venerdì 21 ottobre 2016

Scorie - Tendenze (non) spontanee

"Le Banche centrali, da sempre guardate con reverenza, sono oggi spesso criticate. Ma i tassi a zero non dipendono, come molti credono, dalla politica delle Banche centrali. Il tasso di interesse di equilibrio – quello al quale l'economia spontaneamente tende – non è determinato dalle Banche centrali, ma dalle forze fondamentali che plasmano i livelli desiderati di risparmio e di investimenti."
(F. Galimberti)



Quanto sostiene Fabrizio Galimberti è il mantra delle banche centrali e dei sostenitori della non dannosità della politica monetaria espansiva da diversi mesi a questa parte. I tassi di interesse sono a zero (o negativi) perché è a quei livelli che "l'economia spontaneamente tende".

Di solito seguono spiegazioni più o meno saccenti e citazioni di studi condotti quasi sempre da banche centrali o da chi beneficia delle loro politiche monetarie (sarà un caso?) che dimostrerebbero la correttezza del mantra.

Sta di fatto che nessuno risponde a questa semplice domanda: se l'economia tende spontaneamente a tassi di interesse rasoterra, perché le banche centrali hanno fatto tanto per portare a zero (o sotto zero) i tassi ufficiali e comprano titoli creando base monetaria a decine di miliardi al mese?

Delle due l'una: o l'azione delle banche centrali non era necessaria, oppure i tassi di interesse non sarebbero andati a zero spontaneamente. In entrambi i casi, le critiche alle politiche monetarie mi sembrano più che giustificate.
 
 
 
 
 


mercoledì 19 ottobre 2016

Scorie - Non c'è bisogno di tornare a scuola per fare (altro) debito

"Renzi e Hollande devono dire solo: noi andiamo avanti con le nostre politiche, voi prendete i vostri trattati e tornate a scuola per capire come si gestisce una società moderna."
(J-P. Fitoussi)



Jean-Paul Fitoussi è tra i tanti economisti (e non solo) che vedono nell'allentamento dei vincoli di bilancio, ossia nel deficit pubblico, la soluzione ai problemi delle economie europee, soprattutto di quelle che ristagnano o decrescono da anni.

Si può discutere fin che si vuole sui parametri di deficit e debito fissati per la prima volta nel trattato di Maastricht nel 1992. Resta il fatto che dovrebbe essere il buon senso, prima di un trattato, a rendere evidente che non è facendo nuovi debiti che si può sviluppare un'economia già ingolfata di debito, soprattutto pubblico.

Un debito, per inciso, che appare sostenibile solo grazie alla compressione artificiale del suo costo dovuto alla politica monetaria della Bce. Una volta finita (o rallentata) la quale, i nodi torneranno dolorosamente al pettine, dato che chi governa ha deciso di destinare i circa 20 miliardi annui di minori spese per interessi dell'ultimo biennio a fare altra spesa corrente, invece di iniziare a ridurre il debito.

Chi ragiona come Fitoussi si ostina a non voler ammettere la bancarotta intellettuale, prima ancora che economica, dell'aver predicato per anni che era possibile aumentare il welfare state (un gigantesco schema Ponzi) nonostante stesse velocemente aumentando il numero dei consumatori di tasse a scapito del numero dei pagatori di tasse.

Se gestire una società moderna significa fare altro debito per far credere ai meno giovani che sia possibile mantenere le promesse fatte dai governi nel passato, tentando al tempo stesso di alzare una spessa cortina fumogena davanti agli occhi dei giovani per evitare che sia loro chiaro che il conto che dovranno pagare sarà molto salato, io non ci vedo nulla di moderno.

D'altra parte, se crescere a debito fosse la soluzione, non dovremmo essere tutti quanti nel migliore dei mondi possibili, soprattutto in Italia?
 
 
 
 
 


martedì 18 ottobre 2016

Scorie - Fare politica

"L'Italia ha una potenzialità enorme. Noi dobbiamo smettere di rompere le scatole con la burocrazia. Noi dobbiamo semplificare la burocrazia, dobbiamo dare i soldi a chi è bravo, chi non lo è lo aiuteremo. Fare politica è dare una mano a chi è bravo e aiutare chi non ce la fa."
(M. Renzi)



Come sempre il presidente del Consiglio cerca di diffondere ottimismo. Lo si può capire, in fin dei conti fa parte del suo ruolo. Magari un po' di sobrietà non farebbe male, perché altrimenti si oltrepassa il confine che separa l'ottimismo dalla cialtroneria. Ognuno può avere una propria idea se Renzi abbia (già da un bel po') passato quel confine.

Nel merito delle affermazioni che ho riportato, mi sembra che Renzi stia facendo un discorso da outsider in campagna elettorale. Il fatto è che alloggia a palazzo Chigi da 32 mesi. Indubbiamente scalfire la burocrazia non è compito facile, ma dopo tutti questi mesi sarebbe ora di vedere i risultati dei proclami renziani sulla burocrazia. Se qualcosa è migliorato, ho l'impressione che non se ne sia accorto nessuno.

Quanto al "dare i soldi a chi è bravo" e "aiutare chi non ce la fa", io credo che non dovrebbe essere compito della politica. I soldi a chi è bravo li devono dare coloro che volontariamente acquistano i beni o servizi derivanti dalla bravura in questione, mentre chi non ce la fa dovrebbe essere aiutato altrettanto volontariamente.

Il tutto perché né Renzi, né chiunque altro governante dà a chi è bravo o a chi non ce la fa il proprio denaro, bensì quello di persone dalle quali lo estorce mediante la tassazione.

Il problema è che nella semplificazione della burocrazia i risultati non si vedono, mentre a dare soldi altrui a destra e a manca sono tutti campioni. Questo, in fin dei conti, è fare politica.
 
 
 


lunedì 17 ottobre 2016

Scorie - Tra ottimismo e mancanza di realismo

"Il governo italiano stima una crescita dell'1%. Io non sono soddisfatto, è molto di più del 2013 ma ancora troppo poco rispetto alle nostre ambizioni. Non avendo lo spazio sul deficit si fa con quel che si può e 1% è una stima davvero prudente. E' una stima irrealistica? Fmi stima 0,9%. Capisco che vi sia grande ipersensibilità sul tema ma stiamo discutendo di una differenza tra Fmi, che di solito è il più duro, e governo dello 0,1%."
(M. Renzi)



Così ha replicato il presidente del Consiglio a chi metteva in discussione la previsione di crescita del Pil nel 2017 sulla base della quale il governo intende impostare la legge di bilancio.

Renzi ha scelto come fonte il Fondo Monetario Internazionale perché, in questo caso, si tratta dell'istituzione che ha rilasciato la stima più ottimista dopo quella del governo. Ovviamente ha taciuto in merito alle tante altre previsioni che si attestano tra 0.5 e 0.6 per cento.

Premesso che tutte queste previsioni al decimale lasciano il tempo che trovano, dato che il futuro è imprevedibile, va detto che basta dare un'occhiata al passato per rendersi conto che le stime di crescita si rivelano sistematicamente errate ex post (e, se non lo fossero, sarebbe onesto attribuire l'esito al caso), e che, per come sono impostati i modelli econometrici, l'errore tende a essere al rialzo e ad ampliarsi all'aumentare dell'orizzonte temporale.

Da questo punto di vista le stime dell'FMI non fanno eccezione, con buona pace di Renzi e Padoan.
 
 
 
 
 


venerdì 14 ottobre 2016

Scorie - Onore e oneri

"Deve essere un valore servire lo Stato, l'impiegato pubblico deve sentire l'onore del servizio. Va rottamata la filosofia Checco-Zaloniana e sfidare chi lavora con noi, dicendo che devono sentire l'orgoglio di servire il tricolore."
(M. Renzi)



Così Matteo Renzi, parlando a una platea di sindaci. Suppongo che nessuno si stupisca del fatto che, poco dopo, abbia promesso un concorso per 10mila assunzioni nella pubblica amministrazione. In fin dei conti il 4 dicembre si avvicina.

Che dire: al di là di un patriottismo retorico degno di miglior causa, ho l'impressione che il contribuente medio possa nutrire un dubbio, ma anche una certezza.

Il dubbio è sull'onore che buona parte dei dipendenti pubblici sente quando è al lavoro. La certezza è che l'onere di chi deve sentire onore è (anche) a suo carico.

Non dubito che ci siano tante brave e volonterose tra i dipendenti pubblici. Ciò non toglie che la loro attività sia, di fatto, pagata mediante uno scambio non volontario tra un servizio non necessariamente richiesto (e spesso neppure utilizzato) e un pagamento effettuato dietro la minaccia di essere sanzionati.

Credo che non ci sia alcunché di onorevole in tutto ciò.
 
 
 
 


giovedì 13 ottobre 2016

Scorie - Stime difettose

"Il governo italiano stima una crescita dell'1%. Io non sono soddisfatto, è molto di più del 2013 ma ancora troppo poco rispetto alle nostre ambizioni. Non avendo lo spazio sul deficit si fa con quel che si può e 1% è una stima davvero prudente. E' una stima irrealistica? Fmi stima 0,9%. Capisco che vi sia grande ipersensibilità sul tema ma stiamo discutendo di una differenza tra Fmi, che di solito è il più duro, e governo dello 0,1%."
(M. Renzi)



Così ha replicato il presidente del Consiglio a chi metteva in discussione la previsione di crescita del Pil nel 2017 sulla base della quale il governo intende impostare la legge di bilancio.

Renzi ha scelto come fonte il Fondo Monetario Internazionale perché, in questo caso, si tratta dell'istituzione che ha rilasciato la stima più ottimista dopo quella del governo. Ovviamente ha taciuto in merito alle tante altre previsioni che si attestano tra 0.5 e 0.7 per cento. Decimali, certo, ma con un controvalore unitario pari a circa 1.5 miliardi di euro.

Peraltro tutte queste previsioni al decimale lasciano il tempo che trovano, dato che il futuro è imprevedibile. In effetti basta dare un'occhiata al passato per rendersi conto che le stime di crescita si rivelano sistematicamente errate ex post (e, se non lo fossero, sarebbe onesto attribuire l'esito al caso), e che, per come sono impostati i modelli econometrici, l'errore tende a essere al rialzo e ad ampliarsi all'aumentare dell'orizzonte temporale.

Da questo punto di vista le stime dell'FMI non fanno eccezione, con buona pace di Renzi e Padoan.
 
 
 
 
 


mercoledì 12 ottobre 2016

Scorie - L'autovalutazione di Obama

"Gli economisti da tempo hanno ammesso che i mercati, lasciati ai loro meccanismi, possono sbagliare."
(B. Obama)



In un lungo articolo che Repubblica ha tradotto per i lettori italiani, Barack Obama fa una sorta di bilancio del suo doppio mandato. Come sempre in questi casi, ne esce un quadro con più luci che ombre, e le ombre sono addebitate a responsabilità altrui, ossia coloro che non gli hanno lasciato fare quello che voleva. Da questo punto di vista, nulla di cui stupirsi.

C'è poco da stupirsi anche nell'apprendere da Obama che gli economisti, soprattutto quelli di cui lui si è circondato in questi anni, sostengano che i mercati "possono sbagliare".

Il fatto è che non esistono entità chiamate mercati che agiscono, bensì individui e imprese che scambiano beni e servizi in base a valutazioni soggettive. L'insieme di quegli scambi volontari dà luogo a un mercato. Considerare "sbagliato" il risultato di scambi volontari solo perché si tratta di un esito che soggettivamente non piace è tipico degli interventisti.

Per di più, credo sia davvero arduo, oggi, trovare mercati che siano veramente "lasciati ai loro meccanismi"; l'interventismo, seppure in forme diverse, imperversa ovunque, Stati Uniti inclusi.

Nel resoconto di Obama non poteva mancare, ovviamente, un passaggio dedicato alla disuguaglianza:

"Nel 1979, l'1% delle famiglie percepiva il 7% del reddito complessivo al netto delle imposte. Nel 2007 il valore si era più che raddoppiato arrivando al 17%... Gli economisti hanno individuato molte cause per l'aumento della disuguaglianza: la tecnologia, l'istruzione, la globalizzazione, il declino dei sindacati e il calo del salario minimo."

Vi risparmio il passaggio immediatamente successivo, nel quale Obama rivendica di aver ridotto la disuguaglianza nella distribuzione dei redditi, soffermandomi invece sull'elenco delle cause della crescente disuguaglianza. Né Obama, men che meno i suoi economisti di fiducia, fanno alcun riferimento alla politica monetaria, che ha un potente effetto redistributivo, generalmente a favore di un aumento della disuguaglianza.

Obama rivendica, poi, di aver aumentato la spesa pubblica, anche se non quanto avrebbe ritenuto necessario.

"La mia amministrazione, per favorire la ripresa dopo la crisi, ha garantito un'espansione della spesa pubblica molto più importante di quello che molti credono (fra il 2009 e il 2012 sono stati oltre una dozzina i provvedimenti di legge che hanno fornito supporto all'economia, per complessivi 1.400 miliardi di dollari), ma molte energie sono andate sprecate a litigare con il Congresso per far passare anche le più semplici misure di buon senso."

Posto che chi ha la voglia di controllare i numeri non ha dubbi sul fatto che l'amministrazione Obama abbia fatto deficit spending anche piuttosto abbondantemente soprattutto durante il primo mandato, in un passaggio il presidente lamenta esservi miopia in coloro che si oppongono a spese pubbliche oggi per migliorare le infrastrutture, lasciandole quindi in carico alle generazioni future.

Il fatto è che se uno fa spesa pubblica in deficit oggi, lascia comunque il conto da pagare in gran parte a chi oggi non ha alcun potere decisionale. Quindi l'alternativa per le generazioni che pagheranno le tasse in futuro è tra spesa pubblica oggi per finanziare progetti su cui non hanno alcun potere decisionale, oppure trovarsi domani a poter almeno sperare di avere voce in capitolo.

Dal mio punto di vista si tratta di due alternative orrende, una sorte di scelta tra il male e il peggio. Ma credo che il peggio sia proprio quello che propone Obama.
 
 
 
 
 


martedì 11 ottobre 2016

Scorie - Il treno dei desideri

"Per ora siamo un vagone di mezzo nel treno della crescita europea. Fra un paio d'anni possiamo essere in testa al treno."
(P. C. Padoan)



Dicono che a stare con lo zoppo si impara a zoppicare. Io credo che a volte si finisca per zoppicare peggio dello zoppo. Dopo due anni e mezzo di governo assieme a Renzi – che non ha alcuna remora a spararle grosse quando interviene su qualsivoglia argomento – il ministro Padoan sembra cercare ogni giorno di più di imitare il presidente del Consiglio. Ma anche quella dell'imbonitore è un'arte, e difficilmente la si impara se non si è predisposti, a maggior ragione se si inizia a una certa età. Così si finisce per rendersi ridicoli.

Per difendere previsioni di crescita futura ben più che ottimistiche (soprattutto considerando un track record non certo entusiasmante), Padoan ha affermato che l'Italia si trova in un vagone di mezzo nella crescita europea. Io non so che numeri prenda in considerazione Padoan, ma se si guardano quelli di Eurostat, prendendo qualsiasi lasso temporale, si nota che l'Italia cresce mediamente tra un terzo e la metà della media dell'Unione europea.

Questo significa che, nell'ipotetico treno europeo, il vagone Italia non sarebbe affatto nel mezzo. Quanto al futuro, va bene essere ottimisti, ma a esserlo troppo credo ci si renda poco credibili e anche ridicoli.

A meno che Padoan non sottintendesse che il treno cambierà direzione. Allora, effettivamente, l'Italia potrebbe trovarsi in testa.

Ma non sarebbe una grande notizia.
 
 
 
 
 


lunedì 10 ottobre 2016

Scorie - Gravità straordinaria per chi?

"La decisione dell'Istat di inserire la Rai nell'elenco delle amministrazioni pubbliche è di una gravità straordinaria, taglierebbe l'azienda fuori da qualsiasi possibilità operativa reale."
(M. Maggioni)



Questo ha dichiarato Monica Maggioni, presidente della Rai, durante un'audizione in commissione di Vigilanza.

Probabilmente mi sfugge qualcosa, ma suppongo che la "gravità straordinaria" sia sostanzialmente riconducibile al fatto che essere inclusa tra le amministrazioni pubbliche farebbe entrare in vigore per i dipendenti Rai il tetto alle retribuzioni a 240mila euro lordi annui.

In linea di massima dovrebbe essere sempre la piena libertà contrattuale a determinare la retribuzione di un individuo. Per cui se il tetto fosse applicato ad aziende private vi sarebbero ottimi motivi per opporvisi. Nel caso della Rai, però, siamo di fronte a un soggetto che, pur competendo con aziende private, è totalmente pubblico e non ha mai dovuto realmente preoccuparsi di realizzare profitti per sopravvivere.

Non a caso è ampiamente sovradimensionata rispetto ai concorrenti privati (e anche nei paragoni con altre emittenti pubbliche estere non ne esce granché bene) e ha una quantità di dirigenti che non trova giustificazione in nessuna logica di mercato.

Pur incassando soldi dalla pubblicità, è finanziata coercitivamente da una tassa a carico anche di coloro che non hanno alcun interesse nei programmi che mette in palinsesto.

Pretendere di rimanere al riparo dalle conseguenze dell'accumulazione di perdite in bilancio e, al tempo stesso, pagare stipendi faraonici, è il classico volere la botte piena e la moglie ubriaca.

La soluzione sarebbe mettere tutta la Rai sul mercato, per vedere se qualcuno è disposto a comprarla e a quali condizioni, anche in merito ai costi del personale.

Il contribuente avrebbe il vantaggio di non dover più pagare un centinaio di euro all'anno, mentre il tetto legale agli stipendi verrebbe meno, restituendo all'azienda "qualsiasi possibilità operativa reale".

Chissà perché, ma ho la sensazione che questa soluzione troverebbe più consenso tra chi paga il canone invece che tra chi si lamenta per il tetto agli stipendi. 
 
 
 
 
 


venerdì 7 ottobre 2016

Scorie - Il facilitatore attivo

"Tra lo Stato interventista e lo Stato attendista che si sono alternati nei decenni passati, questo governo ha scelto il ruolo del facilitatore attivo, nel rispetto del mercato e dell'autonomia dei soggetti privati.
(P. C. Padoan)



Questo ha affermato, tra le altre cose, il ministro Pier Carlo Padoan in una lettera al Corriere della Sera, riferendosi in particolare alla crisi delle banche.

Sostenendo di rispettare il mercato e l'autonomia dei soggetti privati, Padoan offre una descrizione dell'operato del governo non corrispondente alla realtà.

La recente sostituzione dell'amministratore delegato del Monte dei Paschi di Siena è solo l'ultimo esempio. E' vero che il Tesoro è il principale azionista, ancorché con il 4% del capitale di MPS; ma, di fatto, ha agito come se fosse azionista unico, invitando Fabrizio Viola ad andarsene senza neppure avvisare il CdA (ciò che sarebbe peggio, da più parti si sostiene che il governo abbia agito su sollecitazione di JP Morgan).

Quanto al non essere attendista, suppongo che azionisti e obbligazionisti subordinati delle 4 banche andate in risoluzione nel novembre dello scorso anno non sarebbero d'accordo, dato che, di fatto, si è arrivati a un fallimento dopo lunghi commissariamenti che hanno con ogni probabilità peggiorato le cose.

La mia impressione è che questo governo (non diversamente da altri) avrebbe voluto lo Stato (pienamente) interventista, ma non abbia potuto intervenire come e quanto voleva per via di vincoli europei e di un debito pubblico già enorme.

Se evitasse improbabili ruoli di facilitatore attivo (non si sa bene di cosa) sarebbe molto meglio.
 
 
 
 
 


giovedì 6 ottobre 2016

Scorie - C'è chi considera restrittiva la politica monetaria della Fed

"La Fed ha avuto un grande ruolo nella scarsa performance dell'ultimo decennio. In effetti ha ristretto la politica monetaria per gran parte degli ultimi 4 anni, nonostante l'inflazione fosse sotto il target del 2 per cento. In altre parole, la banca centrale non sta perseguendo la sua agenda per la crescita."
(N. Kocherlakota)



Da tempo il già banchiere centrale Narayana Kocherlakota è critico nei confronti degli ex colleghi della Federal Reserve. Ritiene che la Fed sia responsabile per la scarsa crescita economica dell'ultimo decennio.

In effetti è sensato ritenerla (cor)responsabile anche della bolla che ha portato alla lunga crisi dell'ultimo quasi decennio, anche se Kocherlakota non si riferisce a quello. A suo parere, infatti, la Fed, soprattutto negli ultimi quattro anni, non ha fatto abbastanza per stimolare la crescita economica.

Attenzione: non si tratta di una battuta da cabaret; Kocherlakota lo pensa veramente. Ora, negli ultimi quattro anni il bilancio della Fed è passato da 2.9 a 4.5 trilioni di dollari, con in incremento del 55%. Si tratta di 1.6 trilioni di dollari creati dal nulla per comprare titoli, comprimendo i tassi di interesse.

Questa, secondo Kocherlakota, è una politica monetaria restrittiva, probabilmente perché il ritmo di espansione nei quattro anni precedenti era stato maggiore, con un totale di 2 trilioni di dollari sempre creati dal nulla.

Ma in tempi di allentamento quantitativo avrebbe senso parlare di politica restrittiva qualora la dimensione del bilancio diminuisse. Al più si può affermare che l'espansione oggi è meno vigorosa di qualche anno fa. Ma è ridicolo parlare di politica monetaria restrittiva.

Anche se chi lo afferma pretende di essere preso sul serio.
 
 


mercoledì 5 ottobre 2016

Scorie - La spinta al ribasso

"L'1% di Pil nel 2017 è un obiettivo ottimistico secondo alcuni, ambizioso secondo altri, anche se realizzabile. Anche noi consideriamo che questo obiettivo sia ambizioso perché abbiamo il dovere di esserlo. Questa ambizione è sostenuta da una manovra che dà un boost, una spinta alla crescita."
(P. C. Padoan)



Così il ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan, ha replicato alle critiche avanzate alla nota di aggiornamento al Documento di Economia e Finanza, nella quale la crescita del Pil prevista nel 2017 è stata ridimensionata dal totalmente irrealistico 1.4% messo nero su bianco lo scorso aprile a un ancora altamente improbabile 1%.

Premesso che tutte queste previsioni sono in ogni caso degli esercizi piuttosto sterili che caratterizzano l'approccio scientista – ma non scientifico – dell'econometria, il governo mantiene la sua tradizione di presentare stime di crescita del Pil superiori a quelle di Commissione Ue, OCSE, FMI e centri studi privati.

Mentre perfino la non certo anti-renziana Confindustria ipotizza che l'anno prossimo il Pil non crescerà oltre lo 0.5%, il governo punta al doppio. Anche l'Ufficio parlamentare di bilancio e la Banca d'Italia, pur usando eufemismi (obiettivi "ottimistici" o "ambiziosi") hanno sostanzialmente bollato come irrealistiche le stime governative. Le quali tentano di presentare andamenti prospettici di deficit e debito in rapporto al Pil migliori del credibile gonfiando le attese sull'andamento del denominatore.

Dal canto suo, Renzi ha avuto il solito (inesistente) pudore nell'affermare "l'ultimo anno siamo stati più prudenti della realtà ed è andata meglio". Cosa che non corrisponde neppure lontanamente al vero (basta rileggere i documenti programmatici predisposti dallo stesso governo tempo per tempo).

Padoan afferma comunque che le misure che il governo adotterà nella legge di bilancio daranno una "spinta alla crescita", quella spinta che giustificherebbe il perché le stime governative siano ben più alte di quelle degli altri.

Peccato che questo sia il mantra a ogni appuntamento con DEF e legge di bilancio, e che ogni volta i dati effettivi siano peggiori di quelli previsti.

Non sarà che la spinta del governo alla crescita è al ribasso?
 
 
 
 
 


martedì 4 ottobre 2016

Scorie - Rottamazioni

"Di quali altre prove si ha bisogno? Servono altri punti di Pil perduti nell'Eurozona a vantaggio dell'Est Europa o della Gran Bretagna, di ulteriori milioni di disoccupati, di nuovi muti anti-migranti per capire che il Patto di stabilità, il Fiscal compact e lo stesso Trattato di Maastricht, pensati per uno scenario che non si è verificato (crescita del 3%, debiti in calo, mercati finanziari in sonno, sparizione dei conflitti), sono diventati delle norme da cambiare, se non da rottamare?"
(R. Sommella)



Roberto Sommella è tra i tanti critici dei vincoli di bilancio (peraltro scarsamente fatti rispettare) europei. Il ragionamento solitamente è il seguente: il limite di deficit al 3% del Pil fu pensato oltre vent'anni fa ipotizzando una crescita reale del Pil al 3%, 2% di inflazione dei prezzi al consumo e tassi di interesse su livelli attorno alla crescita nominale del Pil (ossia il 5%). Partendo da un debito al 60% del Pil, rispettando il limite del 3% di deficit in quelle condizioni si sarebbe riusciti ad avere un debito stabile nel tempo in rapporto al Pil. Ma le cose sono andate diversamente, le economie non crescono al 3% reale e i prezzi al consumo crescono (oggi) meno del 2% annuo. Quindi i vincoli vanno rivisti.

C'è un problema in questo modo di ragionare: non si tiene conto del livello attuale del debito, né ci si rende conto che, proprio perché la crescita nominale del Pil è inferiore a quella ipotizzata, il deficit dovrebbe semmai essere limitato ben al di sotto del 3%, se non si vuole una crescita esponenziale del debito stesso.

Certamente i paletti dal Trattato di Maastricht in poi hanno fallito, come capita a ogni esperimento di pianificazione socialisteggiante, proprio perché le variabili fondamentali da cui prendevano le basi non sono prevedibili. L'unica certezza è che gli Stati (dove più, dove meno) hanno fatto deficit ogni anno, anche ben oltre il 3% del Pil, tanto che oggi il debito è mediamente oltre 30 punti di Pil oltre al livello prevalente a inizio anni Novanta (come è noto, l'Italia è sempre stata ben oltre la media).

Ne consegue che questi patti possono certamente essere rottamati, ma non per dare una sorta di via libera a fare deficit a volontà, perché non è accumulando debito che si crea sviluppo economico. Il fatto, però, è che i tanti Sommella di questo mondo sembrano proprio credere che sia sufficiente allentare i vincoli per risolvere il problema via denominatore. Un mantra che tutti coloro che credono che la crescita economica passi dall'espansione del bilancio pubblico continuano a ripetere, incuranti dell'esperienza storica.

Forse sarebbe il caso, già che si è in fase di rottamazione, di mettere in cima alla lista il keynesismo, che ha molte più responsabilità del Trattato di Maastricht e patti vari per lo stato mediamente pietoso delle finanze pubbliche.