venerdì 29 aprile 2016

Scorie - Tassi negativi e quadro generale

"Alcuni dei nostri critici vedono soltanto l'impatto delle nostre politiche su loro stessi e perdono di vista il quadro generale. I tassi bassi, per esempio, sono un costo per i risparmiatori, ma beneficiano il bilancio pubblico, e i risparmiatori sono anche contribuenti. Sostengono la crescita e le esportazioni, e i risparmiatori sono anche lavoratori."
(B. Coeuré)

Benoit Coeuré, membro del comitato esecutivo della BCE, difende le misure espansive adottate dalla banca centrale. A mio parere in modo tutt'altro che convincente. Ragionare in termini macro comporta la necessità di creare delle identità che sono solo teoriche.

Bontà sua, Coeuré riconosce che i tassi artificialmente bassi (perfino negativi) danneggiano i risparmiatori. Non è scontato da parte di un banchiere centrale, dai quali di solito si sente sostenere che anche il risparmiatore non è danneggiato, basta che abbia investito in strumenti che hanno beneficiato di una rivalutazione del loro prezzo come conseguenza della politica monetaria espansiva. Questo, per fare un solo esempio, ha detto di recente Mario Draghi.

Tuttavia, a parere di Coeuré si perde di vista il quadro generale se non si considera che un risparmiatore è anche contribuente e lavoratore. Mentre è per lo più vero che un risparmiatore sia anche contribuente e talvolta lavoratore, è una grossolana approssimazione supporre che i benefici e i danni derivanti dalla politica dei tassi negativi finiscano per avere un bilancio positivo o non negativo per la generalità dei risparmiatori. In alcuni casi ciò potrebbe essere vero, ma in altri no.

Soprattutto, guadagnare o perdere a seguito di scambi volontari è cosa ben diversa da guadagnare o perdere per effetto di un intervento fiscale o monetario. Questo è il quadro generale.


giovedì 28 aprile 2016

Scorie - A chi vanno i benefici del signoraggio

"Se la Bce emette moneta, non la dovrà mai "rimborsare". Con quella moneta acquista titoli e, come detto, gode degli interessi: questo è il cosiddetto "signoraggio". Un bel vantaggio, che un tempo andava a vantaggio del "signore" (re, imperatore, satrapo, despota, califfo, o chi altro emetteva moneta). Mentre oggi, nelle nostre democrazie, ritorna a vantaggio di tutti, nel senso che l'utile della Banca centrale viene riversato allo Stato, cioè a tutti noi."
(F. Galimberti)

Rispondendo alle domande di un lettore del Sole24Ore in merito all'helicopter money, che i socialisti europei definiscono "Qe del popolo", Fabrizio Galimberti spiega il funzionamento del signoraggio.

In sostanza, con il denaro creato dal nulla la Bce, per esempio nell'ambito del Qe, acquista titoli, sui quali percepisce interessi. Siccome creare denaro non costa nulla, quegli interessi rappresentano il signoraggio derivante dal battere moneta.

E' vero che una volta ciò andava al sovrano di turno, mentre oggi va allo Stato, dato che, tra tasse e retrocessioni, la gran parte degli utili delle banche centrali va al Tesoro. Non è vero, però, che ciò vada a vantaggio di tutti, perché lo Stato non siamo affatto tutti noi.

A beneficiarne sono, in realtà, coloro che formano l'apparato statale e, più in generale, i consumatori di tasse. Se così non fosse, avremmo trovato il modo per vivere tutti quanti nell'abbondanza senza alcuno sforzo. Cosa che neppure Galimberti penso arriverebbe ad affermare.


mercoledì 27 aprile 2016

Scorie - Il peggior nemico del mercato è chi lo vuole correggere

"L'ortodossia del libero mercato ha insegnato a generazioni di americani che il settore privato funziona al meglio quando libero da interferenze, ma il potere monopolistico introduce una falla nell'equazione. Se il livello di concorrenza oscilla naturalmente al cambiare di tecnologia, finanza e globalizzazione, allora il livello appropriato di intervento dello Stato cambia altrettanto. Può darsi che per essere efficiente un'economia richieda un intervento costante di fine-tuning del governo sulla struttura industriale, restringendo le leggi antitrust quando le forze naturali diminuiscono la concorrenza e allentandole quando la concorrenza aumenta spontaneamente."
(N. Smith)

Il peggior nemico del libero mercato non è lo statalista convinto, quello che vorrebbe il socialismo reale. Di certo costui non è un amico del libero mercato, ma è per lo meno un nemico sincero. Viceversa, il peggior nemico del libero mercato è colui che si dice a favore del mercato, ma ne vuole correggere i "fallimenti".

Da sempre tra costoro vi sono i fautori della legislazione antitrust. Ogni volta che c'è un monopolio, però, bisognerebbe chiedersi se ciò sia effettivamente dovuto al libero mercato. Spesso si scoprirà che il monopolio esiste in forza di una legislazione che lo istituisce (o lo favorisce).

Ciò detto, il fatto che un solo operatore (o un numero limitato, nel qual caso si parla di oligopolio) fornisca un determinato bene o servizio non comporta necessariamente un danno per chi compra quel bene o servizio. Il monopolista ha potere di fissare il prezzo al livello che vuole solo se il consumatore non può fare a meno di comprare quel bene o servizio, e spesso ciò è dovuto a vincoli posti dallo Stato. Se non vi sono barriere legali, un monopolista resta comunque soggetto alla concorrenza di chi produce beni simili o succedanei; i gusti dei consumatori non sono immutabili e la domanda non sempre è rigida come vorrebbero far credere i "correttori".

Queste cose, però, i "correttori" non vogliono neppure prenderle in considerazione. E allora avanti con il "fine-tuning", restringendo o ammorbidendo la legislazione antitrust a seconda di quello che l'economia richiede per essere "efficiente". E chi stabilisce quando l'economia è efficiente? Il governo.

Ma al governo ci sono persone onniscienti? La risposta può essere solo: no. Quindi il fine-tuning non serve all'efficienza, bensì a indirizzare l'economia secondo i desiderata politici del governo. Non è la stessa cosa. Per questo credo che il peggior nemico del libero mercato sia quello che lo vuole "correggere".


martedì 26 aprile 2016

Scorie - The (bad) conscience of a liberal (41)

"Ma tanti, troppi detrattori di Trump scelgono apparentemente di contestarlo su qualcosa che in realtà non è vera, e cioè che una svolta protezionistica provocherebbe la perdita di moltissimi posti di lavoro. Mi dispiace, ma è una tesi che non trova giustificazione né a livello teorico né a livello storico. Il protezionismo riduce le esportazioni mondiali, ma riduce anche le importazioni mondiali, perciò l'effetto complessivo sulla domanda è insignificante."
(P. Krugman)

Paul Krugman è da sempre il prototipo del liberal americano, vicino al partito democratico, preferibilmente non alla parte più centrista dello stesso. Facendo ormai molto più l'opinionista che l'economista, Krugman è solito dare dei deficienti a tutti i repubblicani, sia quelli il cui nome è sulle schede elettorali, sia quelli che votano per questi ultimi.

Occupandosi delle critiche che molti di coloro che la pensano più o meno come lui rivolgono a Donald Trump, sostiene che criticare il protezionismo evocato da costui sia sbagliato da un punto di vista economico.

Ragionando a livello mondiale, Krugman sostiene che diminuirebbero tanto le importazioni quanto le esportazioni, per cui l'effetto complessivo sulla domanda sarebbe insignificante. Ciò che è implicito nell'affermazione di Krugman è che in un mondo di economie più autarchiche la produzione di beni e servizi sarebbe la stessa, solo che ognuno comprerebbe e venderebbe nel proprio Paese.

Senza scomodare Ricardo, a me pare evidente che la posizione di Krugman sia errata. Non esistono dappertutto le condizioni ottimali per produrre un determinato tipo di bene, altrimenti non ci sarebbe nessun commercio internazionale. E il fatto che servano misure protezioniste per impedire o limitare gli scambi internazionali significa che, in assenza di tali misure, quegli scambi avverrebbero, evidentemente perché ritenuti convenienti da compratori e venditori.

Ogni misura protezionista genera un effetto redistributivo, beneficiando un gruppo di soggetti a spese degli altri. Ma, come osservava lucidamente Bastiat, chi beneficia della protezione si vede, mentre il danno prodotto dalla protezione è meno visibile.

I posti di lavoro domestici salvati dal protezionismo si vedono, ma i posti di lavoro non creati per via dei costi del protezionismo non si vedono.

Ciò detto, ragionando come Krugman si dovrebbe ritenere non dannoso il protezionismo anche tra regioni, province, comuni e, perché no, quartieri.

Se questo pare assurdo, è perché è assurdo il protezionismo.


venerdì 22 aprile 2016

Scorie - Cresce la voglia di vedere l'elicottero in azione

"Le tendenze deflazionistiche hanno più cause, alcune benigne, altre meno: il rallentamento dell'economia cinese che contribuisce a far scendere il prezzo delle materie prime; l'innovazione tecnologica che riduce i costi del commercio; l'invecchiamento della popolazione che aumenta i risparmi; l'eccesso di debito che scoraggia la spesa. Indipendentemente dalle cause, tuttavia, la ricetta per contrastare queste tendenze è una sola: aumentare la domanda aggregata. Ma con i tassi di interesse a zero o negativi, gli strumenti tradizionali di politica monetaria non funzionano più. E anche gli strumenti non-convenzionali a disposizione delle banche centrali sono quasi esauriti (con la parziale eccezione della Federal Reserve americana)."
(G. Tabellini)

Come ho già rilevato in diverse occasioni negli ultimi tempi, si fa sempre più insistente il supporto da parte del mondo accademico all'utilizzo di dosi massicce di stimoli monetari e fiscali, ignorando evidentemente quanto sosteneva Einstein, ossia che è folle ripetere lo stesso esperimento aspettandosi di ottenere risultati diversi.

In pratica, per anni il mantra è stato che era necessario ridurre i tassi, fino a zero. E' stato fatto, ma ciò non ha risollevato l'economia. Allora si è cominciato a pensare che la soluzione consistesse nel portare i tassi sotto zero, ipotizzando che il tasso "naturale" fosse negativo. Una circostanza che in nessun mercato lasciato libero da interventismo mai si manifesterebbe. Addirittura si sono moltiplicate le richieste di abolizione del contante, in modo tale da poter rendere più efficace l'utilizzo dei tassi negativi. Nessuna ripresa dell'economia degna di nota.

Nel frattempo si lodavano le creazioni di base monetaria da parte delle banche centrali mediante acquisto di titoli (i cosiddetti quantitative easing). Esperimenti ancora in corso, che hanno distorto completamente i tassi di mercato su tutte le scadenze e i premi per il rischio, senza produrre effetti positivi apprezzabili sull'economia reale.

Ogni volta ci veniva detto che lo stimolo successivo sarebbe stato quello risolutore, salvo poi constatare che non era così. Per inciso, mai è stata presa in considerazione l'ipotesi di fare autocritica su tutto quel crescente interventismo. Se il problema persisteva, occorreva solo aumentare la dose di stimoli.

Il tutto per far crescere la mitica domanda aggregata, come da manuale keynesiano che si rispetti. Il che, ridotto ai minimi termini, consiste nel far aumentare la spesa, non importa come e per comprare cosa. Di certo, se la gente non spende abbastanza, occorre trovare il modo per far sì che il sistema, nel suo complesso, colmi il gap rispetto a quanto desiderato (dal pianificatore di turno, of course).

L'importante è che qualcosa venga fatto. E allora ecco il mantra che sta prendendo progressivamente piede:

"Eppure, dal punto di vista tecnico, uno strumento per aumentare la domanda aggregata esiste anche nella situazione attuale: è la cosiddetta "moneta distribuita con l'elicottero", per usare le parole di Milton Friedman. Cioè la banca centrale stampa moneta e la distribuisce ai cittadini, non in cambio di qualcosa (titoli di stato o la promessa di una restituzione futura), ma in modo permanente e a fondo perduto."

Confesso che continuo a chiedermi perché non ci sia ancora qualcuno che propone di dotare le banche centrali del potere di fissare un listino prezzi universale, in modo tale da ottenere il livello desiderato. E dubito che la proposta non arrivi per via di un improvviso aumento di lettori dei lavori di Mises riguardo l'impossibilità di funzionamento del calcolo economico in un sistema socialista.

Probabilmente si arriverà a proporre il price fixing da parte delle banche centrali una volta passati anche per l'helicopter money. Bontà sua, chi parla di helicopter money, in questo caso Guido Tabellini, ammette che vi sono obiezioni, ma sostiene che siano solo di natura politica:

"Le obiezioni nei confronti di questo strumento non sono economiche, ma politiche. Dal punto di vista economico non c'è dubbio che sarebbe efficace. Una parte della moneta addizionale verrebbe risparmiata, ma certamente vi sarebbero cittadini che si affretterebbero a spenderla, facendo salire la domanda aggregata e i prezzi. Anzi, la moneta con l'elicottero avrebbe minori contro-indicazioni rispetto ai tassi di interesse negativi (che mettono a repentaglio la solidità patrimoniale di assicurazioni e banche), e al Quantitative Easing (che alimenta bolle speculative e assunzione eccessiva di rischi)."

Chissà perché i tassi di interesse negativi e il Qe siano messi (timidamente) in discussione adesso e non ex ante. Che i tassi negativi danneggino il margine di interesse di banche e assicurazioni (e io non dimenticherei quella specie spesso bistrattata che va sotto il nome di risparmiatore) era prevedibile anche prima di introdurli, così come che il Qe generi bolle e sottovalutazione dei rischi era altrettanto prevedibile.

Ciò detto, non è affatto vero che le obiezioni all'helicopter money siano solo politiche, così come non è affatto vero che non vi sia dubbio sulla sua efficacia dal punto di vista economico. Ovviamente ci si deve intendere su cosa significhi crescita economica. Se ci si limita alla versione keynesiana di crescita nominale del Pil, allora ogni forma di monetizzazione qualche effetto di breve periodo lo produce. Ma la crescita nominale non corrisponde a quella reale, altrimenti basterebbe stampare soldi a volontà per vivere tutti quanti nell'abbondanza. Una tesi che finora era sostenuta da sparute minoranze come i fautori della MMT, che temo presto verranno raggiunti dal mainstream (il che la dice lunga, a mio parere, sulla crisi della economia accademica).

Chi vorrebbe vedere elicotteri far piovere denaro da cielo dovrebbe anche spiegare come ciò possa avere un effetto permanente e non temporaneo. L'unico modo sarebbe far volare in continuazione quell'elicottero, il che, però, farebbe venire dubbi anche al più stupido degli uomini circa il valore di quanto viene lanciato.

Ma ecco la "vera obiezione", quella politica.

"La vera obiezione è che in questo modo la banca centrale si metterebbe a fare politica fiscale. Anziché intervenire sui mercati finanziari, la banca centrale si troverebbe a decidere entità e modalità di un trasferimento ai cittadini, senza alcuna legittimazione politica o istituzionale. Anche se non fosse proibito dalla legge, una banca centrale che effettuasse trasferimenti permanenti ai cittadini si troverebbe presto privata della sua indipendenza e della sua legittimità."

In realtà ogni intervento monetario è redistributivo: si tratta solo di stabilire chi sono i beneficiari. Ma niente paura, esiste un'obiezione all'obiezione.
 
"L'obiezione naturalmente è corretta. Ma non per questo l'idea va scartata. Il problema infatti non è lo strumento economico, ma l'attuale assetto istituzionale, che impedisce un coordinamento efficace tra politica monetaria e fiscale. Come hanno scritto Adair Turner (ex Presidente della Financial Service Authority inglese) e Ben Bernanke (ex Presidente della Federal Reserve), l'indipendenza e legittimità della banca centrale possono essere pienamente preservate, in questo modo: in circostanze eccezionali, la banca centrale può dichiarare che ha esaurito gli strumenti convenzionali, e che pertanto effettuerà un trasferimento permanente a favore del governo (o dei governi nell'area Euro). L'importo trasferito è scelto discrezionalmente dalla banca centrale, può essere diluito nel tempo, ed è motivato dalle circostanze economiche. Il governo (o i governi) non possono in alcun modo interferire con la decisione unilaterale della banca centrale, ma scelgono liberamente come disporre della somma trasferita: se e come distribuirla ai cittadini, se usarla per finanziare particolari voci di spesa, o per ritirare debito pubblico o semplicemente se accantonarla per il futuro. Naturalmente, se davvero le circostanze sono eccezionali, la pressione politica costringerebbe i governi a distribuire o spendere questa somma, raggiungendo così l'obiettivo di un effettivo coordinamento tra politica monetaria e fiscale."

Tranquilli: in piena "autonomia", la banca centrale stabilisce quando le circostanze sono eccezionali e ha esaurito gli altri strumenti. A quel punto può stabilire, ovviamente sempre in totale "autonomia", quanto denaro creare da nulla accreditandolo direttamente al Tesoro, senza nulla chiedere in cambio. Ogni governo poi stabilirà cosa fare con quei soldi. E c'è da scommettere che in poco tempo vivremo nel paradiso terrestre.

L'importante, par di capire, è salvare la forma:

"Rispetto all'assetto attuale, non verrebbe stravolta la divisione dei compiti. La banca centrale resterebbe indipendente a avrebbe la responsabilità tecnica di decidere che è giunto il momento di fare ricorso a questo strumento eccezionale. E il governo avrebbe la responsabilità politica di scegliere se e come allocare le risorse a sua disposizione. Rispetto alle politiche seguite finora, tuttavia, l'efficacia sarebbe molto maggiore. Il QE infatti allenta il vincolo di bilancio del governo solo per la parte relativa agli interessi, e non costituisce un trasferimento permanente a favore dei governi. Nell'area Euro, in particolare, i governi rimangono soggetti ai vincoli sul debito pubblico. E anche se questi vincoli fossero allentati, in nome della "flessibilità", l'attenzione dei mercati impedirebbe ai paesi più indebitati di spendere la liquidità immessa sui mercati dalla banca centrale, perché anche il debito comprato dalla Bce con il QE prima o poi andrà ripagato. Un trasferimento permanente, invece, non sarebbe soggetto a questi vincoli e sarebbe assai più efficace nel sostenere la domanda aggregata. Inoltre, la consapevolezza che politica monetaria e fiscale possono essere attivate con questo nuovo strumento contribuirebbe a ridare fiducia all'economia, rendendo con ciò meno necessario ricorrervi."

In pratica, ognuno continuerebbe a fare "il suo": la banca centrale a stampare denaro e lo Stato a spenderlo. Senza quell'impedimento dell'aumento del debito pubblico che accompagna il Qe e ogni altra forma di politica monetaria espansiva.

Sul sostegno alla domanda ho già espresso prima alcune considerazioni. Quello che vorrei qui osservare è che, anche prescindendo dalla confusione tra ricchezza nominale e reale, se si considera il settore pubblico a livello consolidato le passività non cambiano, a parità di creazione di denaro dal nulla.

Con il Qe le passività dello Stato sono coperte da passività della banca centrale, che però ha al suo attivo i titoli emessi dal Tesoro. Si tratta di una partita di giro contabile, dato che la quasi totalità di quanto ricavato dalla banca centrale sui titoli torna al Tesoro in forma di tasse o retrocessione di utili.

Con la monetizzazione diretta lo Stato non ha passività, ma non ha neppure i ritorni di tasse e utili sui titoli da parte della banca centrale, mentre le passività di quest'ultima, a parità di utilizzo della stampante monetaria, non cambiano. E tutto quello che lo Stato spende finisce per generare depositi in banche e riserve presso la banca centrale. E' pur vero che queste riserve oggi non costano nulla (anzi, in Area Euro sono a tassi negativi), ma pensare che ciò possa durare all'infinito rendendo "appetibile" la monetizzazione della spesa pubblica pone seri rischi sulla fiducia nella stabilità della moneta. Credere, poi, che banca centrale e governo non si facciano prendere la mano è come credere a Babbo Natale. E in caso di calo di fiducia, non ci sarebbe imposizione legislativa sufficiente a contrastare una fuga da quella moneta.

Al di là di tutto, resta il fatto che creare ricchezza dal nulla non è umanamente possibile. Anche l'elicottero non risolverebbe il problema, anzi lo renderebbe ancor più grande. Per rendersene conto basta il buon senso, che pare sempre meno diffuso tra chi si occupa professionalmente di economia.


giovedì 21 aprile 2016

Scorie - Imagine

"Immaginate dunque per un attimo se i capi di governo europei convocassero un vertice per rafforzare il progetto europeo. Se producessero annunci per un'accelerazione del processo di integrazione finanziaria, per un'innovazione obbligazionaria europea con emissioni garantite dalla commissione e della Bei per duemila miliardi destinati a investimenti infrastrutturali; se annunciassero che il processo per l'unificazione fiscale è in corso e non rimandato a dopo il 2017 per paura delle elezioni in Germania, se concordassero una sospensione "formale" per 5 anni del tetto del 3% nel rapporto fra disavanzo e Pil e così via. E immaginate che l'annuncio venga direttamente dalla signora Merkel. Questo sarebbe sì un cambiamento di paradigma. E i mercati? Non potrebbero che sottoscrivere con entusiasmo. Ma per fare ciò ci vuole leadership. Che in Europa, anzi in Germania, in questo momento - Schäuble docet - manca."
(M. Platero)

Deluso dall'esito inconcludente dell'incontro primaverile dei potenti del mondo al Fondo Monetario Internazionale, Mario Platero invita il lettore a immaginare una serie di eventi che, a suo parere, farebbero uscire il mondo economico dal torpore.

Credo che il suo "cambio di paradigma", che sarebbe poi una delle tante varianti del keynesismo salvifico che viene propinato un giorno sì e l'altro pure dalle colonne del Sole24Ore e degli altri principali mezzi di informazione, potrebbe effettivamente essere accolto con favore da chi opera sui mercati finanziari, trattandosi ormai di soggetti del tutto dipendenti da dosi crescenti di stimoli (soprattutto monetari).

Credo anche, però, che l'ennesima dose da cavallo di doping non risolverebbe alcuno dei problemi delle economie mondiali. Semplicemente rimanderebbe nuovamente gli aggiustamenti necessari, rendendoli ancora più dolorosi in futuro.

Ci troviamo di fronte all'ennesima promessa di poter trasformare le pietre in pane, se solo si avesse la volontà di fare qualche passo in più verso il socialismo. Suppongo che Platero non vorrebbe sentir parlare di socialismo, ma non vedo come si potrebbe definire una integrazione finanziaria decisa a livello governativo, un massiccio piano di investimenti infrastrutturali finanziato socializzando il debito, oltre al processo di unificazione fiscale.

Il punto è che, oltre agli effetti deleteri per la libertà individuale e i diritti di proprietà che ogni socializzazione porta con sé, continua a essere propinata l'idea che il debito sia tale solo perché tale lo si considera, e che basterebbe mettersi d'accordo per far finta che non lo sia affinché non lo fosse.

La realtà, ovviamente, è ben diversa. Politicamente si può stabilire che il deficit e il debito non esistano, ma qualcuno, prima o poi, dovrà pagare il conto. Perché, checché ne dicano, non basta la volontà politica per trasformare le pietre in pane. Politicamente si può solo stabilire chi oggi mangia più pane di quanto avrebbe fatto senza l'intervento politico, ma non si tratterebbe di un pasto gratis. Qualcuno dovrebbe pagare il conto.

Questo i fautori del "cambio di paradigma" non lo dicono mai.


mercoledì 20 aprile 2016

Scorie - Atlante non ha nulla a che vedere con il mercato

"Atlante è uno strumento di mercato che permetterà di assegnare ai crediti deteriorati il loro giusto valore: è un'iniziativa positiva per rimettere ordine nel credito bancario, in particolare per i crediti deteriorati."
(G. M. Gros-Pietro)

Ho già avuto occasione di esprimere alcune considerazioni sul mantra "Atlante è uno strumento di mercato", ma credo valga la pena tornare sull'argomento.

Premesso che è alquanto strano che un'operazione "di mercato" sia condotta di concerto da soggetti pubblici (ancorché formalmente privati) come CDP e fondazioni bancarie, e che sia effettuata con la regia di governo e Banca d'Italia, anche le condizioni alle quali il fondo interverrà sugli aumenti di capitale e nell'acquisto di Npl suscitano perplessità, per usare un eufemismo.

Senza entrare troppo nei tecnicismi, il fondo nasce per evitare che alcuni aumenti di capitale di banche vadano in buona parte deserti, e anche per "sostenere" il prezzo di collocamento. Lo stesso dicasi per gli interventi sui crediti deteriorati.

In buona sostanza le principali banche, che investiranno in quote del fondo, forniranno un sostegno alle quotazioni in borsa di banche più deboli, ottenendo anche un sostegno al prezzo delle sofferenze. Le quali sono in carico a circa 40 su 100 nei bilanci delle banche, ma chi le compra è disposto a pagarle attorno a 20.

La differenza tra 20 e 40 è dovuta in parte al premio per il rischio, e in parte alla durata delle procedure di recupero dei crediti, che in Italia sono il doppio che nel resto d'Europa (7 anni contro 2-3). Tempi più lunghi comportano maggiore incertezza e anche maggiori costi, il che ovviamente induce i potenziali compratori a tenerne conto nel fare offerte di acquisto.

I compratori puntano anche sul vantaggio di avere la certezza che ci sarà un eccesso di offerta, oltre a un pressing da parte della BCE affinché le banche, soprattutto se a corto di mezzi propri, ripuliscano in fretta il portafoglio crediti.

In questo contesto, più che un'operazione di mercato, quella di Atlante è un'operazione "di sistema", in cui le banche che hanno meno problemi sostengono i prezzi, beneficiando anche della sponda di fondazioni e CDP.

Sul mercato difficilmente apparirebbe un acquirente disposto a pagare fin da subito il doppio degli altri, a maggior ragione a fronte di un'offerta abbondante. Ragionevolmente potrebbe offrire qualcosa in più dei concorrenti, ma non raddoppiare il prezzo al primo rilancio.

Quindi, a prescindere dall'esito della partita, credo dovrebbe quanto meno essere lasciato stare il mercato, che non c'entra nulla in questa faccenda.


martedì 19 aprile 2016

Scorie - Rassicurazoni non rassicuranti

"Le verifiche sull'anagrafe dei conti correnti bancari vengono fatte solo per le anomalie più vistose, ma non ci sono automatismi."
(R. Orlandi)

Il direttore dell'agenzia delle Entrate, Rossella Orlandi, ha ripetuto per l'ennesima volta che i cosiddetti contribuenti non devono temere il Grande Fratello fiscale. Nonostante banche e altri intermediari forniscano ormai al fisco saldi e movimenti di ogni rapporto intrattenuto con la loro clientela, quei dati non vengono usati, se non per "le anomalie più vistose".

Se così fosse, non si vede per quale motivo prevedere l'invio automatico e massivo di tutta quella gran mole di dati. D'altra parte, che Orlandi aggiunga "non abbiate paura", peraltro poche settimane dopo aver affermato che i contribuenti non collaborativi avrebbero visto "il lato oscuro dell'accertamento" non è per nulla rassicurante.

Ognuno la può pensare come vuole, ma se chi ha il potere e l'abitudine di mettermi le mani in tasca ha anche le chiavi di casa mia e la combinazione della cassaforte trovo la sua credibilità pari a zero se dice che verrà a farmi visita solo in caso di "anomalia".


lunedì 18 aprile 2016

Scorie - Tolta la concorrenza resterebbe la tirannia fiscale

"Se siamo in balìa degli interessi privati, è a causa della frammentazione politica dell'Europa e dell'assenza di poteri pubblici forti. La buona notizia è che uscire da quest'impasse è possibile. Se quattro Paesi - Francia, Germania, Italia e Spagna - che insieme rappresentano più del 75% del Pil e della popolazione dell'eurozona, proponessero un nuovo Trattato fondato sulla democrazia e la giustizia fiscale, con una misura forte come un'imposta comune sulle grandi società, gli altri Paesi sarebbero obbligati a seguirli – a meno di chiamarsi fuori dallo sforzo di trasparenza che l'opinione pubblica reclama da anni, esponendosi a sanzioni."
(T. Piketty)

Le rivelazioni delle liste di personaggi più o meno noti e/o potenti che hanno messo i loro denari a Panama, al riparo dal fisco dei rispettivi Paesi, hanno fornito nuova linfa ai fautori del livellamento fiscale, ovviamente verso l'alto, anche se non sempre questo è detto esplicitamente.

Quando sento o leggo nella stessa frase "democrazia" e "giustizia fiscale" non posso fare a meno di supporre che chi ne parla abbia un'idea concretamente molto più simile a una "tirannia fiscale". A maggior ragione se a farlo è un egualitarista marxiano come Thomas Piketty.

Non è un mistero che i sostenitori dell'unione fiscale europea, completamento del progetto sostanzialmente socialista di questa unione tra Stati, vorrebbero limitare il più possibile la concorrenza fiscale. Attraverso il livellamento tra le fiscalità sarebbe possibile aumentare l'utilizzo della tassazione come strumento di "giustizia", ovviamente da intendersi come la intendono i redistributori.

Non di rado, peraltro, si tratta di quelle stesse persone che, tramite la legislazione antitrust, amano imporre una loro idea di concorrenza in ambito economico. Ebbene, quando si tratta di fisco, la concorrenza (ancorché nella concezione non sempre condivisibile di questi signori) diventa una iattura.

Eppure chiunque abbia una considerazione anche minima del diritto di proprietà dovrebbe rendersi conto che ogni passo verso l'eliminazione di ciò che resta della concorrenza fiscale sarebbe un passo verso una tirannia fiscale planetaria.

A quel punto la lotta per il saccheggio delle tasche altrui alla quale è riconducibile ogni tornata elettorale incontrerebbe ancora meno ostacoli dei già pochi oggi residui. Sarebbe bene riflettere prima di gioire per l'eliminazione dei paradisi fiscali e auspicare l'avvento dell'unione fiscale.


venerdì 15 aprile 2016

Scorie - Viva i sempliciotti

"Perché allora la gente pensa che l'economia sia un bastione del libertarismo? In parte potrebbe essere dovuto all'istruzione scolastica. Molti corsi di introduzione all'economia insegnano una teoria molto semplice della domanda e dell'offerta, nella quale il libero mercato rende il mondo più efficiente. I corsi base di economia tendono a tralasciare le tematiche più difficoltose, come le esternalità, le asimmetrie informative, l'economia del benessere, che spesso giustificano l'intervento dello Stato. La roba sul libero mercato è semplice, mentre i fallimenti del mercato, ancorché spesso importanti nel mondo reale, sono più difficili da comprendere. Questo finisce per fornire ai ragazzi delle scuole superiori un modo semplicistico, divertente, ma fondamentalmente sbagliato di pensare all'economia."
(N. Smith)

Dopo aver citato alcuni studi che mettono in evidenza che spesso le persone tendono a identificare l'economia con il libero mercato e sono meno propense all'intervento dello Stato rispetto agli economisti (il riferimento è agli Stati Uniti, in Italia non so se si potrebbe affermare lo stesso, e non perché gli economisti siano più contrari all'interventismo), Noah Smith fornisce una spiegazione.

A suo parere, i principali indiziati sono i corsi di introduzione all'economia che vengono insegnati alle scuole superiori. Corsi che si limitano a introdurre i concetti di domanda, offerta e di come si incontrano nel libero mercato, tralasciando aspetti più complessi della materia, come le esternalità, le asimmetrie informative, l'economia del benessere.

In buona sostanza, quella a cui accedono gli studenti nei corsi introduttivi non è un'economia semplificata, ma un'economia da sempliciotti. Per questo la gente pensa che gli economisti tendano a essere libertari. Forzando (neppure troppo) un sillogismo, pare che per Smith un economista libertario sia un sempliciotto. Gli economisti "seri", invece, sono molto spesso favorevoli all'intervento dello Stato, anzi, lo ritengono necessario.

Quando leggo cose del genere, mi torna sempre alla mente quanto scriveva Murray Rothbard in merito al ruolo degli intellettuali nei confronti del governante di turno. E gli economisti, al giorno d'oggi, sono l'equivalente dell'intellettuale di corte dei secoli scorsi.

Ottenere un ruolo come consigliere del governo (o addirittura un ministero) è generalmente una delle massime aspirazioni degli economisti accademici. Nell'indicare al governante la necessità di un suo intervento in questa o quella materia, magari fornendo un supporto pseudo scientifico a un provvedimento politico che il governante intende porre in essere, l'economista ha molte più probabilità di essere assunto come consigliere rispetto al caso in cui sostenesse che il governo dovrebbe astenersi dall'intervenire. C'è quindi un mutuo interesse tra il governante e l'economista, ovviamente a spese di chi paga le tasse.

Lo stesso, tra l'altro, vale anche semplicemente per accedere a una cattedra nelle università statali, che in diversi Paesi sono la maggioranza.

Non si tratta, quindi, di avere da una parte dei sempliciotti e dall'altra degli scienziati, bensì di individuare dei pretesti per giustificare l'intervento dello Stato definendo fallimento di mercato ogni circostanza nella quale il mercato stesso genera un esito difforme da quello ritenuto "giusto" dal governante o dall'economista che lo consiglia.

Per Smith, comunque, c'è anche un'altra spiegazione:

"Un'altra ragione potrebbe essere il marketing. Molti di coloro che spiegano l'economia alla gente hanno un orientamento libertario… In anni recenti questa influenza libertaria è stata bilanciata da voci più orientate a sinistra… Ma la prevalenza del libertarismo inizia dal marketing, e risale ai tempi di Milton Friedman e Friedrich Hayek a metà del Ventesimo secolo, quindi servirà tempo per essere superata."

Addirittura il libertarismo sarebbe prevalente, e solo di recente avrebbe iniziato a essere contrastato da voci come quella di Krugman e DeLong. Non sto a entrare nel merito dell'indicazione di Friedman e Hayek come libertari; di certo non lo furono nell'accezione rothbardiana del termine, soprattutto il primo. Ma tutto questo predominio, perfino negli Stati Uniti (men che meno altrove), non credo sia riscontrabile. Né nei decenni scorsi, né oggi.

In ogni caso, meno male che c'è gente come Smith a far luce ai sempliciotti di questo mondo.


giovedì 14 aprile 2016

Scorie - Aiuti alle banche: quelli veri e quelli falsi

Capita molto spesso di sentire critiche furibonde nei confronti delle banche, anche quando non hanno alcunché da beneficiare dai provvedimenti governativi. Ciò finisce per rendere inattendibili le critiche stesse. Ce ne sarebbero di cose da contestare, per esempio la moltiplicazione dei depositi dovuta ai sistemi a riserva frazionaria o il fatto di beneficiare della creazione di base monetaria da parte delle banche centrali. Eppure chi, come l'Adusbef, puntualmente inveisce contro le banche e i presunti favori che esse ricevono, finisce quasi sempre con lo sbagliare il bersaglio.

Ecco un elenco di 12 provvedimenti che, secondo Adusbef, hanno aiutato le banche in questi anni.

1) Nel 2013 la fiscalità di vantaggio sulla deducibilità delle perdite, passate da 18 anni a 5, poi portato ad un anno.

Fino al 2013, le banche pagavano tasse anche sulle perdite, dato che queste erano deducibili in diciottesimi. Di fatto, quindi, le banche anticipavano tasse allo Stato. Ridurre la deducibilità prima a 5 anni, poi all'anno in cui le perdite sono realizzate, è coinciso semplicemente con una normalizzazione. La piena deducibilità nel primo esercizio delle perdite è usuale negli altri ordinamenti.

2) Garanzie sulle obbligazioni tossiche per un valore di 160 miliardi di euro.

Più che di obbligazioni tossiche, si trattò di emissioni di obbligazioni coperte da una garanzia dal Tesoro. Quelle obbligazioni furono poi utilizzate come collaterale per ottenere denaro dalla BCE. Denaro che fu in gran parte utilizzato per acquistare titoli di Stato. Questo fu in effetti un intervento a favore delle banche, praticato anche in altri Paesi europei (il che non è una attenuante, peraltro).

Il risultato fu di creare denaro dal nulla e di utilizzarlo per comprare titoli di Stato che in quel momento (era la fine del 2011), non andavano esattamente a ruba. Lo Stato evitò il default, incassò il premio per la garanzia (mediamente 1 punto percentuale annuo) e le banche riuscirono a tamponare le emorragie di liquidità e a lucrare un corposo margine di interesse tra quanto incassavano sui titoli di Stato e quanto pagavano alla BCE, oltre al costo della garanzia pubblica.

Questo fu in effetti un esempio perfetto della simbiosi viziosa tra banche e Stato.

3) La pubblica malleva sulla Cassa Depositi e Prestiti per consentire alle banche di pagare i dividendi alle Fondazioni bancarie.

Non capisco bene a cosa si riferisca Adusbef. Di fatto le fondazioni bancarie sono diventate azioniste di CDP al 20%, comprando le azioni dal Tesoro, il che ha consentito allo Stato di deconsolidare CDP dal bilancio, senza peraltro perdere il potere di indirizzo sulla stessa (vedi punto 12).

4) La rivalutazione delle quote di Banca d'Italia, da 156.000 euro a 7,5 miliardi di euro.

Che il valore della Banca d'Italia, che ha attività in bilancio per centinaia di miliardi, fosse pari a 156mila euro (importo mai rivalutato dai tempi della legge bancaria del 1936), è abbastanza ridicolo. Ciò detto, la rivalutazione fu un aiuto alle banche (che detengono le quote nella Banca d'Italia) perché ne aumentò il valore dell'attivo, consentendo di realizzare una plusvalenza una tantum e di incassare dividendi maggiori (sempre, peraltro, una minima parte di quanto incassa lo Stato dagli utili della Banca d'Italia). Lo Stato, ovviamente, tassò la plusvalenza connessa alla rivalutazione.

Quindi non fu un pasto gratis per le banche, che, a dispetto di quanto vanno blaterando signoraggisti e simili, non hanno alcun potere sull'operato della Banca d'Italia, pur essendone proprietarie. Il grosso degli utili della Banca d'Italia va al Tesoro, in parte come tasse e in parte come retrocessione di utili netti.

5) Il recepimento della direttiva BRRD (bail-in).

Questa è veramente una assurdità. Con la direttiva BRRD e il famigerato bail-in, le banche hanno molte meno probabilità di prima di essere salvate a spese della generalità dei contribuenti. Certamente a correre i rischi sono, oltre agli azionisti, i creditori delle banche. Comunque la si pensi in merito (a me pare evidente che abbia più senso che a subire le perdite in caso di dissesto di una banca sia un creditore invece che un contribuente che non ha, magari, nulla a che fare con la banca in questione), alle banche non è stato fatto nessun favore. Anzi, la risoluzione delle quattro banche avvenuta lo scorso novembre è costata alle altre banche un totale di 3.6 miliardi.

D'altra parte, esiste sempre un modo semplice per verificare se una cosa favorisce una determinata lobby: vedere come reagiscono i suoi esponenti a un provvedimento legislativo. Non mi pare che siano visti banchieri fare salti di gioia per via dell'introduzione della BRRD.

6) A novembre 2015 il decreto salva-banche che ha azzerato le obbligazioni di 130.000 famiglie.

Renzi ha denominato salva-banche quel decreto, sostenendo che era stato il governo a salvare le 4 banche sottoposte a procedura di risoluzione. In effetti il costo è stato in gran parte a carico delle altre banche, e in parte minore (ancorché indubbiamente dolorosa) a carico di azionisti e detentori di obbligazioni subordinate delle banche soggette a risoluzione. Per il resto, vedi il punto 5.

7) Il tentativo di inserire l'esproprio delle case in mancanza di 7 rate, poi portate a 18 rate.

Anche questa è una cosa allucinante. Uno dei motivi per cui le banche vanno male e sono imbottite di crediti deteriorati il cui valore è considerato basso da parte dei potenziali acquirenti è che in Italia il recupero di un credito ha una durata più che doppia rispetto al resto d'Europa. E questo non è certo colpa delle banche.

Ciò detto, non si vede per quale motivo se un mutuatario smette di pagare il mutuo si debbano aspettare 18 rate (mediamente un anno e mezzo) prima di poter escutere la garanzia, cosa che, peraltro, richiede poi dai 4 ai 7 anni.

Sul mercato obbligazionario, se un emittente non paga regolarmente una cedola o un rimborso di capitale scatta il default dopo un periodi di grazia di 30 giorni. Non un anno e mezzo.

Non dubito che ci siano persone che diventano insolventi contro la loro volontà, ma mentre è facile solidarizzare con costoro (e non dico che umanamente sia sbagliato), ci si dovrebbe ricordare anche di coloro che, magari, hanno acquistato case meno costose e fatto minore ricorso al debito, a parità di altre condizioni. A questi nessuno ha fatto favori.

Per di più, sarebbe bene tenere presente che le banche fanno prestiti prevalentemente con denaro altrui, per cui è incoerente (per non dire che è da deficienti) lamentarsi per il bail-in e al tempo stesso essere contrari a provvedimenti che consentono di velocizzare la pulizia di bilancio nelle banche, a fronte di crediti sui quali il debitore ha smesso di pagare regolarmente.

8) Lo sconto per i trasferimenti immobiliari nell'ambito di vendite giudiziarie con l'imposta di registro, ipotecaria e catastale, non più assoggettata da un'aliquota del 9%, ma nella misura fissa di 200 euro.

Questo è indirettamente un aiuto alle banche, ma lo è a maggior ragione per gli acquirenti, che pagano meno tasse. Non vanno bene neanche le riduzioni di tasse se ciò potenzialmente rivitalizza un settore moribondo e, indirettamente, favorisce anche la dismissione di immobili da parte delle banche?

9) Il prestito vitalizio ipotecario a tassi esagerati e ricapitalizzati per sottrarre agli eredi i risparmi immobiliari.

Questa mi sembra nulla più che una corbelleria. Il prestito vitalizio ipotecario, al pari di ogni altro tipo di finanziamento, nessuno è costretto a chiederlo. E le condizioni sono liberamente contrattate e sottoscritte, peraltro soggette a limiti come da legge sull'usura.

10) La Bad Bank con la garanzia statale sulle cartolarizzazioni dei crediti morosi (la Gacs), concessa alle banche ed anche agli altri intermediari finanziari, con la dotazione iniziale del Tesoro che passa da 100 a 120 milioni.

Questo in effetti potrebbe essere un aiuto, che peraltro non pare stia riscuotendo molto successo tra le banche, per via dei costi e di altri dettagli tecnici sui quali non sto qui a dilungarmi.

11) La ricapitalizzazione degli interessi, che genera 2,5 miliardi di euro l'anno a favore delle banche.

Qui si fa riferimento all'anatocismo. Secondo Adusbef (e non solo), le banche non dovrebbero mai calcolare interessi su interessi pregressi e non pagati dal cliente affidato. In sostanza, se una banca presta 100 euro al signor Rossi al tasso del 5%, dopo un anno il signor Rossi deve alla banca 105 euro. Se il signor Rossi non versa i 5 euro, secondo Adusbef la banca al secondo anno non dovrebbe calcolare gli interessi su 105, bensì sempre su 100.

Ma il fatto è che se gli interessi non sono pagati alla scadenza pattuita, è evidente che la banca sta estendendo anche a quella somma il prestito al cliente. E, si badi bene, generalmente le banche prestano soldi di altri clienti.

La norma ora prevede che le banche possano addebitare gli interessi solo previa autorizzazione del cliente, oppure trascorsi 2 mesi. Questo per Adusbef è un aiuto. Si noti che, nel caso in cui il cliente sia a credito, gli interessi sono accreditati alla loro maturazione, non con un differimento di due mesi.

12) Il Fondo Atlante.

E veniamo al Fondo Atlante, che sarebbe l'ultimo regalo alle banche, secondo Adusbef. Si tratta di un fondo al quale parteciperanno CDP, fondazioni bancarie, principali banche e altri investitori, con il duplice obiettivo di partecipare agli aumenti di capitale che verranno lanciati da alcune banche nelle prossime settimane (e per i quali non vi è la fila di sottoscrittori), oltre che per alleggerire le banche dei loro crediti deteriorati.

E' considerata operazione di mercato tra privati, ma in realtà la regia è del governo e della Banca d'Italia. Quindi la forma è privata, la sostanza non proprio, considerando il ruolo di CDP e delle fondazioni bancarie, soggetti a loro volta formalmente privati ma sostanzialmente pubblici.

Quanto a definirla operazione di mercato, come pure in tanti si affannano a ripetere, ciò è palesemente fuorviante, dato che il fondo agirà a condizioni per le quale una domanda di mercato oggi non c'è.

In conclusione, su 12 punti a me pare che solo 2 abbiano senso. Gli altri, in misura più o meno significativa, no.


mercoledì 13 aprile 2016

Scorie - Rischi nascosti, non scomparsi

"In una cornice di crescenti rischi finanziari, la Bce offre grandi quantità di liquidità alle banche tassandola se non viene impiegata alla ricerca di rischi. È probabilmente inevitabile che sia così, visto che gran parte della rischiosità scomparirebbe se le politiche di stimolo riattivassero la crescita economica. Ma se poi la vigilanza inasprisce le punizioni per chi assume i rischi, finisce per neutralizzare gli stimoli."
(C. Bastasin)

Carlo Bastasin si unisce al coro di coloro che criticano la BCE perché attua una politica monetaria molto espansiva, mentre dal lato della vigilanza impone aumenti nei requisiti di capitale e nelle svalutazioni dei crediti deteriorati.

In pratica, da un lato incentiva le banche ad aumentare l'assunzione di rischi, dall'altro pone loro vincoli all'assunzione di rischi.

Comunque la si veda, si tratta di una dose doppia di dirigismo, che risponde anche a logiche di potere e contrasti interni alla banca centrale medesima. Ciò che non ritengo condivisibile nell'argomentazione di Bastasin è l'affermazione in base alla quale "gran parte della rischiosità scomparirebbe se le politiche di stimolo riattivassero la crescita economica".

Non è così: a scomparire sarebbe la percezione di rischiosità, che lascerebbe spazio a compiacenza e all'apparenza renderebbe profittevoli attività che, in assenza di stimolo monetario/creditizio, non lo sarebbero. Ciò significa che, venendo meno lo stimolo, i nodi verrebbero al pettine.

Rendere permanenti gli stimoli non sarebbe una soluzione, dato che il loro effetto marginale è decrescente, da cui consegue che, per tenere a galla attività artificialmente profittevoli, la dose di stimoli dovrebbe essere crescente. Cosa che, peraltro, sta avvenendo da anni, senza che vi sia stata una ripresa economica reale.

E non è che con lo slogan "more of the same" si risolverebbe il problema: semplicemente si andrebbe verso una forma esasperata di monetizzazione dei debiti che porterebbe prima o poi alla perdita di fiducia verso la moneta (in questo caso, l'euro).

Quello che i fautori degli stimoli a ripetizione non fanno mai è rispondere a una domanda molto semplice: se davvero bastasse stampare soldi e spenderli in qualsiasi modo, perché non viviamo tutti quanti stabilmente nella cuccagna?


martedì 12 aprile 2016

Scorie - Omogeneizzazioni europeiste

"Questo rischio non può essere prevenuto e scongiurato con ipotesi minimaliste ma con iniziative progettuali di ampio respiro che accrescono le speranze di grandi cambiamenti positivi possibili per tutti. Ciò può essere realizzato rilanciando al più presto l'unione economica e monetaria, aprendo subito un cantiere finalizzato a tale scopo in cui i leaders intellettuali più illuminati progettano nuovi percorsi, nuove prospettive e nuove modalità di risanamento non convenzionali, da realizzare attraverso un processo di omogeneizzazione virtuoso delle modalità di funzionamento degli Stati membri dell'unione in tutti i loro rami vitali (burocrazia, giustizia civile e penale, mercato del lavoro, sistemi pensionistici, concorrenza, lotta all'evasione e alla corruzione, contrasto della povertà, sistemi di istruzione, immigrazione). L'impulso di fiducia e di speranza che ne deriverebbe sarebbe già di per se stesso un propellente considerevole per rinsaldare l'unione europea rendendola più attraente e meno esposta ai divorzi."
(G. M. Pignataro)

Il rischio a cui si riferisce Giuseppe Maria Pignataro è quello che si arrivi a uno shock che determini il contagio dei Paesi europei "virtuosi" da parte dei Paesi periferici in crisi.

Pignataro ritiene che la contrapposizione tra rigoristi alla tedesca e flessibilisti all'italiana non porti a nulla di buono e che sia necessario procedere a una maggiore integrazione senza soluzioni "minimaliste".

Da anni gli europeisti italiani, quelli che ogni volta che qualcosa non va bene credono che la soluzione consista in "più Europa", si lamentano del fatto che a prevalere è sempre la linea tedesca. Ma se c'è una cosa che dovrebbe essere chiara è che la richiesta di mutualizzare i rischi o, peggio ancora, i debiti, non verrà accettata da chi, con ogni probabilità, si troverebbe costantemente a sostenere più oneri che onori.

Tacciare costoro di "egoismo" mi sembra puerile. Eppure è, in ultima analisi, l'unico argomento degli europeisti italici. I quali insistono nel sostenere che chi non vuole mutualizzare i rischi e i debiti non si renda neppure conto che trarrebbe vantaggi da "più Europa".

Ben inteso, nessuno, ancorché dichiari il contrario, va a Bruxelles per fare gli interessi degli altri Paesi. Personalmente ritengo addirittura che nessun governante faccia alcunché per interessi diversi dai propri, che solitamente coincidono con il mantenimento del potere. Quindi non mi stupisce che Merkel e Shauble abbiano approfittato della solidarietà europea quando si è trattato di mettere al sicuro le banche tedesche notevolmente esposte in Grecia.

Né mi stupisce che siano disposti a procedere verso una maggiore integrazione a patto di rafforzare, di fatto, la loro presa sull'Eurozona. In sostanza, se si vogliono mutualizzare rischi e debiti, chi assume più rischi di quelli correnti vuole assumere anche più potere.

Di questo gli europeisti italiani dovrebbero essere coscienti. D'altra parte, se davvero ritengono che i tedeschi non sappiano neppure fare i propri interessi quando si oppongono a mutualizzare rischi e debiti, non capisco perché si incaponiscano a volere una maggiore integrazione con costoro. Se fossero coerenti dovrebbero dire: "non volete il nuovo Eden comunitario? Allora ognuno per conto proprio". Il fatto che si guardino bene dal fare un'affermazione del genere rende a mio parere più che comprensibile lo scetticismo teutonico. E il paradosso è che l'Italia è da decenni contribuente netto della Ue.

Quanto al fatto che un "processo di omogeneizzazione virtuoso" porterebbe fiducia e speranza, ciò è tutto da dimostrare. Finora la pretesa di imporre le omogeneizzazioni dall'alto ha prodotto un aumento dell'euroscetticismo, del quale non credo vi sia da stupirsi. Per quale motivo imporre altre omogeneizzazioni dall'alto dovrebbe migliorare le cose?


lunedì 11 aprile 2016

Scorie - Privati nella forma, pubblici nella sostanza

"La Cdp non è un soggetto del governo, consolidato nel bilancio dello Stato, bensì un organismo con decine di azionisti privati."
(A. Patuelli)

Personalmente ritengo che molto spesso le cose non funzionino anche per via della tendenza a far prevalere la forma sulla sostanza. Si tratta di una tendenza molto accentuata in chi si appella al "legalese" e ai burocrati in genere.

La Cassa Depositi e Prestiti ha per decenni utilizzato il risparmio postale per fare prestiti agli enti locali. Negli ultimi anni è iniziata una sua trasformazione che la sta progressivamente portando a essere un veicolo utilizzato dal governo per fare interventismo (in stile IRI) senza che ciò abbia riflessi sui conti pubblici.

Il passaggio fondamentale per ottenere questo risultato (che, peraltro, accomuna l'Italia agi altri principali partner europei, a cominciare da Francia e Germania) è stato cedere il 20 per cento della Cassa  Depositi e Prestiti, in modo tale da non risultare consolidata nel bilancio dello Stato.

In pratica, prima il Tesoro era azionista unico di CDP; per deconsolidarla dal bilancio dello Stato, il 20 per cento è stato ceduto a una pluralità di fondazioni bancarie. Le stesse fondazioni bancarie sono soggetti formalmente di diritto privato, ma nella sostanza sono per lo più dominate dalla politica locale.

In pratica, la CDP è formalmente privata, ma agisce in base all'indirizzo del Tesoro (che nomina i vertici) e ha come soci "privati" dei soggetti per lo più controllati o pesantemente influenzati dalla politica.

Quindi Antonio Patuelli, presidente dell'ABI, può anche considerare "di mercato" l'ipotesi di interventi della CDP a favore delle banche, ma ciò è vero solo nella forma, non nella sostanza.


venerdì 8 aprile 2016

Scorie - Non ci sono pasti gratis e non è una questione di ideologia

"In una economia debole, inoltre, le banche hanno poche possibilità di scaricare i loro costi attraverso tassi più elevati. In Europa, dove la sperimentazione dei tassi di interesse negativi è la più avanzata, la sofferenza delle banche è chiaramente visibile. La soluzione è semplice. Si tratta di risolvere il problema della domanda insufficiente, non mediante il tentativo di allentare ulteriormente le condizioni monetarie, ma aumentando la spesa pubblica. I governi dovrebbero contrarre prestiti per investire in ricerca, istruzione e infrastrutture. Attualmente, tali investimenti costano poco, visti i bassi tassi di interesse. Investimenti pubblici produttivi potrebbero migliorare anche il rendimento di quelli privati, incoraggiando le imprese ad intraprendere ulteriori progetti."
(B. Eichengreen)

La soluzione è semplice, dice Barry Eichengreen. Ed è effettivamente semplice aumentare la spesa pubblica finanziata in deficit, soprattutto quando una banca centrale crea base monetaria e mantiene compressi i tassi di interesse.

Perché non approfittare dei tassi di interesse bassi per fare investimenti in ricerca, istruzione e infrastrutture? Sono investimenti che si pagherebbero da sé, prosegue la narrazione di Eichengreen, identica a quella di tutti i keynesiani di questo mondo.

Perché, dunque, non si fa quello che, in modo semplice, rilancerebbe le economie? Secondo Eichengreen il problema sono la mentalità ordoliberalista dei tedeschi e l'ostilità agli interventi del governo federale da parte dei repubblicani statunitensi, soprattutto quelli degli Stati del sud.

Si tratterebbe, quindi, di un pregiudizio ideologico. Ovviamente l'approccio retorico di Eichengreen sottintende che chi vede nella spesa pubblica in deficit la soluzione dei problemi sia del tutto scevro da condizionamenti ideologici.

Ognuno può pensarla come vuole, ma se l'argomento più convincente che si ritiene di avere è tacciare chi la pensa diversamente di avere pregiudizi ideologici, secondo me non si è molto credibili.

La spesa pubblica in deficit non è un esperimento mai tentato nella storia. Al contrario, è regolarmente praticata, dove più, dove meno, dai governi di tutto il mondo. E il fatto che il debito pubblico sia aumentato ovunque nel corso dei decenni dovrebbe far sorgere qualche dubbio a chi propone allegramente di fare altra spesa in deficit.

Si può anche stare a disquisire sulla qualità della spesa pubblica, ma il dato empirico più chiaro è che aumentare la spesa è facile (in questo Eichengreen è perfino lapalissiano), mentre è estremamente difficile che chi governa sia un deciso tagliatore di spesa pubblica.

E questo ha una spiegazione talmente logica da apparire evidente: l'obiettivo di chi governa è mantenere il consenso elettorale, e siccome la spesa pubblica beneficia delle persone in modo più netto di quanto siano individuabili i sacrifici di chi deve pagare il conto, l'incentivo del governante a tagliare la spesa è inesistente. Magari ne parla, ma difficilmente passa ai fatti, se non in rare eccezioni (subendo, peraltro, le critiche dei keynesiani).

Ciò vale a maggior ragione nella fase in cui la spesa è finanziata in deficit e non aumentando contemporaneamente le tasse. Il conto, in questo caso, è posto a carico di chi le tasse le pagherà in un futuro più o meno distante. Perché una cosa è certa: nessun pasto è gratis, per cui qualcuno il conto, prima o poi, lo deve pagare.

Chi parla di "spazio fiscale" per incrementare la spesa in deficit conta sul fatto che, essendo oggi i tassi di interesse particolarmente bassi, basti poca inflazione (soprattutto se paragonata con quella degli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso) per erodere anche significativamente il peso del debito. In tal caso il conto sarebbe in gran parte a carico di chi finanzia il deficit acquistando titoli del debito pubblico.

Ma si tratterebbe pur sempre di una forma di tassazione. Chi vi si oppone, semplicemente ritiene che la soluzione dei problemi economici non consista nel prendere a prestito dal futuro la crescita del Pil scaricando l'onere su chi verrà o su chi finanzia il debito.

E se questa per Eichengreen è una posizione ideologica, altrettanto si potrebbe dire di chi ritiene corretto fare debito scaricandolo sulle generazioni future o erodendone il peso reale mediante inflazione. Con una differenza significativa: in un caso la posizione non nuoce al diritto di proprietà di alcuno, nell'altro sì, senza neppure risolvere i problemi.


mercoledì 6 aprile 2016

Scorie - Panama Papers

Oggi voglio esprimere alcune considerazioni su quanto va emergendo sotto la definizione di "scandalo Panama Papers". Contrariamente al solito non commento dichiarazioni più o meno ridicole o discutibili, perché sarebbero troppe.

La cosa che ritengo più interessante è che persone che hanno ruoli di un certo potere (eufemismo) sulle tasche altrui, mediante tassazione e non solo, persone che, magari, inveiscono pubblicamente contro l'evasione fiscale, perseguono e sanzionano chi la pratica, hanno poi trovato rifugio a Panama per patrimoni personali o familiari più o meno consistenti e spesso non giustificabili in base al reddito, pure non esiguo, che deriva loro dalle tasse altrui.

Ecco, questa categoria di persone a me pare la più insopportabile, perché sommamente ipocrita. Se dovessi fare una classifica (ovviamente soggettiva) di insopportabilità, sul podio andrebbero queste categorie di persone.

Al primo posto, politici con responsabilità di governo che tassano i propri contribuenti (sudditi?) e mettono al sicuro denari, accumulati non si sa come, a Panama o in altri paradisi fiscali.

Al secondo posto, politici senza responsabilità di governo che pubblicamente inveiscono contro l'evasione fiscale, ma poi sono ben lieti di portare i loro denari a Panama o in altri paradisi fiscali.

Al terzo posto, tutti coloro che, pur non avendo responsabilità di governo, trovano conveniente inveire pubblicamente contro l'evasione fiscale, salvo poi accasare i loro denari a Panama o in altri paradisi fiscali.

Posso capire quelli che praticano l'evasione fiscale negando di farlo per motivi di autodifesa e per evitare di essere perseguiti dal fisco.

Infine, considero veri e propri eroi quella ristretta categoria di persone che dichiarano apertamente la loro ostilità al fisco, che dallo Stato non vogliono niente e allo Stato niente vogliono dare, e utilizzano l'evasione fiscale come strumento di legittima difesa del loro diritto di proprietà.


martedì 5 aprile 2016

Scorie - Attenti a chi frequenta le scuole dei vostri figli

Franco Fichera gira per le scuole elementari italiane per raccontare ai bambini che le tasse sono belle. Me ne occupai già parecchio tempo fa, ma credo valga la pena fare qualche ulteriore considerazione.

Innanzitutto, il gioco che utilizza per spiegare la bellezza delle tasse consiste nel distribuire in misure diseguali delle monete di cioccolata ai bambini, scegliendone poi alcuni ai quali affidare le funzioni di governo per stabilire come impostare il prelievo fiscale.

C'è una prima distorsione evidente: nessuno di quei bambini ha dovuto fare alcuno sforzo per ottenere le monete, tante o poche che siano. Né quello sforzo lo ha dovuto fare, nel gioco, chi ha loro trasmesso quelle monete (si tratti di una eredità o di una donazione).

Suppongo che la predisposizione verso la tassazione di quei bambini cambierebbe notevolmente se le monete fossero ottenute, per esempio, mediante prove nelle quali ognuno dovesse dimostrare delle abilità.

Ciò detto, rispondendo a un bambino che gli chiedeva se a lui le tasse piacciono, Fichera ha usato argomenti ancora più discutibili. Dapprima facendo leva sui buoni sentimenti:

"Ti rispondo partendo da un'esperienza personale. Il figlio di un mio caro amico ha una grave malattia e deve andare spesso in ospedale: un giorno sì e un giorno no, per complessi trattamenti e cure. Molte volte insorgono complicazioni. La speranza è che possa avere un trapianto, ma intanto con queste cure può vivere! Certo, non come gli altri. Non può avere un lavoro per tutta la giornata e tutti i giorni, come è normale. E perciò non può guadagnare quanto gli serve. E tuttavia c'è una legge che prevede dei concorsi per trovare un lavoro che sono riservati a chi ha gravi invalidità e lui ha vinto il concorso e ora lavora come tutti gli altri, ma con tempi e modalità particolari, adatti alla sua situazione. Inoltre, il Comune dove risiede riserva a chi è portatore di invalidità alcuni appartamenti in affitto a costo basso e lui, attraverso un concorso, ne ha avuto assegnato uno. Infine, nel periodo in cui non lavorava, riceveva una pensione di invalidità.
Come puoi immaginare, è aiutato dalla famiglia, naturalmente. Ma diciamo la verità: non basta, occorrono ospedali attrezzati, occorrono medici e infermieri ogni giorno a disposizione per assicurare tutte le cure necessarie e poi per gli interventi più urgenti.
Tutto questo costa, e molto, e senza le tasse pagate dai cittadini e senza che una parte delle tasse sia destinata alla sanità e sia spesa bene, questo sarebbe impossibile."

In pratica, senza lo Stato e le tasse sarebbe impossibile curare le persone. Si tratta di un argomento (ab)usato da parte dei fautori della bellezza delle tasse, che indubbiamente fa presa, a maggior ragione sui bambini, ma che distorce la realtà.

In primo luogo, perché non c'è nulla di impossibile: la medicina e la sanità non esistono perché le ha inventate lo Stato. E possono certamente esserci strutture sanitarie non statali. Quanto al costo, e alla copertura dei rischi, esistono le assicurazioni, anche in forma di mutue. Ed esistono anche le organizzazioni benefiche.

Cercare di spacciare lo Stato come se fosse un'organizzazione benefica che cura i malati gravi, giustificando così le tasse, è più che discutibile, a mio parere. L'argomento è basato sul presupposto che, senza lo Stato a imporla mediante le tasse, non ci sarebbe solidarietà. Il che è smentito dalla storia e dalla cronaca, dato che anche in Paesi tartassati come l'Italia la solidarietà spontanea è molto diffusa. E senza le tasse non vi è motivo di ritenere che non potrebbe esserlo molto di più.

Prosegue Fichera:

"Mi domando, quante vite sono salvate ogni giorno negli ospedali? Quanti bambini vanno a scuola ogni giorno? Quanti ragazzi vanno all'Università ogni giorno? Quanti incendi vengono spenti dai vigili del fuoco ogni giorno? Quante strade vengono pulite, illuminate, controllate ogni giorno? Quanti immigrati che fuggono da guerre o dalla fame vengono salvati dalla Marina Militare? E si potrebbe continuare. Mi meraviglio anch'io di quant'è lungo l'elenco che si potrebbe fare. E bada che non si tratta di casi eccezionali, si tratta della vita di ciascuno di noi,ogni giorno."

Pare che non ci sia attività umana che non sia fattibile solo grazie allo Stato e alle tasse. Se questo è il modo di ragionare, allora Fichera avrebbe potuto aggiungere automobili, panettoni, servizi elettrici e telefonici, emittenti radiotelevisive e tanto altro ancora. Non a caso ho citato tutte cose che lo Stato ha fatto e in parte ancora fa finanziandosi con la tassazione.

In molti casi, all'epoca in cui tali attività erano monopolio statale c'era chi sosteneva che sarebbe stato impossibile lasciare che fossero dei soggetti privati a fare quelle cose, se non andando incontro a sciagure. Ovviamente non c'è stata alcuna sciagura. Anzi.

Bontà sua, Fichera ammette che qualche problema esiste:

"Certo, lo so, le tasse possono essere troppe e male distribuite, anche ingiuste; i governi possono essere corrotti e "rubare", oppure essere inefficienti e non spendere bene le tasse. E fa veramente rabbia perché le tasse sono un sacrificio per i cittadini, le pagano di tasca propria e le sottraggono a spese utili e necessarie per sé e la propria famiglia.
Ma questo dipende dal governo, non dalle tasse!
Se "buttiamo a mare" i governi incapaci, corrotti e inefficienti o che riteniamo che siano incapaci, corrotti e inefficienti, facciamo bene."

Contrariamente a Fichera, io credo che non dipenda dal governo. Certamente possono esserci governi più o meno rapaci, incapaci o corrotti, ma le tasse sono "ingiuste" per loro natura, essendo pagate sotto la minaccia di sanzioni. Di fatto, sono estorte a coloro che le pagano. Che quei soldi, poi, siano spesi bene o male, è un fatto secondario e anche frutto di valutazioni soggettive.

Fichera, ovviamente, non la pensa come me:

"Ma se, sbagliando obiettivo, "buttiamo a mare" le tasse, o non paghiamo le tasse, siamo evasori, ci diamo la zappa sui piedi, ci facciamo male da soli. Non sapremmo più come assicurarci ospedali, scuole, università, sicurezza e così via.
Si può obiettare che ognuno può "fare da sé". Ma chi può fare da sé? Solo i ricchi, forse. E gli altri? E poi non per tutte le cose appena elencate: per alcune non possono farlo, per altre non "devono" farlo: solo la polizia può arrestare, solo i giudici possono giudicare."

Sulla prima parte di queste affermazioni ho già esposto il mio punto di vista. Anche il fatto le funzioni di polizia e giudiziarie debbano essere un monopolio statale è discutibile. SI tratta di servizi che potrebbero essere svolti in concorrenza da agenzie non statali. E questo, tra l'altro, è quello che avviene già nei rapporti tra Stati. E' abbastanza incoerente che gli statalisti ritengano indispensabile il monopolio statale di quelle funzioni, ma ammettano poi che possano esserci più Stati in concorrenza tra loro.

Dulcis in fundo (se così si vuol dire):

"Una volta, alla fine del mio «Gioco delle tasse» con un'altra classe come la tua, una giornalista ha chiesto a una bambina il significato del gioco a cui aveva appena partecipato. Lei ha detto: «Se non ci fossero le tasse non ci sarebbe la mia città». Ecco, alla tua domanda se mi piacciono le tasse, risponderei: Sì! Mi piacciono perché non saprei come fare senza «la mia città»."

Addirittura non ci sarebbero le città! Vi rendete conto del lavaggio del cervello che fanno a bambini in età scolare?


lunedì 4 aprile 2016

Scorie - Gli standard non si impongono dall'alto

Quando Noah Smith si occupa di economia monetaria, difficilmente delude le mie aspettative di fornirmi materiale da commentare. Occupandosi di bitcoin, torna (lo aveva già fatto altre volte) a sostenere che bitcoin potrà diventare una moneta se diventerà meno volatile.

Il ragionamento di Smith è prevalentemente basato su considerazioni di tipo finanziario, e in alcuni punti si potrebbe anche accettarne l'impostazione; peccato che il contenuto sia, a mio parere, errato. E' Smith, però, che sostiene che a sbagliare è chi vorrebbe una moneta aurea.

"L'errore consiste nell'assumere che il valore di lungo periodo sia ciò che determina una buona moneta. La verità è quasi l'opposto. La maggior parte delle persone – incluse persone che lavorano nel campo della tecnologia, molte delle quali sono fans del bitcoin – non hanno avuto molto a che fare con l'economia monetaria. Molti di essi tendono ad assumere che per avere valore una moneta debba essere coperta da una qualche merce di valore – per esempio l'oro. Senza tale copertura, in base alla teoria popolare, la moneta è intrinsecamente priva di valore – solo pezzi di carta."

Ora, che il concetto di "valore intrinseco" sia fuorviante sono il primo a sostenerlo. Sarebbe più corretto parlare di valore corrente di mercato, perché il valore è fondamentalmente soggettivo, e quanto più un bene è scambiato, tanto più è determinabile un valore oggettivo di mercato. Ma non c'è nulla di intrinseco nel valore di un bene: esso dipende sempre dalle valutazioni di chi lo scambia.

Smith aggiunge:

"Ma a differenza di oro, azioni o case, il valore della moneta non dipende dal suo valore intrinseco, ma da qualcos'altro, la liquidità… Ciò significa che una moneta che non sia coperta da un'attività reale può essere perfettamente buona. Basta che la gente le attribuisca lo stesso valore per la quale la si è ottenuta."

Per liquidità, Smith fa riferimento alla possibilità di usare quella moneta per pagare qualsiasi cosa in qualsiasi momento. Essendo questa la funzione primaria della moneta, credo si possa accettare il punto. Per inciso, è anche in virtù di questa caratteristica che determinate merci, per esempio l'oro, sono diventate moneta in un processo che potrebbe essere definito come ordine spontaneo.

Smith ammette che la liquidità non è tutto.

"Gli scettici noteranno che anche se la liquidità è la fonte primaria di valore della moneta, non è l'unica. E' anche necessario che la moneta mantenga un valore stabile nel breve termine… Quindi se la moneta deve essere una buona riserva di valore a breve termine, deve avere una bassa volatilità. Questa è la principale ragione per cui l'inflazione è un male… E' per questo che le banche centrali cercano di mantenere credibilità nella lotta all'inflazione."

Ho riportato solo i passaggi fondamentali, ma in sintesi il ragionamento di Smith è questo: affinché un bene possa fungere da moneta è necessario che il suo valore sia stabile a breve termine, quindi non deve essere molto volatile. Smith individua nelle variazioni di potere d'acquisto misurato da un indice dei prezzi al consumo (che, conformemente alla definizione mainstream, identifica come inflazione) la maggiore o minore volatilità di una moneta. Per questo, a suo dire, le banche centrali cercano di essere credibili nella lotta all'inflazione (sic!).

E siccome l'inflazione è bassa e stabile, il che rende poco volatile il valore della moneta, in finanza il contraltare di una bassa volatilità ci si attende sia un basso rendimento. Di qui la perdita costante, anche se in misura contenuta, di potere d'acquisto della moneta. Che rimane piuttosto stabile a breve termine, ma perde valore a lungo termine.

Evidentemente qui si cerca di giustificare l'approccio mainstream che vede di buon occhio una costante, ancorché senza scossoni, erosione del potere d'acquisto della moneta, che porta con sé l'erosione del valore reale del debito. Ma non intendo dilungarmi su questo punto.

Piuttosto mi concentrerei sulla conclusione di Smith, che ritiene che bitcoin possa diventare moneta qualora diventi poco volatile. Ora, che possano esserci monete che non sono coperte da metalli preziosi o altri beni è perfettamente possibile, e in effetti ciò è coerente con il fatto che il valore di un bene dipende dalle valutazioni che ne fa chi lo possiede e lo scambia.

Il fatto che bitcoin sia considerato un'alternativa alle monete fiat dipende dalla sua non riproducibilità, se non in quantità limitata e mediante un procedimento oneroso. Checché ne dica Smith, le attuali monete fiat sono state imposte introducendo per esse il valore legale e proibendo l'uso di monete alternative. Ovviamente col passare dei decenni le monete fiat hanno finito per essere "metabolizzate" e ciò contribuisce, nonostante le manipolazioni dovute alla politica monetaria, a far sì che siano date per scontate dalla gran parte di chi le utilizza.

Ma questo non significa che il potere d'acquisto di una moneta debba necessariamente essere decrescente nel lungo periodo. Al pari di qualsiasi altro bene, il suo valore di mercato dovrebbe essere determinato solo da domanda e offerta. Soprattutto, non si deve dare per scontato che la moneta debba essere emessa e gestita in monopolio dalle banche centrali.

Si lasci che sia un ordine spontaneo a stabilire cosa è moneta. Se lo sarà il bitcoin o qualche altro bene lo si lasci decidere a chi scambia beni e servizi nel mondo. E' così che nascono gli "standard".


venerdì 1 aprile 2016

Scorie - Keynes non è tra i migranti, è con noi da un pezzo ed è perfettamente integrato

"Il senso di sfiducia e di paura del futuro, che rischia di essere oggi il vero sentimento comune degli europei, ha nella gestione del tema dei migranti e dei profughi il suo punto più delicato ed evidente. Oportet ut scandala eveniant, (è cosa buona che avvengano gli scandali) ci insegna il detto biblico. E biblica è la diaspora dei milioni di disperati; un fatto non reversibile e che resterà per l'Europa uno "scandalo" con cui misurarsi. E con cui misurare il proprio egoismo, la propria ottusità. Perché proprio per la gestione dei migranti sarebbe naturale immaginare emissioni di eurobond per finanziare solidarietà, ma anche sviluppo e integrazione e addirittura un embrione di Difesa comune europea. L'impatto sulla domanda e sull'economia in generale ci sarebbe, eccome. Tanto che a volte vien da pensare che in coda, tra quei dignitosi disperati, ai confini del Sud Europa, ci sia anche il fantasma di John Maynard Keynes. Basta solo avere l'umiltà di volerlo vedere."
(A. Orioli)

Nel (folto) gruppo di chi paventa l'arrivo dello "spettro della deflazione" c'è anche il vice direttore del Sole 24 Ore, il quale, dopo aver invocato il solito bazooka di Mario Draghi (ossia ulteriore creazione di base monetaria), auspica un rilancio della domanda aumentando la spesa pubblica da destinare all'accoglienza dei migranti.

Il tutto sarebbe finanziato con emissioni di eurobond per "finanziare la solidarietà". Volendo pensare male si potrebbe supporre che dei migranti non interessi un granché, mentre l'obiettivo è gonfiare in qualche misura il Pil e allontanare il famigerato "spettro della deflazione".

Ma, anche tenendo lontani i pensieri maliziosi, credo sia opportuno ricordare queste parole di Murray Rothbard: "è facile essere compassionevoli se gli altri sono obbligati a pagarne il costo".

Chi invoca l'emissione di eurobond e inveisce contro gli egoismi tacciando chi nutre perplessità di essere ottuso, omette di specificare che gli eurobond non sarebbero un pasto gratis. Suppongo che mi si potrebbe ribattere che i tassi di interesse sono talmente bassi che, nei fatti, il pasto sarebbe gratis.

In realtà il pasto sarebbe gratis per i beneficiari di quelle spese, ma non lo sarebbe per gli altri, ossia coloro che quelle spese, anche a tassi bassi, dovrebbero finanziare con il pagamento di tasse. E poco importa che il conto non si presenti subito, ma fra qualche anno o decennio.

D'altra parte, se la soluzione fosse spendere soldi, non solo l'uscita dalla crisi sarebbe semplice, ma neppure si verificherebbero delle crisi. Tutti coloro che invocano queste misure si soffermano su ciò che accade oggi e si vede, ignorando ciò che non si vede e che accadrà domani.

Non è necessario guardare nelle file dei migranti alle frontiere di ingresso in Europa per vedere il fantasma di Keynes; è sufficiente guardare nei principali think tank e organizzazioni multilaterali (da OCSE a FMI, per fare solo un paio di esempi).

Men che meno serve umiltà per volerlo vedere. Per quello basta essere miopi.