venerdì 30 settembre 2016

Scorie - Autonomia di indebitarsi a spese altrui

"Prenderemo tutti i soldi che servono per migranti e sisma in piena autonomia."
(M. Renzi)



Questo va ripetendo da giorni il presidente del Consiglio, riferendosi alla prossima legge di bilancio, pensando - sai che novità – ad aumentare il deficit rispetto a quanto previsto e concordato in precedenza con la Commissione Ue.

Qui non voglio entrare nel merito delle spese che Renzi intende finanziare. Peraltro lui di solito parla di quelle che creano consenso, ma evita accuratamente di fare riferimento ai mancati tagli pur pomposamente promessi nelle prime slides che propinò agli italiani nel 2014.

Ciò che mi interessa evidenziare è che, usando il verbo "prenderemo", Renzi sembra voler dare a intendere che quei soldi arrivino dal cielo. Considerando che sarà maggior deficit, quei soldi arriveranno da maggiori emissioni di titoli di Stato. Attualmente costano poco, e non tanto per le virtù delle finanze pubbliche italiane, quanto per gli acquisti massicci operati dalla Bce ogni mese.

Ma non si può ritenere strutturale il basso costo del debito. Né si può dimenticare che quello stesso debito verrà pagato mediante tasse esplicite o implicite (inflazione). Non si tratta di un pasto gratis.

Per cui, in ultima analisi, quei soldi usciranno dalle tasche di qualcuno; saranno pure il frutto dell'esercizio di "piena autonomia" da parte di Renzi. Ma si tratta di un'autonomia a spese altrui.
 
 
 
 
 


giovedì 29 settembre 2016

Scorie - Efficientismo vs paternalismo, ossia il male vs il peggio

"Heather Boushey, consigliere economico della candidata alla presidenza Hillary Clinton… vuole che le aziende concedano obbligatoriamente congedi parentali pagati a tutti i dipendenti, sia maschi, sia femmine."
(N. Smith)



Comincia così un post di Noah Smith su BloombergView, nel quale mette a confronto due alternative: da un lato i congedi parentali obbligatori per uomini e donne; dall'altro un credito di imposta o un contributo in denaro alla nascita di un figlio.

Dirò subito che, a mio parere, lo Stato non dovrebbe tassare nessuno, quindi non concedere crediti di imposta per questo o quel motivo, men che meno fornire contributi in denaro o, peggio ancora, imporre congedi parentali. Ma in questa sede mi interessa soffermarmi sulle considerazioni che spingono Smith a preferire i congedi parentali obbligatori (una soluzione da welfare europeo).

"Dare denaro è la soluzione preferita di molti economisti, perché non comporta dire alla gente come deve spendere il denaro. E questo spesso ha perfettamente senso. Ma in questo caso vedo due ragioni per cui i congedi parentali sono probabilmente meglio del denaro. Il primo è che i congedi parentali obbligatori tendono a distorcere meno l'economia. Per dare denaro alla gente, devi riscuotere tasse (o indebitarti)."

Secondo Smith (che cita uno studio un po' datato di Larry Summers) imporre alle aziende di pagare i congedi parentali costa meno, perché in diversi casi fa già parte dei pacchetti retributivi. Ora, c'è un problema.

Se quello che era un benefit diventa un diritto per tutti, chi ha potere contrattuale otterrà con ogni probabilità altri benefit, con ciò eludendo l'argomentazione di Smith (e Summers). A parità di altre condizioni, i profitti di un'azienda diminuiscono, e così il gettito fiscale. Quindi, se lo Stato vuole mantenere invariata la spesa pubblica, o si indebita, oppure aumenta le tasse.

Direi che l'opzione del contributo in denaro ha effetti fiscali più evidenti, ma non necessariamente inferiori. Siamo in un caso di ciò che si vede e ciò che non si vede, per richiamare Bastiat.

"Ma vedo una ragione ancora più profonda per preferire i congedi parentali obbligatori. In questo caso, ci sono buone ragioni perché lo Stato incentivi la gente a dedicare più tempo alla famiglia."

E qui Smith cade nel paternalismo, nell'idea per cui lo Stato debba decidere al posto degli individui cosa è giusto che facciano, per il loro stesso bene e per quello dei loro figli. Smith giustifica il proprio punto di vista citando studi dai quali si evincerebbe che se un padre ha un congedo parentale obbligatorio dedica più tempo ai figli (e meno male che qualcuno ha fatto una ricerca accademica per arrivare a tale conclusione!), oltre al fatto che quando un padre svolge il suo ruolo di genitore i bambini tendono ad avere un migliore sviluppo cognitivo.

Una conclusione, quest'ultima, che appare di buon senso, ancorché politicamente scorrettissima in un periodo in cui sostenere che il ruolo di padre e quello di madre sono complementari rende immediatamente destinatari degli anatemi di chi grida alla discriminazione nei confronti degli omosessuali.

"Quindi anche se i congedi parentali potrebbero essere economicamente più efficienti dei contributi in denaro, c'è una ragione più profonda per preferirli. Per troppo tempo i dibattiti di politica economica sono stati filtrati unicamente attraverso il prisma dell'efficienza."

E' condivisibile la critica all'efficientismo nei dibattiti economici, non fosse altro per il fatto che le utilità individuali non sono quantificabili, men che meno lo sono quelle collettive. Questo, peraltro, non sembra essere il motivo di critica da parte di Smith. Il quale, se possibile, peggiora le cose. Perché tra efficientismo e paternalismo non so cosa sia peggio (non mi meraviglierei, tra l'altro, se per coerenza Smith auspicasse l'introduzione di controlli e sanzioni per verificare che, effettivamente, chi è in congedo parentale faccia ciò che lo Stato ritiene giusto fare).

Di sicuro, in entrambi i casi lo Stato pretende di sostituirsi ai privati nel prendere decisioni su cosa fare e come utilizzare le risorse, violando i diritti di proprietà. Poco importa se, almeno a parole, a fin di bene.

Quando qualcuno parla di coercizione a fin di bene è sempre motivo di allarme.
 
 
 
 
 


mercoledì 28 settembre 2016

Scorie - Olimpiadi diffuse? No, grazie

"Il no di Roma mi è dispiaciuto molto, io avevo proposto di fare le Olimpiadi diffuse, in varie città d'Italia, così non si sarebbero dovuti fare grossi investimenti."
(R. Prodi)



Contrariamente a Romano Prodi, io non sono per nulla dispiaciuto del fatto Roma non sarà tra le candidate a ospitare le Olimpiadi del 2024. Con ogni probabilità si tratta dell'unica cosa che mi vede d'accordo con le decisioni prese dal M5S, ancorché per motivi (almeno in parte) diversi dai loro. Così come la decisione di Mario Monti nel 2012 di evitare candidature italiane per le Olimpiadi del 2020 fu una delle poche cose che trovai condivisibili della sua azione di governo.

Personalmente ritengo che il motivo fondamentale per non candidarsi a ospitare eventi come le Olimpiadi sia evitare la proliferazione di una già elefantiaca spesa pubblica, l'unico dato certo in questi casi.

Il fatto poi che vi siano diffusi fenomeni criminali attorno all'organizzazione di eventi del genere è un'aggravante, ma credo sia sbagliato considerarlo il motivo determinante per opporsi al progetto.

Né la soluzione potrebbe essere quella ipotizzata da Prodi, perché ciò non farebbe altro che moltiplicare la spesa e tutto il resto. L'ultima volta che si è organizzato un evento "diffuso", i mondiali di calcio del 1990, le cose non andarono benissimo, per usare un eufemismo.

Più in generale, lo Stato non dovrebbe essere organizzatore di alcunché. Le manifestazioni sportive e le infrastrutture a esse connesse dovrebbero essere organizzate e finanziate solo da privati, mediante investimenti volontari. Non con i soldi delle tasse pagate anche da chi non ha alcun interesse nella manifestazione.

Che gli investimenti siano "grossi" o meno, non è fondamentale. Ciò che conta è chi li effettua e come vengono finanziati.
 
 
 
 
 


martedì 27 settembre 2016

Scorie - Se stampare soldi non è risolutivo, non lo è neppure fare deficit

"E' vero che i tassi negativi hanno conseguenze non desiderate, ma la Bce deve fare delle scelte, il suo mandato impone di mantenere la stabilità dei prezzi non di guardare agli effetti collaterali."
(M. Fratzscher)



Marcel Fratzscher, docente universitario e presidente del'istituto tedesco di ricerca DIW, è tra i tanti che ritengono necessario uno stimolo fiscale in deficit a livello europeo per rilanciare la domanda aggregata. Formula tipicamente keynesiana.

Commentando la politica di tassi negativi della Bce, che sta danneggiando i risparmiatori, i gestori assicurativi e di fondi pensione (quindi ancora i risparmiatori, in ultima analisi) e il margine di interesse delle banche, Fratzscher ha affermato che la banca centrale non deve "guardare agli effetti collaterali".

Posto che pare proprio che la Bce non si stia preoccupando degli effetti collaterali, se non a parole e ribadendo comunque che senza i tassi negativi le cose andrebbero peggio (affermazione comprensibile dato che non ci si può attendere che la Bce smentisca se stessa, ma non condivisibile), è decisamente miope l'atteggiamento di chi ritiene che se uno ha un obiettivo si debba disinteressare delle conseguenze delle azioni poste in essere per raggiungere quell'obiettivo.

Anche i sostenitori della prima ora delle politiche espansive e del Qe ammettono ormai che questa droga monetaria non ha avuto l'effetto desiderato e deve essere somministrata a dosi crescenti solo per tentare di non far crollare un castello di carte che, però, col tempo diventa sempre meno stabile.

In sostanza il Qe finisce per intrappolare chi lo pone in essere, rendendone impossibile l'uscita senza provocare disastri finanziari. Di qui il tentativo di rimandare il più possibile la resa dei conti, continuando a calciare in avanti il barattolo. Il problema è che, prima o poi, il numero di coloro che si rendono conto della insostenibilità di questa politica monetaria sarà maggioritario, e allora calciare in avanti il barattolo non sarà più possibile.

Lo stesso Fratzscher è consapevole del fatto che la politica monetaria non risolve i problemi dell'economia. Quindi, da buon keynesiano, invoca il deficit spending, come se crescere a debito in un sistema ingolfato di debito fosse una soluzione.

Niente paura, però, basta avere un piano "credibile":

"Quello di cui abbiamo davvero bisogno è più deficit nel breve periodo in cambio di un programma credibile e ambizioso sul debito nel lungo periodo."

Come no: è un mantra che si sente da ottant'anni, ma il lungo periodo non arriva mai. Anche perché, come diceva il maestro a cui si ispirano i Fratzscher di ogni dove, "nel lungo periodo saremo tutti morti".

Errare è umano, perseverare per ottant'anni no.
 
 
 
 
 
 


lunedì 26 settembre 2016

Scorie - Senza segreti addio libertà

"Dobbiamo liberarci dei paradisi fiscali, non c'è alcuna ragione per la loro esistenza, esistono solo perché lo vuole l'1% delle aziende. La segretezza, come nel caso Apple, dovrebbe essere inaccettabile, per la nostra democrazia."
(J. Stiglitz)



Joseph Stiglitz, uno degli economisti assegnatari del premio Nobel che vanno per la maggiore in Italia (assieme a Paul Krugman), si è scagliato contro i paradisi fiscali, sostenendo che ci si debba liberare di essi, quasi come se fossero un virus letale.

Quando afferma "non c'è alcuna ragione per la loro esistenza, esistono solo perché lo vuole l'1% delle aziende", cade in una contraddizione da persona incapace di argomentare in modo logico. Qui non mi interessa discutere sul fatto che i paradisi siano voluti dall'1% delle aziende o da molti più soggetti; mi interessa invece sottolineare che esistono proprio perché qualcuno li ritiene utili, e questo comporta che una ragione per la loro esistenza è evidente.

Trovo poi agghiacciante l'affermazione successiva, ossia che la segretezza "dovrebbe essere inaccettabile, per la nostra democrazia".

Agghiacciante ancorché non mi stupisca che Stiglitz e tanti altri abbiano questo punto di vista. Confermano che la democrazia è una forma di totalitarismo da parte di governanti che, nella migliore delle ipotesi, sono stati eletti da una maggioranza degli aventi diritto al voto, anche se, sempre più spesso, si tratta di minoranze della popolazione.

Non potere avere segreti significa realizzare per intero la distopia di "1984" di Orwell, con la diretta conseguenza che la libertà e l proprietà di ogni individuo, ancorché formalmente riconosciute dal governo democratico, sarebbero sostanzialmente alla totale mercé dello stesso (il Grande Fratello).

Una prospettiva che al consumatore di tasse Stiglitz può apparire innocua, ma non lo è affatto.
 
 
 
 
 


venerdì 23 settembre 2016

Scorie - Senza volere, Padoan lo ammette: la spesa non cala

"In Italia la spesa pubblica nominale al netto degli interessi è cresciuta durante la crisi (2009-2014) meno che in altri Paesi: solo dell'1,4%, contro un aumento del 5,7% nel Regno Unito considerato campione di austerità e del 9% medio nella Ue. In termini reali la spesa è diminuita in Italia, aumentata nell'Ue."
(P. C. Padoan)



Il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan ha scritto una lettera al Corriere della Sera per contestare il contenuto di un editoriale di Paolo Mieli.

L'affermazione che ho riportato conferma (se ancora ve ne fosse bisogno) un dato: la spesa pubblica in Italia continua ad aumentare, in barba alle affermazioni ripetute come un mantra da Renzi e dallo stesso Padoan.

Poco importa se negli anni della crisi è cresciuta meno che altrove e se sia diminuita (peraltro in modo impercettibile) in termini reali. E questo per due motivi.

Primo, perché, come sostiene l'ex commissario alla spending review Carlo Cottarelli (messo nelle condizioni proprio da Renzi di tornare al FMI), il confronto con quanto spendono gli altri non deve far perdere di vista il fatto che uno deve in primo luogo considerare quanto può permettersi di spendere. Una considerazione che ogni persona fa (o dovrebbe fare) quando gestisce il proprio budget. Poco importa se il mio vicino spende 100 e io 95, se il suo reddito è almeno pari a 100 e il mio è inferiore a 95. Con l'aggravante, nel caso della spesa pubblica, che si usano soldi altrui.

Secondo, perché Padoan cita un aumento della spesa al netto degli interessi dell'1.4%, omettendo di specificare che, nello stesso periodo (2009-2014), il Pil nominale è diminuito dell'1.24% complessivo (0.21% annuo).

Oltre tutto non si può far finta che la spesa per interessi, peraltro in calo per via del Qe della Bce, non esista.

Padoan difende poi la spending review, finendo per confermare che i tagli più volte annunciati erano solo riallocazioni:

"La spending review ha consentito di riallocare le risorse da sprechi a politiche strutturali. Il taglio lordo di
spese inefficienti per 25 miliardi ci ha consentito di ridurre le tasse, a cominciare dal costo del lavoro (tali
sono gli interventi sull'Irpef dal 2014 e sull'Irap dal 2015)".

Considerando che, nonostante una riduzione della spesa per interessi di circa 20 miliardi annui rispetto al picco della crisi 2011-2012, la spesa continua ad aumentare e il deficit si riduce meno di quanto periodicamente previsto e promesso dal governo, questi più volte sbandierati 25 miliardi di tagli non sono tagli veri.

Lo stesso Padoan parla di riallocazione. E allora la si dovrebbe smettere di parlare di tagli, perché un taglio è tale solo se la spesa complessivamente scende in termini nominali e in modo strutturale. Altrimenti non si fa altro che togliere a qualche consumatore di tasse per dare a qualche altro consumatore di tasse. Senza che il conto presente e futuro per i pagatori di tasse diminuisca.
 
 
 
 
 


giovedì 22 settembre 2016

Scorie - La stampante non si ferma mai

Dall'attesa riunione del consiglio di politica monetaria della Banca del Giappone del 21 settembre è uscito, tra le altre cose, il passaggio che riporto di seguito, che rende evidente il vero obiettivo della politica di allentamento quantitativo:



"La banca comprerà titoli di Stato giapponesi in modo tale da mantenere il loro rendimento più o meno al loro attuale livello (attorno a zero per cento)."

Dopo le lamentele espresse nei mesi scorsi dalle banche per via dell'introduzione di tassi negativi, che ha generato una (ulteriore) compressione del margine di interesse, a forza di accumulare titoli di Stato la banca centrale aveva finito per portare sotto zero anche i rendimenti a 15 anni (e quelli a 30-40 anni poco sopra zero).

Quando la curva dei tassi di interesse è piatta (ossia i tassi a lungo termine sono a livelli uguali o poco superiori a quelli a breve termine), l'attività bancaria tradizionale, consistente per lo più nel trasformare scadenze, perde redditività.

Se, poi, la banca centrale rende negativi i tassi a breve termine, la cosa peggiora, perché le banche non riescono generalmente ad applicare tassi negativi sui depositi. Qualche "espertone" per questo suggerisce di abolire il contante, in modo tale da consentire alle banche di applicare tassi negativi sui depositi.

Il fatto è che, così facendo, si svuoterebbe di fatto completamente il diritto di proprietà, dato che il problema non sarebbero solo i tassi negativi, ma (cosa peggiore) la possibilità per lo Stato di tassarli senza limiti. Un novello Giuliano Amato non dovrebbe agire furtivamente di notte per fare un prelievo coatto.

Ma non è di questo che voglio occuparmi. Preferisco soffermarmi sul vero obiettivo, mai chiaro ed esplicito come oggi, della politica monetaria della Boj (e non solo): riuscire al tempo stesso a consentire allo Stato di indebitarsi a costo zero o negativo (i tassi a breve restano negativi), e alle banche di fare un po' di margine di interesse.

Tutto questo corrisponde ovviamente a una forma di tassazione a carico dei risparmiatori. Lo stesso aumento di tasse che Abe rimanda per non tagliare spesa pubblica, avviene tramite politica monetaria.

Non si crea ricchezza stampando denaro.
 
 
 
 
 


mercoledì 21 settembre 2016

Scorie - Enrico, continua a stare sereno

"Il documento presentato a Bratislava dal Gruppo di Viesegrad è quello di chi vuole uscire. Bisogna agire."
(E. Letta)



Enrico Letta, che dopo l'invito a stare sereno rivoltogli via twitter da Renzi poco prima di defenestrarlo da palazzo Chigi è (momentaneamente?) andato a fare il professore in Francia, è sempre stato tra gli europeisti senza se e senza ma. Quelli, per intenderci, per i quali serve sempre più Europa anche se si tratta di riparare un rubinetto nel lavandino di casa.

A suo parere "bisogna agire" perché la levata di scudi di alcuni Paesi dell'est nei confronti di temi quali l'immigrazione potrebbe preludere a nuove uscite dalla Ue, dopo Brexit.

A mio parere i governi del Gruppo di Viesegrad, composto da Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria, si guarderanno bene dall'uscire dall'Unione europea. Un conto è la retorica utilizzata, spesso a fini di politica interna. Altra cosa è uscire dalla Ue, dato che per tutti quei governi rimanerci rappresenta una manna.

Il perché è presto detto: contrariamente al Regno Unito, che pur beneficiando di condizioni speciali è contribuente netto al bilancio Ue, i Paesi del Gruppo di Viesegrad sono beneficiari netti per circa 14.5 miliardi di euro complessivi ogni anno, in quote comprese tra l'1.5 e il 3 per cento dei rispettivi Pil.

Mi permetto anch'io di consigliare a Letta di stare (dal suo punto di vista) sereno: nessuno di quei Paesi uscirà dalla Ue. Qualcun altro (per esempio chi paga le tasse in Italia) continuerà a mettere quei 14.5 miliardi di buoni motivi per non uscire.
 
 
 
 
 


martedì 20 settembre 2016

Scorie - Non è con più debito che si risolvono i problemi

"Dobbiamo riconoscere che la ricetta dell'austerità dell'Europa era sbagliata e quella della crescita degli Usa di Obama era ed è giusta."
(M. Renzi)



Non è la prima volta che Renzi sostiene quanto ho riportato. Anzi, lo ripete più o meno tutti i giorni. Ovviamente a lui serve come argomento per ottenere "flessibilità", ossia la possibilità di fare più deficit, rimandando di volta in volta gli impegni precedentemente assunti in termini di miglioramento dei conti pubblici.

Negli Stati Uniti la ricetta di Obama ha aggiunto circa 9.7 trilioni di dollari di debito federale a fronte di 3.4 trilioni di Pil. Il debito federale è così passato dal 64 al 105.8 per cento del Pil.

Nell'area euro, nello stesso periodo (2008 – 2015) il debito è passato dal 64.8 al 91.6 per cento del Pil, a fronte di una crescita nominale del Pil di poco più di un trilione di euro. Numero peraltro zavorrato dalla lunga recessione italiana.

Sarebbe stato meglio fare più debito pur di gonfiare maggiormente il Pil? Un keynesiano risponderebbe affermativamente, senza tenere conto né della storia, né preoccupandosi del futuro.

Considerando che, nella sostanza, sia in Europa sia negli Stati Uniti vi è un'economia mista tipica delle socialdemocrazie, credo non ci si allontani dal vero concentrandosi sul differente stadio in cui si trovano le due aree quanto a distanza da un lato dal libero mercato, e dall'altro dal socialismo.

In Europa la socialdemocrazia è stata storicamente più vicina al socialismo di quanto lo sia stata in America, ancorché dall'altra parte dell'oceano si stiano dando parecchio da fare per recuperare il terreno perduto (se così si vuol dire).

Non a caso l'economia statunitense era più dinamica prima dell'ultima grande crisi e lo è ancora oggi. Ma sta ponendo le basi per tutti i problemi tipici delle socialdemocrazie con welfare state, ossia sta accumulando passività non contabilizzate che prima o poi diverranno insostenibili nonostante la "generosità" della Fed nel monetizzarle.

Quanto all'area euro, il problema non è stata l'austerità, che peraltro ha riguardato i cittadini ma non lo Stato, non essendo calata da nessuna parte la spesa pubblica. Semmai è stato il tira e molla che ha preceduto gli interventi di salvataggio che ha peggiorato le cose.

Il caso della Grecia è emblematico. Si tratta di uno Stato in bancarotta da anni, che nel 2009 non è stato salvato per non alimentare (almeno a parole) l'azzardo morale, salvo poi intervenire a più riprese finendo con il moltiplicare il costo a carico del resto d'Europa, senza peraltro risolvere alcun problema.

Venendo all'Italia, essendo finora mancata una vera riduzione della spesa pubblica, la pressione fiscale è aumentata e rimane su livelli enormi, checché ne dica Renzi. Nonostante il recente calo della spesa per interessi, schiacciati dal Qe, il debito continua ad aumentare e l'economia non riparte.

Fare più deficit avrebbe risolto il problema? Uno sguardo indietro lungo i decenni dovrebbe lasciare più di un dubbio. A meno che uno non creda che con Renzi sarebbe stato diverso rispetto al passato.

Ovviamente lo si può credere. Io non lo credo.
 
 
 
 
 


lunedì 19 settembre 2016

Scorie - Cambiare il nome non serve a nulla

"L'evasione fiscale in Italia fa parte di quei mali capaci di sfregiare un popolo e i suoi simboli fin nelle profondità."
(V. E. Falsitta)



Comincia così un articolo di Vittorio Emanuele Falsitta, avvocato e docente universitario già parlamentare in Forza Italia, pubblicato sul Sole 24Ore. E quando un articolo comincia così, con questi toni melodrammatici degni di miglior causa, si può stare certi che prosegue anche peggio.

Dopo aver criticato l'uso che lo Stato fa delle imposte dirette per via del fatto che non sono utilizzate esclusivamente per finanziare i servizi pubblici, Falsitta avanza una proposta.

"Se lo Stato, consapevole di avere abusato dell'imposizione diretta (salve le opportune valutazioni di contabilità pubblica) trasformasse una percentuale dell'imposta diretta in "tassa sull'evasione fiscale" (la quota corrispondente "ripartita" sul singolo), ne potremmo ricavare, ritengo, effetti virtuosi e insidiosissimi nella lotta contro tale illecito."

Secondo Falsitta, quindi, un semplice cambio di denominazione di una parte del gettito derivante dalle imposte dirette dovrebbe fare la differenza nella percezione di chi paga. Questo perché:

"lo Stato renderebbe l'imposizione diretta più trasparente e "legittima", con conseguente rafforzamento della propria credibilità istituzionale (non sarebbero più necessarie "forzature" per allargare le basi imponibili!);"

Non vedo per quale motivo la legittimità dell'imposizione diretta dovrebbe aumentare. Non credo aumenti per chi ritiene che sia legittima l'imposizione fiscale. Di sicuro non aumenta per chi ritiene illegittima l'imposizione fiscale in quanto aggressione alla proprietà del soggetto tassato.

"il contribuente onesto avvertirebbe su di sé, ora direttamente, il peso dell'evasione fiscale e il collegamento tra la riduzione di questa e la riduzione delle proprie imposte;"

Considerando l'esperienza storica, credo che non sarebbe il contribuente onesto, bensì quello ingenuo a credere alla promessa di una riduzione delle imposte nel caso diminuisse l'evasione fiscale. Il contribuente consapevole si aspetterebbe semplicemente un incremento della spesa pubblica.

"la conversione di una quota d'imposta in "tassa contro l'evasione", poi, darebbe avvio a un'osservatorio permanente del contribuente e della comunità sopra l'efficienza di questa specifica spesa pubblica."

Forse Falsitta si metterebbe a "osservare", ma la gran parte di chi paga le tasse si limita a quantificare quanti soldi è costretto a dare allo Stato e suppongo sarebbe interessato a una diminuzione di tale somma molto più che a osservare come fosse spesa l'eventuale quota di tassa sull'evasione.

"Non si chiede allo Stato di rinunciare al diritto di prelevare finanza nelle quantità necessarie, sebbene se ne avverta l'ingiustizia; si chiede, piuttosto: di non usare l'imposizione diretta come strumento "sempre buono" per raccogliere finanza: ciò non pare etico, né efficace, né legittimo; se non può ridurre il complessivo carico tributario, metta i cittadini, almeno, nella condizione di controllare l'impiego delle risorse che contrastano l'evasione fiscale."

Qui ci sono diverse contraddizioni. Per esempio, se si avverte l'ingiustizia del prelievo per quantità "necessarie", si dovrebbe chiedere allo Stato di non prelevare. Tra l'altro, è lo Stato stesso a stabilire quanto è "necessario" prelevare. O questo è ingiusto e illegittimo, oppure non ha senso lamentarsi.

Quanto al non poter ridurre il "complessivo carico tributario", si tratta di una impossibilità che dipende dalle decisioni di chi ha al tempo stesso il potere di determinare la spesa e anche l'entità della tassazione. Riducendo la spesa sarebbe possibile ridurre anche la tassazione.

Basta volerlo. Ma nessuno vuole realmente ridurre la spesa pubblica, perché nessuno vuole perdere (altri) voti.
 
 
 
 
 


venerdì 16 settembre 2016

Scorie - Forever bancomat

"Se il Sì al referendum vince, una delle conseguenze è che ci sarà un risparmio importante perché si ridurranno gli stipendi dei consiglieri regionali, si elimineranno i rimborsi ai gruppi al Senato e che oggi prendono il Pd, i Cinque stelle, Forza Italia. Ci sarà un fondo di 500 milioni di euro che sarà messo a disposizione delle nuove povertà. Prima i cittadini, dalla benzina alle sigarette, erano considerati i bancomat dei politici. Se passa il referendum la cinghia la stringeranno i politici. Capisco che la gente mi dica: come sei demagogico. Ma se 500 milioni dalla politica passano alla povertà, sono più contento."
(M. Renzi)



Intervenendo a Uno Mattina, Matteo Renzi ha perorato la causa del Sì al referendum sulla riforma costituzionale.

Renzi quantifica il risparmio in 500 milioni, cifra a dire il vero ritenuta ampiamente esagerata da più parti. A me non interessa, però, discutere sull'ammontare, bensì sulla destinazione di quel denaro. E il ragionamento varrebbe anche se fossero 500 euro invece di mezzo miliardo.

In realtà non dovrebbe esserci alcun fondo per fare questa o quella spesa, ancorché annunciare un fondo "a disposizione delle nuove povertà" suoni bene per chi cerca consenso. Il fatto è che quei soldi dovrebbero semplicemente essere lasciati nelle tasche dei legittimi proprietari mediante una (vera) riduzione delle tasse. Costoro sarebbero, così, liberi di utilizzarli come meglio credono, magari anche facendo beneficenza.

Quanto al fatto che i cittadini siano considerato "i bancomat dei politici", purtroppo non c'è un prima e un dopo l'avvento di Renzi. Ahimè i cittadini continuano a essere trattati come bancomat, e anche la storia di quello che Renzi definisce fondo a disposizione delle nuove povertà ne è la conferma.

Non si tratta di demagogia. Quella sarebbe roba da ridere…