giovedì 30 novembre 2017

Scorie - Non è equa e giusta neppure la web tax




Parlando di uno dei temi caldi di questi tempi in ambito fiscale, la cosiddetta web tax, Marghrete Vesteger, commissario europeo per la concorrenza, ha insistito sulla necessità di arrivare a una soluzione comune europea.

A parole, chi sostiene l'introduzione della web tax (anche non nella demenziale versione che pare sarà introdotta in Italia nel 2019) afferma che ciò consentirebbe di far pagare "il giusto" alle grandi multinazionali dell'e-commerce. Con ogni probabilità, invece, ciò finirebbe col penalizzare le aziende meno grandi e globali, oltre ad aumentare i prezzi per i consumatori, sui quali verrebbe traslato almeno in parte l'onere fiscale.

Tra le altre cose, Vestagher ha detto che occorre fare attenzione a non tassare profitti non realizzati in un certo Stato, "per evitare di chiedere quello che non ci spetta e creare una situazione di equità per tutti."

Come sempre in questi casi, le affermazioni di Vestagher si basano sui presupposti che lo Stato abbia un diritto a tassare, e che la tassazione possa essere equa. Ancorché questi due presupposti siano raramente messi in discussione, tanto che chi basa su di essi le sue argomentazioni non ritiene neppure necessario giustificarli, sono entrambi forme di violazione del principio di non aggressione.

Il diritto a tassare dello Stato equivale al diritto a violare la proprietà privata mediante la minaccia dell'uso della forza. In uno scambio, quale è la tassazione, nel quale una parte è obbligata dall'altra senza mai aver espresso volontarietà, peraltro spesso senza ricevere nulla in cambio, ancorché non richiesto, è del tutto falso che il beneficiario ottenga ciò che "gli spetta".

Per questo motivo parlare di equità in merito alla tassazione è del tutto fuori luogo. La tassazione è redistribuzione e non può mai essere equa, essendo nella migliore delle ipotesi a somma zero. Né può essere giusta, essendo coercitiva.

Non mettere in discussione i presupposti sui cui basano le loro affermazioni i tassatori di questo mondo significa riconoscere allo Stato il diritto di appropriarsi della totalità delle proprietà dei soggetti tassati. Seguendo quella logica lo Stato sarebbe "buono" nel non prendersi l'intera torta.

Dato che ciò appare assurdo anche a chi ritiene giusta la tassazione, sarebbe bene riflettere e non dare per scontati certi presupposti. I libertari non sono eccentrici sognatori; al contrario, hanno deciso di aprire gli occhi su argomenti nei quali prevale il sonno della ragione.


mercoledì 29 novembre 2017

Scorie - Proposte di mutualizzazione sempre più stupide




Da anni diversi economisti si esercitano nel presentare progetti che, utilizzando strumenti di ingegneria finanziaria più o meno sofisticata, hanno un comune obiettivo: ottenere una qualche forma di mutualizzazione del debito pubblico tra i Paesi dell'Area euro.
 
In ultima analisi, si arriva sempre a una redistribuzione degli oneri da chi è più indebitato (per esempio l'Italia) a chi lo è meno (per esempio la Germania). Nelle versioni più puerili, questi progetti fanno poi affidamento sulla necessità di avere solidarietà tra i diversi Paesi (ben sapendo che sarebbe a senso unico, più o meno come a livello nazionale avviene da oltre 150 anni), puntando (con una buona dose di straccionismo) il dito contro gli egoisti teutonici i quali, avendo magari tanti difetti ma non essendo generalmente stupidi, si oppongono a tutti questi progetti.

Anche Benedicta Marzinotto, docente di Politica economica all'Università di Udine e Visiting Professor al College of Europe, ha elaborato una proposta, che è poi una variante di altre già note da tempo.

"Si suggerisce di creare un fondo anti-crisi non permanente che venga attivato solo in periodi di stress finanziario quando i Paesi deboli vedono galoppare i costi di rifinanziamento, mentre quelli più forti re
gistrano significativi guadagni in termini di interessi ridotti sulle nuove emissioni di titoli di stato. Una parte di questi risparmi potrebbe essere devoluta, in uno spirito di solidarietà, ai Paesi deboli sotto attacco. I fondi potrebbero essere veicolati attraverso lo stesso Esm e il trasferimento perpetuato per tutta la durata della crisi. Le quote così redistribuite all'interno dell'eurozona compenserebbero i più deboli di una vulnerabilità amplificata dall'unione monetaria, senza però indebolire l'incentivo di ciascuno a ridurre lo stock di debito pubblico e a riformarsi. Insomma, nessun azzardo morale."

In sostanza il ragionamento pare essere questo: siccome in un'unione monetaria i singoli Paesi non possono contare sul fatto che le loro banche centrali (indipendenti, ci mancherebbe) stampino moneta senza limiti per evitare l'insolvenza dello Stato, quando una crisi colpisce asimmetricamente i diversi aderenti all'unione è necessario che l'onere sia redistribuito.

Il fatto è che l'asimmetria sarebbe dovuta al diverso grado di indebitamento e a come gli operatori di mercato valutano la sostenibilità dei singoli debiti, ossia la solvibilità dei diversi debitori. Un meccanismo che contrastasse queste tendenze di mercato finirebbe per essere sempre a carico di chi ha finanze pubbliche sane (o meno malandate) e beneficerebbe chi ha conti in (grande) disordine.

Considerando che si tratterebbe di trasferimenti a fondo perduto e apparentemente privi di condizionalità, a me pare del tutto illogico affermare che ciò non incentiverebbe l'azzardo morale. Ed evidentemente chi sarebbe con ogni probabilità chiamato a pagare il conto trova la cosa altrettanto illogica (per usare un eufemismo).

Le stesse persone che sostengono che non verrebbe meno l'incentivo a ridurre il debito e a riformarsi (qualunque cosa si intenda con "riformarsi") affermavano la stessa cosa anche con il Quantitative easing della Bce. 

Peccato che i fatti abbiano in questi anni smentito quel punto di vista e confermato quello di coloro che, usando un minimo di buon senso e di logica, sostenevano il contrario. L'Italia delle mance e della "flessibilità" è un esempio lampante.

Non sarebbe meglio smetterla di fare proposte così stupide?


martedì 28 novembre 2017

Scorie - Confusione tra rischio e incertezza




Plus24, il supplemento del sabato del Sole 24 Ore, ha la missione di rendere edotto il risparmiatore delle tante fregature nelle quali gli potrebbe capitare di incappare rivolgendosi agli intermediari finanziari. A volte lo fa con eccesso di zelo e qualche incoerenza.

Per esempio, scrivere peste e corna di alcuni prodotti, ospitandone poi la pubblicità a pagamento. La redazione attribuirà la responsabilità alla proprietà, ma evidentemente quella pubblicità contribuisce a pagare gli stipendi di coloro che scrivono e senza quella pubblicità forse gli stipendi sarebbero inferiori e/o pagati con minore puntualità.

Uno dei cavalli di battaglia di Plus24 sono gli scenari probabilistici da inserire nella documentazione informativa sui prodotti finanziari. Previsti da Consob nel 2009 su prodotti assicurativi e strutturati, furono poi ritirati. Secondo Plus24, per via di una potente azione dei lobbisti di settore. Ufficialmente, perché gli scenari probabilistici non offrirebbero una rappresentazione certa o precisa dei rischi che si corrono quando si investe su uno strumento finanziario.

Pur non escludendo la prima ipotesi, la seconda si basa su una considerazione indubbiamente vera. Gli scenari probabilistici dovrebbero essere accompagnati da una spiegazione delle assunzioni statistiche sottostanti il calcolo che, in base alla ignoranza del risparmiatore medio (più volte denunciata da Plus24 stesso), finirebbero per essere fonte di confusione, fornendo certezze laddove non è possibile fornirle.

Purtroppo gli stessi redattori di Plus24 cadono in un errore piuttosto grossolano. Per esempio Marcello Frisone, che scrive, riferendosi al motivo per cui gli scenari non vengono esposti:

"Per essere ancora più chiari e spiegare meglio di cosa stiamo parlando, non darebbe nessuna tutela ai risparmiatori il calcolo di quante probabilità si hanno di perdere e di guadagnare su uno strumento finanziario (non azionario). Come dire che lo stesso calcolo delle probabilità di vincita delle lotterie (stessa "algebra" utilizzata per i prodotti finanziari) non vale nulla, nonostante lo Stato imponga di evidenziarlo agli scommettitori (decreto legge 158\2012, articolo 7, comma 4 bis, «La pubblicità dei giochi che prevedono vincite in denaro deve riportare in modo chiaramente visibile la percentuale di probabilità di vincita che il soggetto ha nel singolo gioco pubblicizzato»). Non solo. Le Autorithy sembrano dimenticare che buona parte della disciplina prudenziale sul capitale delle banche verte proprio sugli scenari probabilistici; le banche (italiane e non) utilizzano cioè questi calcoli probabilistici per valutare la rischiosità dei propri investimenti finanziari."

L'applicazione dei calcoli a cui fa riferimento Frisone ai prodotti finanziari è bollata da Nassim Taleb (uno che qualche dimestichezza con quel tipo di matematica ce l'ha) come una "grande frode intellettuale".

Il problema di fondo consiste nella confusione tra rischio e incertezza. In una lotteria il calcolo delle probabilità consente di quantificare un rischio in modo preciso. Lo stesso non può dirsi in riferimento a prodotti finanziari che dipendono da variabili che dipendono a loro volta dalle azioni di una moltitudine di individui. Applicare il calcolo delle probabilità a eventi incerti non porta a risultati certi in termini probabilistici. Per questo è necessario specificare quali sono le assunzioni (necessariamente arbitrarie) alla base del calcolo.

Detto in modo ancora più semplice, mentre lanciando un dado c'è una probabilità su sei che esca un determinato numero, la stessa certezza non la si può avere quando si cerca di quantificare le probabilità di guadagnare o perdere soldi su un determinato prodotto finanziario. Dipende da quali ipotesi si assumono circa la distribuzione degli eventi e la variabilità dei fattori che influenzano il prezzo di quel prodotto.

Indubbiamente le autorità di vigilanza impongono al risk management delle banche di usare quei metodi di calcolo. Ma altrettanto indubbiamente ciò che esce da quei calcoli deve poi essere considerato con tutte le cautele del caso. Prova ne sia che l'uso di quegli strumenti di calcolo non ha evitato crisi bancarie a ripetizione.

Quindi gli scenari probabilistici non sono una soluzione. Ma Frisone e colleghi saranno accontentati a partire dal 2018, quando gli scenari probabilistici saranno introdotti obbligatoriamente per tutti i prodotti definiti PRIIPs. Tra qualche anno anche loro si renderanno conto che gli scenari non sono una panacea.

Forse.


giovedì 23 novembre 2017

Scorie - Senza fretta, ahimè




Riferendosi al tentativo di vendita di (pezzi di) Alitalia dopo l'ennesimo salvataggio a spese di chi paga le tasse, il ministro dei Trasporti, Graziano Delrio, usa una formula che dovrebbe suonare sinistra a chi finora ha pagato il conto:

"Lavoriamo perché le cose siano fatte bene, non vogliamo avere troppa fretta, vogliamo fare bene più che fare presto."

Finora si direbbe che, chiunque fosse al governo nel corso dei decenni, le cose siano state indubbiamente fatte senza fretta. Ed evidentemente non tanto bene, però.

Delrio ce l'ha con i tedeschi di Lufthansa, ossia la controparte nella trattativa.

"Non si può agire come se non contasse niente non avere una compagnia nazionale: i patti devono essere chiari. Se sono dipendente da una grande compagnia che sposta tutti i voli per l'Africa 200-300 km più a Nord, mi risulta difficile essere protagonista in Africa. Un po' quello che è successo con l'accordo con Air France e Klm, che ha messo in minoranza Alitalia sui voli per l'America."

Quando si cerca di vendere una compagnia fallita più volte ed evidentemente incapace di stare sul mercato, non credo si sia nelle condizioni di imporre all'eventuale compratore cosa non spostare. Perché quel compratore accetterà le condizioni solo a fronte di contropartite.

Il problema è che il costo delle contropartite andrà a carico anche (se non soprattutto) di coloro che non ne trarranno alcun beneficio. Il tutto senza fretta, ovviamente.


mercoledì 22 novembre 2017

Scorie - Come vogliono coprire le mance pre-elettorali? Facendo pagare ai fumatori




Per cercare di trovare le coperture (peraltro parziali, visto che il deficit sarà superiore a quanto concordato con la Ue) alle mance pre-elettorali che entreranno nella legge di bilancio, maggioranza e governo, tra le altre cose, hanno pensato a un classico: inasprire le accise sui tabacchi.

Un emendamento del Pd punterebbe ad aumentare il gettito dai già previsti 125 milioni per il 2018 alla cifra di 600 milioni. Di fatto, ci sarebbe un aumento di un euro a pacchetto. Secondo gli stessi Monopoli di Stato, "detto gettito non si ritiene ipotizzabile".

D'altra parte già l'ultimo rincaro ha generato un gettito inferiore non solo alle attese, bensì al quello che si era ottenuto l'anno precedente ad aliquote inferiori. Un po' perché i fumatori stanno calando; ma anche perché, all'aumentare della tassazione, cresce la convenienza del contrabbando.

Una cosa semplice da capire. Evidentemente non per tutti.


martedì 21 novembre 2017

Scorie - Beata ignoranza




Durante la sua recente visita negli Stati Uniti, Luigi Di Maio ha detto di ispirarsi alla (ipotetica) riforma fiscale di Trump. Quanto alle tasse "sarà una riduzione significativa", ha detto.

Di riduzioni significative ci sarebbe indubbiamente bisogno, ma la modalità di finanziamento della riduzione in questione non farebbe altro che portare nel baratro i già scassati conti pubblici. Afferma Di Maio, infatti:
"Penso a una manovra shock per abbassare le imposte sulle imprese attingendo anche a risorse in deficit".

E, per quanto possa apparire controintuitivo, il deficit è visto come via per ridurre il debito.

"Il debito pubblico macina record su record: noi diciamo che per riuscire a invertire la tendenza serve fare deficit per ripagare il debito con investimenti produttivi".

Evidentemente questa è una fissazione della versione pentastellata del keynesismo. Già pochi giorni fa ho avuto modo di commentare l'idea di ridurre il debito mediante l'introduzione del reddito di cittadinanza. Operazione che aumenterebbe la spesa di 17 miliardi ma, grazie all'incremento del Pil potenziale e, quindi, dell'output gap, darebbe all'Italia la possibilità di fare più deficit, dal quale dovrebbe derivare, con una sorta di moltiplicazione dei pani e dei pesci, un incremento di Pil e gettito fiscale tali da ridurre il rapporto tra debito e Pil.

Anche nel caso in questione pare funzionare lo stesso ragionamento: un taglio delle tasse in deficit dovrebbe spingere Pil e gettito fiscale, con conseguente miglioramento dei conti pubblici.

Purtroppo le cose non funzionerebbero come prospettato da Di Maio e colleghi. Se non si trattasse di favole, l'Italia dagli anni Settanta del secolo scorso in poi avrebbe accumulato molto più Pil che debito. Purtroppo si è verificato l'esatto contrario.

L'unica via per abbassare strutturalmente le tasse, a maggior ragione partendo da un debito pubblico superiore al 130% del Pil, consiste nel ridurre altrettanto strutturalmente la spesa pubblica. Chiunque prometta di risolvere i problemi con un taglio di tasse in deficit o è in malafede, oppure non sa di cosa parla.

Nel caso di Di Maio e colleghi propenderei per la seconda ipotesi, anche se, tra chi li consiglia in materia, probabilmente ci sono persone in malafede. Pensare che circa un terzo dei votanti pare intenda affidarsi a questi signori mi pare agghiacciante.