che esse sono insite nell'attività bancaria e quindi già scontate nel prezzo del credito."
(G. Paglia)

Giovanni Paglia è deputato di Sel e componente della commissione Finanze della Camera. Commentando l'ipotesi di rendere deducibili in un solo anno le perdite su crediti delle banche, parla di regalo del governo alle banche stesse.

Il problema principale della maggior parte delle invettive contro le banche è che colpiscono i bersagli sbagliati. Invece di sentire critiche al sistema della riserva frazionaria, si sente invocare più credito per tutti; invece di contrastare la creazione di denaro dal nulla per le conseguenze sul potere d'acquisto dei risparmiatori e dei percettori di redditi fissi, si invoca la stampa illimitata di denaro, senza accorgersi (o fingendo di non accorgersi) che quello è il vero regalo alle banche, oltre che ai debitori "vip" delle stesse.

Se c'è una cosa che non rappresenterebbe un regalo alle banche è proprio la possibilità di dedurre in un solo anno le perdite su crediti. Fino al 2013, infatti, le perdite su crediti erano spalmate in 18 anni; da allora la spalmatura è stata abbassata a 5 anni. In buona sostanza, a fronte di una perdita realizzata, le banche hanno un reddito imponibile gonfiato rispetto all'utile d'esercizio, pagando subito maggiori imposte e iscrivendo poi dei crediti di imposta in bilancio. Può quindi capitare che, pur chiudendo un bilancio in perdita, paghino imposte su utili determinati artificialmente per via della limitata deducibilità delle perdite su crediti.

Paglia sostiene che "esiste un motivo se le sofferenze hanno un trattamento fiscale peculiare ed è che esse sono insite nell'attività bancaria e quindi già scontate nel prezzo del credito".

In realtà si tratta di un ragionamento del tutto illogico, dato che in ogni attività si corrono rischi e il pricing dei prodotti può teoricamente tenerne conto, ma non per questo in caso di perdita la stessa viene spalmata su più anni.

E' evidente che il vero motivo è che lo Stato, in perenne ricerca di denaro, ha inventato questo meccanismo per mere ragioni di gettito fiscale. Non a caso questo trattamento fiscale delle perdite su crediti delle banche esiste solo in Italia.

Questo Paglia non lo ha detto, però.


giovedì 18 giugno 2015

Scorie - Spendere i risparmi che non ci sono

"L'Italia sta andando bene, ha un avanzo primario, ma secondo me quei soldi dovrebbe spenderli in spesa pubblica. E con il tasso decennale al 2%, l'Italia deve indebitarsi e spendere. Il problema in Europa e nel mondo è il risparmio eccessivo che alimenta la minaccia di deflazione. Per contrastare il problema del risparmio eccessivo c'è un unico modo: aumentare la spesa pubblica. L'Europa sta sbagliando strategia imponendo il taglio del deficit."
(C. Zhao)

Chen Zhao è co-director della Global Macro Research in Legg Mason, grande società di gestione di fondi di investimento. Da buon keynesiano, Zhao vede il mondo affogare in un eccesso di risparmio che sta provocando forti spinte deflattive.

Come sempre in questi casi, Zhao confonde grandezze nominali e grandezze reali, considerando il denaro creato dal nulla dalle banche centrali come se fosse risparmio reale. Invita quindi l'Italia ad azzerare l'avanzo primario aumentando la spesa pubblica (si badi bene: non chiede una diminuzione delle tasse). E, dato che i tassi di interesse sono bassi, il governo dovrebbe aumentare l'indebitamento e la spesa pubblica.

Forse gli sfugge che si tratta di due attività praticate in abbondanza (soprattutto) in passato, i cui effetti sono un debito che supera il 130 per cento del Pil e una presenza elefantiaca dello Stato che soffoca l'iniziativa privata. Oltre tutto, come evitare una nuova esplosione del costo del debito?

Zhao ha la soluzione (peraltro non troppo originale):

In Europa non avete il compratore di ultima istanza. La Bce è una "banca centrale a metà". Dovrebbe comprare molto più debito. Nell'Eurozona non c'è debito pubblico in valuta estera, è tutto denominato in euro. È assurdo che i titoli di Stato greci o italiani abbiamo un differenziale di rendimento sui tedeschi, assurdo ci sia la crisi del debito greco. Dovete monetizzare il debito perché siete minacciati dalla deflazione. I tassi della Bce sono già scesi allo zero, quella strada è stata presa ma oltre lo zero la Bce non può andare: ma non è libera, è sotto l'influenza della politica. La soluzione anche in questo caso è quindi politica.

A me non pare affatto assurdo che i titoli di Stato dei Paesi aderenti all'euro abbiano rendimenti diversi tra loro, semmai sarebbe assurdo il contrario, dato che non si è in presenza (a mio parere fortunatamente) di una unione fiscale.

Quanto alla necessità di monetizzare il debito pubblico, evidentemente Zhao ritiene che la Bce non lo stia facendo a sufficienza. Chiaramente la soluzione ideale, per questi "economisti", consisterebbe nell'avere una banca centrale che accredita direttamente gli Stati di tutto il denaro che costoro richiedono.

Come se non si trattasse di una via già percorsa, con esiti disastrosi, in passato.


mercoledì 17 giugno 2015

Scorie - Monsignor Tafazzi

"Accogliere gli immigrati è un risarcimento. Non facciamo un piacere ma risarciamo danni e furti che abbiamo fatto per anni."
(N. Galantino)

Secondo monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della Cei, la questione dell'accoglienza agli immigrati (spinti ad attraversare il Mediterraneo per qualsivoglia motivo) andrebbe valutata come un risarcimento per "danni e furti che abbiamo fatto per anni".

Il monsignore è ovviamente libero di pensare e dire quello che vuole, ma la logica che adotta a me pare priva di senso. Dubito che coloro che oggi vivono e pagano le tasse in Italia abbiano fatto "danni e furti per anni" nei confronti delle persone che immigrano. E anche qualora vi fossero casi del genere, le responsabilità non sarebbero collettive, bensì da attribuire a chi ha fatto quei danni e quei furti.

Quanto ai danni e furti riferibili al periodo delle conquiste coloniali, adottando la logica di monsignor Galantino si dovrebbe finire per giustificare quella parte di musulmani che definiscono le loro azioni terroristiche come una guerra santa contro o crociati, termine con il quale identificano indistintamente tutti i cristiani del mondo.

Una logica vagamente tafazzista.


martedì 16 giugno 2015

Scorie - La risposta è no

"Ci sono molte partecipate che andrebbero semplicemente chiuse, perché sono fonti di spreco. Altre società, invece, funzionano bene ed è per esse immaginabile un percorso di valorizzazione."
(P. C. Padoan)

Leggendo le parole del ministro Padoan si potrebbe quasi essere d'accordo con lui: chiudere le partecipate inutili e valorizzare (ossia vendere) quelle che funzionano bene.

Peccato che le stesse cose le stia dicendo da più di un anno, da solo o in coppia con Renzi, senza peraltro aver venduto né chiuso alcuna di quelle società.

Se Padoan e colleghi dimostrassero la stessa inconcludenza quando si tratta di introdurre una nuova tassa o inasprire una tassa esistente, i cosiddetti contribuenti potrebbero trarne (un seppur lieve) giovamento.

Invece quando si tratta di tasse capita persino di sentire quelle stesse persone parlare di riduzioni senza avere alcun senso del pudore, pur essendo smentiti dai dati forniti dalle stesse fonti governative.

La domanda è: c'è limite al peggio?


lunedì 15 giugno 2015

Scorie - Peter Pan alla stampante

"Sono sicuro che siete familiari con la storia di Peter Pan, quando dice che nel momento in cui dubitate di poter volare, allora smettete per sempre di essere in grado di farlo. Sì, quello di cui abbiamo bisogno è un atteggiamento positivo e convinzione."
(H. Kuroda)

Suppongo che a chi, come me, è nato negli anni Settanta, capiti di associare i nomi giapponesi a personaggi da cartoni animati che guardava negli anni Ottanta.

Quando un tale Harukiro Kuroda cita Peter Pan, uno non si aspetterebbe che costui sia il presidente della Bank of Japan, la banca centrale giapponese. Un signore che, nell'ambito della cosiddetta Abenomics (la politica economica voluta dal primo ministro Abe, fatta di deficit spending e monetizzazione del debito), sta stampando yen in proporzioni ben superiori a quanto fatto dai colleghi di Stati Uniti, Regno Unito e Area euro.

Il fatto è che finora gli effetti si sono visti soprattutto sullo yen, che si è indebolito, e sulla Borsa giapponese, che si è gonfiata. Per l'uscita dalla stagnazione ormai strutturale i segnali sono abbastanza deludenti e altalenanti. Come da vent'anni a questa parte, peraltro. Ma in Giappone il sospetto che accumulare deficit stampando moneta non sia una soluzione evidentemente non è ancora venuto, per cui ogni volta che i risultati sperati non arrivano si preferisce il classico "more of the same".

E il banchiere centrale dice che "quello di cui abbiamo bisogno è un atteggiamento positivo e convinzione". Se lo dice lui...


venerdì 12 giugno 2015

Scorie - Il big government non porta benessere

"I conservatori di oggi insistono nel sostenere che il "big government" è un male. Gli intellettuali libertari, che influenzano la maggior parte delle elite del movimento conservatore, attaccano lo stato da ogni possibile angolo. E gli economisti, nel passato, hanno a volte fornito le munizioni teoriche per le idee libertarie, facendo modelli nei quali i mercati possono sistemare tutto e lo stato fa solo danni."
(N. Smith)

Negli Stati Uniti sono spesso definiti "libertari" più o meno tutti coloro che non sono "liberal" e in qualche misura vorrebbero un ridimensionamento del ruolo dello Stato. Non è difficile capire che per i "liberal", che sono poi in definitiva i sinistrorsi americani, il fatto di mettere assieme sotto la definizione di "libertari" pere e mele non sia un problema. Anzi, rappresenta un utile metodo per gettare più facilmente discredito sui libertari stessi.

Noah Smith parla spesso di libertari e scuola austriaca di economia, mischiando pere e mele nel primo caso, e nel secondo caso dimostrando di non aver mai letto una sola pagina scritta da un economista di scuola austriaca, limitandosi ad avere come fonti autori tipo Paul Krugman. Un po' come se per farsi un'idea del cristianesimo si consultasse solo un musulmano fondamentalista.

Come molti accademici, è ragionevole supporre che Smith veda nel "big government" delle big opportunities di carriera. Non c'è quindi da stupirsi se cerca di giustificare l'espansione dello Stato. Né c'è da stupirsi se critica gli economisti della vecchia scuola di Chicago per aver "fornito le munizioni teoriche per le idee libertarie", evidentemente considerando libertari gli economisti di Chicago e gli esponenti del partito repubblicano statunitense. In entrambi i casi usando a mio parere il termine "libertario" in modo quantomeno equivoco.

Smith fa quindi ricorso a dati OCSE per dimostrare che i Paesi più ricchi sono anche quelli con la maggior spesa pubblica in rapporto al Pil. Dopodiché scrive:

"Dobbiamo credere che i paesi ricchi siano ricchi nonostante abbiano un "big government"?... O dovremmo concludere che il "big government" è un ingrediente necessario affinché i Paesi diventino ricchi?"

A mio parere limitarsi a mostrare un grafico con la spesa pubblica in rapporto al Pil non è sufficiente per trarre conclusioni. In primo luogo perché per ricchezza si intende il Pil stesso, e siccome nel calcolo del Pil ogni centesimo di spesa pubblica equivale ad altrettanto Pil, all'aumentare della prima aumenta anche il secondo, quanto meno inizialmente. In secondo luogo, perché un aumento della spesa pubblica in rapporto al Pil comporta spesso una riduzione della componente privata del Pil stesso e/o un aumento del debito pubblico sempre in rapporto al Pil (se la spesa pubblica è finanziata in deficit).

Il fatto stesso che nel grafico utilizzato da Smith la Grecia sia prima degli Stati Uniti e del Canada (per fare solo un paio di esempi) dovrebbe far venire qualche dubbio all'autore.

Smith cita poi anche uno studio nel quale si cerca di dimostrare che la crescita dello Stato, almeno fino a un certo punto, è benefica.

"La teoria non è molto complicata, e si basa sulla semplice idea che i beni pubblici spingano l'attività economica. Gli Stati che sono più capaci di tassare e regolare l'attività economica, sono in grado di fornire più beni pubblici, e quindi crescono più dei Paesi con Stati deboli."

Quello che Smith (al pari dell'autore il cui studio utilizza) non dice è che il sogno del perfetto regolatore è quello di ogni socialista, ma non risulta che nei Paesi socialisti ci sia stata un'esplosione di benessere. E questo anche volendo prescindere, cosa che non andrebbe fatta, dalle considerazioni sulla compressione della libertà degli individui.

Prosegue Smith:

"Se guardate alla storia di Stati Uniti, Europa Occidentale e Giappone, vedete che gli elettori hanno ripetutamente scelto leaders che volevano espandere il raggio d'azione dello Stato."

Direi che se si guarda ai problemi attuali di Stati Uniti, Europa Occidentale e Giappone, diversi sono riconducibili all'espansione del raggio d'azione dello Stato. E in effetti sono aree ingolfate di debito pubblico e, soprattutto in Europa e Giappone, da uno stato sociale già in bancarotta (negli Stati Uniti, tuttavia, si stanno impegnando per colmare il gap con il vecchio continente). Proprio in virtù delle tante spese che conquistano l'elettore di oggi a danno del contribuente di domani.

Un concetto che conferma l'intuizione di Frederic Bastiat, secondo il quale "lo Stato è la grande illusione attraverso la quale tutti cercano di vivere alle spalle di tutti gli altri". A maggior ragione se gli altri non possono ancora votare e magari sono ancora nati.

Smith, bontà sua, ammette che "lo Stato può diventare troppo grande." Ma par di capire che non sia un problema attuale. "Gobba? Quale gobba?" Disse Marty Feldman interpretando Igor in Frankenstei Junior.


giovedì 11 giugno 2015

Scorie - La banca che non ci manca

"In un mondo segnato da quella che Keynes chiamava «irriducibile incertezza», il 'lasciare che le cose vadano per il loro corso' non può essere una raccomandazione per tutte le stagioni."
(F. Galimberti)

Recensendo il libro di Pierluigi Ciocca dal titolo "La banca che ci manca", in cui l'autore critica l'attuale assetto della Bce e ne auspica una rivisitazione profonda delle prerogative e del mandato, Fabrizio Galimberti ne ha approfittato per partire dal suo idolo Keynes.

Scelta quasi inevitabile, dato l'obiettivo della recensione, ossia quello di condividere in pieno il punto di vista di Ciocca. In fin dei conti è proprio sul cosa fare di fronte all'incertezza che Keynes e tutti i suoi seguaci (tra i quali l'autore del libro e il suo recensore) furono e sono fortemente critici nei confronti del laissez faire.

Ciocca, come già Keynes, considera il capitalismo intrinsecamente "instabile". Da ciò trae giustificazione l'interventismo (per lo più fiscale e monetario), perché il mercato non sarebbe in grado di autoregolarsi. Il problema è che gli interventisti tendono a considerare instabile tutto ciò che non si muove nella direzione e con le modalità da essi stessi auspicate e, al tempo stesso, non vogliono neppure prendere in considerazione che l'instabilità sia una conseguenza dell'interventismo precedente.

Resta il fatto che, dopo 80 anni di keynesismo, non è ancora nato un regolatore onnisciente. E credo di poter dare una la cattiva notizia ai keynesiani: non nascerà mai. Per questo ogni interventismo porta conseguenze inintenzionali per rimediare alle quali, invece di una astensione da nuovi interventi, gli interventisti stessi ne chiedono di nuovi. Un processo che conduce al socialismo, come lucidamente spiegò Ludwig von Mises negli anni in cui il keynesismo era il verbo quasi incontrastato. L'aggravante, oggi, è che i keynesiani continuano imperterriti a ignorare ben 80 anni di insuccessi nello "stabilizzare" l'economia.

Nel suo libro, Ciocca parla della banca centrale europea "ideale", in contrapposizione a quella attuale. Una banca centrale che dovrebbe essere fortemente autonoma e discrezionale. Autonomia e discrezionalità di una Banca centrale "devono potersi volgere:
a) In politica monetaria, alla stabilità dei prezzi e al pieno utilizzo delle risorse;
b) nella cura del sistema finanziario, a evitarne l'illiquidità e a contrastarne il crollo anche arrivando a sostenere l'operatore insolvente;
c) nel finanziamento dello Stato, ad assicurare la continuità dei pagamenti pubblici, allorché allo Stato, pur solvibile, viene precluso l'accesso al mercato del danaro."

Per quanti riguarda il primo punto, Ciocca vorrebbe un duplice obiettivo, simile a quello della Federal Reserve statunitense. Evidentemente i risultati non certo esaltanti di un secolo di storia della Fed, soprattutto in merito la perdita di potere d'acquisto del dollaro, non vogliono dire nulla per Ciocca.

Quanto al secondo punto, qui si va ben oltre i prestiti di ultima istanza che per Walter Bagehot avrebbero dovuto essere riservati a banche in situazione di illiquidità ma non in stato di insolvenza. Secondo Ciocca andrebbe evitato anche il fallimento delle banche insolventi, con buona pace del moral hazard, che già peraltro dilaga assieme alla riserva frazionaria quando c'è un prestatore di ultima istanza.

Venendo al terzo punto, si parte dall'"assicurare la continuità dei pagamenti pubblici", e si finisce per monetizzare ogni spesa, in quanto "indispensabile". Se già è dannosa la monetizzazione indiretta delle spese pubbliche tipica dei sistemi monetari attuali, si pensi a quali sarebbero gli esiti di una monetizzazione diretta. Un piccolo esempio potrebbe essere ciò che accadeva in Italia fino al 1981. Chissà quale "stabilizzazione" si avrebbe.

Galimberti appare visibilmente (e prevedibilmente) entusiasta del libro di Ciocca. Per me, al contrario, quella che egli delinea è la banca che non ci manca affatto.


mercoledì 10 giugno 2015

Scorie - Il miglior servizio pubblico è quello che non c'è

"Volendone attribuire una parte anche significativa e maggioritaria alla Rai, perché non renderne disponibile una quota (per esempio quella recuperata dall'evasione) per le altre tv generaliste, le pay, le televisioni locali e la web tv? Capaci di produrre proposte specifiche e qualificanti, anche educational, su temi eventi o progetti di grande rilievo e di interesse generale. Potrebbe essere uno stimolo per migliorare in molti segmenti l'offerta complessiva del sistema televisivo, mettendo pubblico e privato in competizione sulla qualità dell'offerta (non solo degli eventi), riqualificando così la "tassa più odiata dagli italiani", firmando un patto di qualità nell'interesse dei telespettatori cittadini e non solo dei telespettatori consumatori. È un'idea, parliamone."
(G. Minoli)

Giovanni Minoli, che di anni in Rai ne ha trascorsi parecchi, lancia la proposta di togliere alla televisione di Stato il monopolio del cosiddetto servizio pubblico, attribuendo una parte del gettito del canone a emittenti private che offrano contenuti "di qualità nell'interesse dei telespettatori cittadini e non solo dei telespettatori consumatori".

Minoli parte dalla constatazione che buona parte del palinsesto della Rai non ha nulla di diverso da quello delle altre televisioni generaliste, e quindi sostiene che il canone dovrebbe finanziare "proposte specifiche e qualificanti, anche educational, su temi eventi o progetti di grande rilievo e di interesse generale".

A mio parere una redistribuzione del canone non lo renderebbe meno "odiato" dagli italiani. Al tempo stesso, chi dovrebbe stabilire quali sono i programmi che meritano di essere finanziati dal canone? Suppongo che si finirebbe per far prendere questa decisione a una commissione parlamentare, al governo o a una commissione di (pseudo)esperti nominata pur sempre da politici.

Si tratta di un atteggiamento paternalista (per non dire di peggio) che finirebbe col peggiorare la situazione. Non che da un signore che ci tiene a distinguere tra "telespettatori cittadini" e "telespettatori consumatori" mi aspettassi qualcosa di diverso, a maggior ragione se ha lavorato in Rai per decenni.

L'unica cosa che andrebbe fatta è abolire il canone e anche il servizio pubblico televisivo, smontando quel baraccone stipendificio che è la Rai e vendendola a soggetti privati. Certamente molti degli attuali dipendenti sarebbero in esubero, ma per quale motivo continuare a mantenerli con i soldi degli italiani, poco importa se derivanti dal canone o dalla cosiddetta fiscalità generale?


martedì 9 giugno 2015

Scorie - La discesa del debito che (non) verrà

"Il debito deve assolutamente scendere, lo faremo. Punto. Lo faremo aumentando la crescita, con i tassi di interesse più bassi (anche se non a lungo) e poi toccherà alle politiche fiscali recuperare quell'avanzo primario che avevamo in passato e che era il più alto d'Europa. E un po' di inflazione in più ci aiuterà."
(P. C. Padoan)

Non è la prima volta che il ministro dell'Economia promette che il debito pubblico calerà. Non è neppure la prima volta che (stra)parla di una crescita economica che è sempre lì lì per arrivare, ma ovviamente a partire dai prossimi mesi. E, altrettanto ovviamente, grazie alle riforme del governo.

Ho già avuto modo di sostenere in altre occasioni che, dato il livello assoluto e in rapporto al Pil raggiunto dal debito italiano e anche dalla pressione fiscale, pensare di uscirne puntando sulla realizzazione di cospicui avanzi primari è una pia illusione, a maggior ragione considerando che di tagli alla spesa se ne parla solamente, senza farli, e che lo stesso vale per le dismissioni di pezzi di patrimonio demaniale.

Quindi sentire Padoan parlare di politiche fiscali deve mettere in allerta, dato che se è (ahimè) illusorio aspettarsi tagli di spesa e dismissioni degne di essere chiamati tali, il sospetto, che è quasi una certezza visti i precedenti, è che siano ancora le entrate, ossia le tasse, a fare la parte del leone nella ricerca di aumentare l'avanzo primario.

Last, but not least, il vero aiuto che ogni grande debitore aspetta dalla politica monetaria per alleviare l'onere reale del debito, ossia l'inflazione. Padoan dice "un po'", ma in cuor suo spera che sia qualcosa in più di un po'. Altrimenti che keynesiano sarebbe?


lunedì 8 giugno 2015

Scorie - Lo Stato fuma il denaro degli italiani

"Quando nel 1996 divenni ministro delle Finanze, il ministero era una enorme macchina vetusta, semiparalizzata, incapace di svolgere la propria funzione con un minimo di efficienza. Mi limito ad un esempio: dopo poche settimane dall'insediamento venni informato che alcune manifatture dei Tabacchi (che erano, o dovevano essere, imprese) funzionavano a ritmi ridotti per la mancanza di elettricisti. Chiesi allora perché non si affrettassero ad assumerli, e mi fu risposto che la cosa non era tanto semplice: bisognava infatti indire un pubblico concorso per titoli ed esami, pubblicare il bando sulla gazzetta ufficiale, aspettare la presentazione delle domande, nominare le commissioni di concorso, ecc. Era necessario almeno un anno, e nel frattempo la produzione di sigarette poteva attendere. Queste procedure, tutte coerenti col diritto amministrativo e con l'idea che la PA fosse una unica organizzazione unitaria da gestire con le stesse norme, valevano per l'intero ministero e lo paralizzavano."
(V. Visco)

Commentando l'attuale limbo nel quale si trovano diversi dirigenti dell'Agenzia delle entrate a seguito di una sentenza della Corte Costituzionale che ne ha determinato la decadenza in quanto non assunti mediante concorso pubblico, Vincenzo Visco racconta un aneddoto di quando divenne ministro delle Finanze nel primo governo Prodi.

Nel corso della sua esperienza governativa, Visco è stato capace di inventare l'Irap, di introdurre l'imposta sul capital gain e la tassazione sui redditi maturati e non realizzati (tuttora vigente nel cosiddetto regime del risparmio gestito), di concepire un astruso equalizzatore per il calcolo delle imposte sui titoli senza cedola e sulle sicav (poi fortunatamente soppresso perché inutilmente cervellotico a fronte del gettito che produceva). Questo per ricordare solo alcune sue "prodezze".

Oggi sostiene che non tutte le amministrazioni pubbliche dovrebbero rispondere alle stesse regole amministrative: in alcuni casi dovrebbero comportarsi come imprese private. A tale proposito racconta l'aneddoto che ho riportato, riferito alle manifatture Tabacchi.

E' certamente allucinante che per assumere un elettricista sia necessario indire un concorso pubblico con tutte le formalità burocratiche del caso. Ma ancor più allucinante, a mio parere, è che lo Stato debba espandere a tal punto il proprio raggio d'azione da arrivare perfino a produrre sigarette (ovviamente questa circostanza mi era nota da molto tempo, ma l'articolo di Visco mi ha fornito un utile spunto per occuparmene). Cosa che, invece, pare non stupire per nulla Visco.

Procura il fumo agli italiani, poi ne fuma il denaro tassandoli. E quando lo Stato fuma, aspira tutto.


lunedì 1 giugno 2015

Scorie - Non è il numero il vero problema dei sindacati

"Cgil, Cisl e Uil decidano che cosa fare, ma così come abbiamo ridotto il numero dei politici con il superamento delle province e la riforma costituzionale si può anche immaginare un sindacato unico. È normale che in Italia il numero dei sindacalisti sia il più alto del mondo? È inaccettabile che invece di preoccuparsi di difendere gli interessi dei lavoratori i sindacati giocano a battaglia navale contro le altre sigle. La legge sulla rappresentanza sindacale va fatta. Il sindacato unitario c'è in Germania e funziona."
(M. Renzi)

Non sono mai stato iscritto a un sindacato e, anzi, spesso mi capita di commentare in senso critico le affermazioni dei sindacalisti. Trovo anche che i sindacati in Italia abbiano fatto e continuino a fare parecchi danni. Tutti i sindacati: sia quelli che rappresentano i lavoratori dipendenti, sia quelli che rappresentano i datori di lavoro. Entrambe le parti sono sostanzialmente contrarie al libero mercato, e questo a un libertario non può certo risultare congeniale.

Credo quindi che siano criticabili le posizioni dei sindacati e anche la legislazione che ne regola l'attività. Posso anche condividere l'idea che ci siano troppi sindacalisti, con sigle sindacali che hanno più rappresentanti che rappresentati; sono anche d'accordo che "invece di preoccuparsi di difendere gli interessi dei lavoratori i sindacati giocano a battaglia navale contro le altre sigle". Quest'ultima considerazione, peraltro, può benissimo essere indirizzata ai partiti politici nei confronti dei cittadini.

In ogni caso, al contrario di Renzi non farei un parallelo tra la riduzione del numero dei politici e quello dei sindacati/sindacalisti. I politici sono in tutto e per tutto consumatori di tasse, mantenuti con i soldi dei pagatori di tasse, anche se costoro non li hanno votati.

I sindacalisti sono in qualche misura consumatori degli stipendi altrui, ma vengono per lo più pagati dagli iscritti, e l'iscrizione non è obbligatoria. Di sicuro sarebbe bene che lo Stato non concedesse ai sindacati nessun posto al banchetto delle tasse altrui. Ma questo vale in linea generale per qualsiasi categoria e associazione.

E se proprio si volesse affrontare la questione, a mio parere la cosa peggiore è che gli accordi fatti tra sindacati e imprese siano vincolanti anche per i non iscritti ai sindacati stessi. Da questo punto di vista, per chi non è iscritto mi pare non sia di alcuna consolazione sapere che al tavolo era presente un'unica sigla sindacale invece che tre, cinque o venti.

Ognuno sia libero di associarsi come preferisce, purché non violi la proprietà altrui. Questo dovrebbe valere tanto per i partiti, quanto per i sindacati e ogni altra forma di associazione. Basterebbe questa regola, tanto chiara quanto semplice. Due motivi per cui si può stare certi che tanto Renzi quanto i suoi successori non la prenderanno mai neppure in considerazione.