giovedì 31 agosto 2017

Scorie - La (piccola ma significativa) novità




Apprendo dall'ANSA che sta per esserci "una piccola ma significativa novità a sinistra".

Ora, se c'è una cosa che non si verifica raramente in Italia sono le novità a sinistra. Le nuove formazioni di sinistra, siano essere derivanti o meno da scissioni, spuntano come i funghi nel sottobosco dopo un acquazzone. A maggior ragione la cosa non stupisce avvicinandosi le elezioni politiche.

La "novità" ha scelto di chiamarsi C.L.N., Confederazione per la Liberazione Nazionale, sfruttando l'acronimo partigiano, e ambisce a rappresentare una "sinistra patriottica".

Per fare cosa? Stando sempre all'ANSA, per "aggregare gli italiani attorno ad una proposta politica di rivendicazione del ripristino della sovranità nazionale e di fuoriuscita del nostro Paese dall'euro e dai Trattati dell'Unione Europea."

Anche questa difficilmente la si può definire una novità, essendo tanti (in modo politicamente trasversale) a voler riavviare la stampante delle lire (o di uno strumento che nella sostanza sarebbe la stessa cosa), per risolvere (a loro dire) senza alcun sacrificio tutti i problemi dell'Italia.

E siccome in Italia ritengono non esserci alcuno a cui ispirarsi – e li si può capire, altrimenti non sarebbero diversi dalla ampia offerta politica a sinistra – hanno ben pensato di guardare al di là delle Alpi. Ovviamente in direzione della Francia, dove il punto di riferimento è il chavista Melenchon.

Obiettivo: "costruire un cartello di sinistra che, accanto alle storiche rivendicazioni del mondo del lavoro subordinato, sia anche in grado di condurre una critica radicale all'impianto dei Trattati su cui è stata edificata l'Unione Europea, ultra-liberisti e funzionali unicamente al capitale finanziario."

Sai che novità…


mercoledì 30 agosto 2017

Scorie - L'oggetto sociale non cambia (e resta vergognoso)




Da libertario sono un convinto sostenitore del principio di non aggressione, quindi credo che ognuno debba essere libero di ritenere che il 125° anniversario della fondazione del partito socialista italiano sia una ricorrenza degna di essere festeggiata o ricordata senza vergogna.

Ciò nondimeno, e pur considerando che nel tempo la socializzazione integrale dei mezzi di produzione è stata sostituita dalla socializzazione di parte (crescente) del frutto dei mezzi di produzione (mediante tassazione), sono convinto che non ci sia nulla di cui rallegrarsi se nel 2017 c'è ancora chi non prova vergogna, bensì il contrario, a definirsi socialista.

Per esempio Marco Di Lello, fondatore dei Socialdem, associazione che riunisce 4 deputati e centinaia (penso si tratti di un numero autocertificato) di amministratori locali socialisti nel Pd. Il quale, scrivendo una lettera aperta a Matteo Renzi, afferma tra l'altro:
"Ma "l'oggetto sociale", il fine, l'obietti
vo: quello no, non è cambiato. Era e resta un'Italia più giusta, più libera, più solidale."

Il fatto è che, tra le cose da fare per migliorare l'Italia, Di Lello propone un "fisco più giusto, chiedendo a chi ha di più di dare di più."

Purtroppo il fisco è ingiusto per definizione, considerando che si basa sulla coercizione nei confronti del cosiddetto contribuente. Ne consegue che se si vuole aumentare la libertà, si deve comprimere il fisco. Per tutti.

Al contrario, la richiesta di chiedere di più a chi ha di più, che in Italia è sinonimo di progressività fiscale, non fa altro che aumentare l'ingiustizia del fisco. Oltre a scontrarsi con l'aritmetica, dato che, all'aumentare della base imponibile, anche con un'aliquota proporzionale chi ha di più paga di più.

Ma si sa, in Italia, soprattutto in faccende politiche, l'aritmetica non conta: pare che per vincere sia necessario saper dare i numeri meglio dei concorrenti.


martedì 29 agosto 2017

Scorie - Meno male che adesso riflettono




Presentatosi agli elettori come alternativa ai partiti tradizionali e a chi lo aveva preceduto, Emmanuel Macron ci tenne a fare sapere che, in nome della sobrietà con la quale si accingeva a utilizzare i soldi di chi paga le tasse, era andato in un negozio senza pretese a comprare l'abito da indossare nel giorno dell'insediamento ufficiale all'Eliseo, spendendo (solo) 450 euro.

Forse fece così perché ancora si trattava di soldi suoi. Appena il conto ha iniziato a essere addebitato al pagatore di tasse francese, il giovane Emmanuel ha speso la modica cifra di 26mila euro in tre mesi solo per il trucco.

L'entourage presidenziale fa notare che si è trattato di "servizi esterni intervenuti negli ultimi mesi che corrispondono all'urgenza del momento, subito dopo l'elezione". Oltre ad aggiungere che Hollande spendeva quasi 20mila euro al mese tra truccatrice e parrucchiere (tutto molto socialista, direi).

Probabilmente rendendosi conto che giustificarsi con il "così fan tutti" è poco sostenibile, lo staff di Macron ha aggiunto che la spesa del primo trimestre ha consentito di "valutare le necessità e riflettere ora su soluzioni meno onerose."

Meno male che adesso riflettono.


lunedì 28 agosto 2017

Scorie - Aritmetica e redistribuzione




Torno a pochi giorni di distanza a commentare alcune "perle" di Francesco Boccia, deputato del Pd e presidente della commissione Bilancio della Camera. Scrivendo al Sole 24Ore, Boccia indica come dovrebbe essere impostata la prossima legge di bilancio.

"Auspico una manovra di ampio respiro con pochi articoli ma capace di incidere sui principali comparti dell'economia. Fisco e lavoro, scuola ricerca e innovazione tecnologica per le imprese, sicurezza e investimenti pubblici. Sono questi i grandi temi su cui ci si può dividere sulle terapie ma non certamente sulla priorità. Attraverso queste leve si può incidere sullo sviluppo, si può intervenire sulle povertà, si possono cambiare i paradigmi delle politiche giovanili. Ma senza slogan, senza scorciatoie."

Tante buone intenzioni, delle quali, come è noto, sono lastricate le vie dell'inferno (per lo più fiscale, in questo caso).

"Chi pensa che la flat tax sia una soluzione, fa una scelta di campo. Di destra, ma di campo. La flat tax consente a chi ha di più di pagare di meno. Noi invece abbiamo il dovere di far pagare meno a chi ha di meno e a chi crea lavoro."

Qui Boccia, che prima di darsi alla politica a tempo pieno era professore di economia aziendale, o semplifica un po' troppo, ricorrendo a quegli slogan e scorciatoie che ha poco prima detto che andrebbero evitati, oppure dà dimostrazione di avere lacune in aritmetica.

In un'imposta di tipo proporzionale, infatti, chi ha di più paga di più in termini assoluti, anche se proporzionalmente ciò non accade nel caso di una autentica flat rate tax. Nelle varie proposte in circolazione in Italia, la progressività sarebbe peraltro mantenuta ricorrendo a deduzioni di spese ed eventuali integrazioni (imposta negativa) per i detentori di redditi sotto certe soglie.

Ovviamente non può mancare la soluzione sempreverde, ossia fare gettito "stangando chi [le tasse] le evade sistematicamente dalle multinazionali del web passando per i soliti furbetti dell'evasione. La leva fiscale va utilizzata come straordinario strumento redistributivo."

Guai, poi, a pensare di fare privatizzazioni, perché "fare programmi di privatizzazioni a fine legislatura è sbagliato oltre che scorretto nei confronti di chi sarà chiamato dagli italiani con le prossime elezioni politiche a guidare il Paese per i successivi cinque anni. E francamente ipotizzare oggi la vendita di alcuni beni in fretta e furia significa svenderli."

Con la scusa della correttezza nei confronti di chi governerà dopo, si tira fuori un altro evergreen: le "svendite". Ovviamente per chi non ha nessuna reale intenzione di privatizzare ogni vendita ha la esse davanti.

Qui occorre peraltro precisare che i progetti a cui fa riferimento Boccia sono in realtà false privatizzazioni. In pratica, con una sorta di gioco delle tre carte, lo Stato creerebbe scatole cinesi, con l'immancabile partecipazione di Cassa Depositi e Prestiti, per fare un po' di cassa senza cedere realmente nulla.

Dopodiché Boccia elenca una serie di misure, tutte più o meno stataliste. Tra queste citerei la proposta di garantire finanziariamente l'Erasmus "per tutti coloro che ne fanno richiesta nelle scuole secondarie" e "accompagnare i giovani in università con forme di sostegno finanziario che arrivano fino al giorno dell'acquisto della prima casa con mutui garantiti e senza interessi".

Il tutto perché lo "Stato serve in quei passaggi per i giovani non dopo quando è tardi; serve prima, perché se li formiamo adeguatamente, se parlano più lingue, se li accompagniamo nelle loro esperienze e nella loro voglia di metter su famiglia, poi saranno il turbo della società."

Di sicuro così si mette il turbo alla spesa pubblica, incentivando (anche) nei giovani la tendenza a vedere nello Stato il mezzo per vivere a spese altrui. Alla faccia di tutti quelli che di questi benefici non hanno beneficiato e non beneficeranno, dovendo però sostenerne gli oneri.

Poteva mancare il richiamo agli investimenti pubblici fuori dal computo del deficit? Ovviamente no.

"Tutto questo senza un programma di investimenti pubblici moderno può non bastare. Serve pertanto aprire a Bruxelles un negoziato serio sugli investimenti pubblici fuori dai vincoli attuali di bilancio. Servono 100 miliardi di investimenti pubblici aggiuntivi rispetto a quelli programmati per la prossima legislatura. Venti miliardi in più all'anno."

Fino a pochi giorni fa erano 100 miliardi in 4 anni, ma effettivamente la legislatura ne dura (in teoria) 5. Almeno questa divisione Boccia l'ha fatta senza difficoltà.

Come ho già notato più volte, il problema è che se politicamente si stabilisce che una somma che costituisce deficit non è contabilmente tale, nella realtà i titoli di debito per finanziarlo devono essere emessi. E il debito aumenta di conseguenza.

Ovviamente questa lunga lista della spesa, che Boccia quantifica in 25 miliardi lordi per il prossimo bilancio (a mio parere sottostimando la dimensione), deve essere finanziata. Boccia non dice esattamente come, ma sentenzia:

"Alla politica il compito di dimostrare come si redistribuisce e per far cosa. Il Pd ha già dimostrato di saperlo fare e di volerlo fare."

Un'affermazione molto sinistra, in senso lato.


venerdì 25 agosto 2017

Scorie - Cristoforo Colombo rischia la rimozione nella gara a chi è più politically correct




Nell'ambito della caccia alle statue che impazza negli Stati Uniti in questi giorni, apprendo dall'ANSA che non solo rischiano la rimozione quelle sudiste erette in onore di personaggi come il generale Lee, ma anche quella di Cristoforo Colombo posta di fronte all'ingresso di Central Park a New York.

Il sindaco Bill de Blasio, che evidentemente vuole (sta)vincere la gara del politically correct, ha ordinato a una commissione appositamente nominata di stabilire, entro 90 giorni, quali statue e monumenti possano "istigare all'odio, alla divisione o al razzismo e all'antisemitismo".

Come sempre, gli eccessi di politically correct finiscono per censurare ogni forma di manifestazione del pensiero non allineato. Generalmente chi mette in dubbio i dogmi del politicamente corretto viene immediatamente etichettato come sostenitore di coloro ai quali vorrebbe essere negato di manifestare il loro pensiero, ancorché lo facciano senza aggredire nessuno.

Ovviamente le cose non stanno così. Per un libertario vale il principio di non aggressione, per cui se uno o più individui non iniziano un'aggressione ad altri o alle altrui proprietà, non si dovrebbe impedire loro di esprimere il loro punto di vista, per quanto lo si ritenga sgradevole.

Nel caso degli Stati Uniti, tra l'altro, basterebbe che i sacerdoti del politically correct evitassero di storpiare il Primo Emendamento, ma appare evidente che la Costituzione (e a scrivere è uno che, sulle costituzioni in generale, la pensa come Spooner) a costoro interessa solo se serve a confermare il loro punto di vista.

Posto che le statue in questione potrebbero essere privatizzate ed esposte in terreni di proprietà privata (anche se temo che i fautori del politically correct non accetterebbero neppure questo), credo che se si valutassero tutti i monumenti in conformità ai canoni prescritti da de Blasio le ruspe finirebbero per demolire mezza New York.

Lo stesso, ovviamente, varrebbe anche per i monumenti delle altre città in giro per il mondo. Per fare solo una manciata di esempi, in Italia non vedo perché non si dovrebbe demolire il Colosseo, considerando che gli schiavi erano mandati a combattere a morte tra di loro o contro belve feroci. Le piramidi in Egitto dovrebbero essere rase al suolo, mentre il Louvre a Parigi dovrebbe essere svuotato, considerando che molte opere esposte non sono state oggetto di donazioni volontarie.

Ovviamente potrei proseguire a lungo. Ma è meglio di no: non credo ne valga la pena.


giovedì 24 agosto 2017

Scorie - Avanti, verso il burrone (2)




Come è noto, nella sua fatica letteraria "Avanti", Matteo Renzi sostiene che sarebbe necessario "Tornare a Maastricht", portando il deficit per un quinquennio appena sotto al 3% del Pil, senza guardare ad altri parametri. I suoi fedelissimi, tra cui il sottosegretario agli Affari e Politiche europee, Sandro Gozi, fanno da cassa di risonanza. Con argomentazioni tutt'altro che solide.

"Lo scopo di semplificare i parametri di bilancio, riducendoli a uno solo, è migliorare la governance dell'Unione e il suo funzionamento. Ma se l'Europa vuole rafforzarsi… deve far crescere la sua credibilità politica ed economica. Ancora oggi dobbiamo constatare che in troppi paesi dell'Unione le riforme strutturali sono ferme al palo e gli investimenti scarseggiano, zavorrando la maggior parte delle economie."

Qui occorre una premessa. Anche nell'originario Trattato di Maastricht l'idea di fondo non era che la via maestra per far crescere il Pil fosse fare deficit, bensì il suo contrario. E, considerando i livelli medi dei debiti pubblici dell'epoca e i trend di crescita e inflazione dei prezzi al consumo, si ipotizzò (sbagliando, dato che il futuro, ancorché i governanti non si rassegnino, non è prevedibile e governabile a piacere), che un deficit massimo del 3% del Pil fosse compatibile con la stabilizzazione del debito al 60% del Pil.

Resta il fatto che il 3% era un limite massimo, e che se il deficit fosse stato inferiore sarebbe stato meglio. In Italia in molti continuano invece a ritenere che il 3% sia un livello a cui tendere, quasi un floor invece che un cap.
Ciò premesso, non capisco cosa c'entri la "credibilità" col portare il deficit al 3% del Pil quando attualmente si è al di sotto di quel livello.

Secondo Gozi:

"La proposta di ancorarsi al 3 per cento di deficit massimo, per un periodo compreso fra i tre e i cinque anni, cioè nell'ottica di una legislatura e attraverso un Partenariato con l'Ue, va nell'unica direzione possibile per risollevare le sorti europee: far crescere il pil. Solo con riforme e investimenti, infatti, si ottiene la famosa crescita del denominatore, l'unica in grado di ridurre il rapporto debito/pil. Tornare al 3% sul deficit non significa quindi ignorare il debito pubblico."

Non è detto che gli investimenti debbano essere pubblici e finanziati in deficit, anche se Gozi sembra darlo per scontato.

Occorre poi tenere presente che, anche ipotizzando che l'avanzo primario sia solo azzerato e che non si vada in deficit anche a quel livello, per ridurre il rapporto tra debito e Pil occorre una crescita nominale del Pil superiore al costo del debito.

Ora, il governo stima che il costo del debito non scenderà sotto il 3.8% del Pil, e se ci sarà un rialzo dei tassi di interesse quel numero è destinato ad aumentare. Ciò significa che, tra crescita reale del Pil e deflatore, il Pil nominale deve crescere almeno di quella cifra per impedire un ulteriore aumento del rapporto tra debito e Pil.

Per iniziare una riduzione (percepibile) è invece necessario che la crescita nominale del Pil superi il 4%. Sempre che non si adottino altri provvedimenti, come dismissioni di asset di proprietà pubblica. Ma appare abbastanza difficile ipotizzare che quell'obiettivo sia facilmente a portata di mano.

Per di più, non appena il Pil cresce un po' più del previsto, pur restando ben sotto la media europea, parte la caccia all'utilizzo di (inesistenti) "tesoretti".

Capisco che si stia andando verso una campagna elettorale, ma fare più deficit significherebbe solo andare a sbattere più velocemente. Purtroppo, però, ho la sensazione che la visione del deficit come cura della bassa crescita continui (e continuerà) a essere maggioritaria in questo sgangherato Paese.