venerdì 29 dicembre 2017

Scorie - L'indegno reddito di dignità




La coerenza, si sa, spesso non è considerata un pregio, soprattutto in politica. Non mi stupisce, quindi, che dopo aver (giustamente) criticato l'idea di reddito di cittadinanza del M5S, Silvio Berlusconi abbia iniziato a promettere un "reddito di dignità" che, sarebbe diverso nella forma, ma non nella sostanza.

"Chi si trova sotto una certa soglia di reddito, che potrebbe essere di 1.000 euro al mese da aumentare di un tot per ciascun figlio a carico, non solo bisognerebbe non pagasse le tasse, ma lo Stato dovrà versargli la somma necessaria per arrivare ai livelli di dignità garantiti da Istat. Una somma che può variare, a seconda della zona del Paese in cui vive."

Da dove prendere i soldi per coprire questa elargizione, ovviamente Berlusconi non lo ha detto. Come sempre, però, le possibilità sono solo tre: aumentare le tasse a qualcun altro, ridurre altre spese, oppure aumentare il deficit. O una combinazione delle tre.

La prima opzione sarebbe deleteria, essendo già notevole il fardello a carico di chi paga le tasse per consentire ad altri di consumarle.

La seconda opzione sarebbe meno peggio della prima, ma in Italia la spesa pubblica complessiva deve diminuire. Non si risolvono i problemi di finanza pubblica cambiando la composizione della spesa senza ridurla.

La terza opzione sarebbe impraticabile per via dei limiti posti non tanto dall'Ue, quanto da chi compra (o vende) i titoli del debito pubblico. Sarebbe peraltro indesiderabile, essendo in sostanza una forma di tassazione rimandata al futuro.

Almeno ci fosse risparmiato nei prossimi mesi l'uso del tutto fuori luogo dei termini "liberalismo" e "libertà".


giovedì 28 dicembre 2017

Scorie - L'uomo dell'anno (o del danno?)




Angelo De Mattia è un editorialista tanto prolifico nello scrivere quanto impegnato nel fare il difensore a spada tratta dell'operato della Banca d'Italia e di chiunque vi abbia messo piede. Credo che sia comprensibile, ancorché non condivisibile, dato che ha a lungo lavorato alla banca centrale.

Se si vuole leggere un articolo in cui siano contenuti, al tempo stesso, un peana ai banchieri centrali (purché non teutonici) e uno o più anatemi in direzione della Germania, un pezzo di De Mattia non delude mai le aspettative.
Per esempio, comincia così un articolo post natalizio su MF:

"Un sondaggio svolto tra apprezzati giornalisti ha scelto, sul Corsera, Mario Draghi quale Uomo dell'anno. Si tratta di una scelta condivisibile, anche se è nel 2012, con la famosa dichiarazione sulla difesa dell'euro che il presidente della Bce ha meritato soprattutto tale qualifica".

De Mattia si chiede poi se il Qe fosse l'unica via percorribile.

"Si poteva fare diversamente dal ricorso alle operazioni non convenzionali e, da ultimo, al Quantitative easing?"

Suppongo che la risposta sia immaginabile, ma eccola.

"Si deve rispondere negativamente, perché se ciò fosse avvenuto la Bce sarebbe venuta meno alla propria missione che è una soltanto e consiste nel mantenimento della stabilità dei prezzi la quale viene considerata allorché si raggiunge un tassi di inflazione poco inferiore al 2%, da cui siamo tuttora lontani."

Posto che la crescita dei prezzi al consumo è una delle conseguenze dell'inflazione monetaria, ritengo che l'obiettivo statutario della Bce (simile a quello delle altre principali banche centrali) sia, al tempo stesso, arbitrario, anacronistico e pericoloso.

Arbitrario, perché nulla può dimostrare che una svalutazione costante (per di più riferita a un paniere di beni di consumo altrettanto arbitrario) del 2% annuo del potere d'acquisto della moneta sia considerabile come "stabilità".
Anacronistico, perché pensato in un periodo in cui l'interdipendenza tra le economie a livello globale era ben inferiore a quella attuale.

Pericoloso, perché considerando solo i prezzi al consumo si perdono di vista altri prezzi sui quali la politica monetaria ha effetti (ben più) significativi, come quelli di attività reali e finanziarie. Da questo punto di vista, gli effetti del Qe sono macroscopici e hanno portato, dopo anni di applicazione, a una totale distorsione della formazione dei tassi di interesse e dei premi per il rischio (comprimendo entrambi).

Ciò fornisce falsi segnali e compromette la valutazione di una vasta gamma di attività e investimenti, intrappolando di fatto la stessa politica monetaria. La rimozione degli stimoli potrebbe infatti togliere aria alle bolle formatesi in questi anni. Quando successe una decina d'anni fa la reazione della politica monetaria, non solo in Europa, fu quella che abbiamo visto e che ci ha portato fino al punto in cui ci troviamo oggi. La prossima crisi potrebbe essere molto peggiore.

E' innegabile che la Bce abbia fornito sostenibilità ai debiti pubblici dei Paesi con i conti pubblici messi peggio, tra cui l'Italia. Ma è altrettanto innegabile che ciò abbia indotto un atteggiamento "rilassato" da parte, per esempio, degli ultimi governi italiani, con il risultato che, al netto del calo della spesa per interessi dovuto al Qe, negli ultimi anni la spesa corrente non sia calata di un euro (anzi) e si sia provveduto a distribuire mance a destra e a manca, per di più rinegoziando costantemente con la Ue gli obiettivi di riduzione del deficit.

Forse tra qualche tempo sarà necessario rivedere i peana a favore di Draghi e colleghi, anche se dubito che i De Mattia di questo mondo lo faranno.

Nel frattempo continueranno a scagliare anatemi contro la vigilanza della stessa Bce e le posizioni dei rappresentanti tedeschi nella banca centrale.


mercoledì 27 dicembre 2017

Scorie - Sofferenze e piagnistei




Come è noto, durante e dopo il periodo nel quale il Sistema unico di vigilanza della Bce ha messo in consultazione una proposta che prevede, in sintesi, che le sofferenze vengano svalutate interamente in due anni se prive di garanzie, e in sette anni se assistite da garanzie, in Italia si è assistito al (solito) corale piagnisteo da parte di banche, industriali e politici.

Le prime, perché la proposta della vigilanza implicherebbe una accelerazione delle svalutazioni, ancorché solo sulle nuove sofferenze, con impatti economici e patrimoniali anche significativi su bilanci spesso già in condizioni precarie.

I secondi, perché se ciò che propone la vigilanza Bce diventasse prassi operativa le banche finirebbero per adottare criteri più stringenti per l'erogazione del credito. Una circostanza che chi è abituato a campare di credito bancario per lo più a breve termine e ad avere imprese carenti di mezzi propri non può far altro che temere.

Gli ultimi, perché sono sensibili all'azione dei lobbisti delle prime due categorie, oltre al fatto di volere prevalere sui tecnocrati.

Tra le tante dichiarazioni ne cito solo un paio. Quella di Vincenzo Boccia, presidente di Confindustria, secondo il quale l'Europa "non può agire in una logica burocratica, ma deve agire in una logica politica".

E quella di Giuseppe Guzzetti, immortale dinosauro già politico democristiano, poi presidente da due decenni della Fondazione Cariplo, oltre che dell'ACRI, che associa le fondazioni bancarie. A suo parere, "le decisioni sulla valutazione degli Npl nei bilanci bancari spettano al Parlamento europeo e non ai burocrati di Francoforte".

Lungi da me voler difendere a spada tratta i tecnocrati, ma il solito grido al complotto contro l'Italia dei signori di cui sopra lo trovo patetico.

Se un debitore smette di onorare i propri impegni e la banca non dispone di garanzie, non mi sembra una pretesa totalmente assurda quella di considerare totalmente inesigibile quel credito dopo due anni di inadempienza. Né mi sembrano pochi sette anni per i crediti assistiti da garanzie.

Si potrebbe anche osservare che la formula proposta dalla Bce è "comply or explain", ossia fai come ti suggerisco, oppure documenta il perché ti comporti diversamente. Va però precisato che è indubbiamente vero che "comply or explain" è una formula in realtà simile a "questa offerta non si può rifiutare" di don Vito Corleone nel Padrino.

Generalmente ciò che la vigilanza "suggerisce" è di fatto da considerare come una imposizione, a meno che non si abbiano argomenti veramente solidi per divergere. Il fatto è che nessun banchiere si mette di traverso alla vigilanza, ben sapendo che il vigilante qualcosa che non va può sempre trovarlo e che certe "offerte" è bene non rifiutarle se ci si tiene alla propria sopravvivenza professionale.

Ma non è chiedendo di allungare (o non accorciare) i tempi che si risolve il problema. E se proprio si invoca l'intervento politico dovrebbe essere per poter disporre di strumenti giuridici che consentano di recuperare più velocemente il recuperabile.

Al contrario, chiedere che la politica renda non completamente inesigibile un credito il cui debitore non paga da anni, significa autocertificare che si è totalmente alla frutta, non solo come sistema bancario.


venerdì 22 dicembre 2017

Scorie - Ecco le misure di sistema




Ogni legge di bilancio è sottoposta al famigerato assalto alla diligenza. Ovviamente tale assalto è più veemente del solito quando la legge di bilancio è scritta a pochi mesi dalle elezioni politiche.

Ammette con un certo candore Francesco Boccia, relatore della legge e web-tassatore dell'ultima ora:

"Le pressioni sull'ultimo provvedimento di legislatura sono inevitabili da tutto il Paese perché nei prossimi 4-5 mesi non ci saranno misure legislative di sistema".

Dove per "misure legislative di sistema" ritengo sia legittimo intendere l'elargizione di mance a destra e a manca.

Attività nella quale, a pochi mesi dal voto, si sono toccate punte di eccellenza, se così si vuol dire. Alcuni esempi:

1) stabilizzazione di 18mila insegnanti precari;

2) stanziamenti per centinaia di milioni per rinnovi vari di contratti nella pubblica amministrazione, nonostante di recente sia stato dimostrato da uno studio coordinato dal già commissario alla spending review, Carlo Cottarelli, che gli stipendi nel pubblico sono più alti che nel privato e che i dirigenti pubblici siano più pagati di quelli di altri Paesi europei;

3) 1 milione nel 2018 e 2.5 milioni nel 2019 per tutelare i musei e i luoghi della resistenza;

4) 500mila euro l'anno nel triennio al Milan Center for Food law and Policy;

5) 300mila euro nel 2020 per il sessantesimo della scomparsa di Luigi Sturzo;

6) 2 milioni nel 2018 e 4 milioni annui dal 2019 al 2024 per il neo costituito fondo per la tutela del Po;

7) 1 milione annuo per il triennio 2018-2020 per il neo costituito fondo contro il bracconaggio ittico;

8) 2 milioni nel 2018 e 4 milioni annui nel 2019 e nel 2020 per per favorire la qualità e la competitività del comparto agrumicolo;

Mi fermo qui. Credo sia sufficiente.

Buon Natale a tutti coloro che, loro malgrado, saranno costretti a pagare per tutte queste regalie.


giovedì 21 dicembre 2017

Scorie - L'iniquo compenso




In un Paese in cui, prima che al Parlamento entrassero i "cittadini" del M5S, Camera e Senato erano pieni di persone in maggioranza iscritte a qualche ordine professionale, l'abolizione delle tariffe non è mai piaciuta fino in fondo.
Quindi ecco rientrare le tariffe minime dalla finestra, con il nome di equo compenso. E con tanto di dotte prese di posizione in sua difesa. Come quella di Franco Gallo sul Sole 24Ore.

"È evidente che quest'ultima legge ripara ad una disattenzione delle vecchie maggioranze parlamentari verso il comparto del lavoro professionale, che è andata di pari passo con vaste politiche di tutela del lavoro subordinato e con una altrettanto vasta azione di sostegno ed incentivazione del mondo delle imprese. Il legislatore si è ora reso finalmente conto che a nulla rileva che il potere economico che si contrappone al lavoratore sia quello datoriale o quello di un committente, cioè il potere di un soggetto che conferisce un incarico nell'ambito di un contratto d'opera professionale. Ciò che conta è che esiste una situazione di squilibrio tra le due parti del rapporto di lavoro, che giustifica un intervento statale diretto ad evitare fenomeni di sfruttamento e veri e propri abusi in danno del lavoratore, sia esso lavoratore subordinato sia esso «lavoratore autonomo non imprenditoriale». In altri termini, ci si è accorti, seppure in ritardo, che è lavoratore non solo l'operaio o il contadino, ma anche il professionista e che questi non può sempre identificarsi con l'imprenditore."

In altre parole, un professionista è un lavoratore autonomo non imprenditore, quindi deve essere tutelato dallo Stato. Mentre un panettiere, che nella maggior parte dei casi ha un'attività a conduzione familiare, deve badare a se stesso.

Personalmente credo che ognuno debba badare a se stesso ed essere lasciato in pace dallo Stato, ma andiamo pure oltre.

Per essere "equo", il compenso deve essere "proporzionato alla quantità e alla qualità del lavoro svolto e al contenuto e alla caratteristica della prestazione".

Ora, finché si tratta di quantità è semplice mettersi d'accordo. Ma la qualità è definibile in modo soggettivo, per cui ciò che io ritengo di elevata qualità potrebbe non esserlo per altri. Che sia lo Stato a determinare la qualità e ad essa associare un compenso minimo è allucinante. Il panettiere di cui sopra ogni giorno è soggetto a una valutazione di qualità da parte dei suoi clienti.

Ma Gallo va avanti:

"Si prende definitivamente atto che esiste una norma costituzionale, quella appunto dell'art. 36, che offre una via – più diretta di quella dell'abuso di dipendenza economica – per garantire al professionista il diritto all'equo compenso. Se, infatti, nella Costituzione il lavoro è protetto in tutte le sue forme ed applicazioni dagli artt. 35 e 36 e se, sempre nella Costituzione, il lavoratore è il termine con cui ci si riferisce a tutti coloro che lavorano e non ad una sola classe sociale, è evidente che anche il professionista ha pieno diritto a un compenso che sia correlato alla qualità e alla quantità del lavoro svolto".
 
Anche il panettiere di cui sopra lavora, ma è sempre la sua clientela a stabilire se lo fa con adeguata quantità e, soprattutto, qualità.

"L'introduzione del principio dell'equo compenso ha trovato anche una sua ragion d'essere nella gravità della crisi economica e finanziaria iniziata nel 2008, che ha colpito le diverse forme di lavoro non subordinato ed ha posto spesso i professionisti italiani alla mercé di soggetti economicamente forti in grado di imporre clausole vessatorie. Questa crisi ha prodotto, infatti, nel nostro Paese un netto impoverimento dei professionisti, misurabile attraverso i dati raccolti per finalità istituzionali dalle Casse di assistenza e previdenza cui è obbligatoriamente iscritto chi esercita. Nell'area delle professioni giuridiche, in soli sei anni (dal 2009 al 2015) la flessione dei redditi è stata del 23,82%. Per ingegneri e architetti, la flessione è stata del 20,05%".

Probabilmente Gallo non se n'è accorto, ma nello stesso periodo centinaia di migliaia di imprese hanno chiuso i battenti. E, soprattutto quelle piccole, non hanno avuto nessuna tutela.

"Non è mancato chi ha criticato la previsione di un diritto dell'equo compenso richiamando la disciplina della concorrenza ed adombrando il rischio che, attraverso l'esplicita attribuzione di un tale diritto, si ripristinino surrettiziamente gli aboliti sistemi tariffari".

Ma va…

"La nuova normativa, invece, limita l'applicazione del regime dell'equo compenso alle imprese bancarie ed assicurative e alla Pubblica amministrazione, e cioè ai soggetti che hanno una particolare rilevanza economica e una notevole forza contrattuale, escludendo le piccole e medie imprese individuate dalla raccomandazione 2003/361 della Commissione europea".

Beh, così sì che si salva la forma assieme alla sostanza. Almeno per Gallo:

"Non mi sembra che la norma, così interpretata, comporti alcuna deroga alle regole della concorrenza e al processo di liberalizzazione e, comunque, sia in grado di far rivivere il generale regime dei minimi tariffari".

Al di là delle più o meno palesi arrampicate sugli specchi da parte di Gallo, c'è un problema economico ineludibile ogni volta che per legge si introduce un livello minimo a qualsivoglia prezzo: una parte dell'offerta è tagliata fuori dal mercato. E purtroppo si tratta sempre di quella parte che i provvedimenti legislativi vorrebbero tutelare.

Forse solo a parole.


mercoledì 20 dicembre 2017

Scorie - La strada obbligata verso l'inferno fiscale




Così come ci sono giornalisti che si occupano di vicende giudiziarie i cui articoli appoggiano sempre e comunque l'operato della magistratura, ce ne sono che si occupano di faccende fiscali i quali già quando scrivono di elusione fiscale sembra che invochino la caccia all'untore. Figuriamoci se scrivono di evasione.

Tra costoro c'è Alessandro Galimberti, che scrive sul Sole 24Ore. Il quale, riferendosi alle recenti mosse dell'antitrust europeo contro i cosiddetti tax ruling sottoscritti da diverse multinazionali con le autorità fiscali di alcuni Paesi Ue, afferma:

"È ancora ammissibile la possibilità di avere 27 sistemi fiscali differenti nello spazio Ue, ognuno con proprie leggi, proprie regole, con proprie aliquote e con propri uffici che trattano la materia come fosse questione nazionale? L'esperienza e la storia recente dimostrano che questo modello ha perpetuato l'esistenza di paradisi "reali" - con l'aggravante dello spazio allargato Ue - e ne ha addirittura creati di nuovi, basti pensare alla Gran Bretagna e alle sue meravigliose isole, ma anche ai granducati, ai principati, a Malta e ai Paesi Bassi, alle microrepubbliche e alle città-stato, per non parlare dei paradisi alpini che sono molti e spesso insospettabili. Il problema oggi non è tanto "come uscire" da questo circolo vizioso, perché è evidente che la strada è obbligata ed è una sola, armonizzare il diritto fiscale comunitario e la sua giurisdizione. Il tema è invece "se" e "quando" ci saranno le condizioni per l'inversione di tendenza, visto che ad oggi nessuno dei Paesi che vivono di dumping fiscale (alle e sulle spalle dei loro "partner" continentali) ha la benché minima intenzione di cambiare rotta".

Si noti che ogni Paese che applica una tassazione meno pesante di quella media europea è accusato di praticare dumping fiscale.

Si noti anche che siamo all'assurdo per cui un'autorità europea che si occupa (almeno a parole) di tutelare la concorrenza agisce per limitare la concorrenza tra sistemi fiscali.

Quanto alla armonizzazione del diritto fiscale e della sua giurisdizione, che Galimberti (e non solo lui) indica come essere la sola "strada obbligata", credo che complessivamente sia un bene che ci sia chi non intende "cambiare rotta".

Se, infatti, avere a che fare con sistemi fiscali diversi nei vari Paesi europei comporta costi per le inevitabili consulenze fiscali che potrebbero essere evitate (o ridimensionate) in presenza di sistemi uniformi, è bene tenere in considerazione che la vera uniformità a cui puntano i "livellatori" fiscali riguarda il peso della tassazione.

In un contesto comunitario in cui i mantra sono "serve più Europa" e "serve un bilancio comunitario più ampio", è abbastanza semplice rendersi conto che il livellamento avverrebbe verso l'alto.

Per i tassatori e i loro sostenitori "senza se e senza ma" sarebbe una soluzione; per chi paga le tasse sarebbe sempre più un inferno.