giovedì 14 giugno 2018

Scorie - Il prof. Tria e il ministro Tria la pensano allo stesso modo?




Apprendo dall'ANSA che Giovanni Tria, neoministro dell'Economia, ha di recente completato un lavoro accademico nel quale presenta questa idea:

"Un vasto programma di investimenti pubblici infrastrutturali potrebbe essere attuato e finanziato in deficit senza creare un problema di sostenibilità dei debiti pubblici attraverso un finanziamento monetario palesemente condizionato a livello europeo."

Non si può certo dire che si tratti di un'idea particolarmente originale. In soldoni, si tratterebbe di farsi monetizzare il deficit dalla BCE, a patto che i soldi siano spesi in investimenti con il bollino della Unione europea.

A parte il fatto che le probabilità che un programma del genere trovi l'appoggio degli altri Paesi, Germania in primis, sono realisticamente vicine a zero, alla base di tutto c'è l'eterna illusione che creando denaro dal nulla si crei altrettanta ricchezza reale.

Al contrario, la monetizzazione non fa altro che redistribuire la ricchezza reale esistente. Non so se il professor Tria abbia mai sentito parlare, per esempio, di Richard Cantillon.

Sono passati più di tre secoli da quando Cantillon spiegò chi trae beneficio e chi paga il conto della monetizzazione. Eppure è sempre dura a morire l'idea che sia sufficiente il supporto della banca centrale per risolvere ogni problema a costo zero.

Se così fosse, tra l'altro, non si spiegherebbe come mai gli ultimi dieci anni di funzionamento ininterrotto e a grande intensità delle stampanti monetarie non siano serviti a risolvere i problemi, lasciando però il mondo ingolfato da una quantità di debito ben superiore a prima e sostenibile solo con tassi schiacciati a livelli infimi.

Il fatto che dal MEF abbiano voluto precisare che si tratta di una posizione accademica del neoministro e che lo stesso domenica scorsa abbia rilasciato al Corriere della Sera un'intervista in cui sembrava che parlasse il suo predecessore Padoan non cambia la sostanza. Non è un mistero che coloro che consigliano su materie economiche i due capi della maggioranza siano favorevoli a queste vie monetarie alla "prosperità".

Molto meglio quando gli uni parlavano di scie chimiche e gli altri di Padania.
 
 
 "Se io domenica mattina vado a votare - ha sottolineato il Cardinale- è perché sono convinto che esista un bene comune che riguarda te, riguarda tutti noi. Siamo un 'noi' di cui dobbiamo tenere conto. E mi fa paura, invece, questo atteggiamento individualistico, in fondo, di non scegliere. E, poi, quante nazioni ci sono nel mondo dove non si vota, dove c'è una testa che ha già pensato tutto... In fondo noi viviamo in una democrazia... E' un valore aggiunto anche la democrazia. In democrazia senti cose dritte, senti cose storte, senti cose che condividi e non condividi... Certamente tutti abbiamo il dovere di informarci, di farci una coscienza. Il voto è esprimere un giudizio".


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