lunedì 19 settembre 2016

Scorie - Cambiare il nome non serve a nulla

"L'evasione fiscale in Italia fa parte di quei mali capaci di sfregiare un popolo e i suoi simboli fin nelle profondità."
(V. E. Falsitta)



Comincia così un articolo di Vittorio Emanuele Falsitta, avvocato e docente universitario già parlamentare in Forza Italia, pubblicato sul Sole 24Ore. E quando un articolo comincia così, con questi toni melodrammatici degni di miglior causa, si può stare certi che prosegue anche peggio.

Dopo aver criticato l'uso che lo Stato fa delle imposte dirette per via del fatto che non sono utilizzate esclusivamente per finanziare i servizi pubblici, Falsitta avanza una proposta.

"Se lo Stato, consapevole di avere abusato dell'imposizione diretta (salve le opportune valutazioni di contabilità pubblica) trasformasse una percentuale dell'imposta diretta in "tassa sull'evasione fiscale" (la quota corrispondente "ripartita" sul singolo), ne potremmo ricavare, ritengo, effetti virtuosi e insidiosissimi nella lotta contro tale illecito."

Secondo Falsitta, quindi, un semplice cambio di denominazione di una parte del gettito derivante dalle imposte dirette dovrebbe fare la differenza nella percezione di chi paga. Questo perché:

"lo Stato renderebbe l'imposizione diretta più trasparente e "legittima", con conseguente rafforzamento della propria credibilità istituzionale (non sarebbero più necessarie "forzature" per allargare le basi imponibili!);"

Non vedo per quale motivo la legittimità dell'imposizione diretta dovrebbe aumentare. Non credo aumenti per chi ritiene che sia legittima l'imposizione fiscale. Di sicuro non aumenta per chi ritiene illegittima l'imposizione fiscale in quanto aggressione alla proprietà del soggetto tassato.

"il contribuente onesto avvertirebbe su di sé, ora direttamente, il peso dell'evasione fiscale e il collegamento tra la riduzione di questa e la riduzione delle proprie imposte;"

Considerando l'esperienza storica, credo che non sarebbe il contribuente onesto, bensì quello ingenuo a credere alla promessa di una riduzione delle imposte nel caso diminuisse l'evasione fiscale. Il contribuente consapevole si aspetterebbe semplicemente un incremento della spesa pubblica.

"la conversione di una quota d'imposta in "tassa contro l'evasione", poi, darebbe avvio a un'osservatorio permanente del contribuente e della comunità sopra l'efficienza di questa specifica spesa pubblica."

Forse Falsitta si metterebbe a "osservare", ma la gran parte di chi paga le tasse si limita a quantificare quanti soldi è costretto a dare allo Stato e suppongo sarebbe interessato a una diminuzione di tale somma molto più che a osservare come fosse spesa l'eventuale quota di tassa sull'evasione.

"Non si chiede allo Stato di rinunciare al diritto di prelevare finanza nelle quantità necessarie, sebbene se ne avverta l'ingiustizia; si chiede, piuttosto: di non usare l'imposizione diretta come strumento "sempre buono" per raccogliere finanza: ciò non pare etico, né efficace, né legittimo; se non può ridurre il complessivo carico tributario, metta i cittadini, almeno, nella condizione di controllare l'impiego delle risorse che contrastano l'evasione fiscale."

Qui ci sono diverse contraddizioni. Per esempio, se si avverte l'ingiustizia del prelievo per quantità "necessarie", si dovrebbe chiedere allo Stato di non prelevare. Tra l'altro, è lo Stato stesso a stabilire quanto è "necessario" prelevare. O questo è ingiusto e illegittimo, oppure non ha senso lamentarsi.

Quanto al non poter ridurre il "complessivo carico tributario", si tratta di una impossibilità che dipende dalle decisioni di chi ha al tempo stesso il potere di determinare la spesa e anche l'entità della tassazione. Riducendo la spesa sarebbe possibile ridurre anche la tassazione.

Basta volerlo. Ma nessuno vuole realmente ridurre la spesa pubblica, perché nessuno vuole perdere (altri) voti.
 
 
 
 
 


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