martedì 6 giugno 2017

Scorie - Simply shameless




Ogni "comunicatore" incline a raccontare balle (e, forse proprio per questo, considerato "grande comunicatore") di solito conta sul fatto che la memoria degli interlocutori tende ad azzerarsi rapidamente, nonostante di tutto quanto uno dice e scrive rimanga ormai traccia indelebile e sia quindi alla portata di tutti ricordare cosa è stato detto e fatto. Matteo Renzi è un maestro in tal senso.

Intervistato dal Sole 24Ore, ecco come esordisce:

"Prima di parlare della data delle elezioni a me interessa capire cosa dobbiamo fare oggi. In questo momento per me la priorità numero uno, più della legge elettorale, più degli ottimi dati Istat su occupazione e crescita, più della data delle elezioni, è la questione delle banche venete. Non mi interessa la banca in quanto tale: sono stato tra i primi a chiedere l'azione di responsabilità contro i vecchi amministratori. Mi interessa il Nord Est, le sue famiglie, le sue imprese. Un tessuto sociale e imprenditoriale generoso che con passione è volontà ha sempre spinto in avanti l'Italia. Il Paese deve molto al Nord Est. Voglio essere esplicito: qualsiasi forma di eventuale risoluzione di queste banche andrà respinta con tutte le forze. L'Italia intesa come sistema politico e economico deve dire di no a questa ipotesi, figlia di una visione algida e burocratica della realtà. O – peggio ancora – figlio di un disegno finalizzato a prendere asset di un territorio che è tra i più ricchi e operosi del continente. Nell'uno e nell'altro caso vorrei che tutte le istituzioni, a cominciare da quelle del territorio, si unissero per salvare le due banche senza riguardo al colore politico ma giocando tutti con la maglia tricolore."

Qualunque sia il punto di vista su cosa un governo debba o non debba fare in merito alle crisi bancarie, non si può che restare basiti leggendo queste affermazioni renziane. Sembrano provenienti da un marziano, da uno che non è vissuto in Italia negli ultimi anni. Invece Renzi non solo era in Italia, ma era a palazzo Chigi quando le crisi bancarie sono deflagrate.

Adesso cerca di scaricare su Gentiloni e Padoan le conseguenze delle sue azioni (o inazioni) di quando era presidente del Consiglio. Quando, cioè, per puri calcoli elettorali (poi rivelatisi errati), ha dapprima gestito pessimamente la risoluzione di quattro banche regionali, per poi fare melina di fronte al peggioramento delle crisi di Monte del Paschi di Siena e delle due ex popolari venete.

Nulla da dire se avesse affermato: lo Stato non deve fare nulla per risolvere le crisi bancarie. Ma Renzi non è mai stato e mai sarà un sostenitore del libero mercato contrario a ogni forma di interventismo. Per cui è patetico che oggi cerchi di accattivarsi "il Nord Est, le sue famiglie, le sue imprese", dopo essersene sostanzialmente disinteressato quando era al governo, affermando:

"Chi mandiamo a trattare a Bruxelles deve farsi sentire, a tutti i livelli. L'Italia non può accettare questo modo assurdo, unilaterale, di far male sempre e solo ai nostri istituti di credito. Sono europeista, convinto. Ma non sono disponibile a fare un danno al nostro Paese accettando criteri che vengono utilizzati per le banche venete e non per quelle tedesche."

Quando a Bruxelles si va un giorno sì e l'altro pure a chiedere di fare più deficit di quanto si era concordato di fare, non ci si deve stupire se certe altre faccende non trovano una soluzione. Lui, che sostiene che a Bruxelles sbatteva i pugni sul tavolo, evidentemente aveva altre priorità. Oppure quei pugni sul tavolo non impressionavano nessuno.

Ed ecco un paio di perle sui conti pubblici:

"L'austerity ci ha tagliato le gambe. La flessibilità ci ha rimesso in cammino. Se vogliamo correre dobbiamo per forza continuare ad abbassare le tasse. Andare avanti. Chi si ferma è perduto. Non possiamo sprecare questa legge di bilancio."

La flessibilità ha semplicemente rappresentato lo spreco dell'occasione di iniziare a ridurre il debito pubblico, esponendolo a un rischio crescente di insostenibilità quando cesserà il doping monetario che sta calmierando la spesa per interessi. Se la soluzione fosse il deficit, l'Italia sarebbe stato il Paese più florido in Europa quando si è presentata all'ingresso dell'eurozona.

"Noi stiamo lavorando a un Progetto che permetta per i prossimi cinque anni di ridurre il debito in modo significativo. La vera strada per la riduzione del rapporto debito-pil, intendiamoci, è la crescita: non a caso se lei guarda i dati degli ultimi tre trimestri la curva del debito pil è scesa per sei mesi su nove. Basta crescere per invertire la tendenza. E purtroppo l'austerity ha ucciso la crescita facendo ulteriormente esplodere il debito in un circolo vizioso assurdo. Tuttavia abbiamo deciso di fare di più. Presenteremo un'iniziativa che consenta ai cittadini di avere forme di rendimento sicure e solide anche attraverso la partecipazione ai beni immobili e mobili che costituiscono il patrimonio dell'Amministrazione centrale e degli Enti Locali. Questa soluzione è potenzialmente win win. Perché riduce i costi del debito e aumenta la credibilità del Paese, ma consente anche allo stesso tempo di avere una forma di rendimento sicura per il nostro risparmio. La Cdp avrà un ruolo strategico in questo disegno. Stiamo seguendo questo progetto con professionalità di prim'ordine. L'importante è presentarlo in Europa chiedendo nello stesso momento margini di flessibilità maggiori. Del resto se tranquillizziamo i mercati sul debito e sulle banche per l'Italia cambia moltissimo."

Premesso che finora la "curva del debito pil" è scesa solo nella narrazione di Renzi, in attesa di conoscere i dettagli del progetto renziano si può supporre che si tratti di qualcosa di simile alla vendita, tramite forme di cartolarizzazione o con la costituzione di fondi di investimento, di una parte del patrimonio pubblico. L'idea potrebbe non essere sbagliata, ma non è detto che si tratterebbe di "una forma di rendimento sicura per il nostro risparmio".

Se, poi, con una mano si cerca di ridurre il debito e con l'altra si chiede alla Ue di fare più deficit, lo sforzo rischia di essere vanificato in poco tempo.

E' questo, in fin dei conti, il più grande limite di molte proposte fin qui avanzate (e rimaste poi sulla carta) di riduzione del debito: non un modo per ridurre il ruolo dello Stato, bensì un escamotage per riuscire ad avere più spazio per spendere soldi in modo diverso dal pagamento di interessi sul debito.

Perché alla fine lo scopo è sempre lo stesso: avere più soldi (altrui) da spendere.


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