venerdì 30 giugno 2017

Scorie - Tassazione equa è un ossimoro




Tra coloro che sono contrari all'ipotesi di flat tax c'è il costituzionalista Enrico De Mita, il quale, dopo aver ribadito le arcinote argomentazioni (discutibili, ma che non discuto qui) di chi non vuole toccare i pilastri dell'imposta sul reddito, scrive:

"In uno Stato democratico che voglia continuare a riposare sulla proprietà privata, sulla libertà economica e sulla libertà politica e quindi non voglia ricorrere ad altri criteri incompatibili con quella libertà il problema fiscale non è soltanto tecnico, ma è un problema politico e morale, perché si tratta di dare a ciascuno il suo e di creare le basi di una società onesta nella quale la selezione avvenga secondo il criterio del merito e non secondo la maggiore capacità di procurarsi, complici leggi mal fatte, una rendita fiscale."

Le parole di De Mita credo possano essere utilizzate per opporsi a qualsivoglia forma di tassazione. Infatti, ogni forma di tassazione, essendo basata sulla minaccia dell'uso della forza, rappresenta una violazione della proprietà privata e, di conseguenza, della libertà del soggetto tassato.

Ogni forma di tassazione è incompatibile con la libertà, quindi certamente "il problema fiscale non è soltanto tecnico". Ma se si vuole "dare a ciascuno il suo" non si può supporre che questo "suo" sia stabilito da qualcuno e non derivi, invece, da scambi volontari.

Che senso ha parlare di "società onesta" se qualcuno ha il potere di imporre ad altri di fare cose (o, più di frequente, di pagare somme di denaro) contro la loro volontà e senza che costoro abbiano aggredito la proprietà altrui?

Che senso ha parlare di selezione per "merito" se il merito non è la risultante di interazioni e scambi volontari, ma è stabilito politicamente?

E non sono proprio coloro che rientrano nella categoria di quelli che John Calhoun definiva consumatori di tasse a godere di rendite fiscali procuratesi utilizzando quelli che Franz Oppenheimer definiva mezzi politici anziché economici?

Chi parla di tassazione equa o giusta non fa altro che usare un ossimoro.


giovedì 29 giugno 2017

Scorie - Gutgeld difende malamente la spending review






Yoram Gutgeld continua a difendere la sua spending review.

"Nel positivo e stimolante dibattito che si è accesso dopo la presentazione di questa relazione sono state mosse due critiche costruttive, che pensiamo meritino delle risposte. Prima critica: «Il gioco delle tre carte: avete solo redistribuito la spesa, ma non l'avete ridotta». Risposta: 32 economie avanzate su 34 (paesi Ocse) hanno aumentato tra il 2013 e il 2016 la spesa nominale della loro macchina pubblica di un valore medio pari a circa il 10%. Solo due Paesi hanno fatto meglio: la Grecia, che in una situazione drammatica ha dovuto ridurla, e l'Italia, che ha mantenuto la spesa sostanzialmente costante. Quindi, se lo Stato italiano appare spendaccione, poco rigoroso e malleabile alle pressioni del partito della spesa, gli altri Paesi sono molto peggio. Tra questi si trovano Paesi in procedura di infrazione per deficit eccessivo come la Spagna e la Francia, Paesi che hanno ricevuto ingenti aiuti dalla Troika e obbligati a pesanti sacrifici, come l'Irlanda e il Portogallo, e Paesi che hanno lanciato ambiziosi programmi di spending review come il Regno Unito e l'Olanda."

Questo è un classico: gli altri hanno speso di più. Premesso che la spesa pubblica nominale in Italia è comunque aumentata nel periodo in esame (sia quella complessiva, sia quella primaria), ci sono due problemi: quanto si spende in rapporto al proprio Pil e quanto debito si è accumulato nel corso del tempo. In entrambi i casi la Grecia e l'Italia sono messe peggio o molto peggio degli altri.

Non ha quindi alcun senso dire che altri hanno speso di più. Evidentemente lo avevano fatto meno in passato e hanno economie che consentono loro di spendere di più. Ma Gutgeld preferisce porre un dubbio.

"Sorge quindi spontaneamente un dubbio: come è possibile che non esista un singolo Stato in grado di rispettare una ricetta rigorista? Quando la teoria non corrisponde ai fatti, è buona prassi rivedere la teoria, anziché negare i fatti. Infatti, per garantire la qualità dei servizi pubblici e in particolare di quelli sociali (pensioni, sanità e assistenza ai poveri, ai disabili e ai disoccupati), la spesa pubblica di tutti i Paesi avanzati è destinata a crescere. La nostra a differenza degli altri Paesi non è cresciuta. Questo di per sé non è un vanto. È facile tagliare la spesa se si tagliano i servizi. E' quello che ha fatto la Grecia. E' molto più difficile tagliare la spesa garantendo i servizi. E' quello che abbiamo fatto noi. Più insegnanti di sostegno alla scuola; più farmaci innovativi come per esempio quelli salva vita per l'epatite C dati a più di 60 mila malati terminali con un costo complessivo superiore a un miliardo, e cosi via. I 29,9 miliardi di spesa tagliati promuovendo l'efficienza sono serviti a raggiungere questi risultati. A seguito di questo lavoro il livello di spesa per i servizi pubblici del nostro paese risulta il più basso tra i grandi paesi europei, alla pari della Spagna e al di sotto del Regno Unito, della Germania e della Francia."

Sempre premesso che la spesa pubblica era pari a 815 miliardi nel 2013 e nel 2016 era salita a 829 miliardi (al netto degli interessi è passata da 683 a 705 miliardi), i fatti dicono che quasi ovunque i cosiddetti servizi sociali comportano una spesa che, semplicemente, viene via via ribaltata su chi pagherà le tasse in futuro. Ovviamente, poi, la qualità media dei servizi non è identica ovunque. Ma non è di questo che intendo occuparmi.

I casi sono comunque due: o si ridimensionano tali servizi, oppure gli oneri fiscali a carico di chi paga le tasse continueranno ad aumentare, con l'aggravante che andranno a carico (per lo più) di persone che non hanno alcun potere decisionale in merito a quanto si spende oggi.

Questi sono fatti che non andrebbero negati.


mercoledì 28 giugno 2017

Scorie - Il problema non è il bail-in, ma la riserva frazionaria




All'indomani del provvedimento governativo che ha mandato in liquidazione Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza mediante la creazione di una bad bank pubblica e la cessione di asset in bonis a Banca Intesa per il corrispettivo di un euro (oltre a garanzie verso l'acquirente), in tanti hanno cercato di difendere l'operato del governo.

Tra costoro, Marco Onado sul Sole 24Ore. Su un punto credo sia bene fare chiarezza, a prescindere da cosa si pensi in merito alla vicenda (fermo restando che, a mio parere, l'operato delle autorità italiane ed europee è indifendibile).

Sostiene Onado:

"La tormentata vicenda rivela almeno tre verità sgradevoli. La prima è che la procedura europea, oltre che essere complicata dall'operare congiunto di autorità e istituzioni nazionali e sovranazionali, crea problemi ogni volta che si tratta di applicare i meccanismi di coinvolgimento dei creditori diversi dai depositanti, che era stata presentata come l'uovo di Colombo che avrebbe impedito per sempre l'utilizzo di fondi pubblici nella sistemazione di banche in dissesto. Si tratta di un principio di per sé ragionevole ma che era sconosciuto al momento in cui sono state emesse molte delle passività che possono oggi essere chiamate a partecipare alle perdite. Per di più, in Italia si è colpevolmente tollerato che titoli di questo genere venissero collocati a investitori privati inconsapevoli del rischio effettivo. Ogni crisi si trasforma così in un puzzle intricato in cui bisogna conciliare gli interessi generali di stabilità con quelli più particolari, ma non meno degni di tutela, dei risparmiatori che pensavano di aver comprato titoli sicuri emessi da una banca solida."

Prima della direttiva BRRD, i salvataggi bancari erano effettuati con interventi a carico dell'esterno (bail-out). Non necessariamente erano interventi a carico della fiscalità generale; soprattutto nel caso di intermediari di ridotte dimensioni, di solito interveniva l'acquisizione da parte di una banca di maggiore dimensioni.

Nonostante non fosse stabilito da alcuna norma di legge, c'era la convinzione diffusa che, in caso di necessità, avrebbe pagato Pantalone. Questo consentiva di mantenere quella che benevolmente si può definire fiducia, ma che realisticamente deve essere definita beata ignoranza sulla reale situazione patrimoniale di ogni banca, anche quelle definite "solide".

Tipicamente una banca commerciale ha un attivo composto da attività per lo più illiquide (prestiti a imprese e famiglie) e un passivo composto per circa il 10 per cento da mezzi propri (a volte anche meno) e la restante parte (quindi attorno al 90 per cento) da debiti.

Come se ciò non bastasse, la durata media dell'attivo è superiore a quella del passivo. Una parte consistente di quest'ultimo, infatti, è composto da depositi a vista o a breve scadenza. E' evidente che un soggetto con uno stato patrimoniale del genere sia particolarmente esposto al rischio di divenire insolvente sia in casi di perdita di valore dell'attivo, sia in caso di mancato rinnovo del passivo (due fattori che, ovviamente, possono interagire).

Con particolare riferimento alle passività a vista, per legge si stabilisce che ciò rappresenti un prestito che il depositante fa alla banca, la quale, quindi, può usare quelle somme per erogare credito. La stessa somma, pertanto, è nella disponibilità sia del depositante (che ne è il legittimo proprietario), sia di coloro ai quali la banca ha concesso credito.

A fronte dei depositi a vista la banca è obbligata a mantenere una riserva presso la banca centrale, che, però, rappresenta solo una piccola frazione del totale dei depositi. Questo principio, detto della riserva frazionaria, rappresenta il vero tallone d'Achille di tutte le banche.
Togliere il bail-out è corretto, perché chi è socio o creditore di una qualsiasi società dovrebbe fare carico dell'insolvenza della stessa. Tuttavia, togliere il bail-out sostituendolo con il bail-in senza mettere in discussione la riserva frazionaria, non può che generare ciò che ha fin qui generato.

E' vero che le obbligazioni bancarie (a maggior ragione se subordinate) sono diventate di fatto più rischiose con l'entrata in vigore della BRRD rispetto a quando furono emesse e collocate. Per questo trovo contraddittorio che Onado sostenga anche che "si è colpevolmente tollerato che titoli di questo genere venissero collocati a investitori privati inconsapevoli del rischio effettivo."

Se questo ha senso parlando di titoli subordinati (ancorché anche per questi la BRRD abbia aumentato la rischiosità ex post), ne ha molto meno con riferimento alle obbligazioni senior. Le quali, se nel caso delle banche in crisi (in Italia e non solo) si fosse applicato veramente il bail-in, sarebbero state in tutto o in parte coinvolte nell'assorbimento di perdite.

In Italia le obbligazioni bancarie sono state, più che altrove, collocate presso clienti retail. E' stato fatto per fregarli? Credo che a livello macro la cosa sia da escludere, perché il fattore determinante per la diffusione delle obbligazioni prima della crisi risale alla seconda metà degli anni Novanta, quando il legislatore aumentò al 27% la tassazione sui depositi, mentre per le obbligazioni l'aliquota era 12,5%.

Per una banca collocare un certificato di deposito o un'obbligazione, a parità di scadenza, non fa differenza. Ma la fiscalità la faceva, evidentemente. Questo (per lo più) spiega la diffusione delle obbligazioni bancarie in Italia presso i risparmiatori retail.

Che questa circostanza non sia stata fatta valere dai negoziatori italiani la dice lunga sulla sostanziale inconsistenza che il terzo contribuente al bilancio comunitario ha quando si scrivono le norme europee.

Personalmente non ho mai giustificato la garanzia ai depositi a termine. Quanto ai depositi a vista, ogni fondo di tutela è destinato a essere insufficiente in caso di crisi sistemica. Quindi, in situazioni del genere, finirebbe sempre per pagare Pantalone.

Solo depositi coperti da riserva al 100% sarebbero sicuri. Ma nessun politico o regolatore si sogna di proporre l'abolizione della riserva frazionaria, perché ci sarebbe molto meno credito e i tassi sul credito sarebbero molto più elevati.

Resta il fatto che introdurre il bail-in senza mettere in discussione la riserva frazionaria è come volere la botte piena e la moglie ubriaca.


martedì 27 giugno 2017

Scorie - Propongo un sequel vent'anni dopo: 2019 Ritorno allo Stato




I progetti di riforma fiscale ormai non si contano. Generalmente partono tutti con due obiettivi: semplicità ed efficienza, senza scalfire il dogma costituzionale della progressività.

La cosa non mi stupisce, ma devo dire che da un think tank che si autodefinisce liberale e si ispira a Bruno Leoni mi sarei aspettato una proposta meno deludente di quella che ho trovato sinteticamente descritta da Nicola Rossi sul Sole 24Ore del 25 giugno. Il quale, pure, definisce coraggiosa la proposta.

"Bisogna trovare il coraggio di cambiare, lasciandosi alle spalle una stagione di politica tributaria la cui cifra è l'assenza di un disegno o, più precisamente, il disinteresse verso un qualsivoglia disegno."

Ecco allora l'ennesimo progetto per arrivare a una imposizione fiscale ad aliquota unica.

"All'Istituto Bruno Leoni abbiamo elaborato una proposta di riforma così sintetizzabile: (1) una sola aliquota – pari al 25% - per tutte le principali imposte del nostro sistema tributario (Irpef, Ires, Iva, sostitutiva sui redditi da attività finanziarie); (2) abolizione dell'Irap e dell'Imu; (3) introduzione di un trasferimento monetario – il "minimo vitale" – differenziato geograficamente, indipendente dalla condizione professionale dei singoli ma non incondizionato e contestuale abolizione della vigente congerie di prestazioni assistenziali o prevalentemente assistenziali; (4) ridefinizione delle modalità di finanziamento di alcuni servizi pubblici (ed in particolare della sanità) mantenendo fermo il principio della gratuità del servizio per la gran parte dei cittadini ma imputandone, ai soli cittadini più abbienti, il costo (in termini assicurativi) e garantendo loro contestualmente il diritto di rivolgersi al mercato (opting out)."

In sintesi, un tentativo di semplificazione e una spruzzata, al punto 3, di friedmanismo. La progressività non viene messa minimamente in discussione: semplicemente cambiano i meccanismi (tramite deduzioni o integrazioni) per conseguirla.

Secondo i proponenti si otterrebbero contemporaneamente una riduzione della spesa pubblica e della pressione fiscale.

"Sotto il profilo delle grandezze macroeconomiche la proposta ridurrebbe significativamente tanto la pressione fiscale quanto il peso della spesa pubblica sul prodotto: riducendo ambedue di circa 4 punti percentuali a regime. Sotto il solo vincolo (imprescindibile) di effetti nulli sul bilancio dello Stato, sarebbe compatibile con interventi puntuali sul fronte della revisione della spesa di dimensioni praticabili e pari a regime all'1,6% del Pil (ridotti allo 0,6% del Pil nella fase iniziale del progetto la cui compiuta realizzazione sarebbe strettamente dipendente dai risultati dell'attività di revisione della spesa)."

Credo meriti attenzione il fatto che la riduzione della spesa opererebbe per lo più tramite la riduzione delle cosiddette tax expenditures, ossia detrazioni e incentivi vari. Questo può ridurre alcuni effetti distorsivi e semplificare il sistema fiscale, ma, di per sé, genera un aumento di tasse a carico di chi beneficia di quelle detrazioni.

Credo, quindi, che solo la riduzione di spesa vera e propria possa strutturalmente ridurre il peso dello Stato sull'economia.

E se le imposte dirette sarebbero nominalmente in calo, quelle indirette aumenterebbero, e non poco (soprattutto l'IVA).

Rossi assicura che il progetto non "implica un aumento della pressione fiscale oggi (come nel caso di alcune proposte relative al sedicente reddito di cittadinanza) o domani (come nel caso di alcune proposte sulla flat tax che si accompagnerebbero a un aumento dell'indebitamento) ma, al contrario, mira a ridurre significativamente tanto la pressione fiscale quanto il peso della spesa pubblica."

Ancora:

"Una ipotesi di lavoro il cui obbiettivo di fondo è quello di un sistema di imposte e benefici equo, trasparente, semplice e che, senza equivoci e diversamente da come si è fatto negli ultimi vent'anni (con risultati a dir poco deludenti), fa una scelta di campo: la vera riforma della pubblica amministrazione si fa solo attraverso il processo di revisione strategica (e non funzionale) della spesa. Domandandosi che cosa lo Stato debba produrre e come, e non limitandosi a chiedere che faccia un po' meglio quello che già fa."

Ecco, magari questa domanda ce la si dovrebbe porre all'inizio e, perché no, rispondere che lo Stato meno fa, meglio è. Ma mi rendo conto che questo sarebbe incompatibile con chi si candida a fare proposte generalmente definite "pragmatiche" e "costruttive". Magari finendo prima o poi a occupare qualche seggiola di consulente nel sottobosco ministeriale.

Per quanto mi riguarda, credo che Murray Rothbard abbia efficacemente demolito tanto il mito dell'imposta neutrale, quanto quello della flat tax (si vedano "The Mith of Neutral Taxation" e "The Case Against the Flat Tax", entrambi disponibili su mises.org).

Ovviamente Rothbard parte dal presupposto secondo cui la tassazione è un furto. Ho l'impressione che questo non sia lo stesso punto di partenza di chi lavora all'Istituto Bruono Leoni, nonostante il fondatore, in gioventù, si dicesse libertario.

Evidentemente si è reso conto che se si intende campare diffondendo idee, il libertarismo non paga. Peccato.


lunedì 26 giugno 2017

Scorie - E' peggio di prima, ma ci dicono che non è preoccupante




Commentando i dati sull'indebitamento delle famiglie statunitensi, Fabrizio Galimberti ritiene che non siano preoccupanti, nonostante sia già stato superato il picco raggiunto prima della crisi.

"Questo indebitamento fu all'origine della Grande recessione, e, secondo gli ultimi dati dei flussi di fondi comunicati dalla Fed, il debito complessivo delle famiglie ha di nuovo raggiunto e superato i livelli (sia assoluti, sia in percentuale del reddito disponibile) che prevalevano prima della crisi. Questi livelli si vedono anche in quella parte dell'indebitamento complessivo che è il credito al consumo."

Secondo Galimberti, ci sono "tre fattori attenuanti rispetto alle legittime preoccupazioni. Primo, le passività sono cresciute, ma così anche le attività, talché la ricchezza netta delle famiglie non dà segni di pericolose anomalie, anche se è vero che i valori azionari e obbligazionari potrebbero sgonfiarsi rapidamente. Secondo, nel credito al consumo, il cui peso nel complesso è salito, è invece scesa nettamente la quota delle carte di credito che, come si sa, sono molto più costose in termini di tasso di interesse. Terzo, gli interessi pagati sul credito al consumo, sempre in percentuale del reddito disponibile, sono scesi parecchio, grazie alla politica della Fed volta a schiacciare i tassi. Insomma, le condizioni finanziarie delle famiglie non sono tali da minacciare la tenuta dell'andamento positivo dell'economia."

Pare proprio che non sempre valga il proverbio "sbagliando s'impara". Quelli che Galimberti considera fattori attenuanti, dovrebbero invece destare maggiore preoccupazione.

Bontà sua, Galimberti riconosce che i valori azionari e obbligazionari potrebbero sgonfiarsi rapidamente. Questo è un bel problema, perché quando l'attivo si sgonfia, non avviene lo stesso per il passivo, e ciò rende il debitore tecnicamente insolvente, perché il suo collaterale non è più sufficiente, e molto probabilmente non lo sono neanche i flussi di cassa necessari a ripagare il debito (magari perché ha perso il lavoro).
Sarà pure diminuita la quota di debito da carte di credito, ma sono schizzati i prestiti per acquisto di automobili, un asset che perde di valore velocemente. Quanto agli interessi artificialmente bassi, anch'essi hanno contribuito a rendere all'apparenza solvibili debitori che con tassi non distorti non lo sarebbero stati.

Se tutto questo non è preoccupante, allora cosa dovrebbe esserlo?


venerdì 23 giugno 2017

Scorie - Banche venete, si poteva fare peggio. Ma impegnandosi parecchio




Non più tardi del 3 giugno scorso, Matteo Renzi affermava quanto segue nell'ambito di un'intervista al Sole 24Ore, in merito alla crisi delle banche venete:

"Qualsiasi forma di eventuale risoluzione andrà respinta con tutte le forze: l'Italia deve dire di no a questa ipotesi."

Meno di un mese più tardi pare che le due banche finiranno addirittura in liquidazione, previo scorporo della parte sana che Intesa San Paolo si è dichiarata disposta ad acquistare per un simbolico euro, peraltro solo nel caso ottenga garanzie in merito a una serie di condizioni poste, di fatto, al governo, per procedere all'acquisizione. Riassumibili più o meno così: non vogliamo oneri né brutte sorprese ex post.

Dal canto suo, il ministro Padoan ha più volte ripetuto che non ci sarà il bail-in. Probabilmente il bail-in sarà effettivamente evitato, ma per azionisti e titolari di obbligazioni subordinate la fine sarà la stessa che hanno fatto a novembre 2015 coloro che possedevano analoghi titoli di Banca Etruria, Carichieti, Carife e Banca Marche. In due parole: perdita integrale.

Nel giro di un anno, quindi, chi ha messo soldi in Atlante avrà bruciato 3.5 miliardi, a cui si aggiungono circa 1.2 miliardi di obbligazioni subordinate e il sacrificio già toccato ai vecchi soci. Come se non bastasse, lo Stato finirà per mettere almeno 5 miliardi in prima battuta nella bad bank che andrà in liquidazione. Cifra che realisticamente sarà poi molto maggiore, quanto meno nel corso del tempo.

Forse si poteva fare peggio. Ma impegnandosi parecchio.


giovedì 22 giugno 2017

Scorie - Solite balle sulla spending review




Anche quest'anno il governo ha incaricato Yoram Gutgeld, commissario alla spending review, di relazionare in merito ai risultati ragigunti.
Il ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan, con sempre minore senso del pudore, ha affermato:

"Dopo la presentazione della relazione sulla spending review mi auguro di leggere un po' meno che in Italia la spending non si è fatta o si è fatta male."

Certamente c'è stata revisione della spesa, nel senso che si sono spostate somme da taluni capitoli ad altri, senza peraltro che si sia percepito alcun beneficio per chi paga le tasse. Ma in termini complessivi la spesa non è stata ridotta (semmai il contrario), quindi credo sia legittimo concludere – Padoan se ne faccia una ragione – che sia stata fatta male.

Le chiacchiere non trovano riscontro nei numeri, nonostante Gutgeld abbia cercato di "giocare" con gli stessi per intestare a se stesso e al governo risultati inesistenti.

Dato che il periodo preso in esame dal commissario è il triennio 2014-2016, è bene iniziare dai numeri. A fine 2013 la spesa pubblica complessiva ammontava a 815,7 miliardi. A fine 2016 era a quota 829,3 miliardi, con un aumento di 13,6 miliardi.

In rapporto al Pil nominale, la spesa totale è diminuita di 1,2 punti percentuali. Ma, al netto degli interessi, il calo è stato solo dello 0,4 per cento del Pil.

Le voci di spesa realmente diminuite sono quelle relative agli interessi sul debito (e questo non dipende dalla spending review) e agli investimenti pubblici (quelli di cui tanto si riempiono la bocca i keynesiani di ogni dove). Le spese correnti sono aumentate di oltre 22 miliardi.

Come sempre, poi, il bonus renziano da 80 euro è stato considerato, a seconda della convenienza, come minori tasse o maggiori prestazioni sociali, nel tentativo di sostenere che si sono calate le tasse pur aumentando le prestazioni sociali, riducendo al contempo il deficit. Correttezza vorrebbe che la stessa somma fosse considerata in un unico modo, onde non moltiplicarne virtualmente i presunti benefici.

A mio parere il passaggio del saldo primario dal 2,1 all'1,5 per cento del Pil rende evidente che di risanamento non c'è stata ombra, nonostante il beneficio per le casse dello Stato di una riduzione della spesa per interessi dovuta al Qe della BCE.

Quando questo effetto dopante verrà meno, l'Italia resterà con un debito pubblico che ha continuato comunque ad aumentare (anche in rapporto al Pil), e allora non ci sarà gioco di prestigio sui numeri che tenga.