martedì 31 gennaio 2017

Scorie - Il blogger

Dopo poco più di un mese di relativo silenzio, Matteo Renzi ha ripreso a comunicare a getto continuo, aprendo un blog. Dal quale fa già campagna elettorale.
 
La tecnica di Renzi è sempre la stessa, e ha due varianti. Nella prima variante, Renzi evoca qualcosa che non va attirbuendone le responsabilità a chi c'era prima di lui, indicando poi la discontinuità apportata dalla sua azione di governo. Nella seconda variante, invece, Renzi parte da un dato (oggettivamente) brutto, dicendo di non essere contento, ma che lui al governo ha fatto questo, quello e quell'altro ancora, e che basta solo avere fiducia in lui perché le cose vadano meglio in futuro.
 
Toccando il tema delle tasse, Renzi ha usato la prima variante:
 
"La sinistra e le tasse hanno sempre avuto una relazione complicata, in Italia. Siamo stati dipinti come il partito che sapeva solo alzare la pressione fiscale, abbiamo dato l'idea di considerare le tasche degli italiani come il bancomat per risolvere ogni problema di bilancio".
 
Ahimè non hanno solo "dato l'idea", e il dipinto in questione era, in realtà, una fotografia di quanto accadeva, senza nessun ritocco al Photoshop.
 
Ma ecco che, con Renzi al governo, le tasse hanno iniziato a diminuire.

"Il nostro Pd ha innovato su due punti. Il primo, abbassare le tasse: gli 80 euro, le tasse agricole, l'Irap costo del lavoro, l'Imu-Tasi sulla prima casa, l'Ires, gli incentivi alle imprese che assumono dal JobsAct a Industria 4.0. Niente di eccezionale, ma il segnale di un cambio di rotta sostanziale".
 
Leggendo l'ultima frase si può notare l'uso della seconda variante. A parte questo dettaglio, Renzi racconta solo un pezzo di verità. Innanzi tutto, non fa menzione di alcuni aumenti di tasse che il suo stesso governo ha operato, per esempio quelle sulle cosiddette rendite finanziarie e perfino sui fondi pensione, penalizzando i giovani in modo particolare.
 
L'altra cosa che Renzi omette è che durante i suoi mille giorni al governo il deficit non è aumentato solo se si tiene conto del calo della spesa per interessi di circa 20 miliardi non certo attribuibile all'azione dell'esecutivo. Omette anche di dire che la "flessibilità", ossia il maggior deficit, che rappresenta l'ingrediente principale delle sue manovre di bilancio, non ha eliminato, bensì rimandato di anno in anno le cosiddette clausole di salvaguardia, che prevedono aumenti automatici di Iva e accise qualora non disinnescate.
 
Il fatto è che il disinnesco può avvenire solo tagliando in modo strutturale la spesa pubblica, cosa che Renzi si è ben guardato dal fare. Per cui ogni promessa di riduzione delle tasse si sconterà con un deficit da coprire. Non a caso il suo lascito al governo Gentiloni è una manovra correttiva da fare già nei prossimi mesi.
 
Mi fermo qui e vi risparmio il pezzo sull'evasione fiscale.

lunedì 30 gennaio 2017

Scorie - Ma quale hard money?

"Anche se i fautori della "hard money" avessero un impatto limitato sulla politica [monetaria], i loro principi basati su regole hanno il potenziale di accelerare e peggiorare la prossima recessione, e di indebolire la successiva ripresa."
(T. Duy)



Tim Duy ha scritto su BloombergView un articolo che ho trovato involontariamente comico, nel quale profetizza disastri se Donald Trump nominerà alla Federal Reserve dei fautori della "hard money".

Premesso che nutro dubbi sul fatto che Trump voglia una Fed realmente meno lassista, dato che molto probabilmente farà deficit che andrà finanziato con titoli del Tesoro e vorrà che il costo del debito resti basso, trovo comico l'articolo perché Duy non si riferisce a persone che vorrebbero il ritorno al gold standard, bensì a professori come John Taylor, che propendono per l'utilizzo di regole (relativamente meccaniche) nella conduzione della politica monetaria.

Per intenderci, la regola di Taylor (della quale, peraltro, esistono diverse versioni) non ha nulla a che vedere con la "hard money". Semplicemente renderebbe (in teoria) meno discrezionale la manipolazione dei tassi di interesse da parte della Fed. Ma sempre di manipolazione si tratterebbe.

Duy cita a riconoscimento della correttezza dell'operato del presidente Yellen il rialzo dei mercati azionari, senza considerare che le politiche monetarie espansive generano i loro primi effetti proprio sull'aumento dei prezzi delle attività finanziarie, con il significativo rischio di creare bolle.

Come altri, poi, tira in ballo a sproposito il concetto di "tasso di interesse naturale". Cosa può esserci di "naturale" in un livello dei tassi di interesse pesantemente distorto dalla politica monetaria? D'altra parte, se il tasso "naturale" fosse di per sé basso, perché forzarlo (ulteriormente) al ribasso?

Duy non lo spiega. Però si premura di indicare quattro rischi che quelli che lui impropriamente definisce i fautori della "hard money" porterebbero con il loro ingresso alla Fed:

1) una politica monetaria troppo restrittiva in tempi ravvicinati, il che causerebbe una recessione;

2) una reazione tardiva ad allentare le condizioni monetarie in caso di recessione;

3) una politica troppo restrittiva appena finita la recessione;

4) una sottostima degli impatti internazionali della politica monetaria statunitense.

Last, but not least, "l'obiettività della Fed non potrebbe essere più data per certa".

I primi quattro rischi sono le classiche lamentazioni dei fans della stampa di denaro a getto continuo. L'ultimo è davvero ridicolo: come si fa ad affermare che la Fed sia oggi oggettiva, dato che ha una discrezionalità pressoché totale?

Duy non si premura di argomentare il suo punto di vista. E forse è meglio così. Con ogni probabilità avrebbe peggiorato le cose.


venerdì 27 gennaio 2017

Scorie - Falsi avversari del protezionismo

"Sovranità vera, non quella illusoria, significa aprire i nostri confini agli scambi commerciali, ma combattendo con determinazione l'elusione fiscale e la concorrenza sleale di chi allenta le normative per attirare le imprese."


(E. Macron)

Emmanuel Macron, candidato alla presidenza in Francia, critica il protezionismo annunciato dal neo presidente americano Trump.

Nulla da dire sulle critiche al protezionismo, ma pensare di aprire agli scambi commerciali bollando poi come "concorrenza sleale" l'abbassamento delle tasse da parte di qualche Stato rende chiara l'idea che Macron (peraltro in folta compagnia) ha del concetto di concorrenza.

In pratica, va bene che non ci siano barriere agli scambi sotto forma di dazi, ma guai se da qualche parte la pretesa del fisco è inferiore che altrove. Quindi la concorrenza tra imprese va bene su scala globale, ma quella tra Stati no. Quando si tratta di Stati, al posto della concorrenza è meglio che ci sia un bel cartello, e che sia il più ampio possibile.

Credo sia sempre bene ascoltare con sospetto i proclami di certi difensori del commercio internazionale.


giovedì 26 gennaio 2017

Scorie - Parlano di fallimenti del mercato, ma non sanno dimostrare il fallimento



"La richiesta di dimostrare un fallimento del mercato non è corretta, perché richiede di dimostrare troppo a chi invoca un intervento."
(N. Smith)
 
Noah Smith non fa mistero di essere un sostenitore dei correttivi agli esiti del libero mercato. Al tempo stesso, ritiene che sia ingiusto che i fautori del libero mercato chiedano agli interventisti di dimostrare in cosa consisterebbe il fallimento del mercato che loro vorrebbero correggere, perché tale dimostrazione potrebbe essere eccessivamente ardua.
 
Questo ovviamente non gli fa sorgere il dubbio che gli interventisti tendano a definire un fallimento l'esito di interazioni volontarie che, molto semplicemente, essi ritengono (soggettivamente) sgradevoli.
 
Smith lamenta il fatto che molte persone assumano che il libero mercato sia "lo stato naturale delle cose", per cui l'intervento dello Stato sarebbe un elemento artificiale. A suo parere "l'economia è per lo più una costruzione umana", per cui "non c'è ragione per non credere che non dovremmo cercare di migliorarla".
 
Che l'economia dipenda dall'azione umana (e la scienza economica rientri nello studio dell'azione umana) è certamente vero, e indubbiamente il libero mercato non rappresenta lo "stato naturale delle cose", in senso letterale, essendo piuttosto un ordine spontaneo dato da scambi determinati da scelte volontarie di chi compra e chi vende un certo bene o servizio.
 
Non è detto, quindi, che una "costruzione umana" debba essere una costruzione statale, o comunque ottenuta mediante l'imposizione di scelte ad altri da parte di qualcuno in violazione del principio di non aggressione.
 
E va da sé che i miglioramenti derivino dalle iniziative di chi partecipa al processo di mercato. Non è affatto detto che il miglioramento debba essere imposto dall'alto, perché ciò che Tizio ritiene essere migliore potrebbe non esserlo per Caio. Resta il fatto che se Tizio e Caio effettuano uno scambio volontariamente, significa che entrambi attribuiscono minor valore a ciò che cedono nello scambio rispetto a ciò che ricevono. Mentre se Tizio impone a Caio uno scambio, non si può dire che ciò rappresenti un miglioramento per Caio.
 
La tendenza degli interventisti è quella di ritenere che lo Stato debba sostituirsi al volere degli individui per il bene di tutti, perché molti individui sono considerati irrazionali. Ma, anche in questo caso, a essere definito irrazionale è semplicemente un comportamento che non si allinea a ciò che l'interventista ritiene essere razionale.
 
Smith ammette che "spesso una politica serve a correggere i fallimenti di un'altra". Ma, contrariamente a Mises, che individuava in questa stratificazione di interventi la via verso il socialismo, Smith non vede alcun problema.
 
Che invece esiste, eccome. Perché ammettere che nessuno è onnisciente e infallibile, salvo poi pretendere di considerare necessario che lo Stato continui a intervenire procedendo per tentativi e correttivi, equivale a dare per scontato che tra lo Stato e i cittadini vi sia un rapporto contrattuale. Una impostazione per nulla nuova, ma che i "contrattualisti" non riescono a giustificare a chi chiede loro di farlo, così come gli interventisti non riescono a dimostrare i fallimenti del mercato.
 
Se una cosa non la si riesce a giustificare, non sarà per caso ingiustificabile?



mercoledì 25 gennaio 2017

Scorie - Il 13 perseguita l'87?

"La nostra missione è che, a prescindere dal loro status di immigrazione e dove sono nati, sono studenti di Harvard. L'odio a Harvard non deve esistere."
(R. Khurana)



Rakesh Khurana è il responsabile dei rapporti con gli iscritti dell'università di Harvard, ateneo tanto costoso quanto frequentato da studenti (e prima ancora da docenti) ardentemente (left) liberal.

Khurana teme che Trump disponga la deportazione degli studenti senza regolare permesso di soggiorno, e parla addirittura di odio. Da questo punto di vista, va detto che il Paese d'origine di Khurana è con ogni probabilità tra quelli in cui c'è molto odio, essendo illegale quasi ovunque l'ingresso senza visto o permesso di soggiorno.

Se non esistessero gli Stati, ognuno sarebbe libero di ospitare nella sua proprietà chiunque volesse. Ovviamente chiunque dovrebbe rispettare il principio di non aggressione. Nel conteso attuale, in cui gli Stati sono ben lungi dall'estinzione, va da sé che ognuno di essi fissa le regole che preferisce per regolare l'ingresso e la permanenza sul territorio nel quale rivendica il monopolio dell'uso della forza.

Paradossalmente nessun Khurana mette in discussione tale monopolio. Semplicemente si lamenta se il monopolista non prende decisioni da lui condivise. Che la democrazia sia una forma di dittatura della maggioranza (o, molto più spesso, della minoranza che ha però vinto le elezioni), non lo si dovrebbe scoprire adesso che alla presidenza degli Stati Uniti è arrivato Trump. Riempirsi la bocca del termine "democrazia" salvo lamentarsi quando non piace l'esito delle elezioni è, quanto meno, contraddittorio.

Ciò detto, pare che ad Harvard l'87 per cento degli studenti abbia appoggiato Hillary Clinton. Secondo Khurana dopo le elezioni c'è stata una recrudescenza di atti di razzismo anche all'interno delle mura del campus.

Tutto può essere, e lungi da me condividere o giustificare atti di violenza. Ma se l'87 per cento degli studenti era pro Clinton, l'allarme lanciato da Khurana risulterebbe per lo meno sovradimensionato anche qualora tutto il restante 13 per cento simpatizzasse per il KKK. Cosa della quale credo sia statisticamente lecito dubitare.

Sarà pur vero che l'odio non deve esistere, ma un po' più di realismo sarebbe preferibile da parte di questi ragazzi in lutto per la vittoria di Trump.


martedì 24 gennaio 2017

Scorie - Il cigno nero di Christine Lagarde

"Ci sarebbero conseguenze devastanti se si scatenasse una guerra al ribasso sulla riduzione delle tasse, sulla normativa finanziaria o sul commercio. Se questo si dovesse verificare allora per me, sarebbe davvero un "cigno nero", un evento devastante ed imprevisto."


(C. Lagarde)

In occasione del recente World Economic Forum di Davos, appuntamento annuale dell'establishment politico-economico-finanziario globale, Christine Lagarde, direttore generale del Fondo Monetario Internazionale, ha espresso le sue preoccupazioni sull'insediamento alla presidenza degli Stati Uniti di Donald Trump.

E' del tutto comprensibile che chi si trova al vertice del FMI, istituzione che ha dato un contributo non certo marginale alla definizione dello status quo, tema che intervengano cambiamenti non concordati nell'ambito delle grandi organizzazioni sovranazionali.

Probabilmente Trump farà davvero disastri, perché in fin dei conti la sua sarà solo una variante di statalismo diversa da quella precedente, ma se la riduzione delle tasse fosse fatta riducendo anche la spesa e lo snellimento normativo servisse a lasciare più spazio al libero mercato in materie come finanza e commercio, non credo proprio che assisteremmo a disastri.

Per di più, considerando il track record di coloro che oggi prevedono disastri, essendo essi stessi più o meno stabilmente ad avere un potere pervasivo da diversi anni, è legittimo supporre che tanto peggio non potrebbe andare.

Inoltre, anche se dubito che Lagarde intendesse dare questo significato alle sue parole, concordo che si tratterebbe di un "cigno nero" per lei. Oltre che per tanti altri frequentatori abituali del WEO di Davos, che rischierebbero seriamente di assaggiare il sapore della disoccupazione.



lunedì 23 gennaio 2017

Scorie - Veloci a parole

"I bilanci devono essere sostenibili. Su questo non c'è dubbio. Ma non si risanano i bilanci guardando solo al lato della spesa. Occorre investire per stimolare la crescita e con la crescita le entrate fiscali. In Europa sono tutti molto veloci quando si tratta di tagliare la spesa. Ma molto lenti quando si deve allargare la base imponibile, come dimostrano le esitazioni sulla tassa per le transazioni finanziarie o la difficoltà nel tassare le multinazionali là dove fanno i profitti. Anche questo alimenta il populismo."
(M. Schulz)



Martin Schulz, presidente uscente del Parlamento europeo, è il classico socialista che vede nella spesa pubblica (per investimenti, ovviamente!) la via alla soluzione della lunga crisi di diversi Paesi europei.

E se serve far quadrare i conti, meglio aumentare le tasse. Schulz arriva perfino ad affermare che in Europa "sono tutti molto veloci quando si tratta di tagliare la spesa".

Basandosi su queste affermazioni, chi venisse da un altro pianeta si farebbe l'idea di trovarsi al cospetto di Paesi con un governo di dimensioni minime, ma i numeri smentiscono quanto sostenuto da Schulz. Seppur con qualche differenza, nella maggior parte dei Paesi aderenti all'Unione europea la spesa pubblica è attorno al 50% del Pil e non ha subito diminuzioni complessive negli ultimi anni. Al più qualche ricomposizione.

Quanto alle tasse, c'è chi ne paga parecchie, ma non per colpa di chi ne paga poche; se la base imponibile fosse più ampia, non vi sarebbero aliquote più basse, bensì un aumento della spesa.

Quindi se si tratta di tagliare la spesa tutti sono probabilmente veloci a parole, ma non certo nei fatti.


venerdì 20 gennaio 2017

Scorie - Libero mercato o corporativismo?



"Negli ultimi 25 anni, in molti paesi, le regole dell'economia liberista sono state riscritte col risultato di rafforzare il potere del mercato e far esplodere la crisi della disuguaglianza. Molte corporation sono poi state particolarmente abili - più che in qualsiasi altro campo - nel godere di una rendita di posizione - vale a dire nel riuscire ad assicurarsi una porzione più grande di ricchezza nazionale, esercitando un potere monopolistico o ottenendo favori dai governi."
(J. Stiglitz)
 
Joseph Stiglitz, economista vincitore del premio Nobel nel 2001, è da sempre un idolo dei sinistrorsi di ogni dove. In occasione del World Economic Forum di Davos, Stiglitz non rinuncia alla consueta accusa nei confronti del mercato, reo di creare disuguaglianze.
 
Ritengo opportuno premettere che il WEF e consessi simili sono la massima espressione non già dell'economia di mercato, quanto del (peggior) corporativismo. Non a caso gli esponenti di diversi governi e banche centrali sono numerosi quanto economisti e amministratori di grandi banche e aziende. Quest'anno ci è pure toccato sentire il presidente (nonché capo del partito comunista) cinese impartire lezioni di globalizzazione.
 
Quella che va sotto il nome di "deregolamentazione" dovrebbe più propriamente essere definita "diversa regolamentazione". La stessa affermazione di Stiglitz, tra l'altro, contiene in sé una contraddizione: se veramente negli ultimi 25 anni avesse prevalso l'economia di libero mercato, non si sarebbero stratificate "rendite di posizione" o "favori dai governi", che sono conseguenze del corporativismo, non del libero mercato.

Ovviamente nessuno ha fatto presente a Stiglitz questa contraddizione. Come di consueto, i santoni del progressivismo possono dire qualsiasi cosa, anche la più assurda. A lui capita spesso.


giovedì 19 gennaio 2017

Scorie - Il rapporto matematico (che non funziona)


"Non voglio neanche sentire parlare di manovra correttiva. Come ha dimostrato il dibattito dell'autunno scorso sulla validazione delle prospettive di crescita con l'Ufficio di Bilancio, c'è un rapporto matematico tra il livello dell'indebitamento, il deficit, e la crescita dell'economia."
(E. Morando)



Come era prevedibile, la Commissione europea ha chiesto al governo italiano di correggere la manovra di bilancio approvata il mese scorso per un importo pari allo 0,2 per cento del Pil, ossia circa 3,4 miliardi. Il governo, per bocca del sottosegretario all'Economia, Enrico Morando, cerca di fare la voce grossa per respingere al mittente la richiesta.

Morando usa un'argomentazione tipicamente keynesiana per giustificare la resistenza del governo a ridurre il deficit di bilancio: fare meno deficit equivarrebbe a ridurre la crescita economica. Il "rapporto matematico" a cui fa riferimento, però, presenta un problema: se le cose davvero funzionassero così, l'Italia avrebbe molto più Pil e molto meno debito. L'esatto contrario di quanto suggerisce l'esperienza storica.

Se c'è un problema connesso al modo in cui in Italia i governi hanno cercato di ridurre il deficit, soprattutto quando costretti dall'andamento dei tassi sul debito più che dai richiami della Commissione, è che lo hanno fatto rincorrendo la spesa pubblica con l'incremento della tassazione, togliendo sempre più risorse a chi le produce per darle a chi le consuma.

Invece di invocare improbabili vie di crescita a mezzo deficit, sarebbe ora di ridurre davvero la spesa e, con essa, la tassazione.


mercoledì 18 gennaio 2017

Scorie - (Solite) sciocchezze sui rating

"Valutare il debito di un paese che non ha il potere di creare la sua moneta significa lasciare campo alla speculazione."


(J-P. Fitoussi)

All'indomani della decisione dell'agenzia di rating DBRS di abbassare il giudizio sul merito di credito della Repubblica italiana, non poteva mancare un'intervista a Jean-Paul Fitoussi, economista francese molto ascoltato (per lo meno dai giornalisti) in Italia.

Ebbene, Fitoussi arriva a sostenere che andrebbe vietato alle agenzie di rating di esprimere giudizi sul debito pubblico di un Paese privo di sovranità monetaria, per non "lasciare campo alla speculazione".

Sulle agenzie di rating i giudizi sono per lo più negativi, soprattutto a seguito della crisi che ha avuto inizialmente come oggetto le cartolarizzazioni su mutui sub-prime, le cui tranche senior erano state generosamente valutate con parecchie A.

Molto critiche sono state le banche centrali, per esempio. Tra le quali la BCE, che, per "punire" queste società operanti in oligopolio, ha pensato di rendere obbligatori almeno due rating (invece di uno solo) per le cartolarizzazioni che possono essere utilizzate come collaterale per ottenere finanziamenti da parte delle banche, oltre a rendere, di fatto, molto difficile l'accesso al mercato a nuove agenzie. In pratica, ha assicurato alle agenzie oligopoliste ulteriore giro d'affari a parecchi zeri.

All'inizio del Novecento questo servizio di valutazione del merito di credito si sviluppò come tanti altri servizi di mercato. A far degenerare la situazione fu la istituzionalizzazione del rating da parte delle autorità di vigilanza, che introdussero via via l'obbligatorietà di questo strumento per diversi prodotti finanziari.

Fino, appunto, al paradosso di criticare pesantemente le agenzie per via dei rating attribuiti alle cartolarizzazioni con sottostante i mutui sub-prime, procedendo al tempo stesso a fornire loro molto più lavoro grazie all'estensione dell'obbligatorietà di avere più rating per lo stesso prodotto.

Uno strano modo per ridimensionare il peso di soggetti il cui operato è stato giudicato negativamente.

In questa sede non intendo esprimere un parere sull'operato delle agenzie di rating, bensì commentare l'affermazione di Fitoussi, secondo il quale, in sostanza, andrebbe vietato alle agenzie di esprimere un giudizio sugli Stati che non possono monetizzare direttamente il loro debito.

Non vedo per quale motivo trattare gli Stati diversamente dagli altri emittenti, che generalmente non hanno il potere di monetizzare le proprie passività.

Ma basta tirare in ballo la "speculazione" per poter affermare qualsiasi sciocchezza. Come se il termometro fosse responsabile della febbre.


martedì 17 gennaio 2017

Scorie - La crescita anno che (non) verrà

"La via maestra per abbattere il debito resta la crescita. La Ue ci ricorda che l'Italia ha un debito troppo alto e questo lo sappiamo tutti. Non è diminuito perché purtroppo siamo stati in deflazione nel 2016 e le condizioni di mercato non ci hanno permesso di completare il programma di privatizzazioni. Un piano che prenderà quota quest'anno, in cui ci aspettiamo una crescita più elevata."


(P. C. Padoan)

Non è da ieri che la Commissione europea nutre perplessità sui numeri presentati dal governo nella legge di bilancio per il 2017, che ha seguito il copione, ormai collaudato, di smentire gli impegni assunti primavera in merito alla riduzione di deficit e debito.

Né è da ieri che Padoan va sostenendo che la via maestra per abbattere il debito sia la crescita del Pil nominale, ossia al lordo della crescita dei prezzi al consumo, che nella definizione mainstream equivale all'inflazione.

Purtroppo quando il debito supera il 130 per cento del Pil e la crescita reale del Pil non va, nella migliore delle ipotesi, oltre lo zerovirgolaqualcosa, servirebbero oltre 3 punti di crescita dei prezzi per evitare la continua espansione del debito, che assorbe circa 4 punti di Pil di interessi, nonostante i tassi siano ai minimi storici.

Il tutto ovviamente non sarebbe indolore: semplicemente qualcuno sarebbe tosato implicitamente e non mediante tassazione esplicita.

Resta il fatto che quella che Padoan definisce "via maestra" non è stata imboccata né nel 2014, né nel 2015, né nel 2016, per restare agli anni nei quali ha occupato la poltrona del ministero dell'Economia. Né si tratta di una via auspicabile, a mio parere.

Oltre alla crescita del Pil nominale sono latitanti anche altre due componenti, quelle decisamente più importanti in una situazione debitoria come quella italiana: la riduzione della spesa pubblica e la dismissione di attivi di proprietà statale.

Sulla prima non si è mai andati realmente oltre le chiacchiere; quanto alle seconde, Padoan se la prende con le (avverse) condizioni di mercato per giustificare le mancate dismissioni. Il fatto è che nulla garantisce che le condizioni di mercato migliorino in futuro, né si capisce quali condizioni sarebbero ritenute adeguate dal ministro.

Fatto sta che non ci si deve per nulla stupire se c'è scetticismo di fronte all'ennesima promessa di fare le cose quest'anno, in cui, sostiene il ministro "ci aspettiamo una crescita più elevata".
 
Se lo dice lui…