lunedì 12 dicembre 2016

Scorie - L'affare



"MPS è risanato, investire è un affare."
(M. Renzi)
 
Questo ebbe a dire Matteo Renzi circa 11 mesi fa. Una affermazione che era poco credibile, come tante altre di Renzi, ma che credo non gli precluderebbe la carriera di analista finanziario (considerando quello che si leggere a volte da parte di chi lo fa davvero) qualora decidesse di cambiare mestiere.
 
Sulla crisi di diverse banche il governo è stato da più parti accusato di aver dato il peggio di sé. Il motivo sarebbe l'aver più volte rimandato la (sostanziale) nazionalizzazione delle banche in questione.
 
Renzi ha più volte affermato di preferire soluzioni di mercato, e questo sarebbe condivisibile. Il problema è che lo affermava non tanto perché creda veramente che lo Stato non debba intervenire con denaro dei contribuenti in questo o quel settore, quanto perché riteneva (molto probabilmente a ragione) che aiutare le banche sia politicamente suicida (mentre continua a non esserlo il sussidio al cinema, tanto per fare un esempio), data l'enorme diffidenza (per usare un eufemismo) che molte persone hanno nei confronti delle banche, soprattutto negli ultimi anni.
 
Questo spiega perché, nonostante il Monte dei Paschi di Siena sia in stato comatoso da diverso tempo, Renzi abbia voluto rimandare l'intervento statale a dopo il referendum. Al tempo stesso, al momento di trattare in sede europea i contenuti della direttiva BRRD (quella che prevede, in caso di risoluzione di una banca in crisi, il famigerato bail-in, ossia il salvataggio interno a spese di azionisti e creditori), la priorità di Renzi era ottenere la cosiddetta "flessibilità", ossia la possibilità di fare più deficit di quanto precedentemente concordato, il tutto condendo le manovre di bilancio con mance elettorali più o meno evidenti.
 
In questi giorni pare proprio che i nodi siano arrivati definitivamente al pettine per MPS, con la vigilanza della BCE che si appresta a negare una proroga di 20 giorni al tentativo di ricapitalizzazione senza l'intervento (se non pro quota, essendo già azionista) da parte del Tesoro.
 
Una delle ipotesi è che lo Stato ricapitalizzi, non prima che tutte le obbligazioni subordinate siano forzosamente convertite in azioni, salvo poi rimborsare i risparmiatori retail laddove vi fossero stati casi di misselling. Una soluzione gradita a molti, ma che comporta notevoli appesantimenti burocratici, come dimostra il caso delle quattro banche risolte nel novembre del 2015, che anche messe assieme erano molto più piccole del Monte.
 
Leggo spesso che i problemi delle banche italiane sono in gran parte riconducibili a credito fatto con criteri politici (in senso lato) negli anni precedenti la crisi. Questa è indubbiamente una parte della spiegazione, anche se non l'unica. Se un Paese ristagna da due decenni ed ha avuto una contrazione del Pil in quattro degli ultimo otto anni, è inevitabile che la qualità del credito peggiori.
 
Certo è che, quanto a gestione politicizzata della banca, MPS resta un caso di scuola. Controllata strettamente dalla fondazione MPS anche quando è avvenuta la formale privatizzazione, MPS ha sempre avuto consiglieri di amministrazione e manager di prima linea di nomina politica, segnatamente del PD e di tutti i suoi predecessori fino al PCI.
 
Che le fondazioni utilizzino i dividendi incassati dalle banche controllate per gestire le proprie clientele in nome degli "interventi sociali sul territorio" non deve stupire. Il problema è quando si utilizza la banca controllata per i medesimi scopi.
 
Pur con i tempi biblici che la contraddistinguono, forse un giorno la giustizia italiana riuscirà a ricostruire se vi furono reati in alcune operazioni che hanno posto le basi per la rovina di MPS. La più clamorosa delle quali, a mio personale parere, fu l'acquisizione di Banca Antonveneta per oltre 9 miliardi di euro, quando Banco Santander (venditore a MPS) aveva pagato la banca 6.6 miliardi pochi mesi prima.
 
Nel frattempo, dettaglio non insignificante, Lehman Brothers era fallita e la crisi era ormai conclamata. Ci si sarebbe attesi che MPS pagasse meno di quanto aveva speso Santander per acquisire Antonveneta, e invece il prezzo aumentò quasi del 50%.
 
C'è un aspetto a cui ho accennato in precedenza, e riguarda la netta contrarietà della maggior parte delle persone ai salvataggi pubblici alle banche. Si tratta di posizioni in linea di principio condivisibili, ma espresse in modo incoerente.
 
In primo luogo, perché la stessa contrarietà dovrebbe riguardare tutti i salvataggi o sussidi pubblici, mentre molti di coloro che sono contrari a un intervento di salvataggio delle banche non battono ciglio per interventi in altri settori, ancorché più costosi e prolungati nel tempo.
 
In secondo luogo, perché esprimere contrarietà al bail-in e anche al bail-out è semplicemente illogico. Considerando che gran parte dei creditori delle banche, siano essi senior o subordinati, sono clienti retail, l'alternativa al salvataggio pubblico è che questi clienti perdano soldi.
 
Infine, come ho sostenuto più volte, i problemi di MPS e delle altre banche in crisi sono indubbiamente dovuti a gestioni sbagliate, quando non fraudolente. Tuttavia, un sistema bancario a riserva frazionaria è un castello di carte che si regge unicamente sulla convinzione (mal riposta) da parte dei depositanti che il loro denaro sia in banca. Solo una piccolissima frazione lo è veramente,l'altra è impiegata (peraltro legalmente) dalla banca per fare credito o comprare attività finanziarie.
 
O cambia questo sistema, oppure le banche saranno sempre fragili e soggette a contagio, quindi a crisi sistemiche.
 
Ovviamente il superamento del sistema a riserva frazionaria farebbe venire al pettine anche un'altra grande incoerenza: quella del volere banche solide e che, al tempo stesso diano credito a volontà.


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