venerdì 29 luglio 2016

Scorie - La PA è motore di crescita delle tasse

"Da qui dovrebbe iniziare un discorso di riforma, non solo e non tanto sui dirigenti, la loro cultura e la loro capacità di guidare macchine necessarie alla crescita ma complesse, ma sulla platea dei pubblici dipendenti, sulla struttura di premi e motivazioni, sulla cultura che essi esprimono, sulla loro formazione, sul loro gravissimo invecchiamento anagrafico, frutto della trasandatezza con cui è stato affrontato il tema cruciale della PA. Sono elementi da analizzare insieme in un disegno e una strategia che devono respingere l'idea che non possiamo permetterci servizi pubblici estesi ed efficaci perché abbiamo fatto troppo debito in passato; mi sembra una pura sciocchezza che nasconde una idea precisa dei rapporti pubblico privato nella creazione della crescita. È chiaro che se si parte da questa diagnosi teorico pratica è inutile aprire un discorso sofisticato sui premi e le loro modalità di calcolo; tanto vale tagliare e basta dirigenti dipendenti servizi e dintorni, poi si vedrà: ma così facendo apriremo la strada ai peggiori populismi e daremo l'ultima spinta verso l'abbandono di un'idea democratica di Europa."
(P. De Ioanna)



Occupandosi di pubblica amministrazione, Paolo De Ioanna scrive certamente su una materia che conosce dall'interno, facendone parte a vario titolo da oltre 40 anni ed essendo, quindi, un vero e proprio veterano tra i consumatori di tasse. Suppongo peraltro che questa definizione apparirebbe oggi eufemistica a John Calhoun, che la coniò nell'Ottocento. Qui ci si trova di fornte a un caso di bulimia di tasse.

Secondo De Ioanna se c'è qualcosa che non va con dirigenti e dipendenti pubblici è a causa della "trasandatezza con cui è stato affrontato il tema cruciale della PA". A parte il fatto che la trasandatezza non può non essere imputata in larga misura a chi fa parte della PA stessa, a maggior ragione se con responsabilità dirigenziali, non vi è alcuna evidenza a supporto della tesi di De Ioanna, ossia che la PA sia un motore di crescita economica.

La PA inevitabilmente ha a che fare con la crescita economica, ma per lo più nel senso di limitarla per via dei vincoli e degli adempimenti astrusi che impone a chi produce. Da questo punto di vista, la miglior PA è quella meno presente, anche numericamente parlando.

Tra l'altro, ci si può anche trincerare dietro formule fumose del tipo "un disegno e una strategia che devono respingere l'idea che non possiamo permetterci servizi pubblici estesi ed efficaci perché abbiamo fatto troppo debito in passato"; ma non si può ignorare che quel debito esiste e che la PA non è estranea alla sua accumulazione.

Né si risolvono le perplessità di chi mette in evidenza i problemi della PA (e da essa causati) liquidando tutto quanto con gli ormai abusati e volutamente allarmanti richiami al populismo, in contrapposizione alla idea democratica di Europa.

Finendo per confermare quanto avesse ragione Henry Louis Mencken nel sostenere che "la democrazia si basa su un complesso di bugie così infantili che debbono essere protette da un rigido sistema di tabù, se no anche i cretini riuscirebbero a fare a pezzi. La sua prima preoccupazione deve quindi essere paralizzare la libera circolazione delle idee".
 
 
 
 


giovedì 28 luglio 2016

Scorie - I venezuelani vanno a caccia di cibo, non di Pokemon

"E' necessario aprire un dibattito su questa cultura che genera realtà virtuali, come quella del recente gioco Pokemon Go, perché la realtà virtuale è solo uccidere e uccidere, è la cultura della morte che ha creato il capitalismo."
(N. Maduro)



Nicolas Maduro, presidente del Venezuela ed erede di Hugo Chavez, se la prende con Pokemon Go. Ovviamente ognuno è libero di pensare quello che vuole, ma che in Venezuela serva "un dibattito" sul Pokemon Go e sulla "cultura della morte che ha creato il capitalismo" – cultura che, secondo Maduro, troverebbe espressione nel gioco in questione – è abbastanza ridicolo.

Tra l'altro, Caracas risulta essere da anni una delle città a più alto tasso di criminalità al mondo. Un posto, insomma, dove a correre seri rischi di incolumità sono le persone, non i Pokemon. E non si può certo dire che, dopo oltre tre lustri di chavismo, il Venezuela sia la culla del capitalismo.

Come se ciò non bastasse, purtroppo la realtà è che per tanti venezuelani il problema principale è la scarsità di beni di prima necessità provocata dall'operato di Maduro. Costoro sono soliti, loro malgrado, girovagare per le città in cerca di negozi che non abbiano gli scaffali vuoti (per di più possono farlo solo a giorni alterni in base al numero di carta d'identità), invece che andare in giro col telefono a dare la caccia ai Pokemon.

Che vergogna…

 
 
 
 


mercoledì 27 luglio 2016

Scorie - Non capisce neppure a cosa serve l'inflazione



"Se l'inflazione è prevedibile, creditori e debitori possono tenerne conto nei loro contratti di finanziamento; semplicemente i tassi di interesse nominali aumentano per compensare la perdita di potere d'acquisto della moneta. Anche i lavoratori possono chiedere di adeguare i salari al costo della vita, di fatto indicizzandoli all'inflazione. E le imprese possono tenere conto dell'inflazione nei loro piani di investimento. Ma quando l'inflazione sobbalza di mese in mese è più difficile fare piani per il futuro. Ciò rende i finanziamenti, gli investimenti, le assunzioni e tutte le decisioni che comportano pianificazione qualcosa di simile a una scommessa. Naturalmente ciò tende a danneggiare la crescita economica."
(N. Smith)

Nell'occuparsi del target di inflazione della Fed, Noah Smith si spinge a sostenere che l'obiettivo potrebbe essere aumentato, essendo l'imprevedibilità e la volatilità dell'inflazione il vero problema. Come sempre, Smith fa riferimento alla definizione mainstream di inflazione, ossia di crescita di un indice di prezzi al consumo. In questa sede ragionerò di inflazione adottando la stessa definizione, pur essendo la crescita dei prezzi al consumo una conseguenza dell'inflazione, ossia dell'aumento dell'offerta di moneta.

Dunque, secondo Smith se il target passasse dal 2 al 4 per cento non ci sarebbe alcun problema, purché vi fosse flessibilità dei prezzi. Infatti Smith conclude così:

"Ciò significa che la Fed probabilmente non dovrebbe temere un target di inflazione più alto, se ciò significasse avere più occupazione."

C'è qualcosa che non va: se l'inflazione è del tutto prevedibile e la banca centrale riesce a mantenerla costantemente in linea con il target, allora quest'ultimo potrebbe anche essere -2 o -4 per cento e si potrebbero usare le stesse argomentazioni che Smith utilizza per spiegare che non si deve sempre e comunque temere l'inflazione elevata. Lui, però, è notoriamente tra coloro che vedono la deflazione come uno spettro.

Probabilmente Smith non ha letto la Teoria Generale di Keynes, che invece era favorevole all'uso dell'inflazione per abbassare i salari reali senza ridurre quelli nominali. Lo stesso dicasi per l'abbassamento del valore reale del debito. Se l'inflazione fosse prevedibile e tutti ne tenessero conto, il suo effetto redistributivo (ciò per cui piace ai keynesiani) tenderebbe a svanire.

Quindi il classico trade-off tra disoccupazione e inflazione rappresentato graficamente dalla curva di Phillips (concetto piuttosto obsoleto anche nel mondo keynesiano, ma ancora utilizzato dalle banche centrali, a partire proprio dalla Fed) perderebbe significato anche per i keynesiani, perché ogni aumento dell'inflazione poterebbe un pressoché immediato adeguamento direttamente proporzionale dei salari nominali, senza alcuna riduzione del costo reale del lavoro.

Ovviamente non mi aspetto da Smith che sostenga l'opportunità di interrompere i monopoli di emissione e manipolazione della moneta affidati alle banche centrali. In questo caso, però, credo che riesca a mettere d'accordo sulla totale mancanza di senso di quello che ha scritto tanto gli antikeynesiani quanto i keynesiani. Il che è tutto dire.
 
 

martedì 26 luglio 2016

Scorie - Bernanke, venditore di pozioni miracolose

"L'ultimo bazooka che ogni Stato che controlla la propria moneta ha nel proprio arsenale è la capacità di finanziare programmi fiscali mediante creazione di moneta. Nella sua forma più semplice, la Fed comprerebbe un titolo perpetuo dal Tesoro, incrementando di una certa quantità di riserve il contro del Tesoro. Il Tesoro sarebbe quindi libero di spendere il denaro di nuova creazione in programmi di stimolo fiscale. Per rendere pienamente efficace l'helicopter drop, è importante che la banca centrale prometta di rendere irreversibile la creazione di moneta."
(A. Hollenhorst)



In un report dal titolo "Is the Fed running out of tools?", l'economista di Citi Andrew Hollenhorst elenca gli strumenti a cui potrebbe ricorrere la Federal Reserve per stimolare l'economia, giungendo alla conclusione che la banca centrale statunitense non sia a corto di munizioni.

Non poteva mancare, come strumento a cui ricorrere nel caso non funzionino gli altri, il riferimento alla monetizzazione diretta dei programmi di stimolo fiscale, la famigerato elicottero monetario.

Di recente Ben Bernanke, già presidente della Fed e fautore della via monetaria alla soluzione dei problemi economici (quando, prima o poi, i danni delle politiche monetarie attuali saranno valutati in una prospettiva storica, credo che questo signore sarà considerato a pieno titolo tra i più grandi distruttori di sistemi monetari della storia dell'umanità), ha suggerito alle autorità giapponesi di emettere un titolo del Tesoro perpetuo e senza cedole, che verrebbe comprato per intero dalla Banca del Giappone.

In una operazione del genere le emissioni di debito pubblico diventerebbero l'equivalente dell'emissione di moneta, al netto della finzione contabile che prevede che la moneta sia emessa dalla banca centrale a fronte dell'emissione di un titolo di debito da parte del Tesoro.

Il fatto è che il Tesoro quel titolo non lo dovrà mai rimborsare, né dovrà mai pagare interessi, con ciò rendendo gratuito il denaro ottenuto in cambio dalla banca centrale.

Qualcuno potrebbe osservare che, nella sostanza, si potrebbe evitare l'emissione del titolo da parte del Tesoro, prevedendo solo l'accredito della somma concordata da parte della banca centrale sul conto del Tesoro.

In effetti il risultato concreto è lo stesso, e l'emissione dello zero coupon perpetuo (che la banca centrale comprerebbe al valore nominale) serve solo per consentire contabilmente alla banca centrale di iscrivere nel proprio bilancio un'attività a fronte della passività rappresentata dal denaro emesso a favore del Tesoro.

Neppure i venditori di pozioni miracolose che truffano la gente da improbabili canali televisivi hanno così poco senso del pudore. Ma mentre questi individui godono generalmente di pessima reputazione da parte di chi è capace di intendere e di volere, gente come Bernanke gode di una reputazione ai massimi livelli e ai suoi suggerimenti viene attribuito addirittura un elevato valore scientifico.

Eppure si tratta di rivisitazioni neppure troppo sofisticate della pretesa di scambiare qualcosa in cambio di nulla, accompagnata dall'affermazione seriosa che, così facendo, si dà slancio all'economia.

In realtà non si fa altro che redistribuire una ricchezza reale destinata a essere sempre più erosa, perché quanto più si procede nella redistribuzione a mezzo monetario, tanto più si riduce la produzione di ricchezza reale. E questo perché la redistribuzione tipicamente prende a chi produce ricchezza reale e dà a chi non la produce.

Storicamente la monetizzazione ha portato a disastri. Sarà così anche questa volta, è solo questione di tempo.
 
 
 
 
 


lunedì 25 luglio 2016

Scorie - Al peggio non c'è proprio mai limite

Quando cade nella tentazione di credere che anche il peggio abbia un limite, gli capita di doversi ricredere. A me è capitato imbattendomi in un articolo che dava conto della riforma della legge di bilancio appena approvata, che prevede "un allegato nuovo al Def contenente indicatori di benessere equo e sostenibile selezionati per una valutazione più ampia dell'impatto delle politiche pubbliche, a cui si aggiunge la sperimentazione del "bilancio di genere", anche in questo caso per una più completa valutazione d'impatto delle norme su uomini e donne."

Non solo la legge di bilancio conterrà numeri inattendibili in merito all'evoluzione dei saldi di bilancio, con tagli di spesa che non si realizzano e diminuzioni di imposte che si materializzano solo nei comizi di Renzi, maldestramente appoggiato da Padoan, che ha più gusto nel vestire di quanto sia credibile nel difendere la narrazione renziana (il che è tutto dire).



D'ora in poi, in omaggio al politicamente corretto, verranno messi anche "indicatori di benessere equo e sostenibile", che non hanno alcun senso, non fosse altro per il fatto che il benessere può essere valutato solo soggettivamente da ogni individuo, per cui ogni valutazione compiuta a livello macro è necessariamente arbitraria.

Quanto al "bilancio di genere", ci si potrebbe prendere limitare a farsi una risata, ma non mi stupirei se si levasse la protesta di chi è biologicamente uomo (donna), ma si sente donna (uomo), per essere considerati una posta fuori bilancio.

A conferma del fatto che, evidentemente, non c'è limite al peggio.
 
 
 
 
 
 


venerdì 22 luglio 2016

Scorie - Follie monetarie

"Se chi parla di bolle ha ragione in merito ai prezzi artificialmente gonfiati delle attività, ciò non significa necessariamente che un successivo scoppio danneggi severamente l'economia. E' vero che ciò è accaduto durante la crisi finanziaria del 2007-2009, ma in gran parte perché le autorità fiscali e monetarie non fecero abbastanza per reflazionare rapidamente l'economia. Le autorità dovrebbero prepararsi a fare meglio la prossima volta."
(N. Kocherlakota)



Narayana Kocherlakota, già presidente della Fed di Minneapolis e membro del FOMC, è tra coloro che ritengono che la banca centrale statunitense dovrebbe rinvigorire la politica espansiva senza troppo preoccuparsi delle conseguenze indesiderate.

Nello specifico, non nega (bontà sua) che si possano gonfiare bolle, ma ritiene che quanto accaduto nel 2007-2009 sia attribuibile all'azione reflattiva insufficiente da parte delle autorità fiscali e monetarie. In sostanza, il governo non fece abbastanza deficit e la Fed non stampò abbastanza dollari.

Il fatto è che il deficit federale fu pari al 6.7% del Pil nel 2008 (Lehman andò in default in settembre di quell'anno), passando poi al 13.2% nel 2009, al 10.9% nel 2010, al 9.6% nel 2011, al 7.9% nel 2012 ed essendo ancora oggi ben oltre il 3%. Dal canto suo, il bilancio della Fed era pari a 928 miliardi di dollari a metà 2008 e oggi supera i 4500 miliardi.

Evidentemente questo per Kocherlakota non è stato abbastanza (sic!), ma credo faccia autogol quando riconosce che il rischio di bolle esiste. Come dire: le politiche economiche non sono state sufficientemente espansive, ma le bolle potrebbero esserci lo stesso. In sostanza gli effetti desiderati sono stati deludenti, mentre si potrebbero materializzare quelli indesiderati.

Tuttavia, invece di farsi venire il dubbio che fare deficit e stampare denaro non fosse la cosa giusta da fare, Kocherlakota dice che bisognava fare di più, e che le autorità farebbero bene a tenersi pronte a fare di più qualora si arrivasse nuovamente allo scoppio di una bolla.

Secondo me un ragionamento del genere ricade alla perfezione nella definizione che Einstein dava di follia.
 
 
 
 
 


giovedì 21 luglio 2016

Scorie - Ciò che non dicono sulla crescita nominale del Pil

"Come evidenziato già dall'economista inglese John Maynard Keynes, se il settore privato risparmia molto e consuma poco, il settore pubblico dovrà intervenire aumentando i propri consumi, per ripristinare l'equilibrio tra domanda e offerta aggregate. È tanto sbagliato dunque demonizzare una situazione di deficit fiscale e di debito pubblico, quanto lo è acclamare come virtuoso un bilancio in pareggio. Le politiche fiscali devono essere calibrate, piuttosto, in base alla struttura della propria economia domestica e non inseguendo un livello obiettivo di debito/Pil."
(V. Lops)



Riprendendo gli argomenti di un economista cinese di impostazione keynesiana, Vito Lops scrive un lungo post sul Sole 24 Ore per evidenziare quanto sia errato considerare nocivo un elevato rapporto tra debito pubblico e Pil.

A lungo andare non poteva ovviamente mancare il riferimento al "maestro": se c'è un eccesso di risparmio che non si traduce in investimenti, o quei soldi li prende in prestito lo Stato e li spende, oppure si crea una spirale deflattiva.

Una tesi molto cara ai keynesiani, che è basata sulla confusione tra quantità nominali e reali. Buona parte di quello che oggi appare risparmio inutilizzato in realtà non deriva da redditi non consumati, bensì da denaro creato dal nulla nell'ambito delle politiche monetarie espansive condotte dalle banche centrali.

Il maggior deficit di oggi non sarebbe comunque un pasto gratis, quanto meno non per tutti. E la crescita del debito porrebbe prima o poi un problema di sostenibilità, se tale crescita fosse superiore a quella del Pil (cosa che accade praticamente sempre, visto che il mitologico moltiplicatore della spesa pubblica non è superiore a uno).

Come fare allora?

"Il modo più efficace per ridurre questo rapporto, in ogni caso, è quello di aumentare il denominatore, dal momento che ad una crescita del Pil nominale corrisponde una riduzione esponenziale del rapporto debito/Pil. Al contrario, una battaglia volta a cercare di ridurre la variabile al numeratore (e quindi il livello del debito) difficilmente ha successo, dal momento che ostacola il principale meccanismo di conduzione del risparmio negli investimenti, risultando in un accumulo di risparmio e in una riduzione del PIL nominale."

Se vi pare di avere già sentito questa storia non è un'impressione sbagliata, dato che tutti i keynesiani la vanno raccontando. Ciò che dicono meno esplicitamente è che quando il rapporto tra debito e Pil è particolarmente elevato (superiore al 100%), il metodo più efficace per far aumentare il denominatore più del numeratore è mediante l'inflazione.

Un metodo che consente di evitare tagli di spesa pubblica, avere un aumento di gettito fiscale a invarianza di aliquote per via dell'aumento nominale degli imponibili e una riduzione del valore reale del debito da restituire.

Un vero paradiso per chi governa, molto meno per chi ha risparmia.
 
 
 
 
 


mercoledì 20 luglio 2016

Scorie - Nessuna amicizia, nessuna fiducia

"Stiamo esaminando il problema: c'è un sistema che il governo sta considerando perché il sistema deve cambiare: il concetto chiave è il rapporto amichevole tra contribuente e amministrazione. Non un rapporto come conflitto violento, ma un rapporto di fiducia. In questo contesto si potranno rivedere i compiti assegnati alle agenzie fiscali."
(P. C. Padoan)



Non è la prima volta che il ministro dell'Economia e delle Finanze, ossia il tassatore pro tempore, cerca di rassicurare i cittadini circa l'evoluzione in senso amichevole del rapporto tra fisco e contribuente. Un'operazione in cui si cimenta tanto frequentemente quanto inutilmente anche il capo dell'Agenzia delle entrate.

Serve un mix tra masochismo e sindrome di Stoccolma in chi paga le tasse per vedere nel fisco un amico. Il fatto è che alla base dell'imposizione fiscale c'è la violenza. Se si trattasse di un rapporto amichevole dovrebbe essere volontario, mentre chi paga le tasse lo fa dietro la minaccia di sanzioni in caso non lo facesse. In taluni casi l'imposta è trattenuta direttamente alla fonte da un soggetto che opera come sostituto d'imposta. Costui, a sua volta, è costretto a lavorare gratuitamente per conto dello Stato.

Quindi si potranno rivedere i compiti assegnati alle agenzie fiscali (promessa ricorrente, peraltro), ma il fisco non sarà mai amico di chi paga le tasse. Al più potrà essere meno vessatorio, potranno cioè essere evitati quei comportamenti che infliggono al malcapitato contribuente dei trattamenti da paria che aggravano la violenza insita nell'obbligazione fiscale.

Per favore, però, si lasci perdere il termine amicizia.
 
 
 
 
 


martedì 19 luglio 2016

Scorie - Il giocattolo Ue

"Tra il 1973, anno d'ingresso della Gran Bretagna nella Cee a oggi, i tassi di crescita della ricchezza e di progresso economico in Europa sono stati rilevantissimi perché il guardare avanti, in forma collettiva, con grande fiducia e ottimismo ha alimentato i grandi cambiamenti positivi, ora invece prevarranno le incertezze e le instabilità; propellenti potenti che freneranno fortemente la diffusione del benessere."
(G. M. Pignataro)

Leggendo alcuni articoli dedicati al post Brexit ci si imbatte in ricostruzioni storiche piuttosto fantasiose. Generalmente gli apocalittici, come Giuseppe Maria Pignataro, sostengono che tutto quello di buono c'è stato in Europa negli ultimi decenni lo si deve alla CEE prima e alla Ue poi. Il tutto perché si sarebbe guardato avanti "in forma collettiva", mentre "ora invece prevarranno le incertezze e le instabilità".



L'incertezza fa parte della vita ed è una pia illusione pensare di poterla rimuovere. Ciò detto, non dubito del fatto che quando si verifica un evento che modifica in modo potenzialmente radicale lo status quo aumenti l'incertezza. Ma il mondo va avanti, e probabilmente andrebbe avanti ancor meglio se le fonti di incertezza non fossero per lo più attribuibili alle frapposizioni politiche nella libera interazione di cittadini e imprese di ogni dove.

Come sostenne Murray Rothbard, infatti, "l'autentico libero commercio non richiede un trattato".

Evidentemente Pignataro la pensa diversamente.

"Ma se questo è lo scenario che si presenta davanti a noi non sarebbe meglio prima di soccombere alla stupidità provare a fare sulla scacchiera europea una mossa spiazzante verso i dietrologisti? Sospendere i negoziati per l'uscita della Gran Bretagna dalla Ue, convocare un summit tra i primi cinque o sei Paesi europei (Gran Bretagna inclusa) e decidere di rilanciare il progetto europeo su nuove basi da sottoporre entro due anni all'approvazione di tutti i popoli europei, britannici inclusi?"

A parte il fatto di bollare come "stupido" chi la pensa diversamente è un modo piuttosto debole per difendere la propria posizione, non si vede per quale motivo invocare un accordo a 5-6 Paesi quando si è voluto che la Ue arrivasse a contarne 28. In buona sostanza, solo 5 o 6 governi dovrebbero trovare un accordo, e suppongo che poi se un lettone, un portoghese o un polacco votassero contro sarebbero anch'essi degli stupidi, secondo le metriche di Pignataro.

Il quale aggiunge:

"È meglio avere un giocattolo essenziale ma logoro che perde paurosamente i suoi pezzi migliori o provare a farne uno nuovo, più moderno, forte e ben funzionante?"

Tutto si spiega. La Ue è un giocattolo. Peccato che mentre gli illuminati giocano, 500 milioni di persone ne subiscano le conseguenze. E chi manifesta dissenso si sente pure dare dello stupido.
 
 
 
 
 


lunedì 18 luglio 2016

Scorie - Senza contante si svuota il diritto di poprietà sul denaro

"È evidente come non ci siano alternative a una inclusione nel nuovo programma di voluntary disclosure di una previsione per la regolarizzazione del contante accompagnata poi da una stretta sull'uso dello stesso."
(S. Simontacchi)



Non è la prima volta che Stefano Simontacchi si fa sostenitore della lotta al contante. In questa occasione auspica che nella eventuale nuova versione della voluntary diclosure (una procedura di regolarizzazione fiscale che serve allo Stato per raschiare il fondo del barile) sia inserita una disciplina che limiti le sanzioni penali legate ai reati di riciclaggio e autoriciclaggio, allo scopo di incentivare la regolarizzazione. Al tempo stesso dovrebbe esserci un giro di vite sull'utilizzo del contante.

Il governo prenderebbe i classici due piccioni con una fava: da un lato aumenterebbe il gettito fiscale presente, dall'altro quello futuro.

"Un regime come quello proposto non deve servire solo a risolvere problemi di gettito contingenti, bensì deve rappresentare l'innesco di un circolo virtuoso che migliori strutturalmente le condizioni dell'economia. Ciò è possibile solo se la voluntary sul contante viene inserita in un contesto di riforme strutturali tese a ridurre (se non eliminare) l'uso del contante".

Che le condizioni dell'economia migliorino strutturalmente riducendo (se non eliminando) l'uso del contante è discutibile (per Simontacchi il limite massimo dovrebbe essere 100 euro). Nulla vieta di usare sistemi di pagamento elettronici, e identificare ogni utilizzo del contante con un'attività criminale è fuorviante.

A costo di ripetere cose già scritte più volte, l'abolizione del contante segnerebbe lo svuotamento definitivo del diritto di proprietà sul denaro depositato in banca (non ci sarebbe da stupirsi se lo Stato rendesse illegali altre monete originate/sviluppate in risposta all'abolizione del contante).

Altro che innesco di un circolo virtuoso.
 
 
 
 
 


venerdì 15 luglio 2016

Scorie - Il bail-in in un sistema a riserva frazionaria non risolve il problema

"Il bail-in è stato applicato a Cipro, in Spagna, in Portogallo, in Grecia e non ha avuto conseguenze destabilizzanti. Si intravede poi il rischio che il bail-in possa scoraggiare i piccoli risparmiatori da investire nei bond bancari. Ma in realtà non dovrebbero farlo: la normativa Mifid lo vieta. In nessun altro Paese europeo c'è una quota così elevata di titoli bancari rischiosi in mano a piccoli investitori. La Brrd, la regolamentazione europea sul bail-in, è stata approvata nel 2014. I governi hanno avuto un periodo di transizione di due anni per poter adeguare le loro legislazioni e per dare tempo alle banche di informare I risparmiatori. Questo adeguamento in Italia non è avvenuto, è bene che avvenga al più presto: è l'unico modo per tutelare il risparmio."
(E. Faia)



Ho tratto le parole riportate da un articolo firmato da Ester Faia, che insegna Economia monetaria e fiscale alla Goethe University di Francoforte. La sua è la posizione che va per la maggiore in Germania e tra i tecnocrati della Commissione europea in merito al coinvolgimento di azionisti e creditori nella ristrutturazione delle banche.

Personalmente non sono contrario al bail-in in quanto alternativa al bail-out, perché in linea di principio chi è azionista o creditore di una società dovrebbe far fronte alle perdite derivanti dalla crisi di quella società e non dovrebbero essere chiamati i contribuenti in generale a coprire i buchi di bilancio.

Ho anche sostenuto in più occasioni che il problema vero della strutturale instabilità delle banche risiede nel meccanismo della riserva frazionaria, unito a una significativa trasformazione delle scadenze (per di più con gran parte dell'attivo tendenzialmente illiquido) e a una carenza di mezzi propri rispetto al debito. Questi elementi rendono fondamentale per la sopravvivenza delle banche che i depositanti mantengano fiducia nella solvibilità delle stesse, altrimenti si creano le corse agli sportelli con buone probabilità di effetto domino e crisi sistemica.

Il bail-out ha, per decenni, puntellato la sopravvivenza del sistema a riserva frazionaria. La sostituzione del bail-out con il bail-in ha quindi senso, ma per funzionare dovrebbe essere accompagnata dalla eliminazione della riserva frazionaria. Va da sé che nessun politico, tecnocrate e banchiere vede di buon occhio l'abolizione della riserva frazionaria, perché il credito diventerebbe una frazione di quello attualmente concesso dalle banche, costerebbe inevitabilmente di più per chi lo ottiene e con ogni probabilità ridurrebbe ulteriormente la profittabilità dell'attività bancaria, che peraltro già è zavorrata da costi esorbitanti derivanti da iper-regolamentazione..

Sostenere, quindi, che il bail-in non abbia conseguenze destabilizzanti, non è realistico nelle attuali condizioni, non solo in Italia. In merito agli esempi citati da Faia occorre ricordare che non si è applicato per intero il bail-in, bensì il burden sharing (condivisione dei costi della crisi) accompagnato da consistenti interventi del cosiddetto fondo europeo salva Stati.

Cipro è l'unico caso in cui sono stati colpiti i depositanti, ma per due motivi specifici: in primo luogo, perché non c'erano, se non in misura irrisoria, obbligazioni subordinate o senior; in secondo luogo, perché la maggior parte dei depositi oltre i 100mila euro facevano capo a soggetti esteri, per lo più russi. In nome del "pragmatismo" la Commissione europea decise di colpire quei depositanti.

In Spagna, Portogallo e Grecia gli aiuti europei (quindi a carico dei contribuenti europei) sono stati consistenti. Per di più, soprattutto in Portogallo, la gestione pasticciata e discriminatoria della suddivisione delle perdite tra contribuenti e creditori ha finito per allontanare gli investitori istituzionali dai titoli portoghesi.

Anche su un altro punto Faia sostiene cose inesatte, riferendosi al caso italiano. E' certamente vero che in Italia la diffusione di obbligazioni bancarie (anche subordinate, ma in netta prevalenza senior) presso investitori retail è superiore a quella riscontrabile negli altri Paesi europei. Non è affatto vero, però, che la normativa Mifid vieti l'investimento in obbligazioni bancarie alla clientela retail. La Mifid vieta la vendita di prodotti inadeguati al profilo dell'investitore se in ambito di un contratto di consulenza in materia di investimenti. Non sempre quei prodotti erano inadeguati e, soprattutto, la loro rischiosità è cambiata nel corso del tempo, non solo per via del peggioramento dei bilanci delle banche emittenti, bensì anche per via dell'introduzione della direttiva BRRD (quella che, tra le altre cose, prevede il bail-in) con effetto retroattivo.

Questo non significa che non siano stati diversi i casi in cui l'investimento fosse inadeguato. Ma sostenere che fosse sempre e comunque vietato non corrisponde al vero.

Credo sia anche opportuno fare chiarezza sul perché in Italia la raccolta retail da parte delle banche sia stata effettuata con obbligazioni e non solo con depositi. Il motivo è prevalentemente di tipo fiscale, e risale agli anni 90. In particolare, il punto di svolta che fece aumentare decisamente l'emissione di obbligazioni fu il D. Lgs. 239 del 1996, che introdusse l'imposta sostitutiva per le obbligazioni nella misura del 12,50%, mentre i depositi erano soggetti a ritenuta alla fonte nella misura del 27%.

Ecco spiegato perché ebbero così grande diffusione le obbligazioni bancarie collocate a clienti retail. Per una banca raccogliere 1000 euro con una obbligazione o con un certificato di deposito sarebbe pressoché indifferente, a parità di tasso di interesse e scadenza. Ma fino al 2012, quando le aliquote furono uniformate (al 20%, aumentato al 26% nel 2014), c'era una grande differenza in termini di rendimento netto per il sottoscrittore, a parità di rendimento lordo.

Va anche ricordato che le obbligazioni sono negoziabili (ancorché spesso illiquide), mentre i certificati di deposito generalmente non lo sono.

Resta poi ingiustificata, a mio parere, la garanzia del fondo di tutela dei depositi estesa ai depositi a scadenza, purché nominativi. In sostanza, tra chi sottoscrive un'obbligazione a 5 anni e un certificato di deposito nominativo a 5 anni che differenza c'è? Credo che non ce ne siano, se non per un arbitrio legislativo. Fatto sta che l'obbligazionista non è garantito, a differenza di chi ha un certificato di deposito nominativo, coperto fino a 100mila euro.

Posto che l'unica garanzia per i depositanti che può reggere davvero si avrebbe con l'abolizione della riserva frazionaria, dato che se c'è una crisi sistemica non c'è fondo di tutela che regga, garantire i depositanti a vista ha senso, perché, ancorché la legislazione preveda arbitrariamente il contrario, chi mantiene la disponibilità a vista della somma depositata non sta prestando i soldi alla banca. Viceversa, chi vincola il deposito a una certa scadenza sta facendo credito alla banca, scambiando un bene attuale contro uno futuro. Perché tutelare questo creditore e non quello che presta soldi sottoscrivendo un'obbligazione? Sarebbe bene non tutelare nessuno dei due.

Faia ricorda che la BRRD è stata approvata nel 2014 e che la transizione non è stata gestita correttamente in Italia. Questo è indubbiamente vero, così come è indubbio che chi negoziava per conto dell'Italia non ha voluto o saputo far valere le specificità del caso italiano in merito alla raccolta in obbligazioni presso la clientela retail, prevedendo quanto meno che il bail-in non fosse retroattivo.

Resta il fatto che l'applicazione del bail-in in un sistema a riserva frazionaria credo sia destinato ad avere effetti destabilizzanti, finendo per far perdere soldi sia ai creditori (oltre che agli azionisti, ovviamente), sia ai contribuenti. Il tutto per via della pretesa vana da parte dei tecnocrati di poter gestire ordinatamente le crisi bancarie con una via di mezzo tra disciplina di mercato e intervento pubblico. Così non può funzionare.
 
 
 
 
 


giovedì 14 luglio 2016

Scorie - La lotta alla schiavitù è solo un pretesto

"Con l'introduzione del reato di acquisto di servizi sessuali si mira a eliminare la prostituzione in quanto essa incentiva la tratta di esseri umani e viola la dignità delle donne. Si interviene direttamente sulla domanda, cioè sui clienti, mentre resta naturalmente esclusa la punibilità della persona che abbia esercitato la prostituzione".

Questo si legge in una proposta di legge presentata come prima firmataria da Caterina Bini, parlamentare del PD, con l'appoggio di associazioni cattoliche e parlamentari anche di altri schieramenti.

Considerare tutte le prostitute come schiave e, di conseguenza, i loro clienti come complici di chi le costringe a prostituirsi, è un pretesto per cercare di vietare e/o punire un'attività per motivi prevalentemente morali.

Nessun dubbio che chi usa o minaccia di usare violenza verso un'altra persona per indurla a prostituirsi (o a fare qualsiasi altra cosa) sia un criminale e come tale debba essere trattato. Ma punire indiscriminatamente chi domanda e paga il servizio di prostituzione con una multa da 2.500 a 10.000 euro, per giungere alla reclusione in caso di reiterazione del reato, finisce per ledere più diritti di quelli che tutela.

Non tutte le prostitute sono costrette a offrire "servizi sessuali" sotto la minaccia di violenza; ci sono anche persone che scelgono liberamente di prostituirsi, e in tal caso non fanno altro che utilizzare come meglio credono il corpo di cui sono proprietarie. E i loro clienti non fanno altro che acquistare un servizio, in uno scambio volontario con chi quel servizio lo offre, ritenendolo evidentemente non (sufficientemente) lesivo della propria dignità.

Proibire questo scambio o sanzionare pesantemente chi compra il servizio finisce per ledere il diritto di proprietà di entrambe le parti dello scambio. Si tratta, in ultima analisi, di un esercizio di proibizionismo moralista mascherato dal fine nobile di difendere delle persone dalla riduzione in schiavitù.

Non è mai bene che la legislazione sia utilizzata per moralizzare (secondo la morale del legislatore) le persone.