martedì 28 febbraio 2017

Scorie - Se questo è un economista...




"Sono d'accordo con Renzi perché tra il benessere della popolazione e la dottrina bigogna scegliere il benessere."
(J. P. Fitoussi)
 
Non meraviglia che Jean Paul Fitoussi, probabilmente l'economista francese più ascoltato (sic) in Italia, sia d'accordo con Renzi (recente inventore del "lavoro di cittadinanza", che suona non troppo dissimile dai "lavori socialmente utili" di vent'anni fa) nella contrarietà a quella che, in modo piuttosto approssimativo e fuorviante, viene definita austerità.
 
In un contesto in cui la spesa pubblica non cala di austero c'è ben poco da parte di uno Stato, mentre a tirare la cinghia restano coloro che, contrariamente ai proclami renziani, non vedono affatto calare il carico fiscale.
 
Ciò detto, per come è posta la questione da Fitoussi, sembra che il mondo si divida tra chi vuole il benessere della popolazione e chi, sadicamente, privilegia una non meglio definita "dottrina".
 
In realtà il modo di porre la questione da parte di Fitoussi, ancorché possa fare presa, è altamente fuorviante. La vera alternativa è tra un benessere sostenibile (preferibilmente rispettoso della proprietà delle persone) e un benessere a spese del futuro, quindi insostenibile. Se ci troviamo in un mondo ingolfato di debito pubblico è perché, per decenni, chi ha governato ha detto di perseguire il benessere della popolazione, ma lo ha fatto a debito.
 
Adesso i nodi hanno iniziato ad arrivare al pettine e i sistemi di welfare si stanno sempre più rivelando per quello che sono, ossia giganteschi schemi Ponzi, complice anche una demografia in decrescita.
 
Sarebbe ragionevole evitare di far credere alla popolazione che sia possibile continuare a suonare la stessa musica degli ultimi decenni, ancorché ciò sia politicamente difficile. E se a fare promesse di benessere insostenibile è chi governa la cosa è a mio parere non condivisibile, ma è comprensibile che ciò accada.
 
Meno comprensibile se a fare certe affermazioni è un economista. Definizione che, a volte, mi pare attribuita senza motivo. In questo caso, per esempio.


lunedì 27 febbraio 2017

Scorie - La Santa Alleanza contro Bitcoin

In un lungo articolo sul Sole 24Ore, Alessandro Plateroti rende conto della "guerra" mossa dalle principali banche centrali al Bitcoin. Dalla lettura si evince che Plateroti ritenga che in questa guerra ci siano i "buoni", ossia le banche centrali, e i cattivi, ossia coloro che "estraggono" e utilizzano i Bitcoin. Oltre, come sempre, ai piccoli investitori che potrebbero andare incontro a pesanti perdite.


 
Io seguo l'evoluzione del Bitcoin senza fanatismi, trovando degno di attenzione lo sviluppo di strumenti che possano fungere da moneta; trovo al tempo stesso comprensibile, anche se non condivisibile, l'allarme che lanciano a ripetizione le banche centrali. Il perché lo scriverò riportando alcuni passaggi dell'articolo di Plateroti, che comincia così.
 
"Uno spettro si aggira sulle banche centrali, ma non è il Cigno Nero dell'economia mondiale: è la bolla speculativa dei Bitcoin, il Brutto Anatroccolo del mercato valutario."
 
Parlare di bolla speculativa riferendosi al Bitcoin significa considerarlo esclusivamente come un asset finanziario, e non una moneta. Non dubito che diverse persone abbiano comprato Bitcoin semplicemente per vederne rivalutato il valore di scambio con altre monete; né dubito del fatto che alcuni abbiano tratto profitti dal trading su Bitcoin, mentre altri avranno riportato perdite. Sta di fatto che sul mercato dei cambi si verificano spesso ampie oscillazioni, eppure è difficile sentire parlare di bolla in riferimento a una moneta.
 
Che Plateroti consideri Bitcoin un asset finanziario appare evidente quando scrive che "erano più di vent'anni, dai tempi della bolla di internet, che il mercato non si lanciava così a capofitto su un asset finanziario senza storia, dal futuro ancora indimostrabile e da un passato più opaco del presente."
 
A preoccupare Plateroti e, in generale, i "buoni" nella guerra al Bitcoin è il fatto che non sia stato identificato con certezza chi ci sia dietro lo pseudonimo di Satoshi Nakamoto, che inventò il "brutto anatroccolo". Pare, in realtà, che alle autorità interessi, più che la reale identità dell'inventore (probabilmente un ingegnere australiano), il bottino di Bitcoin che costui avrebbe in un trust, il cui controvalore potrebbe oggi aggirarsi sugli 1.1 miliardi di dollari.
 
Quanto alle banche centrali, sarebbero pronte alla "Jihad valutaria".
 
"Dopo aver speso 12.300 miliardi di dollari per proteggere dollaro, euro e yen dalla crisi bancaria globale e del debito europeo, dal caso Grexit e dallo shock di Brexit, dall'incognita Trump e dalla volatilità crescente dei cambi valutari globali, la «Santa Alleanza» delle potenze monetarie sembra ora prepararsi allo scontro con la «Jihad valutaria» del nuovo populismo finanziario: scudi e bazooka sono già puntati contro l'avanzata dei Bitcoin. E almeno sulla carta, la sfida tra moneta reale e valuta digitale sembra avere un esito scontato: Bitcoin ha munizioni per circa 18 miliardi di dollari, a tanto ammonta la capitalizzazione mondiale della cripto-valuta, mentre la potenza di fuoco a disposizione delle banche centrali si è dimostrata finora illimitata."
 
Il fatto è che lo sviluppo di Bitcoin e di monete simili, checché ne pensino quelli della "Santa Alleanza", non serve a favorire traffici illeciti (ancorché possa essere utilizzato anche per quello), ma per avere un mezzo di scambio alternativo alle monete fiat protetto da intrusioni governative e manipolazioni di banche centrali. E più le banche centrali stampano monete fiat, più tali monete sono destinate a deprezzarsi rispetto al Bitcoin.
 
"Anche se l'uso del denaro elettronico o digitale è entrato da anni nelle abitudini di pagamento di centinaia di milioni di persone - conti correnti on-line, carte di pagamento e di credito, portafogli elettronici (electronic wallets) per cellulari e iPad sono ormai più diffusi degli assegni - l'invenzione di Bitcoin sembra insomma fatta apposta non solo per spodestare il monopolio bancario negli strumenti di pagamento elettronici e nelle transazioni commerciali internazionali via web, ma anche il sistema valutario del dopo gold-standard: e con questi, l'intera rete di sicurezza creata dai governi e dalle istituzioni internazionali contro il riciclaggio di denaro, l'evasione fiscale e l'esportazione illecita di capitali."
 
In questo passaggio c'è la motivazione principale addotta dalle banche centrali per "combattere" Bitcoin. L'altra, solitamente, fa riferimento alla protezione dei risparmiatori. Ma lo stesso Plateroti arriva al vero motivo di allarme: "la percezione che hanno a Francoforte, Londra, Washington o Pechino dello tsunami Bitcoin è già chiarissima: oltre un certo limite, il rischio concreto delle istituzioni monetarie è perdere il controllo su emissione, circolazione e valore della moneta."
 
La Bce si spinge ad affermare che Bitcoin sia "la più grande minaccia potenziale per la politica monetaria e la stabilità dei prezzi, per la stabilità finanziaria e la vigilanza prudenziale".
 
Ora, che Bitcoin sia una minaccia per la politica monetaria non v'è dubbio, ma che lo sia per la stabilità dei prezzi suona stonato se a dirlo è una banca centrale, considerando la perdita di valore reale delle monete fiat da quando fu definitivamente abbandonato ogni convertibilità in oro nel 1971.
 
Sempre secondo la Bce, "Bitcoin funziona senza un'istanza di controllo centralizzata quale una banca centrale: da una punto di vista giuridico, quindi, non è considerata una moneta."
 
Il fatto è che (se ne facciano una ragione i legulei) cosa è moneta in ultima analisi lo stabilisce chi scambia beni e servizi e utilizza un determinato bene come mezzo generale di scambio.
 
Suppongo che nei mesi e anni a venire il contrasto al Bitcoin da parte della "Santa Alleanza" sarà proporzionale al suo utilizzo, e ovviamente si motiverà la "guerra" con la necessità di contrastare il riciclaggio e il finanziamento al terrorismo, oltre che la tutela dei risparmiatori. Ma il timore principale, in realtà, è la perdita del controllo sulle monete da parte delle banche centrali e di gettito fiscale da parte degli Stati.
 
Credo anche, però, che tanto più Bitcoin e monete simili verranno contrastate, tanto più aumenterà la diffidenza delle persone non già verso queste monete, bensì verso la "Santa Alleanza".


venerdì 24 febbraio 2017

Scorie - Monetizzazione di fatto



"Siamo ancora distanti dal target del 2% d'inflazione, per cui è appropriato proseguire con l'allentamento monetario, ma questa politica non punta a finanziare il debito del governo."
(H. Kuroda)

Questo è quanto ha dichiarato Haruhiko Kuroda, presidente della Banca del Giappone, dopo l'ennesimo intervento in acquisto sui titoli di Stato volto ad abbassare il rendimento sulla scadenza decennale.

Considerando che la politica monetaria della BoJ punta a tenere attorno a zero il rendimento del titolo del Tesoro decennale, di fatto punta a erodere in termini reali il valore del debito pubblico.

Resta anche il fatto che, a forza di comprare titoli di Stato, la BoJ detiene oltre il 40 per cento del totale e, se continuasse al ritmo attuale, ci sono concrete probabilità che arriverebbe a possedere l'intero debito pubblico entro il 2023.

Ma guai a parlare di monetizzazione…


giovedì 23 febbraio 2017

Scorie - Le pensioni greche sono basse, ma sono troppi i consumatori di tasse



"Come può essere che il principale problema della Grecia siano le pensioni troppo generose, quando il 43% dei pensionati riceve meno di 660 euro al mese?"
(E. Achtsioglou)

Effie Achtsioglou è ministro del lavoro in Grecia. Come periodicamente accade dal 2010, lo stato di insolvenza della Grecia torna a fare notizia.

Giova ricordare che negli ultimi sei anni la Grecia ha ricevuto finanziamenti da Paesi Ue e FMI per 240 miliardi (110 nel 2010 e 130 nel 2011), beneficiando inoltre di una ristrutturazione a carico dei creditori privati per 107 miliardi nel 2012. Infine, nel 2015 ha ottenuto un altro programma di aiuti finanziari per 86 miliardi.

Il problema è che le condizioni di partenza delle finanze pubbliche greche, dopo trent'anni di accumulazione di deficit a spese sostanzialmente del resto d'Europa (con creditori pubblici e privati quanto meno incauti), erano talmente disastrose da rendere impraticabile un risanamento senza contestuale abbattimento di buona parte del debito pregresso.

Al contrario, i creditori pubblici hanno preferito tenere in piedi una finzione in base alla quale non si procede ad alleggerire il debito senza poi fare nuove concessioni, bensì si mantiene intatto il debito e si fanno nuove concessioni, in cambio di misure fiscali restrittive.

Per di più capita di leggere affermazioni allucinanti, tipo quella del presidente dell'ESM (il Meccanismo Europeo di Stabilità), Klaus Regling, che a un giornale tedesco (evidentemente per placare gli animi dei tedeschi in un chiaro clima preelettorale) ha dichiarato: "Io conto sul fatto che dalla metà del 2018 la Grecia riuscirà a camminare con le proprie gambe e potrà  procurarsi le risorse sul mercato da sola." Va bene credere nei miracoli, ma questo sarebbe qualcosa in più di un miracolo. E allora suona come una presa per i fondelli.

L'altro grosso problema è che in Grecia oltre la metà della popolazione è consumatrice di tasse, ossia vive di rendite previdenziali o è dipendente pubblico. Tasse, però, che solo in minima parte sono pagate da altri greci.

Chi lamenta il fatto che in Grecia negli ultimi anni sono stati fatti 11 interventi di riduzione delle pensioni omette di considerare il punto di partenza e che, ancora oggi, il sistema previdenziale si regge solo sui contributi pagati dal resto d'Europa.

Sarà pur vero, come sostiene il ministro greco, che il reddito pro capite per gli over 65 anni è di circa 9mila euro rispetto a 20mila euro dell'eurozona, ma il fatto è che (e qui non mi voglio concentrare sugli aspetti redistributivi) neppure quei 9mila euro sono sostenibili.

A luglio la Grecia deve rimborsare titoli per 6 miliardi di euro, e sarà in grado di farlo solo se riceverà una tranche degli 86 miliardi facenti parte del pacchetto del 2015. Fino ad allora vedremo il solito tira e molla tra governo greco e creditori pubblici. Credo che la finzione andrà avanti, ma lo stato di reale insolvenza della Grecia non farà che peggiorare.


mercoledì 22 febbraio 2017

Scorie - The (bad) conscience of a liberal (46)



Ho già avuto modo di osservare che molti intellettuali left liberal americani sono stati traumatizzati dall'elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti d'America. Ancora oggi, a oltre tre mesi di distanza, non si sono ripresi, e vivono in una sorta di stato depressivo.

Prendete Paul Krugman, per esempio: dal day after non c'è colonna pubblicata sul New York Times nella quale non si occupi della tragedia trumpiana. Sembra davvero ossessionato. Ormai filosofeggia e capita di leggere cose che uno stenta a credere possano essere state scritte da lui. Per esempio, invitando gli altri intellettuali ed economisti a non mollare:

"Dovete afferrarvi con forza ai vostri principi. Non dovete credere che la vostra parte sia sempre nel giusto (non è certamente così), non dovete credere di essere infallibili (non è assolutamente così), ma dovete credere che gli strumenti della ragione – cercare realmente di comprendere come funziona il mondo e cercare di basare la vostra visione di come dovrebbe essere il mondo su questa comprensione – non sono influenzati dalle fortune politiche. Dovete continuare a crederlo. Se cedete a questa tentazione, rinunciate al senso stesso della vostra esistenza."

Quale profondità! Sembra impossibile che queste parole siano state scritte da chi, da anni, si atteggia a portatore di Verità, apostrofando come imbecilli tutti quelli che la pensano diversamente.

Ancora Krugman:

"Uno può dire «Pagherai un prezzo quando uscirà fuori che le cose che hai detto erano sbagliate», ma negli ultimi mesi la verità è che non abbiamo visto nessuno pagare nessun prezzo per aver detto cose inesatte."

Se vi state chiedendo se questo signore sia lo stesso che, per esempio, nel 2002 ha invocato la creazione di una bolla immobiliare per rimediare ai postumi dello scoppio della bolla della cosiddetta new economy e che, come prezzo pagato, ha ottenuto un Nobel per l'economia nel 2008 (ancorché per altri lavori), la risposta è affermativa.

E che dire di questo:

"L'onestà intellettuale è un valore fondamentale. Non dovete cominciare a raccontare bugie nobili, perché sacrifichereste quello che siete. Non nascondetevi nel vostro giardino. Non cominciate a trovare espedienti per sostenere che cose insensate dopo tutto hanno un senso."

Se vi sembra di ricordare che chi ha scritto queste cose sia la stessa persona che, per esempio, pochi anni fa invitava il governo a supporre che stesse arrivando un'invasione aliena per giustificare un aumento della spesa pubblica per la difesa, in modo tale da sostenere keynesianamente la domanda aggregata, ricordate bene.

Lo sconforto di Krugman deve essere talmente profondo da avergli fatto perdere la memoria. Sentite questa:

"La cosa peggiore di tutte è quando si sale in cattedra, quando si sostiene qualcosa facendo leva sulla propria autorevolezza. Io non credo di averlo mai fatto o almeno cerco di evitarlo."

Se vi pare incredibile che queste cose le abbia scritte Krugman, abituato a dare più o meno letteralmente dell'imbecille a chi la pensa diversamente da lui, capisco la vostra incredulità.

E ancora:

"Dovete avere pazienza e accettare che in tantissime occasioni non riuscirete a vincere la discussione, almeno non nell'immediato. Individui pessimi vinceranno le elezioni, persone che dicono fesserie totali otterranno l'attenzione di chi è al potere, e forse riusciranno a persuadere gran parte dell'opinione pubblica. Ma questo non significa che non potete fare la differenza in senso positivo, se persistete. Dovete semplicemente perseverare. Dovete avere la pelle dura ed essere preparati ai rovesci. Dovete essere preparati anche a ricevere moltissimi attacchi personali."

Probabilmente si guardava allo specchio mentre scriveva queste parole.

Fino all'esortazione finale:

"Probabilmente sarà una lunga notte. Se vi sembro calmo e rappacificato, vi sbagliate di grosso. Non passa un giorno, di sicuro non passa una notte, senza che attraversi una fase di pessimismo e panico. Ma dovete fare il vostro dovere. In tutto ciò, il ruolo del ragionamento approfondito e il tentativo di far arrivare questo ragionamento approfondito a un pubblico più ampio e intelligente sarà più essenziale che mai."

Buona notte.



martedì 21 febbraio 2017

Scorie - L'eterna illusione della spesa pubblica creatrice di ricchezza



"Eppure una possibilità per sbloccare la situazione ci sarebbe, con un beneficio per l'economia. Come? Costringere le autorità europee a fare per la Difesa quello che non si è fatto per il terremoto, a escludere cioè quel 2% di spesa militare dal computo di bilancio che va formare i livelli massimi del 2% nel rapporto Deficit/Pil. Ed ecco che avremmo una manovra di stimolo molto forte. Aggiungere un 2% del Pil in spese militari non vuole dire in spese guerrafondaie, ma messa a punto di certe basi, nuovi acquisti per ammodernare le flotte o ristrutturazioni delle caserme. Se così fosse la richiesta Usa non sarebbe peregrina."
(M. Platero)

Mario Platero, corrispondente da New York per il Sole 24 Ore, propone una soluzione per conciliare l'aumento di spesa pubblica per la difesa che gli Stati Uniti chiedono ai Paesi dell'Unione europea e il rispetto delle regole del Trattato Ue in materia di deficit pubblico.

A parte il fatto che il limite al deficit non è il 2, ma il 3% del Pil (suppongo si tratti di un refuso o di una svista), non è escludendo una voce di spesa che viene meno l'esigenza di finanziare la spesa medesima. E il finanziamento della spesa pubblica può avvenire solo mediante tassazione o debito, che equivale a tassazione futura, sia essa esplicita o implicita (mediante inflazione).

Supporre che sia possibile modificare la realtà dei fatti mediante una convenzione politica significa, semplicemente, voler credere che sia possibile creare ricchezza dal nulla. Se fosse possibile, avremmo trovato nella spesa pubblica la via alla prosperità.

In effetti una certa lettura del keynesismo (che probabilmente lo stesso Keynes non condividerebbe) parecchio in voga in Italia continua da decenni a vedere nella spesa pubblica il modo per far crescere l'economia. Oggi la si chiama flessibilità, ma la sostanza è sempre la stessa.

Peccato che la crescita del Pil, quando c'è, sia effimera, mentre la corrispondente crescita del debito pubblico tenda a essere permanente.

E non basta stabilire politicamente che una spesa in deficit non sia deficit per cambiare la realtà.



lunedì 20 febbraio 2017

Scorie - Non esistono vie indolori alla riduzione del debito



Leggo sempre con interesse le proposte che promettono di ridurre il debito pubblico in modo indolore, o quasi. Lo faccio per individuarne i punti deboli, perché credo che non esista una via indolore alla riduzione del debito. Di qualsiasi debito si tratti. Potrà essere indolore per qualcuno, ma non per tutti.

Michele Fratianni e Paolo Savona potrebbero essere definiti "risolutori seriali", avendo avanzato diverse proposte nel corso del tempo.

"La nostra proposta si cala nel solco della letteratura economica che va indietro nel tempo e tiene conto dei progressi tecnologici registrati ai giorni nostri. Essa consiste nel dividere le banche che raccolgono moneta (money bank) da quelle che concedono credito (credit bank) al fine di annullare i rischi e oneri di gestione delle insolvenze che gravano sui depositi e di concentrare l'attività delle banche nella valutazione del merito per concedere credito al fine di ridurre le sofferenze. Nella nostra proposta il credito non sarebbe più finanziato da depositi ma da capitale e obbligazioni."

La premessa sembra interessante, perché, a prima vista, parrebbe comportare il superamento del sistema della riserva frazionaria. Non credo sarebbe necessario separare le banche dei due tipi: sarebbe sufficiente imporre un requisito di riserva pari al 100 per cento sui depositi a vista.

Proseguono Fratianni e Savona:

"Nella nostra proposta, i risparmiatori sposterebbero i loro depositi su basi volontarie presso una nuova istituzione statale, la banca-moneta, la quale li custodirebbe nella catena telematica blockchain attivabile solo da parte dei titolari per effettuare pagamenti con un semplice click dal telefonino o dal computer, senza che forze a questi esterne possano usarle per altri fini. La banca moneta collateralizzerebbe i depositi con debito pubblico e, di conseguenza, l'ammontare dei depositi entrerebbe nel calcolo di tale debito come una posta attiva, ossia in senso riduttivo."

Tralascio di riportare tutti i pregi della proposta secondo i suoi autori, concentrandomi invece su ciò che non funziona.

A non funzionare è la trasformazione di una passività in un'attività. Supponiamo che i risparmiatori spostino volontariamente 800 miliardi (somma ipotizzata dagli autori, pari all'ammontare dei depositi attualmente garantibili dal fondo di tutela). Supponiamo anche che questo non provochi il default dell'intero sistema bancario, cosa che in realtà avverrebbe, perché buona parte di quegli 800 miliardi oggi sono utilizzati per fare credito, essendo in essere un sistema a riserva frazionaria.

Collateralizzare i depositi presso la banca statale con debito pubblico significa che questa dovrebbe comprare titoli di Stato per 800 miliardi. Ciò significherebbe togliere dal mercato 800 miliardi di titoli. Essendo la banca di proprietà statale, nel bilancio consolidato dello Stato sarebbe come ridurre le passività rappresentate da titoli di 800 miliardi.

C'è un problema, però: i soldi utilizzati per comprare quei titoli sono dei depositanti, i quali ne restano proprietari. Quindi o non diminuisce il debito in titoli, o si considerano passività quei depositi. L'utilizzo della blockchain potrebbe sembrare un tentativo degli autori per rendere i depositi immuni dalle mire statali in caso di "necessità". Ma ciò sarebbe possibile solo si trattasse di una blockchain simile a quella su cui è basato il bitcoin. Se, al contrario, si trattasse di una blockchain simile a quelle che stanno sviluppando diverse banche, i soldi dei depositanti sarebbero sempre soggetti al rischio che l'amministratore del sistema (qualcuno, come me, pensa allo Stato?) li renda oggetto delle proprie "attenzioni".

In definitiva, non ci sarebbe nessuna reale riduzione del debito.

Trovo comunque condivisibili le parole di Fratianni e Savona quando concludono che, "come per gli altri progetti avanzati, il presupposto è che la politica ponga fine irreversibilmente all'aumento della spesa pubblica in deficit, per non trovarsi sempre di fronte alla necessità si aumentare le tasse a seguito di aumenti di spesa, con effetti deflazionistici che peggiorano il rapporto debito pubblico/pil."



venerdì 17 febbraio 2017

Scorie - Non esiste una tassa giusta, flat o non flat



Enrico De Mita, costituzionalista e fratello del più noto politico democristiano Ciriaco, ha scritto un articolo pubblicato sul Sole 24Ore nel quale critica l'idea di adottare una flat tax, senza mai riferirsi direttamente alla Lega, ma, di fatto, rivolgendo la critica a quel partito.

Suppongo che nessuno ipotizzi che De Mita abbia utilizzato argomenti simili a quelli esposti da Murray Rothbard nel 1988 nell'articolo "The Case Against the Flat Tax". Infatti De Mita è contrario alla flat tax ritenendo giusto il principio di progressività sancito dall'articolo 53 della costituzione. Rothbard ne sarebbe disgustato.

"Tutti in Italia dicono di essere d'accordo nel non modificare i principi fondamentali della Costituzione. E quello di progressività e di capacità contributiva è uno dei pilastri dello Stato democratico. Difatti, quello della progressività è uno dei principi più comunemente accettati dalle democrazie occidentali, non come principio tecnico, ma come principio politico, come specificazione della parità di trattamento che nella materia tributaria vuol dire parità di sacrificio."

Credo che De Mita avrebbe fatto meglio a specificare che probabilmente sono tutti i soggetti politici attualmente rappresentati in Parlamento a essere d'accordo nel non modificare i principi fondamentali della costituzione. Affermare "tutti in Italia" equivale a sostenere che ogni persona in Italia condivida quel punto di vista. Il che è indimostrabile. Anzi, è dimostrabile il contrario, dato che personalmente non condivido quel punto di vista, e non sono l'unico.

Quanto alla "parità di sacrificio", De Mita afferma che "non occorre essere tecnici per capire che in materia di tasse la parità di sacrificio non può essere data da una tassazione che sia proporzionale".

Si tratta di un'affermazione priva di argomentazioni a supporto, evidentemente considerata autoevidente dall'autore. Ma non lo è affatto. L'idea di fondo è che il reddito abbia utilità marginale decrescente, quindi per far sostenere a tutti un pari sacrificio sarebbe necessario un meccanismo di progressività nella tassazione.

Ora, non discuto che l'utilità marginale sia decrescente, ma discuto il fatto che si dia per scontato che tutti abbiano una stessa funzione di utilità, quando, al contrario, l'utilità è puramente soggettiva.

Prosegue De Mita:

"Altra cosa è il limite che la progressività deve incontrare. Il limite è quello della sopportabilità. Una tassazione è insopportabile sia quando diventa causa di propensione all'evasione sia quando neutralizza l'interesse alla produzione di un maggior reddito."

Anche quella di "sopportabilità" è un concetto soggettivo. L'unica cosa che si può ragionevolmente affermare è che tanto maggiore è la tassazione, tanto minore, in via generale, è la sopportabilità. Ma ogni pretesa di fissazione di un limite che sia "sopportabile" è necessariamente arbitraria.

Ancora De Mita:

"In uno Stato democratico che voglia continuare a riposare sulla proprietà privata, sulla libertà economica e sulla libertà politica e quindi non voglia ricorrere ad altri criteri incompatibili con quelle libertà, il problema fiscale non è soltanto tecnico, ma è un problema politico e morale, perché si tratta di dare a ciascuno il suo e di creare le basi di una società onesta nella quale la selezione avvenga secondo il criterio del merito e non secondo la maggiore o minore capacità di procurarsi una rendita fiscale."

E' evidente che la tassazione non è considerata una aggressione alla proprietà privata. Il che è assurdo, dato che non si tratta di uno scambio volontario. La logica conseguenza è ritenere la proprietà privata non già un diritto dell'individuo, bensì una concessione da parte dello Stato, che sarebbe il vero titolare del diritto. Una logica a mio parere aberrante.

Per dare "a ciascuno il suo", la cosa migliore da fare è astenersi da prendere a qualcuno contro la sua volontà ciò che gli appartiene a seguito di scambi volontari. Come scrisse Rothbard criticando anche la flat tax, "non esiste una tassa giusta."



giovedì 16 febbraio 2017

Scorie - La BRRD non può funzionare in un sistema a riserva frazionaria

 
La direttiva europea BRRD, approvata nel giugno del 2014 con l'obiettivo di spostare l'onere dei salvataggi di banche in crisi dai contribuenti ad azionisti e creditori delle banche stesse, ha dimostrato fin dalle sue prime parziali applicazioni su banche di dimensioni medio-piccole di non poter raggiungere lo scopo di una "risoluzione ordinata" priva di effetti contagio sulle altre banche.
 
Si consideri che finora non è mai stato applicato il vero e proprio "bail-in", bensì il più limitato "burden sharing", che prevede l'azzeramento di azionisti e portatori di obbligazioni subordinate, o la conversione di queste ultime in azioni.
 
Ciò nondimeno, gli effetti sistemici ci sono stati. A novembre del 2015 in Italia sono state poste in "risoluzione" quattro banche che, assieme, rappresentavano circa l'uno per cento del mercato italiano. La reazione di depositanti e portatori di obbligazioni, anche non subordinate, è stata qualcosa di vicino al panico, dato che le nuove emissioni sono state quasi inesistenti e le vendite sul mercato secondario sono state copiose.
 
Al tempo stesso, le banche con minori problemi hanno dovuto farsi carico di oneri nell'ordine (finora) di circa 10 miliardi per le quattro banche di cui sopra e la ricapitalizzazione (presto sarà necessaria una nuova iniezione di fondi, peraltro) di Veneto Banca e Popolare di Vicenza. Quanto al Monte dei Paschi di Siena, come è noto la ricapitalizzazione di mercato non ha avuto sottoscrittori, rendendo infine necessario il "burden sharing" e il salvataggio statale.
 
Come se ciò non bastasse, l'indice delle banche quotate sulla borsa italiana ha registrato nel 2016 un calo del 36 per cento, contro il -8 per cento dell'indice europeo.
 
Negare che la BRRD non consenta affatto di evitare il contagio appare, quindi, del tutto irrealistico. Ciò nonostante, i tecno burocrati che l'hanno pensata cercano di difendere la loro creatura, sfidando l'evidenza. E' di pochi giorni fa uno studio della BCE nel quale si legge che "nella maggior parte dei casi presi in considerazione, l'effetto contagio diretto sulle banche viene ritenuto contenuto".
 
Lo studio ha preso in esame le principali 26 banche europee ed è interamente basato su simulazione la cui attendibilità mi sembra abbastanza discutibile. Se banche molto meno significative di quelle prese in esame hanno generato gli effetti di cui ho scritto poc'anzi, come si può pensare che si potrebbe gestire "ordinatamente" e senza effetti di contagio la risoluzione di una banca di dimensioni tanto maggiori?
 
A mio parere la pretesa di gestire ordinatamente una crisi bancaria al tempo stesso evitando il salvataggio a carico dei contribuenti è del tutto vana. La BRRD non è sbagliata nel principio: semplicemente è destinata a fallire se applicata a banche che continuano a operare in un regime di riserva frazionaria.
 
Sono la riserva frazionaria e la significativa trasformazione delle scadenze a rendere le banche fragili, facendo dipendere la loro sopravvivenza dalla fiducia da parte di depositanti e creditori. Il problema è che la fiducia, nel caso dei depositanti, deve coincidere con l'ignoranza sul reale stato delle cose. Altrimenti il panico è pressoché inevitabile. E il contagio pure.
 
Quindi o si supera il sistema della riserva frazionaria, togliendo al tempo stesso ogni forma di protezione pubblica o semi pubblica ai depositanti, oppure la BRRD non funzionerà mai. E qualsiasi simulazione rassicurante è destinata a essere solo un libro dei sogni.

mercoledì 15 febbraio 2017

Scorie - Il libro degli incubi del socialista francese

Se Marine Le Pen parla a vanvera di "patriottismo", non certo migliori sono le uscite di chi correrà per la presidenza francese dall'estremo opposto, ossia il socialista Benoit Hamon. Il quale propone una sorta di libro dei sogni, che in realtà per chi ha un minimo di sensibilità liberale sarebbe un libro degli incubi.



Tra le altre cose, Hamon vorrebbe introdurre un reddito di cittadinanza, a proposito del quale ha affermato:

"in una società dove trovare un impiego è sempre più difficile e dove si assiste a una «rarefazione» del lavoro, si dà la possibilità all'individuo di essere più indipendente, ad esempio di poter ridurre la durata lavorativa senza veder calare il reddito."

Ridurre la durata lavorativa senza veder calare il reddito è evidentemente possibile, a parità di altre condizioni, solo se qualcun altro quel reddito lo produce e poi se lo vede estorto per fini redistributivi. Per un motivo molto semplice: non si può creare ricchezza reale dal nulla.

Hamon ne è probabilmente consapevole, tanto da aggiungere che sia necessaria "un'ambiziosa riforma fiscale". A proposito della quale dice di ispirarsi a Thomas Piketty.

Quindi avanti di tassazione patrimoniale in un Paese in cui le tasse già oggi oltre il 53% del Pil, quindi non proprio basse. Se non è una proposta da incubo questa…



martedì 14 febbraio 2017

Scorie - La soluzione non è il ritorno alla sovranità monetaria




Marcello Minenna, già dirigente in Consob e, per poche settimane, assessore al Bilancio a Roma nella giunta Raggi, ora insegna alla Londo School of Economics.

Minenna appartiene a quelli che definirei "eurocritici", persone di cui per lo più non condivido i punti di vista, ma che preferisco di gran lunga agli europeisti "senza se e senza ma".

In un articolo pubblicato sul Corriere Economia, Minenna fa alcune ipotesi circa un argomento tabù per i suddetti "europeisti senza se e senza ma": l'uscita dell'Italia dall'eurozona.

A parte non condividere l'idea di tornare alla sovranità monetaria revocando anche il cosiddetto "divorzio" in essere dal 1981 tra Banca d'Italia e Tesoro, alcuni passaggi di Minenna sono, a mio parere, contraddittori.

Per esempio, nel caso del "Securities Market Programme" (SMP) nell'ambito del quale la Bce acquistò titoli di Paesi in difficoltà nel periodo 2010-2012, Minenna afferma: "mentre aiutava i Paesi periferici a risollevarsi, questo programma di acquisti ha trasferito 10 miliardi di euro alla Bce (di cui la quota maggiore alla Bundesbank) sotto forma di cedole pagate sui titoli coinvolti nel programma.

Successivamente, però, riferendosi al Quantitative Easing, pare avere un'opinione diversa: "i titoli di Stato comprati dalla Banca d'Italia nel Quantitative Easing dovrebbero essere consolidati in modo definitivo nell'attivo della Bce."

In pratica, prima lamenta il fatto che gli utili derivanti da interessi sui titoli di Stato comprati nell'ambito del SMP beneficiano in primo luogo la Germania che, tramite la Bundesbank, detiene la maggior quota di partecipazione al capitale della Bce. Salvo poi lamentarsi che, nell'ambito del Qe, la maggior parte dei titoli di Stato italiani rimane sul bilancio della Banca d'Italia, perché i tedeschi non volevano una piena condivisione dei rischi. Nel caso del Qe, gli utili derivanti dai titoli di Stato italiani comprati dalla Banca d'Italia tornano in gran parte al Tesoro, il che equivale, di fatto, a una monetizzazione del debito: neppure questo accontenta Minenna?

Per finire, Minenna lamenta l'introduzione delle Clausole di azione collettiva (Cac) a partire dal 2013 sui titoli emessi con durata superiore a un anno.

"Nell'autunno 2012, l'accordo sull'Esm ha imposto clausole di azione collettiva (Cac) sulle nuove emissioni di titoli di Stato; perciò, una minoranza degli obbligazionisti può bloccare la ridenominazione del debito in valuta nazionale."

Generalmente l'argomentazione usata contro le Cac è di segno opposto, ossia che una maggioranza (che, a seconda delle modifiche da apportare ai titoli, va dai due terzi al 75%) può imporre alla minoranza la ristrutturazione dei titoli.

In ogni caso, se davvero lo Stato arrivasse a utilizzare le Cac suppongo che i possessori dei titoli in questione sarebbero da tempo quasi esclusivamente intermediari finanziari italiani, che ben difficilmente si opporrebbero ai voleri del Tesoro. Per di più, quando uno Stato ristruttura il debito generalmente non va tanto per il sottile. Quindi dubito che le Cac sarebbero un problema per via di minoranze "riottose".L'euro è indubbiamente una costruzione monetaria con diversi problemi, ma i rimedi proposti da chi vorrebbe riportare a Roma la sovranità monetaria sono a mio parere peggiori del male. Gli Stati dovrebbero uscire dalla produzione e gestione della moneta.



lunedì 13 febbraio 2017

Scorie - Un errore da 900mila euro



"Mia moglie è stata una vera compagna di lavoro una collaboratrice preziosa. Lo stesso vale per i miei figli. Quello che abbiamo fatto insieme è dichiarato e legale. Mi rendo però conto che sul piano morale quello che una volta era normale ora non è più accettato dall'opinione pubblica. Ho commesso un errore e chiedo scusa ai francesi. Ci ho messo del tempo a capirlo ma resto un personaggio politico irreprensibile, come la giustizia lo accerterà, ne sono certo."
(F. Fillon)

Non so se la vicenda che ha fatto crollare nei sondaggi François Fillon avrà ripercussioni giudiziarie. Lui sostiene che tutto fosse "legale", e difficilmente ci si potrebbe aspettare un'affermazione diversa da quella. Sostiene anche che una volta ciò era considerato moralmente "normale", oggi non più. A suo parere si tratta di un errore (quasi un peccato veniale, parrebbe di capire) che ha capito dopo del tempo, ma lui resta irreprensibile.

Ammesso anche che tutto fosse legale, ciò non renderebbe meno illegittimo quanto fatto da Fillon, a mio parere. Già i parlamentari sono consumatori di tasse; se poi fanno partecipare al banchetto anche i familiari con incarichi fittizi generosamente spesati dai pagatori di tasse, le cose diventano ancora meno digeribili.

Fillon sostiene che la moglie è stata "una vera compagna di lavoro una collaboratrice preziosa" e lo stesso varrebbe per i figli. Sta di fatto che parrebbe che i familiari di Fillon non abbiano praticamente mai frequentato il luogo di lavoro del loro caro.

Forse hanno sviluppato una invidiabile capacità di lavorare da casa, nonostante all'epoca la tecnologia non aiutasse come oggi. Forse l'irreprensibile Fillon preferiva che non gravassero ulteriormente sulle tasche dei contribuenti e per questo li faceva lavorare da casa.

O forse la famiglia Fillon ha semplicemente intascato quei soldi senza fare nulla, con buona pace dell'irreprensibilità. Ma è stato solo un errore… da 900mila euro.



venerdì 10 febbraio 2017

Scorie - Nel PD c'è la gara a essere peggio di Renzi



 
Da qualche tempo il governatore della Puglia, Michele Emiliano, è diventato particolarmente antirenziano, essendo uno dei tanti pretendenti alla posizione di segretario del PD.

Come altri, Emiliano attacca Renzi da sinistra, con posizioni che suppongo piacciano alla Cgil, per esempio sull'articolo 18 dello statuto dei lavoratori, in merito al quale sostiene che "sarebbe cosa sacrosanta ripristinarlo ed estenderlo a tutte le aziende. Non si può distruggere la vita di una persona, licenziandola senza giusta causa e dandole una manciata di soldi".

Evidentemente Emiliano ritiene che il resto del mondo sia incivile, dato che quasi ovunque i rapporti di lavoro possono terminare per iniziativa del datore di lavoro con il licenziamento anche senza giusta causa, generalmente a fronte di un indennizzo in denaro. E probabilmente ritiene che sia meglio, nel caso, distruggere un'azienda per evitare che siano licenziate alcune persone.

Quanto alle forme si assistenza a chi è in difficoltà, Emiliano afferma:

"Sono d'accordo con il reddito di cittadinanza solo per i casi di povertà assoluta. Semmai bisognerebbe evitare che le famiglie cadano in stato di povertà o di precarietà a causa di una situazione debitoria. Ad esempio, di fronte a chi è in difficoltà a pagare il mutuo e non ce la fa più, il Comune, la Regione o lo Stato dovrebbero subentrare nel rapporto debitorio con la banca, diventare proprietario della casa dove quella famiglia in difficoltà potrà continuare a vivere. E magari in futuro riscattarla. Il Pd invece ha fatto una legge che accelera la procedura di vendita dell'immobile per chi è moroso."

In pratica lo Stato diventerebbe garante di tutti i debiti di chi "è in difficoltà". Qui i problemi sono di due diversi ordini.

Da un lato, si fornirebbero incentivi errati sia ai cittadini nel contrarre debiti al di fuori della loro portata, sia alle banche nel concedere mutui contando sulla garanzia statale di ultima istanza. Il tutto finirebbe per ricadere sui pagatori netti di tasse.

Dall'altro, anche sorvolando sul problema degli incentivi e dell'ulteriore sfruttamento a danno dei pagatori netti di tasse, il costo sarebbe semplicemente insostenibile data la già enorme pressione fiscale e l'altrettanto enorme debito pubblico.

Proposte come questa fanno capire che c'è un'offerta politica perfino peggiore del renzismo. Questo forse dovrebbe essere il vero significato di peggiocrazia.