mercoledì 31 agosto 2016

Scorie - La coscienza di Sergio

"Non possiamo demandare al funzionamento dei mercati la creazione di una società equa, perché non hanno coscienza, non hanno morale, non sanno distinguere tra ciò che è giusto e ciò che non lo è. L'efficienza non è e non può essere l'unico elemento che regola la vita. C'è un limite oltre il quale il profitto diventa avidità e chi opera nel libero mercato ha il dover di fare i conti con la propria coscienza."
(S. Marchionne)



Spesso capita di sentire affermazioni, come questa di Sergio Marchionne, in cui i "mercati" sono trattati come entità capaci di pensare e agire autonomamente. Solitamente il passaggio successivo mette in luce presunti difetti del mercato che devono essere corretti.

In realtà il mercato non ha un'esistenza propria: esistono coloro che scambiano beni e servizi. Sono le loro azioni a determinare i prezzi che si formano su un mercato, i profitti e le perdite. In un mercato libero, tali azioni danno luogo a scambi volontari che, in quanto tali, comportano un vantaggio soggettivo sia per chi vende, sia per chi compra (altrimenti non vi sarebbero scambi volontari). Va da sé che la volontà e l'azione di un soggetto non debbono essere viziate da una violenza subita (o da una minaccia di subire violenza), altrimenti quel mercato non è libero.

Un libero mercato necessita, pertanto, di un sistema di tutela dei diritto di proprietà. Nulla di più, nulla di meno. Da questo punto di vista, sono davvero rari, ahimè, i mercati liberi. Il fatto è che, non di rado, sono proprio gli interventi statali volti a "correggere" i presunti "difetti" del mercato a viziare la volontà di chi effettua gli scambi.

Resta il fatto che il mercato in quanto tale non può avere coscienza, morale o distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. Sono coloro che effettuano gli scambi a dover fare tali valutazioni. Quanto al concetto di equità, in un mercato libero (come prima definito) l'esito degli scambi è necessariamente equo, altrimenti non vi sarebbero scambi.

Il problema è che molti tendono a considerare equo non già ciò che deriva da scambi volontari, ma ciò che essi ritengono essere equo. Lo stesso dicasi per i concetti di giusto o sbagliato. Questo è piuttosto pericoloso, soprattutto se ne deriva l'invocazione dell'uso dei mezzi politici per generare ciò che si ritiene equo e giusto. Che è poi quanto puntualmente si verifica.

Secondo Marchionne c'è "un limite oltre il quale il profitto diventa avidità e chi opera nel libero mercato ha il dover di fare i conti con la propria coscienza". Io credo che chiunque debba fare i conti con la propria coscienza a prescindere dal "limite", che è ovviamente soggettivo.

Trovo peraltro abbastanza ipocrita che certe cose le affermi Marchionne, evidentemente alla ricerca di un applauso a buon mercato (parlava alla Luiss: di solito quando si parla ai giovani è politicamente corretto disprezzare il profitto).

In un mercato autenticamente libero il profitto non è altro che un indicatore della capacità di un'impresa di soddisfare le esigenze dei clienti. Non è quindi la dimensione del profitto il problema, bensì come lo si ottiene. Se lo si ottiene per via di interventi legislativi che limitano la concorrenza e/o favoriscono un'impresa o un settore, oppure impongono al consumatore determinate scelte, allora quel mercato non è libero.

Ma invece di parlare di iniquità del mercato, sarebbe bene criticare gli interventi che distorcono il mercato stesso. Non di rado, invevce, chi parla di iniquità del mercato sollecita correzioni (casualmente a proprio vantaggio), o quanto meno non le disdegna.

Suppongo, però, che sia molto più comodo tirare in ballo la coscienza. Costa molto meno, in termini di profitti.
 
 
 
 
 


martedì 30 agosto 2016

Scorie - Per i keynesiani il momento giusto per l'austerità non arriva mai

"Come sottolineava John Maynard Keynes nel 1937: «Il momento giusto per l'austerità nei conti pubblici è quando l'economia è in espansione, non quando è in recessione»."
(J-P. Fitoussi, K. Malik)



Non si può certo dire che Jean-Paul Fitoussi e Khalid Malik brillino per originalità. Ho tratto queste loro parole, in cui citano il "maestro", da un articolo in cui invitano i governi europei a investire maggiormente su istruzione, stato sociale, miglioramento delle condizioni dei poveri, e chi più ne ha più ne metta.

Quando queste cose sono scritte da politici socialisteggianti o da persone che non si occupano più o meno professionalmente di economia non c'è tanto di cui stupirsi: si tratta spesso di individui non abituati a tenere presente che le risorse non sono illimitate, altrimenti la scienza economica non avrebbe neppure ragione di essere. Suppongo che si tratti anche spesso di persone che ritengono la ricchezza una quantità data e che sia sufficiente distribuirla "equamente" per far stare bene tutti quanti.

Questa visione, che a mio parere è al tempo stesso ingenua e inquietante perché può spingere a giustificare qualsiasi violenza in nome dell'equità, è particolarmente avvilente quando sostenuta (come spesso accade) da chi di economia si occupa professionalmente.

In nessun punto dell'articolo da cui ho tratto la citazione gli autori fanno riferimento alle fonti di finanziamento delle spese che ritengono dovrebbero essere poste in essere o incrementate da parte dei governi. Eppure si tratta di un dettaglio non proprio secondario quando si parla di "investimenti".

Ebbene, ogni spesa pubblica può essere finanziata solo mediante tassazione. Che poi la tassazione sia esplicita o implicita (mediante inflazione) e che sia presente o futura (finanziata aumentando il deficit attuale), fa differenza in ultima analisi su chi dovrà pagare il conto, ma non sul fatto che il conto dovrà essere pagato mediante tassazione.

Se aumentano la spesa pubblica e la platea dei beneficiari netti, significa che si riduce la platea dei pagatori netti, quindi aumenta l'onere a loro carico. Anche prescindendo da considerazioni in merito al diritto di proprietà di costoro (che peraltro io credo siano prioritarie), il buon senso dovrebbe portare a concludere che prima o poi il meccanismo si inceppa, dato che la ricchezza prima di essere distribuita deve essere prodotta, e che poter disporre di una quota via via decrescente di quanto si produce è quanto meno disincentivante.

Quanto alla presunta austerità di bilancio e alla citazione di Keynes, c'è un problema: sono passati 80 anni, eppure io non ho mai sentito un keynesiano sostenere che fosse il momento giusto per l'austerità nei conti pubblici, che per me significa riduzione di spesa e di tasse (aggiustare il deficit aumentando le tasse non è austerità per lo Stato, lo è per i pagatori di tasse).

Sarà un caso?
 
 
 
 
 


lunedì 29 agosto 2016

Scorie - Quanta ignoranza sulla Banca d'Italia

"Se la Bundesbank avesse una struttura proprietaria come quella della Banca d'Italia, Deutsche Bank ne sarebbe il primo azionista e sicuramente si opporrebbe all'ipotesi di Coeure. Ma la Banca centrale tedesca è interamente di proprietà della Repubblica Federale Tedesca, che al momento tiene molto alla sopravvivenza dell'euro."
(M. Bussi)



In un articolo su MF, Marcello Bussi dà conto delle critiche alla politica monetaria della BCE avanzate su Handelsblatt da John Cryan, amministratore delegato di Deutsche Bank.

Critiche riguardanti gli impatti deleteri dei tassi negativi sui margini di interessi delle banche, nonché su assicurazioni e fondi pensione, oltre che sui risparmiatori. I quali non sono indotti a spendere di più, bensì a risparmiare maggiormente, dato che le somme accantonate non rendono nulla. Le imprese, dal canto loro, non aumentano gli investimenti per via dell'incertezza generata da una politica monetaria che non fa altro che segnalare che l'economia non è affatto in ripresa.

Posto che a me sembrano critiche di buon senso, Bussi ha richiamato le affermazioni di Benoit Coeure, membro del Comitato esecutivo della BCE, secondo il quale "se non accadrà molto sul fronte delle riforme strutturali e della politica fiscale, allora la Bce farà di più".

Aggiungendo poi la frase che ho riportato, che solitamente è un cavallo di battaglia di signoraggisti e altri ignoranti (tecnicamente parlando) monetari di varia natura.

Il fatto che la Banca d'Italia sia formalmente di proprietà di soggetti privati (in gran parte banche), non significa che prenda ordini dai proprietari, come avverrebbe in una normale società di capitali. Tecnicamente è perfino improprio parlare di azionisti in riferimento a chi detiene le quote di partecipazione al capitale della Banca d'Italia (ancorché sia comprensibile che così li si definisca nel linguaggio comune), dato che si tratta di un istituto di diritto pubblico (il che dovrebbe rassicurare chi vede nella parola "pubblico" la fonte di ogni bene). Quindi la posizione assunta dal Governatore della Banca d'Italia in seno al Consiglio direttivo della BCE (e lo stesso vale per tutti gli altri esponenti della Banca d'Italia quando operano nelle strutture della BCE) non è dettata dai cosiddetti azionisti.

D'altro canto, se veramente i proprietari privati avessero potere decisionale, come si spiegherebbe il fatto che gli esponenti del Direttorio non sono nominati dai soci e che la gran parte degli utili non viene destinata a dividendi, bensì retrocessa al Tesoro?

Nel 2015, per esempio, la Banca d'Italia ha versato allo Stato 1.012 milioni di imposte (e fin qui rimaniamo nell'ambito della tassazione) e, su un utile netto di 2.797 milioni, 2.157 milioni (pari al 77%) sono stati retrocessi allo Stato, 300 milioni sono stati accantonati a riserva ordinaria e solo i restanti 340 milioni sono stati destinati a dividendi.

Quale proprietario, se avesse potere decisionale, farebbe nominare i vertici ad altri (di fatto, a chi governa) e ripartirebbe l'utile in quel modo?
 
 
 
 
 


venerdì 26 agosto 2016

Scorie - Qualcosa da eccepire c'è

"Ora, dati i rovesci della congiuntura, Renzi e Padoan devono convincere la Commissione che il target del deficit va spostato dall'1,4% al 2,2-2,3%, che si tradurrebbe in un "abbuono" tra gli 8 e i 10 miliardi. Che, aggiunti, ai risparmi attesi dalle operazioni di spending review (se finalmente si metteranno in pratica a partire dal sacrosanto piano per il taglio delle società partecipate degli enti locali) potrebbero mobilitare risorse per altri 6-7 miliardi."
(A. Orioli)



Il Sole 24Ore, in questo caso tramite Alberto Orioli, sponsorizza da diverso tempo la "flessibilità", pezzo forte della Renzinomics. Nulla di particolarmente innovativo, né in Italia, né altrove: è la vecchia ricetta keynesiana che consiste nel tentare di gonfiare il Pil facendo più deficit; alle conseguenze ci si penserà poi in futuro. Una ricetta che è sempre piaciuta a chi governa, perché aiuta il consenso elettorale. Se il Pil si gonfia ci si intestano i meriti, se non si gonfia si recrimina sulla flessibilità insufficiente. Se, poi, ci si trova a far fronte alle conseguenze, ce la si prende con chi c'era prima. Se si era al governo anche prima, ce la si prende con la congiuntura internazionale o con i "falchi" tedeschi.

Posto che sarebbe davvero ora che la spesa pubblica fosse tagliata concretamente e non solo nelle intenzioni, sulla richiesta di flessibilità, ossia di fare più deficit, Orioli si spinge a sostenere che la Commissione non dovrebbe avere nulla da eccepire.

"Se l'Italia saprà produrre un piano in pochi punti e ben orientato alla leva della crescita, Bruxelles non potrà eccepire nulla. Chi volesse contestare la sostenibilità del debito italiano non potrebbe non considerare che l'Italia vanta (con pochi emuli) un virtuoso avanzo primario in crescita all'1,7% e ha ridotto al minimo storico il costo medio della raccolta del debito sovrano allo 0,57 per cento."

Credo che qualcosa da eccepire ci sia, per lo meno se gli argomenti sono quelli avanzati da Orioli.

Innanzi tutto credo sia bene tenere presente che, ancorché tutti pensino al 2017, se la crescita del Pil nel 2016, come è assai probabile, sarà inferiore all'1.2% ottimisticamente previsto dal Governo ad aprile nel DEF, anche il rapporti deficit/Pil e debito/Pil di quest'anno saranno ben superiori a quanto concordato con la Commissione Ue, il che non rappresenta un buon punto di partenza per chiedere di fare più deficit l'anno prossimo.

Ciò detto, purtroppo l'avanzo primario dell'Italia non è di per sé garanzia di sostenibilità di un debito che viaggia spedito verso i 2.300 miliardi, avvicinandosi più al 135% del Pil che iniziando quella discesa tante volte promessa da Renzi e Padoan.

Men che meno farei conto sul recente basso costo della raccolta, che è pesantemente condizionato dalla politica monetaria della BCE e non dalla virtù dei conti pubblici italiani. Non si può certo sostenere che l'abbassamento del costo del debito sia strutturale, il che dovrebbe indurre a non compensare quella riduzione con l'aumento di altre voci di spesa, cosa che invece Renzi sta facendo puntualmente, senza peraltro averne abbastanza, chiedendo quindi altra "flessibilità".

Altro che nulla da eccepire.
 
 
 
 
 


giovedì 25 agosto 2016

Scorie - Renzi fa male i conti, purtroppo il conto non lo paga lui

"Se il referendum passa, i 500 milioni risparmiati sui costi della politica pensate che bello metterli sul fondo della povertà e darli ai nostri concittadini che non ce la fanno."
(M. Renzi)



Nella settimana prima di ferragosto, Renzi ha girato per le feste dell'Unità, promettendo soldi a tutti quanti. Peccato che, nel frattempo, giungessero notizie non certo entusiasmanti in merito alla situazione economica, con il Pil di nuovo fermo e i conti che, inevitabilmente, non tornano.

Ciò nonostante, Renzi pare abbia già trovato un modo per spendere gli eventuali risparmi che, a suo dire, deriverebbero dalla riforma costituzionale che verrà sottoposta a referendum in novembre.

Ammesso anche che i 500 milioni a cui fa riferimento siano una cifra attendibile, in un Paese in cui lo Stato spende, al netto degli interessi sul debito, oltre il 46% del Pil, i risparmi di spesa dovrebbero essere riduzioni di spesa, non riallocazioni ad altre voci.

Capisco che suoni molto buonista l'idea di spendere 500 milioni su un "fondo della povertà" per i "nostri concittadini che non ce la fanno", ma ciò renderebbe ancora più complesso l'abbassamento del deficit e del debito, che sono pur sempre a carico dei cittadini, ancorché in parte non ancora nati.

Per inciso, Renzi va parlando di 2-3 miliardi da destinare alle pensioni, quando già la spesa per pensioni supera il 16% del Pil. Il tutto aumentando il deficit, o "flessibilità", come ama definirla lui, cercando di spacciare l'illusione che il conto non dovrà essere pagato.

Ovviamente fa male i conti, e il vero problema è che a pagare non è lui.
 
 
 
 
 


mercoledì 24 agosto 2016

Scorie - Con la lungimiranza M5S le cose potrebbero davvero peggiorare

Quando uno si imbatte nelle dichiarazioni di un esponente del Movimento 5 Stelle su faccende economiche e monetarie si rende conto che, rispetto alla situazione attuale, esistono, per quanto ciò sia deprimente, dei margini di peggioramento.

Prendiamo, per esempio, Carlo Sibilia, deputato M5S e membro del cosiddetto direttorio. In merito a debito pubblico e moneta, ecco il suo punto di vista (che suppongo sia condiviso dai suoi colleghi):



"L'Italia è strozzata da un debito pubblico a quota 2.200 miliardi. Non possiamo accettare che continui ad aumentare all'infinito perché lo dobbiamo a un gruppo di banche private che possono acquistare titoli di Stato".

Il debito pubblico, in realtà, non è dovuto solo a "un gruppo di banche private" (e porrei l'attenzione sull'aggettivo "private", perché pare essere il vero problema, secondo M5S), bensì anche a una moltitudine di risparmiatori, direttamente o attraverso fondi di investimento, fondi pensione e polizze assicurative.

Questo non significa che non si debba ridurre, ma anche nell'ipotesi più estrema, ossia il suo azzeramento mediante bancarotta, bisogna capire cosa si farebbe dopo. Posto che a subire perdite non sarebbero solo le odiate "banche private", bensì, direttamente o indirettamente, la quasi totalità di risparmiatori e cittadini, l'abbattimento del debito ha senso solo se avviene nell'ambito del ridimensionamento del raggio d'azione dello Stato.

Questo, però, non pare essere l'obiettivo del M5S che, al contrario, è spesso contro ogni forma di privatizzazione e non pensa affatto a ridimensionare il ruolo dello Stato. Lamentarsi che i soldi spesi per pagare interessi sul debito non possono essere destinati a welfare o altri servizi pubblici significa solo voler sostituire una voce di spesa con un'altra, e questo ha una sgradevole conseguenza: una volta abbattuto il debito, nel giro di alcuni anni tornerebbe a essere accumulato.

Anche perché i costosi programmi del M5S non possono essere finanziati, se non per una parte marginale, con la pur lodevole riduzione degli stipendi dei parlamentari.

In merito alla moneta, ecco il punto di vista si Sibilia sulla BCE: "un privato che decide la quantità di euro che circola: la cessione è di fatto un prestito agli Stati a zero tassazione per i privati che la emettono. Io vorrei che l'Italia iniziasse a riassicurare il primato della politica sulla gestione economica".

Posto che la BCE non è "un privato", la soluzione ai problemi del sistema monetario attuale non passano certo dal "primato della politica sulla gestione economica". Al contrario, togliere la politica monetaria alla BCE avrebbe senso solo abolendo il monopolio dell'emissione di moneta e la politica monetaria stessa. Dovrebbero proprio essere i "privati" a decidere la quantità di moneta, euro o altro che fosse.

Quello che auspica Sibilia (una banca centrale che sostanzialmente prende ordini dal Tesoro) è già stato provato per secoli, e ha sempre portato a disastri monetari, a maggior ragione in un sistema di monete fiat (e dubito che il M5S sia favorevole a un sistema di hard currency).

M5S sarebbe infatti anche favorevole a introdurre una nuova moneta (fiat, ovviamente), per risolvere i problemi di competitività e debito. In sostanza, sarebbe un default sotto altre spoglie, con l'inflazione ad alleggerire il peso del debito.

E a chi fa notare a Sibilia che assomiglia a quello che ha fatto l'Argentina dopo il default del 2001 senza migliorare le cose, ecco la replica:

"L'Argentina ha insistito con le stesse politiche senza adattarsi agli scenari mutati. Per farlo servono forze libere e governanti lungimiranti. E occorre prima di tutto uno Stato efficiente: è una sfida e siamo pronti per affrontarla".

Come no: tutto sta nell'avere "governanti lungimiranti", e ovviamente loro sono sicuri di esserlo. Ma chiunque si accinge a governare è sicuro di essere lungimirante, perché fa coincidere la lungimiranza con il proprio punto di vista. Peccato che nessuno sia onnisciente e che, come sostenne Lord Acton, "il potere tende a corrompere; il potere assoluto corrompe assolutamente".

Le cose potrebbero davvero peggiorare.
 
 
 
 
 


martedì 23 agosto 2016

Scorie - Bisticciano su un inesistente calo delle tasse

"Il tema del fisco è molto serio e non si può affrontare con le caricature come in queste ore fa purtroppo il segretario del Pd nei confronti della sua minoranza interna. Meglio essere chiari. Per me se togli la tassa sulla prima casa anche ad un miliardario, come purtroppo abbiamo fatto, commetti un errore grave. Una scelta inutile perché non produce sviluppo ed iniqua perché finisce col dare di più a chi già ha di più. La stessa politica dei bonus non mi pare abbia prodotto grandissimi risultati. Più in generale ridurre le tasse ha un moltiplicatore di crescita 0,8 fare investimenti 2,5/3."
(R. Speranza)



Negli ormai quotidiani bisticci tra Renzi e la minoranza del PD è entrato il tema delle tasse. Il presidente del Consiglio, indossando i panni del segretario del PD, ha cercato di ridicolizzare i suoi avversari interni sostenendo che sono contrari alla riduzione delle tasse.

Per inciso, Renzi non ha ridotto le tasse né in valore assoluto, né evitando di aumentare alcune aliquote. Quello che va sostenendo in materia di abbassamento delle tasse è pertanto in contrasto con la realtà dei fatti. Ma di questo mi sono occupato pochi giorni fa.

Quanto affermato da colui che è considerato il leader della minoranza PD, Roberto Speranza, fa però emergere alcuni tipici argomenti socialisti, ancorché divulgati come se contenessero verità economiche.

In primo luogo, stabilire cosa è utile o inutile spetta a ogni singolo individuo. Né Speranza né altri possono oggettivamente stabilire per tutti quanti ciò che è soggettivo e inquantificabile. Quindi nel sostenere che l'abolizione per tutti della Tasi sulla prima casa sia inutile, Speranza non fa altro che esprimere un parere che non ha alcun valore scientifico.

In secondo luogo, quando si abolisce (o riduce) una tassa non si dà nulla a nessuno: semplicemente si evita di estorcere denaro (o se ne estorce di meno) a chi paga quella tassa. In merito alla supposta iniquità dell'abolizione della Tasi "anche ad un miliardario", si tratta di un parere politico, in quanto tale soggettivo. Se per equità si intende trattare tutti allo stesso modo, credo che sia equo ridurre le tasse a tutti, non solo ad alcuni. Viceversa, non vedo equità, per esempio, nella tassazione progressiva, ancorché prevista dalla Costituzione (a dire il vero, non vedo equità nella tassazione in generale).

Ma il pezzo più allucinante è quello in cui Speranza si improvvisa economista keynesiano, contrapponendo la riduzione delle tasse agli investimenti pubblici e dando (in senso lato) i numeri in termini di moltiplicatore di crescita del Pil.

Se quei numeri fossero veri o almeno verosimili, dovremmo tutti quanti vivere nella bambagia da decenni, dato che la tassazione è andata aumentando e lo Stato ha fatto l'imprenditore/investitore in modo diffuso. Ma le cose non stanno così, né in Italia, né altrove. Questi famosi "investimenti" hanno moltiplicato le fila dei consumatori di tasse e ridotto quelle dei pagatori di tasse, ai quali è toccato un conto via via più elevato. E ciò non è neppure bastato, dato che ovunque è stato accumulato debito pubblico.

Peraltro, se fosse tutto così conveniente, non crede Speranza che quegli "investimenti" li avrebbero fatti volontariamente i privati?

Moltiplicatori a parte, resta il fatto che ridurre le tasse significa ridurre l'aggressione alla proprietà di chi le paga, e per questo dovrebbe sempre essere preferito a un aumento degli investimenti pubblici.

Il problema è che le tasse calano solo nei battibecchi tra Renzi e i suoi compagni.
 
 
 
 
 


lunedì 22 agosto 2016

Scorie - Elusione, evasione e (il)legittimità della tassazione

"Chi spaccia sistemi di elusione fiscale priva il Paese di introiti fiscali vitali e questo Governo intende punirli. La maggioranza di questi sistemi non funziona e chi li usa finisce in tribunale e deve pagare le tasse arretrate e affrontare altri costi. Queste nuove dure sanzioni faranno in modo che i facilitatori ci penseranno due volte e quindi il numero di questi sistemi in circolazione si ridurrà."
(J. Ellison)



Questo ha dichiarato Jane Ellison, sottosegretario alle Finanze del Tesoro nel nuovo governo inglese, annunciando la proposta al Parlamento di introdurre sanzioni per i consulenti che facilitino l'elusione fiscale.

Si tratta della conferma che, salvo sempre più rare eccezioni, tutto il mondo è paese in materia fiscale. Queste parole avrebbe potuto pronunciarle un sottosegretario italiano e nessuno avrebbe avuto di che stupirsi.

Non riesco a concludere, tuttavia, che mal comune sia mezzo gaudio.

Può essere vero, come sostiene ad esempio Charls Adams in "For Good and Evil", che l'elusione sia il modo di pagare meno tasse a disposizione di chi si può permettere costose consulenze di esperti di legislazioni fiscali sempre più complesse, mentre agli altri non rimane che l'evasione fiscale. Resta il fatto che ormai la distinzione tra evasione ed elusione tende a essere sempre più sottile, dato che gli Stati sono sempre più affamati di soldi altrui e dispongono di strumenti sempre più potenti per controllare individui e imprese.

La stessa introduzione di reati come quello di "abuso del diritto" rende sempre più simili elusione ed evasione. Fondamentalmente si tende a criminalizzare chi cerca di minimizzare il carico fiscale pur rispettando la forma della legislazione fiscale vigente, pretendendo che, tra diverse opzioni, chi deve pagare le tasse scelga quella più onerosa.

Una sorta di tafazzismo coatto, per "incentivare" il quale si minacciano ora di sanzioni anche i consulenti, i quali, a questo punto, dovrebbero essere pagati dai clienti per consigliare loro in quale modo massimizzare il carico fiscale. Una cosa assurda.

Mi sembra evidente che non ci sia limite al peggio quando si parla di tasse.

In ultima analisi, credo che più che le distinzioni legali tra evasione ed elusione fiscale, sia determinante la risposta che si dà alla domanda se la tassazione sia legittima o meno, a prescindere da ciò che prevede la legislazione. La risposta a tale domanda dipende dalla risposta a un'altra domanda, ossia se sia legittimo o meno imporre a qualcuno di pagare una somma di denaro minacciando di usare violenza nel caso non lo faccia, senza che costui abbia prima violato la proprietà altrui, ancorché a fronte di servizi che peraltro non ha richiesto e dei quali non è detto che usufruisca.

Se si ritiene che tale imposizione equivalga all'estorsione (ciò che a me pare evidente), allora si deve concludere che la tassazione è illegittima, con buona pace dei sostenitori di inesistenti (men che meno mai volontariamente stipulati) contratti sociali.
 
 
 
 
 
 


venerdì 19 agosto 2016

Scorie - Lo smemorato di Rignano

"L'ultima volta che una tassa è stata alzata in Italia è stata l'IVA nell'ottobre 2013 da un governo precedente. Adesso la musica è cambiata e contemporaneamente abbiamo battuto tutti i record di incassi dalla lotta contro l'evasione (quasi 15 miliardi nel 2015)."
(M. Renzi)

Quando il presidente del Consiglio parla di tasse, difficilmente va d'accordo con la realtà. Nel caso specifico, sostiene di non aver aumentato nessuna tassa. Delle due l'una: o ha una pessima memoria, oppure mente sapendo di mentire. Non so cosa sarebbe peggio.

Nel primo caso, sarebbe preoccupante, dato che ha solo 41 anni e che governa da due anni e mezzo, non da vent'anni.

Nel secondo caso, sarebbe preoccupante, dato che va riempiendosi la bocca un giorno sì e l'altro pure della sua presunta "credibilità".

In entrambi i casi, per me è molto fastidioso. Potrebbero sfuggirmene altre, ma certamente Renzi ha aumentato la tassazione sulle cosiddette rendite finanziarie dal 20 al 26%, oltre a quella sui fondi pensione dall'11 al 20% e quella sulle casse previdenziali dal 20 al 26%.

All'epoca andava anche fiero di aumentare la tassazione sui risparmi, perché con il maggior gettito avrebbe finanziato il taglio parziale dell'Irap. Spacciava la sua azione come un colpo a rentiers e speculatori, mentre dava una botta a chiunque abbia un po' di risparmi e, soprattutto a chi versa denaro in fondi pensione per cercare di integrare le pensioni da fame (ammesso che siano almeno da fame) che percepirà dall'Inps nei prossimi decenni.

La musica sarà anche cambiata, ma per me resta sempre inascoltabile.

giovedì 18 agosto 2016

Scorie - Evitiamo lo Stato investitore paziente (con i soldi altrui)

Nei giorni scorsi mi è capitato di leggere su Repubblica un articolo di Mariana Mazzucato nel quale l'autrice, come è suo solito, esalta le qualità dello Stato imprenditore. Mazzucato sostiene da anni che le innovazioni sono per lo più attribuibili a un iniziale investimento pubblico, perché nelle fasi iniziali nessun privato vorrebbe rischiare di perdere soldi. Lo Stato, al contrario, è un investitore "paziente".



Nulla di nuovo, è il mantra che questa signora va ripetendo da anni, con una visione talmente ottimistica dello Stato imprenditore da essere abbastanza inadatta a rappresentare la realtà. Fatto sta che il giorno seguente Franco Debenedetti ha scritto una lettera al giornale, replicando a Mazzucato ed evidenziando le degenerazioni dello Stato imprenditore. 

Controreplica il giorno successivo, con passaggi di questo tenore:

"Cominciamo dalla frase finale del pezzo di Debenedetti: la Cassa Depositi e Prestiti esiste perché i governanti vogliono uno strumento disponibile per procurarsi consensi. "Il giorno che così più non fosse, non ci sarebbe nessun motivo perché restasse pubblica". L'intervento pubblico insomma non serve a niente, solo a procurare voti. Peccato che in tutto il mondo alcuni dei maggiori successi imprenditoriali siano stati finanziati dal settore pubblico, visto che per sua naturale avversione al rischio, il settore privato è entrato in ambiti come le biotecnologie, Internet e le tecnologie verdi solo dopo che lo Stato aveva aperto la strada. La maggior parte delle start-up israeliane sono state finanziate dal fondo di venture capital statale, Yozma. E negli Stati Uniti, anche i campioni del "libero intraprendere" come Elon Musk hanno beneficiato di ingenti investimenti pubblici, come il prestito garantito di 465 milioni di dollari ricevuto per la sua automobile Tesla S dal dipartimento dell'Energia. Debenedetti ovviamente ha ragione quando dice che lo Stato a volte fallisce e commette errori, come dimostrato da un investimento - la Solyndra - analogo a quello della Tesla, ma finito con una bancarotta. Ci mancherebbe: l'innovazione impone di assumersi dei rischi (proprio per via dell'incertezza di cui parla Debenedetti nelle prime righe), e a ogni successo si accompagnano dei fallimenti."

In merito alla CDP, i fatti depongono a favore del giudizio espresso da Debenedetti. Basti pensare, per stare agli ultimi tempi, agli interventi di CDP nell'ambito dei fondi Atlante (per i salvataggi bancari), dell'Ilva, del gioco delle tre carte col Tesoro in merito alle partecipazioni in Eni e Poste, solo per fare alcuni esempi. Per carità, tutto il mondo è paese, per cui questo succede anche altrove. Ma semplicemente perché anche altrove "i governanti vogliono uno strumento disponibile per procurarsi consensi".

Quanto al fatto che lo Stato imprenditore sia alla base di "alcuni dei maggiori successi imprenditoriali", è evidente che Mazzucato faccia cherry picking sui dati, citando solo per voler apparire imparziale il clamoroso buco di Solyndra, generosamente finanziata da Obama con denaro degli americani.

Mazzucato cita come esempio di successo la Tesla, che peraltro non solo non ha ancora prodotto un centesimo di utile, ma continua a perdere soldi e lo farà ancora per anni, nella migliore delle ipotesi.

Per quale motivo, poi, il progetto imprenditoriale del signor Musk (che, tra l'altro, fa macchine piuttosto costose nonostante gli incentivi pubblici) deve essere finanziato da denaro dei contribuenti? Perché il suo progetto sì e quello di altri imprenditori no? In base a quali criteri viene effettuata la scelta? Chiaramente, in ultima analisi, in base a criteri politici. E anche se non fosse basata su criteri politici, resterebbe indubbio il fatto che nessun burocrate-tecnocrate è onnisciente, al pari degli investitori privati.

Con una differenza enorme: i burocrati utilizzano soldi altrui senza doverne ottenere il consenso, mentre gli investitori privati utilizzano soldi propri o ricevuti in gestione volontariamente da altri investitori.

Tutto ciò detto, non sono certo gli Elon Musk i campioni del "libero intraprendere". Quelli sono i campioni del "crony capitalism", o corporativismo che dir si voglia.

Mazzucato ricorda poi a modo suo il "miracolo economico" italiano.

"E, per tornare all'Italia, il nostro "miracolo economico" è stato reso possibile da una manciata di imprenditori illuminati, fra i quali Adriano Olivetti, che ha sempre raccomandato la collaborazione tra gli operatori privati e lo Stato. Sono stati gli investimenti diretti (non semplici sussidi) dello Stato, con l'Eni e l'Iri, a rendere possibile, insieme a questi pensatori visionari, il miracolo economico."

Credo che Mazzucato tralasci li ruolo delle tante piccole imprese (alcune poi diventate multinazionali) che, ancora oggi, caratterizzano il sistema economico italiano. Sostenere che il "miracolo" sia da ricondurre all'Iri e a una manciata di "imprenditori illuminati" contrasta con la storia economica italiana.

Prosegue Mazzucato:

"Ma che cosa è successo poi? La rigida ideologia di contrapposizione tra pubblico e privato ha condotto allo smembramento della Montedison (poi diventata Enimont), alla frantumazione della Olivetti e alla frettolosa svendita dell'Iri."

Ora, se c'è un Paese in cui non vi è una ideologia di contrapposizione tra pubblico e privato, questo è l'Italia. "Frettolosa svendita dell'Iri"? Ma che storia ha visto questa signora? L'IRI lo volle il duce nel 1933 e avrebbe dovuto gestire l'uscita dalla crisi (secondo il punto di vista interventista tipico di ogni forma di socialismo, di cui il fasciamo era una branca), invece è durato quasi 60 anni. E se di svendita si è trattato, si tratta di capire perché si è arrivati a quel punto. Lo Stato era fondamentalmente in bancarotta (e da allora, oltre vent'anni dopo, lo è ancora) e l'Iri era il simbolo di quanto di peggio può accadere quando lo Stato fa l'imprenditore, con aziende a controllo pubblico ingolfate di parassiti assunti con criteri clientelari e corruzione degna del peggior sistema socialista.

Ma il punto più irrealistico è questo:

"Primo: quale forma devono assumere gli investimenti pubblici per essere davvero proficui? È fondamentale (ed è possibile!) che rimangano indipendenti dal processo politico…"

Ammesso che fosse possibile (e raramente può esserlo, checché ne dica Mazzucato), resterebbe il problema che ho evidenziato in precedenza: chi decide l'investimento non è onnisciente. Assumere rischi imprenditoriali per conto di persone che non hanno la possibilità di conferire volontariamente un mandato in tal senso è ben diverso dal caso in cui uno rischia risorse proprie o affidategli volontariamente da altri.

Sarà poi un caso che le innovazioni, da sempre, proliferano dove lo Stato intralcia meno l'attività dei privati?