martedì 24 luglio 2018

Scorie - Sugli effetti del QE




Tutti gli interventi di politica monetaria hanno effetti redistributivi. Negarlo, come a volte pure è stato fatto da parte dei banchieri centrali, sarebbe oggi difficilmente difendibile.

Allora ecco la soluzione: presentare uno studio condotto da alcuni delle centinaia di economisti che compongono lo staff, facendolo passare come uno studio indipendente e che non riflette le posizioni della banca centrale. Lo studio arriva a concludere che i poveri sono coloro che hanno tratto maggior beneficio dalle politiche monetarie espansive, convenzionali e non, dell'ultimo decennio. Il tutto, ovviamente, sulla base di rigorose analisi statistiche. E guai a chi avanza il dubbio che possa trattarsi di cherry picking.

I benefici per i meno abbienti deriverebbero dall'abbassamento del costo dei mutui, a cui fanno ricorso per comprare casa, e dall'abbassamento della disoccupazione.

Sono passati, evidentemente, i tempi in cui le banche centrali difendevano provvedimenti espansivi sulla base del cosiddetto "effetto ricchezza", ossia l'aumento della spesa da parte delle famiglie dovuto all'incremento dei prezzi delle loro attività finanziarie e reali, a sua volta conseguenza dell'allentamento monetario.

Dando conto del report sul Sole 24Ore, Isabella Bufacchi, riportando la tesi della BCE, scrive:

"Il dibattito sull'impatto del Qe e dei bassi tassi d'interesse su redditi e ricchezza delle famiglie giunge a conclusioni sbagliate se si concentra solo sugli effetti eclatanti e visibili, come i tassi sui depositi o bassi rendimenti."

Sembra quasi una affermazione ispirata al Bastiat di "Ciò che si vede, ciò che non si vede" o all'Hazlitt di "Economia in una lezione", che invitano a non valutare solo gli effetti immediati e invisibili di un provvedimento di politica economica, ma a considerare anche quelli non immediati e meno visibili.

Ciò che, appunto, distinguerebbe un buon economista da un cattivo economista.

E allora si cerchi davvero di allungare lo sguardo oltre all'immediato, e di chiedersi cosa succederà di tutto il nuovo debito che è stato accumulato in questo decennio di politiche ultraespansive poste in essere per tamponare una crisi da debito eccessivo (per finanziare cattivi investimenti) all'origine della quale c'era stata, non a caso, un'altra lunga stagione di politiche monetarie espansive.

La risposta classica dei banchieri centrali è che il problema era la carente regolamentazione. Una spiegazione che, alla luce della generazione seriale di bolle, sembra credibile come quella di un piromane seriale che attribuisce un rogo alla siccità.
 "Se io domenica mattina vado a votare - ha sottolineato il Cardinale- è perché sono convinto che esista un bene comune che riguarda te, riguarda tutti noi. Siamo un 'noi' di cui dobbiamo tenere conto. E mi fa paura, invece, questo atteggiamento individualistico, in fondo, di non scegliere. E, poi, quante nazioni ci sono nel mondo dove non si vota, dove c'è una testa che ha già pensato tutto... In fondo noi viviamo in una democrazia... E' un valore aggiunto anche la democrazia. In democrazia senti cose dritte, senti cose storte, senti cose che condividi e non condividi... Certamente tutti abbiamo il dovere di informarci, di farci una coscienza. Il voto è esprimere un giudizio".


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