venerdì 26 maggio 2017

Scorie - Il mercato, questo sconosciuto




Sulla Domenica del Sole 24Ore è possibile leggere i pensieri vergati dal fior fiore dell'intellighenzia nazionale e internazionale, che, come è noto, per lo più è costituita da sinistrorsi al caviale.

Non mancano, ovviamente, i lamenti contro il mercato, anche dove non c'è. Prendete, per esempio, quanto scritto da Salvatore Settis a proposito di Europa:

"Ma l'Europa di oggi conserva l'impulso a cercare la verità delle cose, una memoria di sé che induca al confronto, l'incessante interrogarsi sul perché delle nostre azioni? C'è ragione di dubitarne. Nulla rappresenta oggi l'Europa quanto le istituzioni dell'Unione Europea. Ma nelle istituzioni europee non regna la cultura, non regna il dubbio, non regna la dignità umana né la giustizia sociale. Regna il mercato e regna la certezza che ad esso solo spetti il potere di regolare la società in tutti i suoi aspetti. Che la "mano invisibile" dei mercati, creando e ridistribuendo la ricchezza, finirà col dare a tutti lavoro, libertà, cultura, giustizia e democrazia. E che chi non si assoggetta a tali leggi irrevocabili dev'essere imbrigliato, punito, ridotto alla ragione, obbligato all'austerità."

Che nelle istituzioni dell'Unione europea non regnino il dubbio e la cultura (nell'accezione di Settis, ovviamente) sarà anche vero, trattandosi di strutture burocratiche. Ma affermare che regnino il mercato e la "mano invisibile" significa non avere contatto con la realtà.

La mano dell'Unione europea è talmente visibile che ormai nulla è esente da regolamentazione minuziosa. Il mercato è tale solo di nome, essendo soggetto a tali e tanti vincoli da risultare solo una caricatura dell'originale.

A proposito di dubbio, uno mi resta: Settis sa cos'è il mercato?


giovedì 25 maggio 2017

Scorie - Risparmiateci il keynesismo 2.0




Partecipando al dibattito su vantaggi e svantaggi della permanenza nell'eurozona, Stefano Fassina, deputato di Sinistra Italiana, individua il problema nell'impianto mercantilistico basato sulla svalutazione del lavoro. Lamentando anche che non si seguano i precetti keynesiani (pure essi, peraltro, in ultima analisi mercantilisti).

"Insomma, nonostante la "rivoluzione keynesiana" degli anni 30 del '900, domina la "Legge di Say" (1803), secondo la quale l'offerta creerebbe la domanda."

Fassina fornisce l'interpretazione della Legge di Say che danno tutti coloro che non l'hanno capita o preferiscono storpiarla per argomentare a favore del keynesismo.

Say sostenne quello che la semplice osservazione basata sul buon senso dovrebbe rendere evidente: in qualsiasi scambio la domanda può esserci solo se si ha qualcosa da offrire, il che presuppone che la produzione preceda la domanda.

Il tentativo keynesiano di invertire le cose, conduce alla necessità di pompare artificialmente la domanda rendendola indipendente dall'esistenza, a priori, di una produzione e di un risparmio reali. Gli effetti sono da un lato redistributivi, e dall'altro effimeri: un'accelerazione a breve termine, che lascia in eredità una recessione e un accumulo di debito.

Fassina ritiene che l'alternativa sia tra "costruire una coalizione per la domanda interna: artigiani, commercianti, professionisti, piccole imprese e i connessi lavoratori subordinati legati soprattutto al mercato nazionale" e "un piano B per il "divorzio amichevole".

Lascio senza commenti la chiusura:

"L'obiettivo è un sentiero pro-labour di integrazione della Ue, una cooperazione tra Stati meno regressiva e la ricostruzione delle condizioni minime per un keynesismo 2.0."


mercoledì 24 maggio 2017

Scorie - La favola del moltiplicatore




Qualche giorno fa avevo commentato alcune sciocchezze in materia economica da parte di Luigi Di Maio, sospettando che non fosse farina del suo sacco. Osservavo: "Probabilmente gli "esperti" di economia a cui si è abbeverato Di Maio sono quelli che propagano l'idea che gli investimenti ad alto moltiplicatore, ancorché finanziati in deficit, portino a un incremento di Pil e di gettito fiscale tali da ripagarsi."

Ammetto che non serviva essere un genio per arrivare a tale osservazione. Che, in effetti, pare essere corretta, a giudicare dalle affermazioni di Giovanni Dosi, docente alla scuola superiore Sant'Anna di Pisa, che peraltro tiene a sottolineare: "non sono l'economista dei 5 Stelle".

Oltre a proporre un aumento dell'Irpef per i redditi superiori a 100mila euro e una patrimoniale che porterebbe un gettito di 200miliardi in cinque anni (roba da mettere definitivamente al tappeto questo malandato Paese), Dosi vorrebbe un aumento del deficit, unico modo per ridurre il debito:

"Quando c'è una tale forza lavoro inutilizzata, una tale possibilità di espansione, e il moltiplicatore della spesa pubblica è alto, la maniera per diminuire il debito è, paradossalmente, aumentare il deficit."

Qui di paradossale credo ci sia solo il fatto che chi fa oggi affermazioni del genere sia docente universitario. Sono alcuni decenni che in Italia c'è forza lavoro inutilizzata, e non si può dire che sia stata del tutto assente la spesa in deficit.

Ora, delle due l'una: o tutta quella spesa è sempre stata fatta male, preferendo quella a basso moltiplicatore (o a demoltiplicatore), nel qual caso è lecito dubitare che d'ora in poi le scelte governative sarebbero più oculate; oppure quella del moltiplicatore è una favola che il buon Keynes raccontò 80 anni orsono e che, nonostante si sia ripetutamente rivelata, appunto, una favola (non solo nel caso italiano), ancora si spaccia per realtà.

In entrambi i casi meglio non dare ascolto a certi "esperti".


martedì 23 maggio 2017

Scorie - La faccia della medaglia che i keynesiani non guardano




Commentando l'andamento dell'economia statunitense, Fabrizio Galimberti osserva con soddisfazione come la crisi sia stata affrontata ricorrendo all'armamentario keynesiano.

"Come si sa, l'economia americana si è tratta d'impaccio – dopo la Grande recessione – prima e meglio rispetto all'economia europea. Spesso il merito viene attribuito alla politica monetaria… Ma non è solo la politica monetaria e finanziaria a portare il merito del contrasto alla crisi. Anche la politica di bilancio ha contribuito e molto. Quando c'è una crisi, è stato detto, bisogna dare soldi subito, darne molti e darli alle famiglie. Da questo punto di vista il governo americano ha seguito quel consiglio."

Dopodiché mostra in forma grafica il fatto che le famiglie americane dal 2008 abbiano pagato e continuino a pagare meno imposte di quanto incassato come trasferimenti a carico del bilancio pubblico.

Ci sono due problemi: il primo è che aggregando tutto quanto si perde di vista l'effetto della redistribuzione che sempre avviene quando c'è di mezzo il fisco.

Il secondo è che Galimberti non mostra l'altra faccia della medaglia, ossia un debito federale passato da 9.200 miliardi di dollari del 2007 ai poco meno di 20.000 miliardi di fine 2016. In rapporto al Pil si è passati dal 64.7 per cento del 2007 al 107.4 per cento del 2016.

Tutto molto keynesiano, in effetti.


lunedì 22 maggio 2017

Scorie - La presidenta ignorata da Facebook




Da qualche tempo la "presidenta" della Camera, Laura Boldrini, lamenta la scarsa attenzione di Facebook alle pagine contenenti violenza verbale e offese. Pare non avere neppure preso troppo bene il fatto che, nonostante abbia scritto al fondatore in persona, Mark Zuckerberg, costui l'abbia, in buona sostanza, bellamente ignorata. Probabilmente Boldrini si aspetta che fuori dall'Italia a qualcuno interessi qualcosa di quello che dice. Parrebbe non essere così (e mi permetto di ritenere che lo spazio dedicato dai mezzi di informazione domestici alle sue esternazioni e iniziative siano più che proporzionali all'interesse dei lettori/ascoltatori/telespettatori di tali mezzi di informazione).

Da ultimo, sempre riferendosi a Facebook, Boldrini ha dichiarato:

"Non è ammissibile che a numeri stratosferici di utenti (Facebook nel nostro Paese ne conta 28 milioni) corrisponda un numero irrisorio di dipendenti destinati all'assistenza degli utenti. Con tutto ciò che ne consegue in termini di mancata attenzione alle pagine postate in lingua italiana."

Boldrini si riferisce al fatto che Facebook ha annunciato che aumenterà il numero di persone addette alla revisione dei contenuti, che però rimarranno, a parere della "presidenta", troppo poche.

Premesso che non faccio parte di quei numeri stratosferici di utenti, io credo che il fatto stesso che gli utenti siano così tanti significhi che, in fin dei conti, a loro va bene come funziona Facebook. Nessuno li ha obbligati a creare un loro profilo su quel social network.

Né spetta a Boldrini stabilire cosa sia o non sia ammissibile in termini di quante persone sono destinate a svolgere una determinata attività all'interno di un'azienda. Se davvero fosse ritenuto inammissibile, gli utenti non sarebbero miliardi nel mondo.

Evidentemente Facebook fornisce un servizio che soddisfa le esigenze di un numero "stratosferico" di persone, anche se ai pianificatori tutto ciò può non piacere.


venerdì 19 maggio 2017

Scorie - La droga monopolio di Stato? Meglio di no




Di tanto in tanto torna a fare cronaca l'idea di rivedere la disciplina in materia di sostanze stupefacenti. Generalmente si crea confusione tra legalizzazione e liberalizzazione. La prima sarebbe probabilmente destinata a non migliorare le cose, e forse le peggiorerebbe. Meglio sarebbe la seconda, se fosse realmente tale, ossia se lo Stato rimuovesse proibizioni alla produzione e al commercio, senza porre in essere altri vincoli. Dubito che in Italia si arriverà mai a una liberalizzazione.

Chi è favorevole alla legalizzazione è mosso da diverse motivazioni, generalmente tutte stataliste. Si va da chi vorrebbe avere meno affollamento carcerario, a chi punta al gettito fiscale.

Quando a esprimere un parere sono dei magistrati, generalmente il grado di statalismo è elevato. Ecco cosa ha dichiarato, per esempio, il procuratore nazionale della Dda Franco Roberti: "Siamo favorevoli a una disciplina che attribuisca ai Monopoli di Stato, in via esclusiva la coltivazione, lavorazione e vendita della cannabis e dei suoi derivati. Siamo però radicalmente contrari alla previsione di autorizzare la coltivazione della cannabis ai privati."

A parte l'uso del plurale maiestatis, che fa tanto divino Otelma, la soluzione proposta si basa sulla presunzione, tipica di ogni statalista, per cui solo lo Stato può gestire certe attività. Ma si tratta, a mio parere, di una posizione priva di logica, e anche di coerenza.

Coerenza vorrebbe che si rimanesse del tutto proibizionisti. Non ha senso, infatti, monopolizzare produzione e vendita, a meno che non si dichiari apertamente che la preoccupazione principale non riguarda gli eventuali danni alla salute dei consumatori, bensì il gettito fiscale.

Credo, comunque, che anche questa volta alla fine non cambierà nulla. E forse è meglio così, dato che al peggio pare non esserci mai limite.



giovedì 18 maggio 2017

Scorie - Di fronte a certa ragionevolezza, meglio la follia

Nel dibattito in corso sul Sole 24Ore in merito ai pro e contro della permanenza dell'Italia nell'eurozona, i contributi di matrice keynesiana abbondano. Tra di essi, uno a firma di Jérôme Creel e Francesco Saraceno, entrambi docenti a Parigi (Saraceno anche alla LUISS di Roma).



L'analisi parte deprecando, come sempre, la mancanza di sostegno alla domanda aggregata a livello europeo.

"La zona euro cresce meno degli Usa fin dagli anni 90. Tra le molte ragioni di questa performance a dir poco deludente si dimentica spesso l'inerzia della politica economica, che ha le sue radici in un mandato restrittivo per la banca centrale, e in una regola fiscale che non consente politiche di sostegno della domanda."

Mandato restrittivo? Ma sono sicuri di parlare della BCE? Non è forse quella banca centrale che sta praticando tassi negativi sulla deposit facility (-0.40%) e che ha accumulato titoli acquistati creando base monetaria portando le dimensioni del suo attivo di bilancio a una cifra che sfiora il 40% del Pil aggregato dell'eurozona? Non oso immaginare se il mandato fosse stato espansivo…

"Dire che abbandonare l'euro sarebbe complicato e costoso, tuttavia, non basta. Crediamo che un argomento ben più solido risieda nel rifiuto dell'equivalenza tra l'euro e le politiche neoliberali. Certo, le istituzioni europee sono state concepite per essere coerenti con un quadro dottrinale liberista. Ma il passato non vincola necessariamente il presente, e ancor meno il futuro."

Un quadro dottrinale liberista? Ma di quale continente stanno parlando? Di quello che regolamenta anche il modo di respirare delle persone? Se questo è liberismo, la Corea del Nord è solo lievemente socialdemocratica? Mah…

"Noi abbiamo lavorato, e non siamo i soli, a due possibili riforme che aumenterebbero la capacità di reazione della politica economica: l'introduzione di un doppio mandato per la Bce, sulla falsariga della Fed americana, e una regola fiscale che consenta di scorporare gli investimenti pubblici dal deficit (la "regola d'oro"). Ma se ne possono citare altre, come gli eurobond e il sussidio di disoccupazione europeo. Le proposte ragionevoli non mancano. Quello che manca è la volontà politica di trasformarle in realtà."

Proposte ragionevoli? Quelle che prevedono di risolvere i problemi aumentando il debito in un'area economica che in media ha un debito pubblico pari al 96% del Pil? Auspicando poi che a incrementare maggiormente il debito (facendo finta contabilmente che non lo sia) siano i Paesi che già oggi alzano abbondantemente la media?

Se questa è la ragionevolezza, ben venga la follia.




mercoledì 17 maggio 2017

Scorie - La chiamano educazione finanziaria



Su Plus24 del Sole 24Ore da qualche settimana c'è una sezione dedicata all'educazione finanziaria. Interessante la pagina dedicata all'inflazione, scritta da Marcello Frisone.

"L'inflazione viene definita come un aumento prolungato e generalizzato dei prezzi che porta alla diminuzione del potere d'acquisto della moneta. Per comprendere meglio, per esempio, potremmo immaginare di vivere in un'isola dove si producono 10 noci di cocco e vi sono dieci monete da 1 euro; il prezzo di una noce di cocco sarebbe proprio di 1 euro. Mettiamo che per ipotesi la banca centrale dell'isola decida di coniare e mettere a disposizione degli isolani altri 10 euro. Se la produzione di noci di cocco rimane inalterata le noci finiranno per costare due euro. Ma potrebbe anche succedere che chi, per primo, ha a disposizione la nuova moneta decida di acquistare più noci di cocco e questo stimoli la produzione di ulteriori 10 nuove noci di cocco. Nel primo caso avremmo assistito a un episodio di inflazione galoppante, i prezzi sono raddoppiati e i beni sono rimasti gli stessi. Nel secondo caso, invece, la moneta messa in circolazione dalla Banca centrale dell'isola ha stimolato nuova produzione di noci e ha finito per raddoppiare la ricchezza degli isolani."

Se questa deve essere l'educazione, direi che forse è meglio l'ignoranza. Come quando si sente un professore di italiano sbagliare regolarmente il congiuntivo: come si può sperare che i suoi allievi non facciano altrettanto?

Frisone adotta la definizione mainstream di inflazione, il che non stupisce. Ma quando passa agli esempi rende palese che quella definizione non può essere corretta.

Innanzitutto l'esempio rende evidente che la variazione dei prezzi è una conseguenza dell'emissione di nuova moneta da parte della banca centrale. Quindi è tale emissione di moneta a causare la perdita di potere d'acquisto unitario.

Ma la seconda parte dell'esempio è ancora peggiore. Anche in questo caso, tra le righe, si coglie un altro aspetto che Frisone non evidenzia, ossia quello redistributivo. Infatti, c'è sempre chi "per primo, ha a disposizione la nuova moneta". Ciò garantisce al primo al possibilità di pagare un prezzo maggiore per le noci di cocco, la cui produzione nel frattempo è rimasta inalterata. Il prezzo delle noci di cocco tende quindi ad aumentare, il che va a svantaggio di chi non ha ricevuto la nuova moneta.

Ma l'aumento del prezzo unitario, non essendo cambiata la domanda reale, fornisce un segnale fuorviante ai produttori, che aumentano gli investimenti e ampliano l'offerta di noci di cocco. Finendo per riportare perdite, dato che una parte resterà invenduta o dovrà essere venduta a un prezzo inferiore al costo di produzione.

Quindi un incremento una tantum della quantità di moneta ha un effetto redistributivo e può generare un aumento artificiale della produzione, destinato però a sgonfiarsi. E la soluzione non consiste nel continuare a incrementare l'emissione di moneta, perché ciò peggiorerebbe l'effetto redistributivo e condurrebbe via via al primo esempio citato da Frisone.

Se fosse sufficiente creare moneta dal nulla per aumentare la ricchezza, avremmo risolto da tempo tutti i problemi economici. Non è così, ovviamente, ed è deprimente che certe sciocchezze siano spacciate per educazione finanziaria.



martedì 16 maggio 2017

Scorie - Le (solite) promesse di nonno Silvio (2)


Già qualche settimana fa ho commentato la promessa di Silvio Berlusconi ai pensionati (evidentemente il suo target elettorale preferito) per portare le pensioni minime a 1000 euro mensili esentasse. Promessa reiterata.



"Tutti hanno diritto di vivere la propria vecchiaia in maniera decorosa, senza preoccupazioni e senza privazioni materiali o morali. Per questo garantiremo a tutti una pensione minima di 1.000 euro non tassabili per 13 mensilità, restituendo a tutti gli anziani la dignità del loro passato di protagonisti nella società, per il valore umano e l'esperienza di cui sono portatori."

E ancora:

"Quello che garantiamo sull'aumento delle pensioni minime, sull'abrogazione delle tasse sulla casa, sulle donazioni, sulla successione noi lo manterremo. Noi lo possiamo promettere in modo assolutamente credibile perché lo abbiamo già fatto quando eravamo al Governo."

In base ai dati pubblicati dall'INPS sulla distribuzione delle pensioni (aggiornati al 2015), portare gli assegni a non meno di 1000 euro mensili avrebbe un costo di oltre 38 miliardi, ipotizzando di non avere cumuli. Altrimenti l'importo potrebbe essere molto superiore.

Non mi pare che la riduzione contestuale delle tasse, ancorché auspicabile, sia un modo per finanziare un aumento di spesa di tali dimensioni. Soprattutto, non c'è alcun motivo per garantire pensioni che non siano coperte da adeguati versamenti contributivi fatti a suo tempo dai beneficiari degli assegni, gravando ulteriormente su chi già paga fior di quattrini ogni mese per consentire all'INPS di erogare pensioni che in futuro saranno comunque un miraggio.




lunedì 15 maggio 2017

Scorie - Di ragionevolezza sono lastricate le vie del debito eccessivo




Da qualche settimana, Luigi Zingales ha avviato sul Sole 24Ore un dibattito su pro e contro la permanenza dell'Italia nell'eurozona. Tra i vari contributi, vorrei occuparmi di quello fornito da Massimo Amato, Luca Fantacci e Gennaro Zezza, tutti accademici e fautori della moneta fiscale.

Di moneta fiscale mi sono già occupato anche di recente. Checché ne dicano i fautori, si tratta di illusionismo monetario, basato sulla eterna promessa keynesiana di trasformazione delle pietre in pane, che ex post lascia un aumento del debito.

Gli autori si pongono una domanda e si danno marzullianamente anche la risposta:

"Ma chi accetterebbe di essere pagato in moneta fiscale? Un dubbio apparentemente legittimo, ma forse non poi così tanto. Non in un Paese dove si offrono lavori non retribuiti, dove l'allungamento dei tempi di pagamento sta assumendo dimensioni inquietanti, e dove le piccole imprese iniziano addirittura a pensare di accettare bitcoin in pagamento, pur di vendere. La moneta fiscale è un mezzo di pagamento ben più affidabile dei surrogati appena menzionati, giacché ha una spendibilità di ultima istanza assicurata per il suo pieno valore nominale (beninteso, per coloro che le tasse le pagano)."

Messa così, sembra che i bitcoin siano una moneta da gioco di società, più o meno come i soldi del Monopoli. Il fatto è che i bitcoin non possono essere emessi a piacere da un monopolista, e questo spiega perché c'è chi li accetta come mezzo di pagamento.

Al contrario, la moneta fiscale è emessa dallo Stato e certamente potrà essere usata per pagare le tasse, ma dubito che sarebbe accettata volentieri per altri motivi.

Trovo commovente questo passaggio:

"Una spesa pubblica aggiuntiva, finanziata con l'emissione di moneta fiscale (per importi ragionevoli) consentirebbe di raggiungere lo scopo, con un impatto limitato o nullo, e ragionevolmente misurabile, sul deficit pubblico rispetto a una manovra espansiva in euro."

Una spesa pubblica finanziata con emissione di moneta fiat avrebbe certamente un effetto redistributivo a favore dei primi percettori della moneta. Fin qui, nulla di nuovo (né di ragionevole).

Se ciò non bastasse, è lecito dubitare che l'emittente non si lascerebbe prendere la mano. Purtroppo di ragionevolezza sono lastricate le vie del debito eccessivo. Meglio evitare.