martedì 30 agosto 2016

Scorie - Per i keynesiani il momento giusto per l'austerità non arriva mai

"Come sottolineava John Maynard Keynes nel 1937: «Il momento giusto per l'austerità nei conti pubblici è quando l'economia è in espansione, non quando è in recessione»."
(J-P. Fitoussi, K. Malik)



Non si può certo dire che Jean-Paul Fitoussi e Khalid Malik brillino per originalità. Ho tratto queste loro parole, in cui citano il "maestro", da un articolo in cui invitano i governi europei a investire maggiormente su istruzione, stato sociale, miglioramento delle condizioni dei poveri, e chi più ne ha più ne metta.

Quando queste cose sono scritte da politici socialisteggianti o da persone che non si occupano più o meno professionalmente di economia non c'è tanto di cui stupirsi: si tratta spesso di individui non abituati a tenere presente che le risorse non sono illimitate, altrimenti la scienza economica non avrebbe neppure ragione di essere. Suppongo che si tratti anche spesso di persone che ritengono la ricchezza una quantità data e che sia sufficiente distribuirla "equamente" per far stare bene tutti quanti.

Questa visione, che a mio parere è al tempo stesso ingenua e inquietante perché può spingere a giustificare qualsiasi violenza in nome dell'equità, è particolarmente avvilente quando sostenuta (come spesso accade) da chi di economia si occupa professionalmente.

In nessun punto dell'articolo da cui ho tratto la citazione gli autori fanno riferimento alle fonti di finanziamento delle spese che ritengono dovrebbero essere poste in essere o incrementate da parte dei governi. Eppure si tratta di un dettaglio non proprio secondario quando si parla di "investimenti".

Ebbene, ogni spesa pubblica può essere finanziata solo mediante tassazione. Che poi la tassazione sia esplicita o implicita (mediante inflazione) e che sia presente o futura (finanziata aumentando il deficit attuale), fa differenza in ultima analisi su chi dovrà pagare il conto, ma non sul fatto che il conto dovrà essere pagato mediante tassazione.

Se aumentano la spesa pubblica e la platea dei beneficiari netti, significa che si riduce la platea dei pagatori netti, quindi aumenta l'onere a loro carico. Anche prescindendo da considerazioni in merito al diritto di proprietà di costoro (che peraltro io credo siano prioritarie), il buon senso dovrebbe portare a concludere che prima o poi il meccanismo si inceppa, dato che la ricchezza prima di essere distribuita deve essere prodotta, e che poter disporre di una quota via via decrescente di quanto si produce è quanto meno disincentivante.

Quanto alla presunta austerità di bilancio e alla citazione di Keynes, c'è un problema: sono passati 80 anni, eppure io non ho mai sentito un keynesiano sostenere che fosse il momento giusto per l'austerità nei conti pubblici, che per me significa riduzione di spesa e di tasse (aggiustare il deficit aumentando le tasse non è austerità per lo Stato, lo è per i pagatori di tasse).

Sarà un caso?
 
 
 
 
 


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