mercoledì 30 novembre 2016

Scorie - Cantonate

"Dijsselbloem sta prendendo una gigantesca cantonata, cosa che fa abbastanza regolarmente. Non comprende che la questione non sono i vincoli di bilancio, ma il fatto che l'Europa è in mezzo a sfide difficilissime, la prima delle quali è una chiarissima disaffezione dei cittadini e ha necessità di fare un grande piano di investimenti per trasformarla e serve un new deal a livello europeo."


(C. Calenda)
 
Carlo Calenda, ministro dello Sviluppo economico, se l'è presa con il presidente dell'Eurogruppo nonché ministro delle finanze olandese, reo di aver ricordato che in nome delle politiche fiscali espansive (ovvero dell'aumento del deficit) non è bene violare i trattati liberamente sottoscritti.
 
Dijsselbloem potrà risultare antipatico ai più, ma non credo abbia preso una "gigantesca cantonata", avendo detto in realtà una cosa ovvia (o, quanto meno, che dovrebbe essere ovvia).
 
Nessuno dubita del fatto che l'Europa sia "in mezzo a sfide difficilissime", men che meno che vi sia "una chiarissima disaffezione dei cittadini". Ma la storia del "grande piano di investimenti" e del "new deal" europeo non rappresenta una soluzione, bensì una droga temporanea che lascerebbe problemi ancora peggiori in futuro, a maggior ragione se a gonfiare ulteriormente il debito fossero Paesi che già ne sono ingolfati, come l'Italia.
 
Capisco che in Italia vi sia grande voglia di politiche keynesiane, che solitamente creano anche consenso elettorale, promettendo di trasformare le pietre in pane. Ma anche se politicamente si stabilisse il contrario, i vincoli di bilancio rimarrebbero. Il deficit rimarrebbe deficit, e l'accumulazione dei deficit resterebbe debito.
 
Debito che andrebbe pagato con tasse presenti o future, siano esse esplicite o implicite, mediante inflazione. Se fosse sufficiente fare opere pubbliche finanziate in deficit il Giappone dovrebbe aver risolto i suoi problemi da vent'anni. Al contrario, vent'anni di politiche fiscali e monetarie generosamente espansive hanno lasciato un'economia sostanzialmente stagnante e un debito pubblico pari a oltre il 240 per cento del Pil.
 
La cantonata la prende chi, nonostante 80 anni di insuccessi, ancora crede alle promesse dei keynesiani.


martedì 29 novembre 2016

Scorie - Bocciati in religione



"Ho pronto un piano per unire i moderati, Meloni e Salvini sono d'accordo quasi su tutto. Il nostro programma prevede meno tasse che è la nostra religione, meno Europa burocratica e più sicurezza per i cittadini con una giustizia finalmente giusta. Ne ho parlato con Salvini e Meloni e loro lo approvano al 95% e sono anche d'accordo con la composizione del governo: 12 ministri che vengono dal mondo del lavoro e 8 ministri dalla politica. Salvini ha detto che 3 ministri alla Lega va bene, due andrebbero a Fdi e tre a Forza Italia. Ci presenteremo alle prossime elezioni con in una mano il programma e nell'altra la composizione governo che ci sarebbe se vincessimo le elezioni."
(S. Berlusconi)
 
Avvicinandosi la data del referendum sulla riforma costituzionale, Silvio Berlusconi ha ripreso ad apparire in televisione, e ho l'impressione che stia cercando di dimostrare all'allievo (Renzi) che quando si tratta di spararle grosse il maestro è ancora lui (temo, ahimè, che l'allievo in realtà abbia già superato il maestro, per di più con un gap anagrafico di quasi 40 anni a suo favore).
 
Non so se Meloni e Salvini siano d'accordo e se il "piano per unire i moderati" effettivamente esista o sia solo una trovata estemporanea, ma una cosa penso di poterla affermare con certezza: se la riduzione delle tasse è la loro "religione", non sono stati dei praticanti esemplari durante le diverse esperienze di governo degli anni Novanta e Duemila.
 
In Italia una riduzione della pressione fiscale realmente percepibile da parte dei cosiddetti contribuenti non c'è stata in quegli anni (e neppure dopo). Quanto alla Europa meno burocratica, ci si potrebbe accontentare di iniziare dall'Italia, dove pure non mi vengono in mente successi in tal senso.
 
Qualche attenuante in più sulla giustizia la si può riconoscere per il passato: quanto al futuro, credo che nessun governo possa realmente riformare la giustizia, a meno che non abbia le stesse idee della magistratura e faccia un copia e incolla di un testo scritto dall'ANM. Dubito che potrebbe essere il caso di Berlusconi.
 
Direi, comunque, che è "religione" la materia su cui sarebbe bene che si concentrasse il "piano" (termine, peraltro, assai sinistro). Sulla cui attuazione e reale efficacia credo sia sensato avere dei dubbi.
 




lunedì 28 novembre 2016

Scorie - Era ora



"Ho ben presente il lato oscuro del castrismo. Noi contestammo le condanne a morte e per un periodo sospendemmo i rapporti. Ma non dimentichiamo il resto."
(F. Bertinotti)
 
Fidel Castro è morto. Aveva 90 anni, 12 in più della speranza media di vita di un cubano. Nei giornali di domenica la notizia ha avuto un risalto enorme: in alcuni casi si sono superate le 10 pagine. Hanno nettamente prevalso i commenti parzialmente o totalmente assolutori, e uno dei sostantivi associati con più frequenza a questa persona è stato "eroe".
 
Ma quale eroe costringe i supposti beneficiari del suo eroismo a oltre mezzo secolo di dittatura, facendosi da parte solo per motivi di salute e lasciando le redini (almeno formalmente) al fratello minore? Come si fa a considerare quell'uomo null'altro che uno dei tanti dittatori del XX secolo?
 
Non che tutto questo mi abbia stupito: con i tiranni che si ispiravano al socialismo c'è sempre stata una certa indulgenza, quando non vera e propria ammirazione, da parte di coloro poi che vanno riempiendosi la bocca del termine democrazia in qualsivoglia tipo di conversazione.
 
Ovviamente non mi stupisce che un veterocomunista come Fausto Bertinotti si sia commosso, ammettendo, sì, che Fidel perseguitò dissidenti, oppositori e anche chi non era in linea con il suo codice morale, per esempio gli omosessuali.
 
Salvo, come sempre in questi casi, tirare fuori la sanità e la scuola.
 
"Sembra rituale ripeterlo, ma assicurare eguaglianza, scuola e sanità per tutti fu un atto unico. Cuba sotto Castro non è stato il migliore dei mondi possibili, ma certo è stato un combattimento per diventarlo."
 
Beh, Cuba non solo non è il migliore dei mondi possibile, ma quello che Bertinotti definisce "combattimento per diventarlo" non ha avuto altro esito che combattere la libertà dei cubani. Molti dei quali evidentemente non condividevano il parere di Bertinotti, dato che mettevano a rischio la loro vita pur di scappare da quel mondo.
 
Almeno tutti questi rivoluzionari da salotto tacessero davanti all'evidenza.


venerdì 25 novembre 2016

Scorie - Non vai al cinema? Paghi lo stesso



"C'è già un segnale positivo: per la prima volta abbiamo una legge che considera l'intera filiera dell'audiovisivo appostando risorse importanti. Viene poi riconosciuto il ruolo centrale della sala. È un bene che il sistema degli esercizi possa crescere, ma dovrà crescere con intelligenza nelle aree del Paese meno presidiate."
(P. L. Cucinello)
 
Tra le tante distribuzioni di denaro altrui praticate di recente dal governo Renzi, c'è anche un fondo per 400 milioni annui alla filiera del cinema. Di questo è grato, tra gli altri, Pier Luigi Cucinello, presidente dell'associazione esercenti del settore (Anec).
 
E si può capire che lo siano anche quei registi (da Benigni a Sorrentino) solitamente contrari alle azioni di governo e schierati con la parte più sinistra (in senso lato, direi) del sistema politico, che in occasione del referendum costituzionale hanno invece deciso di votare Sì.
 
Suppongo che sia solo un cattivo pensiero associare il sostengo alla posizione renziana al fondo da 400 milioni e, perché no, alla recente gita da Obama che Renzi ha offerto a questi signori, ovviamente con conto a carico dei pagatori di tasse.
 
Che chi governa finanzi a spese dei cosiddetti contribuenti il mondo del cinema non ha alcun senso, e non solo dal punto di vista di un libertario che è contrario a qualsiasi forma di redistribuzione e contribuzione a mezzo tassazione.
 
Perfino chi ritiene che certi servizi debbano essere finanziati mediante tassazione invocando argomentazioni da pseudoscienza economica (si tratti di disquisizioni sul concetto di bene pubblico o di fallimenti del mercato) non credo possa trovare alcun argomento che non sia del tutto ridicolo per giustificare quel fondo da 400 milioni.
 
Quanto meno non può trovare argomenti che giustifichino quella spesa più di tante altre. Perché, per esempio, non finanziare la "filiera" del tennis o dello sci di fondo? In fin dei conti anche in quel caso c'è gente che fa investimenti e a cui piacerebbe far pagare il conto a qualcun altro.
 
Però nel cinema lavorano degli "intellettuali" che possono fare comodo al governo. E una buona euristica stabilisce che più sono "intellettuali", più i prodotti del loro intelletto riscontrano una domanda insufficiente da parte del pubblico pagante (volontariamente).
 
Ma, si sa, il popolo è ineducato, come dimostrano le recenti elezioni americane.



giovedì 24 novembre 2016

Scorie - Al libero mercato non servono trattati

"Gli anti-global hanno vinto, i protezionisti sono al governo. E ora?"
(F. Rampini)


 
Con queste parole inizia un articolo di Federico Rampini, noto giornalista di Repubblica di stanza negli Stati Uniti. Rampini è il classico "left liberal", di quelli che ancora stanno elaborando il lutto della sconfitta subita da Hillary Clinton e che, probabilmente, tengono nel portafoglio un santino di Obama. Ricordo che anni fa, quando fece per un certo periodo il corrispondente dalla Cina, era solito apparire nelle ospitate televisive in Italia vestito come Mao Tse Tung.
 
Come tutti i "left liberals", Rampini confonde il crony capitalism con il libero mercato. Ne consegue che considera i trattati che ingannevolmente sono definiti di libero scambio come strumenti che effettivamente favoriscono il libero scambio. Cosa che è decisamente distante dalla realtà. Quei trattati non sono altro che la codifica degli accordi raggiunti tra Stati (con grande lavoro delle lobbies delle principali società multinazionali) per regolare le dosi di protezionismo reciproco da applicare agli scambi internazionali.
 
Rampini ci informa che "Nel programma dei primi 100 giorni di Trump ci sono già alcune risposte. Stop al Tpp, quel trattato con 11 nazioni dell'Asia-Pacifico che era arrivato a un passo dalla ratifica. Peraltro quell'accordo era moribondo: Barack Obama aveva rinunciato a chiederne l'approvazione al Congresso, perfino Hillary Clinton prese le distanze. Trump non parla dell'altro accordo di libero scambio, il Ttip con l'Europa. È realistico pensare che sia finito su un binario morto."
 
Non dubito che l'intento di Trump sia effettivamente quello di incrementare il protezionismo, ricorrendo a provvedimenti la cui fallacia fu già messa in evidenza da Frederic Bastiat a metà dell'Ottocento. Credo, piuttosto, che sia bene evidenziare che il mercato libero è tale se gli Stati non si intromettono negli scambi, siano essi a livello nazionale o internazionale.
 
Come scrisse Murray Rothbard, "L'autentico libero commercio non richiede un trattato." As simple as that.



mercoledì 23 novembre 2016

Scorie - The (bad) conscience of a liberal (44)

"E' arduo vedere una qualsivoglia ragione per un metodo ridondante e indiretto che offrirebbe a poche persone affari d'oro, fornendo così sia i mezzi sia i motivi per una corruzione su larga scala. O probabilmente dovrei dire che è arduo vedere una ragione per questo schema a meno che la corruzione non sia parte integrante dello stesso e non un difetto."
(P. Krugman)


 
Alle prese con le proposte sgangheratamente keynesiane del presidente eletto Donald Trump in merito alla spesa per infrastrutture, il keynesiano progressista Paul Krugman cerca di prendere le distanze da un progetto che, se fosse stato presentato dalla signora Clinton, con ogni probabilità avrebbe accolto gioendo.
 
Krugman storce il naso non già perché i conti pubblici, già notevolmente peggiorati negli ultimi otto anni, peggioreranno ulteriormente qualora Trump concretizzi le promesse elettorali, bensì perché le infrastrutture non sarebbero finanziate prevalentemente facendo ricorso al debito pubblico, bensì fornendo crediti di imposta a investitori privati.
 
Secondo Krugman ciò peggiorerebbe le disuguaglianze e, soprattutto, darebbe luogo a una grande corruzione. Ora, il problema è che la corruzione è sempre presente quando il committente è lo Stato, a prescindere dal fatto che aumenti la spesa pubblica per pagare le opere in questione, oppure che vengano concessi crediti di imposta a soggetti privati.
 
In ogni caso, chi si vuole aggiudicare i lavori può cercare di corrompere chi quei lavori li deve assegnare, e solitamente quando il committente è un ente pubblico le probabilità che si verifichino fenomeni di corruzione sono più elevate rispetto a quando il committente spende risorse proprie.
 
Quindi se si vogliono limitare i fenomeni di corruzione occorre ridurre alla fonte le occasioni di corruzione. E la soluzione, contrariamente a quanto sostenuto dagli statalisti di ogni dove, non consiste nel mettere persone assolutamente incorruttibili nei posti chiave, perché la storia insegna, ahimè, che il detto popolare "l'occasione fa l'uomo ladro" ha un solido fondamento di verità.
 
La soluzione è ridurre il più possibile il perimetro degli investimenti pubblici (spesso peraltro definiti tali in base a considerazioni squisitamente politiche), siano essi finanziati con spesa o con crediti di imposta.


martedì 22 novembre 2016

Scorie - Deficit e debito calano solo nelle fantasie di Renzi e Padoan

"È un impianto coerente con le precedenti leggi di Stabilità, orientato allo sviluppo. L'indebitamento aiuta a finanziare gli investimenti, ma il deficit scende rispetto agli anni precedenti e anche il debito comincia a calare dal 2017. E abbiamo evitato che aumentasse l'Iva per oltre 15 miliardi, come previsto dalle clausole di salvaguardia."


(P. C. Padoan)
 
Difendere le manovre di bilancio volute da Renzi non è affatto semplice, se non si vuole ricorrere a modifiche della realtà. E c'è una cosa, infatti, che in 1000 giorni di governo non è stata fatta da Renzi è stato approfittare delle circostanze esogene estremamente favorevoli per migliorare effettivamente i conti pubblici.
 
L'azione della BCE ha oggettivamente compresso il costo marginale del debito pubblico, tanto che oggi lo Stato spende circa 20 miliardi all'anno in meno di quanto preventivasse nel 2014. Eppure la spesa pubblica non è diminuita per nulla, anzi.
 
Lo stesso governo ogni primavera promette alla Commissione europea una riduzione del deficit che poi sconfessa in autunno, al momento di preparare la legge di bilancio. I tedeschi potranno pure risultare antipatici, ma quando notano che il governo prometteva per il 2017 di portare il deficit all'1.1 per cento del Pil, poi aumentato all'1.8, e adesso imposta una legge di bilancio dove, nella migliore delle ipotesi, sarà pari al 2.3-2.4 per cento, non li si può biasimare se sono perplessi.
 
Se questo significa ridurre l'indebitamento, evidentemente la mia percezione della realtà è diversa da quella di Padoan. Il fatto è che tranne lui, Renzi e i loro lacchè, la realtà che vedono gli altri è del tutto simile a quella che vedo io.
 
Stesso discorso per il debito. Padoan è andato per mesi ripetendo come un disco rotto che il debito avrebbe iniziato la discesa (in rapporto al Pil) nel 2016. Ha continuato a farlo anche quando la cosa era ormai del tutto inverosimile. Adesso ha posticipato l'evento al 2017, ma con quale credibilità?
 
Quanto alle clausole di salvaguardia, fino all'estate scorsa il governo è andato ripetendo che le avrebbe eliminate completamente. Invece non ha fatto altro che posticiparle di un anno (come avveniva in passato), di fatto zavorrando già i bilanci del 2018 e 2019 per 19.7 e 23.3 miliardi rispettivamente. E Padoan ha pure il coraggio di rivendicare che hanno "evitato che aumentasse l'Iva per oltre 15 miliardi, come previsto dalle clausole di salvaguardia".
 
Sono questi i tagli alle tasse secondo lui?


lunedì 21 novembre 2016

Scorie - C'è chi pensa che il populismo nobile sia stato il comunismo

"Bisogna fare chiarezza su cosa intendiamo per populismo. Nel nome del populismo in Russia, tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo c'è stato un movimento culturale e politico che si proponeva un miglioramento delle condizioni di vita delle classi più povere. Oggi molti danno a questo termine un significato negativo e dispregiativo, teso a fare far credere come possibili e realizzabili proposte che non si è in grado di realizzare."


(G. Pisapia)
 
Così si è espresso Giuliano Pisapia, già sindaco di Milano, in merito al termine "populismo". Il "movimento culturale e politico" a cui fa riferimento, che ha portato la Russia a sette decenni di regime comunista, a discapito delle (presunte) buone intenzioni non ha affatto migliorato le condizioni di vita delle classi più povere. Oltretutto comprimendo in misura significativa la libertà individuale.
 
Ciò nondimeno Pisapia, che non ha mai provato alcuna vergogna nel definirsi comunista, si riferisce a quel "movimento" come se fosse qualcosa che ha nobilitato l'umanità, per lo meno in una parte del mondo.
 
Ecco, se c'è qualcosa non è mai riuscito a realizzare ciò che, almeno a parole, si proponeva, è proprio il comunismo. E non ci è riuscito sostanzialmente perché era impossibile riuscirci.
 
Oggi la cosa dovrebbe essere chiara a tutti. Evidentemente non è così.




venerdì 18 novembre 2016

Scorie - Elicotteri per rimandare ulteriormente i problemi




"L'helicopter money è un QE plus, con il Tesoro che emette un bond perpetuo – o chiamiamoli anche centenari – del valore di $2 trilioni sul bilancio della Fed. Quando il bond scade, a quel punto siamo tutti morti, e il Tesoro può utilizzare quel denaro per stimolare la crescita."
(D. Rosenberg)
 
Nel contesto post elettorale, con la vittoria di Trump, si assisterà (si sta già assistendo) a una revisione delle previsioni su ciò che accadrà o che farà la nuova amministrazione statunitense. A oggi mi pare che molti stiano, più che mai, tirando a indovinare, dato che non si aspettavano il successo di Trump, né le sue posizioni sono particolarmente chiare (ne ha sparate tante e di grosse, ma cosa effettivamente farà è un altro discorso).
 
Prima delle elezioni in diversi parlavano di helicopter money, ossia, in sostanza, del finanziamento monetario permanente della spesa pubblica. Tra questi David Rosenberg, capo economista e strategist presso Gluskin Sheff, secondo il quale la politica monetaria, anche nella veste meno convenzionale del QE, non è più sufficiente.
 
Il consenso che sta maturando verso politiche fiscali espansive sotto forma soprattutto di spesa pubblica in infrastrutture sa molto di vecchio keynesismo, e non mi meraviglierei se, constatati gli effetti effimeri (e a lungo andare dannosi) anche di questi provvedimenti, si finisse per rispolverare perfino lo scavo di buche e la successiva ricopertura, giusto per "creare" posti di lavoro e sostenere la domanda aggregata.
Che la monetizzazione preveda l'emissione di un'obbligazione perpetua o a scadenza molto lunga da parte dello Stato a favore della banca centrale è solo un espediente contabile per evitare che il bilancio della banca centrale risulti tecnicamente in insolvenza, avendo aumentato le passività senza un corrispondente aumento di attività.
 
La sostanza, tuttavia, non cambia: l'idea di fondo è che, creando denaro dal nulla e spendendolo, si aiuti l'economia. Ovviamente si tratta solo di un effetto redistributivo, dato che la ricchezza non si crea dal nulla. Ma l'illusione a breve convince molti (soprattutto quelli che tirano a rimandare i problemi).
 
Lo stesso Rosenberg, candidamente, afferma: "So che verrò accusato di voler salvare con una operazione di bail-out chi ha peccato ma, Dio mio, lo abbiamo già fatto. D'altronde, nessuno è finito dietro le sbarre."
 
In effetti, tra un "salvataggio" e l'altro, sono quasi dieci anni che gli esperimenti monetari e fiscali si inseguono in modo progressivo, con l'unico tangibile effetto di rimandare e aggravare i problemi. Ma, come sosteneva Keynes, prontamente citato da Rosenberg, "nel lungo periodo saremo tutti morti".
 
Quindi chissenefrega: spendiamo oggi soldi creati dal nulla aumentando debiti che altri dovranno gestire, e chiamiamo tutto questo "stimolo alla crescita".
 
Io non mi stupisco che molti economisti, soprattutto nel settore finanziario, ragionino così. Sperano di riuscire a perpetuare la redistribuzione monetaria a loro favore. Però poi non mi stupisco neanche se, dopo anni di questa solfa, la gente manda Trump alla Casa Bianca.





 
 
 
 
 



giovedì 17 novembre 2016

Scorie - The (bad) conscience of a liberal (43)

"Il mondo ha bisogno di un'America onesta e democratica, o saremo tutti perduti. E c'è ancora moltissima onestà in questa nazione, semplicemente non è dominante come avevo immaginato. È tempo di ripensare, sicuramente, ma non di arrendersi."
(P. Krugman)
 
Paul Krugman rappresenta indubbiamente il prototipo dell'Intellectual Yet Idiot, secondo la definizione di Nassim Taleb. Dipendesse da me lo nominerei presidente a vita degli IYI.
 
Dopo la botta elettorale subita l'8 novembre scorso con la vittoria (inattesa) di Donald Trump alle elezioni presidenziali statunitensi, Krugman appare (più che mai) in stato confusionale.
 
La sua reazione, al pari di quella dei sui colleghi IYI, consiste nel considerare disonesti e imbecilli coloro che, a conti fatti, hanno fatto prevalere Trump su Hillary Clinton.
 
Non voglio certo affermare che tutti gli elettori di Trump siano persone oneste (così come non lo sono, inevitabilmente, tutti quelli che hanno votato Clinton), ma trovo puerile l'atteggiamento di Krugman e degli altri IYI.
 
Il fatto stesso di ritenere che chi la pensa diversamente sia disonesto significa non voler trarre alcuno spunto da quanto accaduto per fare un minimo di autocritica.
 
E se il buongiorno si vede dal mattino, Krugman e gli IYI credo siano destinati ad altre cocenti delusioni. Le politiche economiche interventiste che loro stessi hanno appoggiato (magari lamentandone l'insufficienza, non gli effetti redistributivi deleteri) sono una delle cause del successo di Trump.
 
Ma preferiscono pensare che gli elettori siano ignoranti e disonesti. Certamente un modo poco impegnativo per liquidare la faccenda. Anche idiota, come suppongo sosterrebbe Taleb.

mercoledì 16 novembre 2016

Scorie - Vogliono tassare anche i cani



Scorrendo le pagine on line del Giornale mi sono imbattuto in questa notizia allucinante, relativa alla proposta di introdurre una tassa comunale sui cani non sterilizzati avanzata dai deputati Anzaldi, Cova e Preziosi del PD. Si tratta di un emendamento alla legge di Bilancio che è già stato ritenuto ammissibile.

In base alla proposta, "I proprietari o detentori di cani non sterilizzati sono tenuti al pagamento di una tassa comunale annuale, istituita da ciascun comune con propria delibera con previsione di esenzioni, riduzioni, detrazioni in favore di determinate categorie di soggetti".

Ovviamente non può mancare la burocratizzazione necessaria a certificare la compliance del proprietario del cane alla nuova legge demenziale:

"La certificazione di sterilizzazione chirurgica definitiva è rilasciata da medici veterinari libero professionisti abilitati ad accedere all'anagrafe regionale degli animali d'affezione, i quali contestualmente provvedono alla registrazione della sterilizzazione dell'animale presso l'anagrafe".

Questi signori appartengono al partito di cui è segretario pro tempore Matteo Renzi, il quale un giorno sì e l’altro pure se ne va in giro affermando, peraltro senza che i numeri supportino ciò che dice, che da quando è al governo sta abbassando le tasse.

Ebbene: questa sarebbe una tassa in più, peraltro davvero ignobile (quanto meno, più ignobile di tante altre). Non si capisce per quale motivo il proprietario di un cane debba pagare per non aver sterilizzato l’animale, dato che eventuali problemi sono legati al randagismo (e se un cane è randagio, per definizione non ha un proprietario che possa pagare la tassa).

Mi fermo, perché arrivato a questo punto potrei proseguire solo usando il turpiloquio. Confesso solo, per completezza di informazione, il mio status di proprietario di quattro cani, nessuno dei quali sterilizzati. Cani che sono molto meglio di tanti uomini.
 

martedì 15 novembre 2016

Scorie - La vera utopia è che questo signore si documenti prima di scrivere



"Siccome lo Stato è imperfetto e difettoso, è fisicamente incapace di creare l'utopia di libero mercato idealizzata dai libertari, e ciò giustifica un maggior intervento dello Stato rispetto a quanto sarebbe piaciuto a Friedman e Nozick."
(N. Smith)
 
A Noah Smith capita (spesso) di scrivere su argomenti che non conosce. Per esempio quando si occupa di libertarismo.
 
Smith argomenta in modo tale da rendere chiaro al lettore (non a digiuno di libertarismo) che l'autore non si è neppure degnato di leggere qualcosa su Wikipedia. Di solito Smith basa la propria conoscenza su quanto legge in altri blog a loro volta scritti da antilibertari. Questo può semplificargli le cose, ma il risultato è che scrive corbellerie.
 
Posto che parlare di libertarismo e citare qua e là Nozick e Friedman significa già di per sé non avere le idee chiare su cosa sia il libertarismo, la dimostrazione della totale ignoranza sull'argomento è data dall'affermazione che servirebbe più interventismo perché lo Stato, essendo imperfetto, non riuscirebbe a "creare l'utopia di libero mercato".
 
Un'affermazione del tutto priva di logica, dato che un mercato o è libero, e quindi è un ordine spontaneo, oppure non è libero. Lo Stato non crea, né può creare, alcun libero mercato.
 
E proprio perché lo Stato è, per usare gli eufemismi smithiani, "imperfetto e difettoso", i libertari autentici vorrebbero che evitasse di interferire con gli scambi volontari tra individui.
 
Nessun libertario chiede allo Stato di creare il paradiso terrestre. L'unica cosa che un libertario chiede allo Stato è di essere lasciato in pace. A Smith, invece, chiede di documentarsi prima di scrivere.
 
E se una delle due è utopia, credo sia la seconda.







lunedì 14 novembre 2016

Scorie - La caporetto degli IYI



Verso le 12 dello scorso 8 novembre stavo sorseggiando una birra al termine dell'ultima tappa del mio giro di quest'anno per le montagne nepalesi. Meteo ottimo tutti i giorni, salita in vetta al Lobuche East il 3 novembre in condizioni perfette, quindi bilancio pienamente soddisfacente.

A quel punto, però, la mente è tornata alle beghe quotidiane della mia vita occidentale, e ho realizzato che, tenendo conto del fuso orario, negli Stati Uniti stava iniziando il giorno delle elezioni presidenziali.

Tre settimane prima, quando ancora non ero partito, Hillary Clinton era data in vantaggio, soprattutto nelle opinioni di quelli che poco tempo fa Nassim Taleb ha (a mio parere condivisibilmente) definito "Intellectuals Yet Idiots". Si tratta di quel vasto mondo di accademici, giornalisti ed esperti vari che la fanno da padroni sui mezzi di informazione e che adorano il popolo e la democrazia quando il risultato del voto è in linea con i loro desiderata, salvo lamentare l'ascesa del populismo quando gli elettori (a quel punto sempre incapaci di intendere e di volere) determinano un risultato a loro sgradito.

Gli IYI avevano già toppato con la Brexit: poteva ripetersi un esito simile con le presidenziali americane?
Mi sono fatto questa domanda finendo di bere la birra e rimandando al giorno successivo la risposta, aspettando il risultato proveniente dalle urne americane.

Non che la cosa destasse particolare interesse nel nepalese medio: all'orario in cui cominciavano a uscire i primi responsi, nell'unico televisore del lodge dove mi trovavo il gestore del telecomando passava da un documentario con un leone che sbranava uno gnu, con tanto di primo piano del felino col muso fradicio di sangue della preda (immagine molto veganamente scorretta), a una partita di calcio del campionato indiano di massima serie, in cui ogni 20 secondi c'era un fallo con sceneggiate tali da fare impallidire anche i sudamericani: alla fine l'arbitro ha espulso 3 giocatori e assegnato 9 minuti di recupero, di cui credo non si siano giocati più di 30 secondi.

Su insistenza di un turista probabilmente americano (in assenza di connessione internet in quel posto non c'erano altri modi di avere notizie di prima mano sull'andamento delle presidenziali), il gestore del telecomando ha poi sintonizzato la TV sulla CNN. Ed ecco che l'incubo degli IYI si stava materializzando: Trump era in vantaggio e i repubblicani stavano per ottenere il controllo di entrambe le camere.

Sgomento negli sguardi dei giornalisti ed esperti vari che commentavano in diretta gli eventi. Fino all'ufficialità del risultato: Trump presidente.

Non sto ora a entrare nel merito di questo esito e di ciò che Trump ha promesso di fare: mi limito a osservare che, più di altre volte, gli elettori che decidevano di andare a votare potevano solo scegliere tra il male e il peggio.

La mia mente è subito andata, invece, ai tanti IYI, a cui si era unito gran parte del mondo dello spettacolo, tipicamente (e ipocritamente) left liberal.

Prendete Madonna, pop star anni 80 che ancora oggi si atteggia a ventenne, la quale in un accorato appello a votare Clinton aveva promesso poche settimane prima delle elezioni di praticare una fellatio a ogni uomo che avesse contribuito al successo della candidata del partito democratico. Il giorno dopo, secondo quanto ho letto sul Kathmandu Post, Madonna avrebbe affidato a Twitter il suo pensiero di combattente della resistenza: "we'll never give up".

Al che mi sono chiesto: la pratica della fellatio a chiunque votasse Clinton era il mezzo per raggiungere il fine elettorale o era essa stessa il fine?

E con questo dilemma in testa anche quest'anno ho salutato il Nepal e sono rientrato in Italia.