lunedì 29 febbraio 2016

Scorie - La povertà non si compbatte con il welfare state

"Anche se i cattivi comportamenti peggiorano l'essere poveri, è in primo luogo la povertà stessa a causare cattivi comportamenti. Dando denaro ai poveri potremmo spezzare questo circolo vizioso."
(N. Smith)

Prendendo sputo da alcuni studi che, a detta di chi li ha realizzati, dimostrerebbero che dando soldi a famiglie povere si ottiene il miglioramento del comportamento dei loro membri e le prospettive dei figli, Noah Smith giunge alla conclusione che il welfare state dovrebbe essere irrobustito. Si avrebbero due risultati: meno crimine e più sviluppo.

Ora, che dando più soldi alle famiglie povere migliorino le condizioni dei loro figli e si riduca il crimine potrebbe anche essere vero, ma va tenuto presente che il campione sul quale si è basato lo studio è necessariamente ridotto. D'altra parte, non vi è alcun elemento oggettivo per stabilire ex ante che quei soldi verrebbero spesi per l'istruzione dei figli invece che, per esempio, in alcolici.

Ciò che ex ante è certamente possibile affermare, però, è che ogni trasferimento monetario nell'ambito del welfare state è necessariamente redistributivo. E ovviamente tanto maggiori sono i trasferimento monetari, quanto maggiore è la redistribuzione. Altrettanto ovvio è che all'aumentare dell'importo dei trasferimenti, diminuiscono gli incentivi a produrre reddito mediante scambi volontari sia per i riceventi, sia per coloro dai quali le somme sono prelevate.

Mi sembra anche di poter affermare che, al di là dell'aura di scientificità che si cerca di dare a questi studi, si finisce per arrivare a conclusioni che i socialisti sostengono da un paio di secoli. Peccato che tutti gli esperimenti socialisti non abbiano dato i risultati promessi dai fautori di tali esperimenti. Soprattutto, la povertà non è stata eliminata, semplicemente è stata estesa e, con essa, è stata estesa la compressione della proprietà privata.

Spesso chi sostiene che la soluzione consista nella redistribuzione afferma che il mercato non è in grado di risolvere il problema e che, anzi, produce un aumento delle disuguaglianze. Posto che il compito del mercato non è produrre uguaglianza, bensì generare scambi volontari da parte di una pluralità di soggetti, credo sia opportuno evidenziare che i principali nemici del mercato sono coloro che spesso sono considerati fautori del mercato stesso.

Chi invoca un giorno sì e l'altro pure delle barriere all'ingresso di nuovi concorrenti, limiti alla libera fluttuazione dei prezzi e altri provvedimenti del genere, per di più ipocritamente sostenendo di farlo per il bene dei consumatori, non fa altro che chiedere che siano tolte opportunità a una moltitudine di persone per uscire dalla povertà. Ovviamente lo Stato è ben lieto di soddisfare i desideri di chi chiede una limitazione del mercato, perché ciò genera consenso e, al tempo stesso, scredita il mercato.

Invece di distorcere il funzionamento del mercato per poi redistribuire, sarebbe meglio rimuovere le barriere legali che impediscono il pieno funzionamento del mercato evitando anche di redistribuire. Ma il fatto stesso che mettere barriere e redistribuire accresca il potere dello Stato dovrebbe rendere evidente che non verrà dallo Stato un'inversione di marcia. Per la felicità del redistributore Smith.


venerdì 26 febbraio 2016

Scorie - Bulimia legislativa

"La società-benefit è uno strumento all'avanguardia, finalizzato a orientare lo sviluppo economico nella prospettiva della sostenibilità ambientale e sociale."
(M. Del Barba)

Mauro Del Barba, senatore del PD, ha promosso l'introduzione in Italia della società benefit, scimmiottando quanto di peggio si poteva importare dagli Stati Uniti, dove le Benefit Corporation sono state introdotte 5 anni fa.

Come è noto, esistevano già accanto alle società con scopo di lucro, le società non profit, che a fronte di un (dichiarato) perseguimento di finalità "sociali" godono di benefici fiscali. Le società benefit sono una sorta di via di mezzo, dato che perseguono lo scopo di lucro, ma al tempo stesso si dotano di vincoli statutari di perseguimento di determinati scopi "sociali". A fronte dei quali hanno particolari vincoli di rendicontazione, ma nessun beneficio, se non reputazionale.

Credo che aver voluto legiferare su questa materia rappresenti un chiaro esempio di come l'attività legislativa sia spesso nulla più di uno spreco di risorse dei cosiddetti contribuenti. Anche senza una legge ad hoc, nulla vietava a una qualsiasi società di stabilire statutariamente il perseguimento di determinate finalità definibili "sociali", né di fornire una informativa supplementare per rendere nota la propria attività.

Eppure, in omaggio al principio in base al quale "ci vorrebbe una legge" per regolare ogni cosa, ecco la codificazione delle società benefit.

Un sicuro benefit per avvocati e consulenti, e probabilmente per il senatore Del Barba, che ha vissuto i suoi cinque minuti di notorietà. Per tutti gli altri, l'ennesima manifestazione della (non solo italica) bulimia legislativa.


giovedì 25 febbraio 2016

Scorie - Spending review (2/2)

"L'Italia ha avuto nel 2012 una crescita negativa del 2,3%, con Letta ha avuto il -1,9%, ora siamo allo 0,8%. E' poco ma perché per decisione europea è stata ridotta di moltissimo la spesa pubblica di 25 miliardi di euro. Dovendo fare la spending review è chiaro che abbiamo meno soldi degli altri da spendere e la crescita è più bassa degli altri. Speriamo che entro l'anno possiamo tornare alla media europea."
(M. Renzi)

Questa dichiarazione del presidente del Consiglio a me pare allucinante, ancorché non mi stupisca più nulla di ciò che esce dalla sua bocca. Con ogni probabilità conta sulla mancanza di memoria dei suoi interlocutori.

Va premesso che, in base alla prima stima fornita dall'Istat, il Pil italiano nel 2015 è cresciuto dello 0,7% (0,6 se si considera il dato destagionalizzato) e non dello 0,8% come continua a sostenere Renzi. Per di più diversi fattori indipendenti dal governo (politica monetaria, andamento dei cambi, prezzi delle materie prime) si sono rivelati più favorevoli all'andamento di breve periodo del Pil rispetto a come andavano le cose con i suoi predecessori.

Ciò detto, quando questo signore si prese palazzo Chigi, due anni fa, esordì con le famigerate slides, tra le quali vi erano quelle in cui parlava di rafforzare la spending review, andando addirittura oltre gli obiettivi indicati dall'allora commissario Carlo Cottarelli.

Come è finita è storia nota: quando Cottarelli ha presentato a Renzi il suo rapporto, questo è finito nel dimenticatoio, mentre il suo autore è stato sollecitato a fare ritorno al Fondo Monetario Internazionale, a Washington.

La stessa storia della spending review da 25 miliardi in due anni, della quale mi sono già occupato, lascia parecchie perplessità, soprattutto perché la spesa, in effetti, non cala. Lo stesso Gutgeld, attuale commissario alla spending review e renziano doc, ha recentemente affermato che il governo ha "ridotto la spesa per i servizi generali di circa 4,5 miliardi, investendo 3 miliardi nella scuola, oltre un miliardo nell'ordine pubblico e nella sicurezza, e un miliardo nella sanità".

Quindi, se si tratta di rassicurare gli elettori consumatori di tasse si afferma che la spesa pubblica non è diminuita, bensì migliorata; se, al contrario, si vuole giustificare una crescita del Pil comunque più bassa della media europea (cosa peraltro che si verifica da vent'anni), si sostiene che ciò è dovuto ai tagli di spesa.

Per di più, a seconda delle convenienze del momento, si sostiene che la spesa va tagliata "non perché lo chiede l'Europa, ma per i nostri figli", oppure va ridotta "per decisione europea".

Qui oltre al danno la beffa: la spesa, in effetti, non cala, ma oltre tutto ci si deve pure sentire raccontare queste balle colossali. Dicono che Renzi sia un grande comunicatore; evidentemente deve esserci qualcosa che non ha funzionato nella mia educazione, perché a me hanno insegnato da piccolo che così parla solo un ciarlatano.


mercoledì 24 febbraio 2016

Scorie - Spending review (1/2)

"Abbiamo ridotto capitoli di spesa per un ammontare complessivo di oltre 25 miliardi nel 2016 (si veda la tabella in basso), che assieme a misure contro l'evasione hanno consentito nel 2016 una riduzione delle tasse che vale 28,7 miliardi dei quali quasi il 90% riguardano lavoro e produzione. A scanso di equivoci, questa cifra non comprende le decine di miliardi di clausole di salvaguardia, cioè la minaccia di tasse in più, che siamo riusciti a disinnescare. Grazie alla revisione della spesa e alla lotta all'evasione siamo riusciti nello stesso periodo anche a ridurre il deficit da 3% a 2,4%, il livello più basso da nove anni. Infine, per la prima volta dopo 9 anni il rapporto tra il debito pubblico e il Pil comincerà nel 2016 a scendere. Abbiamo spostato risorse da attività rivolte alla pubblica amministrazione stessa verso servizi aggiuntivi ai cittadini. Abbiamo ridotto la spesa per i servizi generali di circa 4,5 miliardi, investendo 3 miliardi nella scuola, oltre un miliardo nell'ordine pubblico e nella sicurezza, e un miliardo nella sanità."
(Y. Gutgeld)

Yoram Gutgeld torna a difendere la spending review operata in due anni dal governo Renzi, di fronte alle perplessità avanzate da più parti. Lo fa cercando di portare numeri a sostegno di un punto di vista sostanzialmente politico; il che è meglio di niente, ma, come è tipico in questi casi, comporta una lettura parziale e distorta dei numeri stessi.

Innanzi tutto quelli che il governo (non solo questo, a onor del vero) definisce tagli di spesa non sono, se non raramente, riduzioni di spesa nell'anno T rispetto all'anno T-1, bensì riduzioni dell'incremento che ci sarebbe stato nell'anno T rispetto all'anno T-1. Alla fine la spesa aumenta, anche se meno di quanto previsto in precedenza.

E' un po' come quando Renzi ha sostenuto di aver tagliato Iva e accise (lo fece anche il suo predecessore Enrico "stai sereno" Letta, peraltro) avendo in realtà solo rimandato le cosiddette clausole di salvaguardia, in base alle quali ci sarebbero stati aumenti automatici impostati in leggi di stabilità precedenti qualora nel frattempo non fossero state trovate adeguate coperture, magari mediante tagli di spesa pubblica. Questa volta, bontà sua, Gutgeld non spaccia il momentaneo disinnesco delle clausole di salvaguardia come riduzione di tasse.

Quanto alla riduzione del deficit, anche qui è bene precisare che la riduzione sarebbe stata superiore se Renzi non avesse invocato la "flessibilità" facendo un punto di deficit su Pil in più del previsto. Ovviamente "per favorire crescita e occupazione".

Venendo al capitolo del debito, Gutgeld ripete quanto vanno sostenendo da tempo Padoan e Renzi, ossia che nel 2016 il rapporto con il Pil inizierà a scendere. Peccato che ciò sarebbe possibile solo con una crescita nominale del Pil che, stando alle previsioni del governo, appare un po' troppo ottimistica. Il rischio concreto è che il numeratore aumenti più del previsto, e il denominatore non aumenti quanto previsto dal governo. Risultato, il rapporto difficilmente scenderà.

Ma la cosa che dovrebbe preoccupare di più chi vorrebbe vedere scendere la spesa pubblica è l'affermazione di Gutgeld "Abbiamo ridotto la spesa per i servizi generali di circa 4,5 miliardi, investendo 3 miliardi nella scuola, oltre un miliardo nell'ordine pubblico e nella sicurezza, e un miliardo nella sanità".

In pratica, si sono tagliati alcuni capitoli di spesa per aumentarne altri, ovviamente migliorando i servizi ai cittadini, secondo il punto di vista governativo. Il fatto è che la qualità della spesa, ancorché ci siano casi di sprechi che con ogni probabilità sarebbero unanimemente considerati peggiori di altri, è in qualche misura soggettiva, mentre la quantità è oggettiva.

E il dato ti fatto è che la spesa pubblica complessiva assorbe circa la metà del Pil. Una delle argomentazioni ricorrenti da parte del governo è che su certe voci l'Italia spende meno di altri Paesi europei in rapporto ai rispettivi Pil. Il fatto è che in altre voci l'Italia spende molto di più, e soprattutto che, pur soprassedendo sulla desiderabilità (per me pari a zero) della spesa pubblica, bisogna fare i conti non già con quanto spendono gli altri, bensì con quanto ci si può permettere di spendere.

Un concetto, quest'ultimo, su cui si soffermava spesso il precedente commissario alla spending review, Carlo Cottarelli, non a caso cortesemente rispedito da Renzi a Washington.


martedì 23 febbraio 2016

Scorie - Il censore empirista

"Molte delle scuole di pensiero alternative appoggiate dalla Post-Crash Economic Society – per essere brutalmente onesti – non meritano di essere insegnate nelle aule. Alcune, come le scuole Austriaca e Marxista, sono collezioni di idee prive di metodologie per testarle. A differenza dell'economia mainstream, non sono quantitative. A differenza della sociologia o dell'antropologia, non hanno procedure per la ricerca sul campo di dati qualitativi. E a differenza della psicologia non possono essere testate in laboratorio. In realtà, queste scuole di pensiero alternative non sono per nulla scienze sociali, bensì più simili alla teoria critica insegnata nei dipartimenti di letteratura."
(N. Smith)

Noah Smith ritiene che la richiesta da parte di associazioni di studenti tese ad ampliare il numero di teorie economiche insegnate nelle università sia fuori luogo. Va detto che Smith è uno di quegli economisti che preferiscono partire dai numeri per elaborare una teoria, invece che basare la teoria a partire da assiomi autoevidenti inerenti l'azione umana e usare poi i numeri come complemento.

Questo spiega la sua avversione, tra le altre, per la scuola Austriaca, della quale, peraltro, ho la sensazione che le sue conoscenze si limitino a ciò che legge in blog a loro volta critici nei confronti della teoria austriaca. Non credo si spiegherebbero altrimenti le sue affermazioni, del tutto prive di supporti concreti. Affermazioni che, più che "brutalmente oneste", mi sembrano brutalmente dettate da un pregiudizio.

Posto che se leggesse pubblicazioni di economisti della scuola austriaca troverebbe anche dei dati numerici, resta il fatto che, come osservava Mises, spesso gli economisti confondono la teoria economica con la storia economica. Perché le serie storiche di dati sono, appunto, storia. E trattandosi di dati determinati dall'azione umana, ben difficilmente possono essere modellizzati in modo tale da prevederne l'evoluzione utilizzando le tecniche quantitative generalmente utilizzate, per esempio, in ingegneria.

Non a caso, chi parte dai dati storici per elaborare una teoria e un modello, con quel modello può cercare di spiegare ex post cosa è accaduto, ma non prevedere cosa accadrà. Certo, le previsioni vengono fatte sulla base di quel modello, ma la confidenza associata a tali previsioni è eccessiva e, come confermano quasi sempre i risultati ex post, mal riposta.

Quanto poi alla teoria del ciclo economico della scuola Austriaca, se Smith si documentasse adeguatamente potrebbe scoprire, analizzando i dati, che questi confermano, ciclo dopo ciclo, la validità della teoria stessa. Il fatto di non fare previsioni del tipo "il prossimo anno il Pil aumenterà del X% e i tassi di interesse a N anni saranno Y%" è dovuto unicamente alla considerazione sopra accennata inerenti gli errori dell'utilizzo di strumenti adatti a discipline come l'ingegneria quando si ha a che fare con l'azione umana.

Ciò detto, ecco cosa propone Smith:

"Invece di insegnare un maggior numero di teorie, i corsi di base di economia dovrebbero insegnare qualcosa di meglio: come scegliere tra di esse. Se non c'è un metodo rigoroso per decidere quale teoria usare in una determinata situazione, allora gli orientamenti politici e i pregiudizi giocheranno inevitabilmente un ruolo sulla scelta della teoria da appoggiare. Al contrario, dovremmo insegnare agli studenti come basarsi sui fatti invece che sulle opinioni. Il che significa empirismo."

Ovviamente Smith ritiene le sue opinioni esenti da "orientamenti politici e pregiudizi", ma sostituire l'empirismo alla possibilità di conoscere teorie diverse dal mainstream significa ritenere che il mainstream stesso sia un dogma. Smith tratta le teorie economiche che non condivide, magari senza neppure conoscerle, come se fossero una sorta di riproposizione della teoria geocentrica.

Non che sia sbagliato insegnare anche a "maneggiare" i numeri, ma gli approcci quantitativi devono essere il complemento di una teoria economica, non il contrario.


lunedì 22 febbraio 2016

Scorie - Illusioni socialiste

"Lasciate che io sia molto chiaro, non c'è giustizia quando oggi c'è più diseguaglianza di reddito e ricchezza in America che in ogni altro grande Paese della terra. E quando un decimo dell'1% al vertice in questo momento possiede quasi tanta ricchezza quanto il 90% al fondo. Non c'è giustizia. Siete pronti per un'idea radicale? Insieme possiamo creare un'economia che funzioni per tutti e non solo per l'1 per cento. Noi alzeremo il salario minimo a 15 dollari all'ora. Introdurremo l'equità nella paga per le donne. Dato che c'è bisogno della forza lavoro meglio istruita del mondo, sì, renderemo i college pubblici e le università gratuite. E per i milioni di americani che stanno lottando con un orrendo livello di indebitamento studentesco, noi alleggeriremo sostanziosamente quel fardello. In America le persone non dovrebbero essere rovinate finanziariamente per decenni per il crimine di cercare di ottenere un'istruzione più elevata. È assurdo."
(B. Sanders)

Bernie Sanders è in corsa per le primarie nel partito democratico statunitense ed è il principale rivale di Hillary Clinton. Sanders si autodefinisce socialista e pare stia riscontrando successo soprattutto tra i giovani.

La cosa non mi stupisce più di tanto, dato che Sanders utilizza argomentazioni che, da sempre, fanno presa sui giovani. La cosa peggiore è che spesso quegli stessi individui che da giovani fanno i socialisti "puri", quando assumono il potere diventano la quintessenza del corporativismo, o "crony capitalism" come direbbero negli Stati Uniti.

Alla base di tutto resta l'idea che sia possibile istituire politicamente una serie di diritti che, per essere esercitati da qualcuno, comportano il sacrificio (involontario) di altri. E in effetti l'idea di Sanders è di finanziare i programmi di spesa pubblica tosando Wall Street e i ricchi in genere.

Altra idea di fondo è che se qualcuno ha un problema è sempre colpa di qualcun altro. Il che può essere vero, ma per questo vanno individuate le responsabilità di soggetti ben definiti, non colpevolizzate intere categorie di persone in base a indicatori piuttosto grezzi come la loro ricchezza. C'è una enorme differenza tra essere ricchi perché si ha successo scambiando beni e servizi volontariamente o perché si sono fatte rapine a mano armata.

Suppongo che anche Sanders sarebbe d'accordo su questo punto, ma se si segue la logica del suo ragionamento (e di quello dei socialisti redistributori in generale) si arriva alla conclusione che la ricchezza sia comunque una colpa per la quale essere puniti mediante il fisco.

Il messaggio di Sanders (e dei socialisti in generale) è in ogni caso illusorio. Bastiat disse che lo Stato è "la grande illusione attraverso la quale tutti cercano di vivere alle spalle di tutti gli altri". I socialisti vendono l'illusione che qualcuno abbia diritto di vivere alle spalle degli altri. Una illusione che ha già fatto danni enormi, ma che ancora fa presa su chi crede di poter essere nel gruppo vincente.


venerdì 19 febbraio 2016

Scorie - Priorità

"Tutte le persone di buon senso capiscono che il debito si abbatte solo se aumenta la crescita. Anche chi si preoccupa per la sostenibilità del nostro debito, come i tedeschi, deve capire che la crescita oggi è la priorità."
(Y. Gutgeld)

Quello espresso da Yoram Gutgeld è il mantra che va spesso ripetendo il ministro Padoan, accompagnato dai consensi più o meno unanimi dei keynesiani all'amatriciana. Si tratta di un abbattimento del debito non già in termini assoluti, bensì in rapporto al Pil.

Matematicamente l'affermazione secondo la quale il debito (in rapporto al Pil) si abbatte solo se aumenta la crescita può avverarsi solo se la crescita del Pil nominale (ossi il denominatore del rapporto) supera quella del debito.

Una circostanza che incontra serie difficoltà ad avverarsi, dato che il debito è enorme e il Pil nominale cresce poco anche per via del fatto che una quantità ingente di risorse dei cosiddetti contribuenti (nell'ordine degli 80 miliardi annui) serve a pagare gli interessi sul debito.

Senza dubbio un aumento della crescita del Pil aiuta a ridurre il peso del debito, ma sperare di portare il rapporto verso il 60% contando sulla crescita del Pil è illusorio. Servirebbe una accelerazione del Pil nominale che, francamente, è difficile ipotizzare date le condizioni attuali e degli ultimi 3-4 lustri.

Suppongo che la speranza governativa sia che l'inflazione dei prezzi al consumo torni a livelli superiori al 2 per cento dichiarato come obiettivo (anche dalla Bce), perché dalla crescita reale del Pil non ci si possono attendere miracoli, in un Paese che sta invecchiando e nel quale chi produce è zavorrato da un carico fiscale che pone l'Italia in posizioni da primato in una classifica della quale non c'è di che rallegrarsi.

Quindi non solo i tedeschi, ma tutti quanti avrebbero ragione ad avere perplessità sul debito pubblico italiano e, soprattutto, a non credere che basti l'aumento del Pil per risolvere il problema. Senza una riduzione decisa della spesa pubblica, della quale peraltro dovrebbe occuparsi lo stesso Gutgeld, unita a dismissioni di asset statali, abbassare il debito è una chimera.

Senza un taglio di spesa degno di essere definito tale, le condizioni per un abbassamento della pressione fiscale degno di essere definito tale non possono realisticamente realizzarsi. Questa dovrebbe essere la priorità.


giovedì 18 febbraio 2016

Scorie - IPCR? No, grazie

"Alla luce di quanto successo con il dissesto delle quattro banche italiane, i cittadini hanno ancora meno fiducia negli istituti di credito. Se a ciò si aggiungono le recenti norme sul bail-in, lo Stato ha l'obbligo, se vuole mantenere invariato il quadro normativo, di creare un Istituto Pubblico di Credito e Risparmio."
(A. Siri)

Mi è già capitato di commentare alcune proposte di Armando Siri, consigliere economico della Lega Nord. Solitamente sono improntate a un misto di dirigismo e statalismo. Anche questa volta il mix è lo stesso.

Siri parte dal calo di fiducia dei cittadini nei confronti delle banche; una situazione peggiorata notevolmente da novembre a oggi, a causa delle perdite subite da azionisti e possessori di obbligazioni subordinate nelle quattro banche sottoposte a procedura di risoluzione e alla definitiva entrata in vigore della direttiva Ue BRRD, con tanto di famigerato bail-in, o salvataggio interno a carico di azionisti e creditori della banca.

A suo parere lo Stato dovrebbe tornare a fare il banchiere, una soluzione da anni Trenta del secolo scorso. Cosa sarebbe in pratica questa nuova banca pubblica?

"Sarebbe una banca abilitata a raccogliere il risparmio degli italiani, a effettuare solo operazioni garantite dallo Stato e a destinare una parte delle risorse agli impieghi a sostegno dei mutui immobiliari e micro impresa."

Di fatto chi volesse la garanzia statale sui propri risparmi potrebbe depositarli nel nuovo IPCR, che farebbe anche credito, ma solo mutui immobiliari e prestiti a micro imprese. Siri ritiene che la nuova banca pubblica sarebbe necessaria perché la parziale privatizzazione di Poste Italiane finisce per privatizzare i profitti e socializzare le perdite. Quindi avanti con un nuovo carrozzone pubblico.

Chiaramente le banche private si troverebbero a competere a condizioni svantaggiose, il che non depone a favore di un miglioramento generale della loro situazione economica e finanziaria, che pure è un bel problema non solo per i loro azionisti e creditori. E il rischio a carico del contribuente sarebbe uscito dalla porta per rientrare dalla finestra dell'IPCR.

Quanto al collocamento di prodotti finanziari, secondo Siri

"Le banche dovrebbero avere l'obbligo di indicare in modo inequivocabile il grado di rischio su ogni contratto di sottoscrizione di titoli. Sarà compito della Banca d'Italia stilare una lista con i titoli commercializzati indicando il grado di rischio e imponendo alla Banca la dicitura sui contratti."

Qualcuno lo informi che già a normativa vigente le banche hanno l'obbligo di informare preventivamente il cliente sulle caratteristiche del prodotto, tra cui il grado di rischio. Che questo non sempre sia fatto in modo corretto è più che probabile, ma non serve istituire nuove norme in tal senso.

Quanto al fatto che sia la Banca d'Italia a determinare il grado di rischio, credo che la stessa banca centrale non vorrebbe assumere un compito del genere. Ufficialmente per motivi di inopportunità istituzionale o altre argomentazioni simili, ma sostanzialmente perché poi sarebbe responsabile delle indicazioni fornite. E se c'è una cosa che nessun organismo burocratico vuole è essere responsabile di qualcosa (lo scaricabarile tra Banca d'Italia, Consob e politica degli ultimi mesi dovrebbe rendere tutto ciò evidente). Pertanto la definizione del grado di rischio dei prodotti (tra l'altro variabile nel tempo) è una responsabilità che preferisce lasciare alle singole banche. Le quali suppongo sarebbero ben liete di esternalizzare la definizione dei gradi di rischio, perché per loro sarebbe un rischio legale in meno da gestire.

Ma Siri ha mille altre idee. Per esempio:

"Dovrebbe poi essere costituito un fondo interbancario presso Bankitalia fra tutti gli istituti privati in concorrenza tra di loro pro-quota, a seconda dell'ammontare della raccolta di ciascuno e capace di coprire le ripercussioni di un eventuale dissesto di una o più banche."

Qualcuno lo informi che con la BRRD è stato già istituito un fondo del genere: si chiama fondo di risoluzione, ed è con i versamenti (anche anticipati sugli anni a venire) che le banche hanno fatto a quel fondo che le perdite a carico dei clienti delle banche oggetto di risoluzione non sono state maggiori.

Per di più è illusorio credere che un fondo del genere possa far fronte alla crisi sistemica o di un grande intermediario. L'unico antidoto a crisi di quel tipo sarebbe l'abolizione della riserva frazionaria, che però gran parte di coloro che si lamentano dei rischi delle banche non vuole neppure sentire menzionare, perché a quel punto ci sarebbe molto meno credito creato dal nulla. E ovviamente i depositi dovrebbero avere un costo per il depositante, non un (seppur minimo) tasso di interesse positivo.

Altra proposta di Siri:

"Infine un capitolo va destinato al mercato dei titoli di Stato. La Bce ha deciso di acquistare sul mercato primario una quantità di debito degli Stati, ma una grossa fetta è ancora in "pancia" a soggetti finanziari stranieri che possono determinare un nuovo 2011 da un momento all'altro."

Posto che la Bce non acquista sul mercato primario (ossia in asta di emissione), bensì sul mercato secondario, il problema semmai è che le banche italiane hanno troppi titoli di Stato italiani, il che fa sì che i guai delle banche siano guai per lo Stato e viceversa.

Evidentemente Siri la pensa diversamente:

"Su questo punto occorre, come abbiamo proposto in un emendamento alla legge di Stabilità, una modifica normativa sulla gestione delle aste di collocamento del nuovo debito: non più del 10% dovrebbe essere acquistato da soggetti stranieri. Il restante potrà essere collocato presso gli investitori istituzionali e il pubblico indistinto, i quali dovranno però godere di un'ulteriore agevolazione fiscale riducendo l'aliquota della ritenuta dal 12,50 al 6,50% e ottenendo un maggior tasso di interesse, in una forbice tra lo 0,25 e l'1% rispetto ai titoli collocati all'estero. I titoli destinati al mercato nazionale non potranno essere poi oggetto di contrattazioni verso l'estero, ma solo verso il mercato interno."

Un'idea neppure originale, sostenuta da tempo in forme simili da altri economisti ultra keynesiani (per esempio Richard Koo di Nomura). Un inutile provvedimento dirigista, che non farebbe altro che distorcere le scelte di investimento degli investitori italiani, a danno degli altri emittenti, sia domestici, sia esteri. Con l'effetto di accrescere il rischio per gli investitori domestici di essere poi tosati mediante un default mascherato da imposizione patrimoniale, qualora il debito fosse in gran parte "internalizzato".

Siri conclude così:

"Queste sono alcune proposte utili a un confronto fra quelle forze politiche che abbiano la volontà di trovare una soluzione coraggiosa allo stato immunosoppressivo in cui versa la povera, ma non ancora sconfitta, Italia."

La sconfitta definitiva verrebbe dopo.


mercoledì 17 febbraio 2016

Scorie - Reversibilità a carico di sempre meno animali da soma

Tra le tante cose dette e scritte in questi giorni a proposito di pensioni di reversibilità, l'unica che, a mio parere, avrebbe senso non mi è capitato né di leggerla, né di sentirla. Prendo spunto da un articolo di Enrico Marro sul Corriere della Sera, che inquadra la questione, ma si limita a sostenere i meriti della sostituzione dell'Isee al reddito Irpef per determinare il diritto alla percezione dell'assegno di reversibilità.

Scrive Marro:

"Le pensioni di reversibilità rappresentano un pezzo fondamentale dello Stato sociale per circa 4,3 milioni di «superstiti»: in buona parte vedove, che percepiscono per tutta la loro restante vita, in base al reddito, dal 30 al 60% di quella che era la pensione del marito deceduto. Per questa voce si spendono circa 41 miliardi di euro l'anno (che fanno 733 euro in media a testa per tredici mensilità). È vero, in un caso su tre l'assegno di reversibilità costituisce l'unica forma di reddito (il 67,5% dei percettori la cumula invece con altre pensioni), o comunque la principale, che si somma alla casa di abitazione lasciata in eredità dal coniuge. Ma è anche vero che, essendo legata all'imponibile Irpef del percettore, la reversibilità può andare anche a chi abbia pochi guadagni ma molta ricchezza (dai depositi in banca alle case). La riforma dell'assistenza contenuta nella delega suggerisce in generale di legare le prestazioni all'Isee, cioè all'indicatore della ricchezza familiare (redditi e patrimonio mobiliare e immobiliare) che certamente è più completo del reddito Irpef. Alla fine, pare di capire, non si farà nulla. La materia presenta troppi rischi. Da quello di creare nuovi poveri, che andrebbero comunque assistiti, a quello di costituire un precedente che autorizzerebbe strette anche su altre prestazioni ora non legate all'Isee. Per non dire dei rischi elettorali. Ogni volta che si parla di pensioni la tentazione di cedere alle strumentalizzazioni prevale sulle analisi più ponderate. Oggi molti tirano un sospiro di sollievo. Ma questo non significa che in futuro non si dovrà tornare sulla sostenibilità di prestazioni pensate per un'Italia che non c'è più: quella delle donne che, di regola, non lavoravano e non avevano di che mantenersi. L'Isee, se usato con criterio, può servire a redistribuire in maniera più equa le prestazioni. Senza scatenare una guerra tra vecchi e nuovi poveri."

Quell'Italia che non c'è più ha comunque lasciato in eredità all'Italia che c'è e, soprattutto, a quella che ci sarà, un insostenibile schema Ponzi che mischia assistenza e previdenza sotto l'insegna del welfare state. Le pensioni di reversibilità in un sistema a ripartizione possono gravare pesantemente su chi paga per mantenere in piedi il sistema. E d'altra parte sarà pur vero che l'assegno unitario ottenuto con una media aritmetica è di "soli" 733 euro al mese, ma il totale è di 41 miliardi, che non sono proprio noccioline. Peraltro secondo la relazione del Governo al ddl i beneficiari sarebbero 3 milioni e la spesa totale 24,1 miliardi. Pur sempre una bella cifra.

Se il sistema fosse a capitalizzazione e magari neppure reso obbligatorio e gestito dallo Stato, la questione della reversibilità sarebbe affrontata contrattualmente tra l'aderente alla forma di previdenza e la società che gestisce il fondo. Sarebbe quindi possibile stabilire quale parte del montante contributivo incassare al momento del pensionamento, quale parte destinare a rendita, eventualmente prevedendo una forma di reversibilità a favore di un beneficiario prestabilito.

Finanziariamente il tutto dipenderebbe dal montante contributivo e dalla speranza di vita dei soggetti in questione. In ogni caso, il rischio di dover pagare a più a lungo di quanto ex ante statisticamente previsto un assegno di reversibilità sarebbe assunto volontariamente e gestito professionalmente dalla società che gestisce il fondo pensione o prodotto assimilabile.

Nel caso del sistema pensionistico pubblico, invece, tale rischio è a carico di chi oggi paga i contributi. Quindi le difese delle pensioni di reversibilità che si basano sull'argomento dei diritti acquisiti o delle promesse fatte dallo Stato sono a mio parere inaccettabili, dato che ciò comporta lo scaricare (ulteriori) oneri su persone che non hanno fatto quelle promesse.

Da questo punto di vista, stare a disquisire se sia meglio utilizzare il reddito Irpef o l'Isee per determinare il diritto alla reversibilità equivale a non voler affrontare il problema reale, ossia stabilire se la pensione in questione ha una copertura finanziaria dai contributi versati a suo tempo dal defunto oppure no. Se si tratta di questa seconda ipotesi (da verificare caso per caso, ma molto probabile), allora non si fa altro che perpetuare anche dopo la morte del pensionato un pagamento a favore del superstite che non ha alcuna ragione di esistere, se non di tipo assistenziale/redistributivo.

Il tutto fino a quando il sistema arriverà al collasso per eccessiva carenza di animali da soma che continuano a pagare pensioni non solo a gente che non se le è guadagnate, ma perfino ai loro superstiti.


martedì 16 febbraio 2016

Scorie - Flessibilità, il nuovo mantra dei keynesiani all'amatriciana

"Noi abbiamo attuato l'austerità con serietà e rigore, ora è il momento di dare maggiore impulso a ripresa e occupazione. È noto che serve nell'Ue una politica per una maggiore espansione."
(S. Mattarella)

Il presidente della Repubblica sposa il punto di vista del Governo in merito alla cosiddetta flessibilità, un eufemismo usato per non dire esplicitamente che si vuole aumentare il deficit di bilancio.

Come molti, Mattarella sostiene che in Italia si sia attuata l'austerità, per di più con "serietà e rigore". A mio parere non ha senso parlare di austerità se non c'è una consistente cura dimagrante per il multiforme apparato statale. Fenomeno del quale non vi sono tracce significative, come si può notare dalla mai diminuita spesa pubblica. I commissari alla spending review passano, ma la spesa pubblica non accenna a diminuire.

La vera austerità è stata imposta ai pagatori di tasse, sottoposti a un carico crescente nel corso degli anni, proprio perché la spesa corrente non veniva ridimensionata. Renzi sostiene da due anni che lui le tasse le ha ridotte, ma le riduzioni ci sono quando scendono le tasse per tutti, non solo per alcuni, o, peggio ancora, quando si riduce una tassa e se ne aumenta un'altra.

Ciò detto, Mattarella sostiene che "ora è il momento di dare maggiore impulso a ripresa e occupazione. È noto che serve nell'Ue una politica per una maggiore espansione". L'assunto sottostante è che con più deficit pubblico si darebbe impulso a ripresa e occupazione. Ma se questo fosse il caso, i Paesi che hanno accumulato nei decenni dei debiti pubblici enormi dovrebbero avere una disoccupazione rasoterra. Evidentemente non è questo il caso.

Mattarella si limita a fare una affermazione senza dare alcuna motivazione su ciò che serve nella Ue. Ma c'è anche chi cerca di fornire motivazioni "tecniche" a queste invocazioni keynesiane. Tirando in ballo il mito del moltiplicatore fiscale.

Per esempio, Carlo Bastasin sostiene:

"Se vi chiedono se siete a favore o contro la flessibilità di bilancio, vedrete negli occhi del vostro inquisitore avanzare armato un intero apparato ideologico a cui è difficile opporre l'unica risposta tecnicamente sensata: «più flessibilità? Dipende dalla stima del moltiplicatore fiscale». La scelta tra austerità e flessibilità dipende infatti dalla stima delle variazioni del reddito causate (moltiplicate, appunto) da una riduzione o da un aumento dello stimolo fiscale."

Secondo Bastasin, quindi, chi si oppone all'aumento del deficit lo fa per motivi ideologici. A parte che la stessa cosa potrebbe essere affermata con riferimento a chi è favorevole all'aumento del deficit, il moltiplicatore "funziona" nella costruzione di un modello più o meno matematicamente complesso, ma funziona molto meno nella realtà. Se non fosse così, dopo 80 anni di keynesismo si sarebbe arrivati a prevedere correttamente la sua entità e il suo funzionamento in date circostanze.

Il fatto è che le assunzioni da fare richiedono un forte grado di soggettività, e non potrebbe essere altrimenti, per almeno due motivi. In primo luogo, perché per lavorare a livello macro si finisce per aggregare dati tra loro necessariamente non omogenei. In secondo luogo, perché anche se si potesse lavorare a livello micro, occorrerebbe avere la sfera di cristallo per prevedere le reazioni allo stimolo fiscale, dato che gli stessi soggetti reagiscono in modo diverso in momenti diversi.

Se così non fosse, considerando la sofisticazione delle tecniche econometriche sviluppate nel corso dei decenni e la quantità di serie storiche sempre più ricche a disposizione degli economisti, la previsione dei moltiplicatori dovrebbe essere divenuta molto accurata. Eppure il dibattito si trascina da anni senza che si sia giunti a una conclusione, il che, a mio modesto parere, è dovuto proprio al fatto che ad agire sono individui e non aggregati, e che gli stessi individui non reagiscono sempre allo stesso modo a parità di stimolo.

Lo stesso Bastasin in parte lo riconosce.

"Il problema è che non è facile avere una stima affidabile del moltiplicatore…. Come se non bastasse, non esiste un solo moltiplicatore per ogni economia, ma l'effetto sul reddito della politica fiscale cambia a seconda delle circostanze: dipende dalle condizioni strutturali dell'economia, dalla fase del ciclo (è più alto quando si è in recessione), così come dalle dimensioni della manovra. Dalle evidenze empiriche emerge che gli effetti delle politiche fiscali cambiano se si è in una situazione di stress finanziario, se le condizioni del credito sono difficili, se il sistema bancario è vulnerabile, se la politica monetaria è restrittiva, oppure se esistono ragioni specifiche, anche di natura politica, che influenzano le decisioni di consumo delle famiglie."

Ciò nonostante, non trae la conclusione che sia meglio accantonare l'idea di manipolare mediante interventi fiscali e monetari l'andamento dell'economia.

"L'aspetto più interessante nei rapporti tra l'Italia e la Commissione europea è proprio che esistono effetti di breve termine che non sempre vanno bene nel lungo termine. La flessibilità quindi non può essere permanente. Perché se dopo la recessione non rientra, finisce per produrre solo debito pubblico quando l'economia si riprende e il moltiplicatore si azzera. Questo forse spiega il pasticcio in cui ci siamo ficcati. Va bene la flessibilità, perché in Italia il moltiplicatore può essere alto (troppa perdita di reddito negli anni passati, utile il tentativo di stabilizzare il credito e bene il fatto che i tassi siano a zero). Molto bene anche la giustificazione degli investimenti. Su questo tipo di flessibilità la Commissione europea dovrebbe schierarsi esplicitamente con Roma e in particolare proprio Juncker il cui piano di investimenti non si dimostra efficace. Tuttavia al tempo stesso il governo italiano deve riconoscere che la flessibilità (in parole non mascherate, la violazione degli obiettivi di medio termine concordati) non può essere uno stato permanente e va condizionato all'obiettivo di stabilità fiscale di lungo termine, cioè alla riduzione del debito che infatti è l'obiettivo del ministro Padoan. Se lo scontro polemico mette in dubbio l'equilibrio tra politiche di breve e di lungo termine, si mette a rischio anche l'efficacia della flessibilità conquistata."

In pratica, a fronte del keynesismo renziano della flessibilità permanente, Bastasin propone il keynesismo "responsabile" del "più deficit oggi, ma meno deficit in futuro".

A parte i problemi sopra evidenziati, anche volendo tralasciare le considerazioni sull'aggressione alla proprietà privata connessa a qualsiasi intervento redistributivo, esiste un ulteriore problema derivante dall'osservazione empirica: il futuro, nella pratica, diventa presente solo quando vi è un vincolo esterno, che derivi dalla Commissione Ue o dallo spread. E in quei casi i pagatori di tasse sono bastonati ulteriormente per non intaccare le spese nel frattempo poste in essere in nome della flessibilità.


lunedì 15 febbraio 2016

Scorie - Otelma a palazzo Chigi

"La stima della crescita del Pil è stata rivista al rialzo, ma secondo me arriverà all'1%."
(M. Renzi, 4 ottobre 2015)

"Noi abbiamo fatto lo 0,7 di crescita, poi visto che le cose andavano bene abbiamo fissato lo 0,9%. Secondo me chiudiamo allo 0,8 anche se il Mef sostiene che comunque sarà lo 0,9."
(M. Renzi, 1 dicembre 2015)

Quando, a inizio autunno, il Governo pubblicò la nota di aggiornamento al Documento di Economia e Finanza, aumentò le stime di crescita del Pil per il 2015 da 0,7 a 0,9%. Renzi sosteneva, però, che secondo lui si sarebbe arrivati all'1%.

Per quanto gli econometristi si affannino a elaborare modelli sempre più complessi e parlino delle loro previsioni con fare da scienziati, essendo impossibile prevedere scientificamente l'azione umana è frutto del caso se uno di quei numeri si rivela, ex post, esatto. Di regola le previsioni sono smentite dai dati effettivi. Nel caso di Renzi, poi, pare trattarsi più di una affermazione da avventore di un bar che di quella di uno che ha elaborato un'analisi econometrica. Poco cambia, peraltro.

Quasi sempre le stime di chi governa sono più ottimiste di quelle degli altri analisti, il che è comprensibile, dato che all'aumentare della stima del Pil diminuiscono, a parità di altre condizioni, le previsioni di deficit e debito in rapporto al Pil.

La prima stima a posteriori elaborata dall'Istat si è fermata, però, a una crescita dello 0,7% (o 0,6% se si considera il dato destagionalizzato). Per carità, meglio delle decrescite degli anni addietro, ma non più tardi dello scorso 21 gennaio Renzi affermava che "finendo con il Pil allo 0,8% e non allo 0,9%, l'obiettivo quest'anno dell'1,5-1,6% è credibile, assolutamente alla nostra portata. Ma neanche il mago Otelma può dirglielo".

Date le circostanze mi sa che ci sia spazio per rivalutare il mago Otelma…


venerdì 12 febbraio 2016

Scorie - Il coordinamento del disastro

"Anche se le banche centrali seguono lo stesso percorso, il rischio ovviamente è che le strategie di stimolo monetario non siano coordinate e che anzi tendano ad annullarsi. Il rallentamento americano viene attribuito in parte all'apprezzamento del dollaro e al disavanzo delle partite correnti che ne sarebbe risultato. La nuova mossa giapponese potrebbe scatenare tentazioni di rivalsa in quella che comunemente viene definita una guerra delle valute. Anche l'allentamento quantitativo europeo aveva avuto i maggiori effetti attraverso il canale del tasso di cambio più leggero, ma il cambio effettivo dell'euro è già ritornato su livelli prossimi a quelli di due anni fa."
(C. Bastasin)

Anche i sostenitori delle politiche monetarie espansive e dell'utilizzo di strumenti non convenzionali come il quantitative easing iniziano ad ammettere che l'efficacia di quelle misure è dubbia. Chi pratica il Qe indebolisce la propria moneta e contribuisce a gonfiare i prezzi degli asset, ma il tutto non produce ricchezza reale e, anzi, pone seri problemi nell'allocazione delle risorse, rendendo il sistema (soprattutto finanziario) dipendente da dosi crescenti di droga monetaria. Il pur timido tentativo da parte della Fed di iniziare a rendere meno espansiva la sua politica monetaria ha già avuto ripercussioni in giro per il mondo, generando uno sgonfiamento dei prezzi delle materie prime, con ripercussioni notevoli sui produttori delle stesse e un effetto contagio sui mercati finanziari globali.

Ovviamente nessuno di costoro ammette che aveva ragione chi fin dall'inizio metteva in guardia sugli effetti dannosi della politica monetaria espansiva, un po' perché ammettere di aver sbagliato non piace a nessuno, e un po' perché nella loro mentalità è sempre e comunque necessario "fare qualcosa".

Non stupisce quindi che adesso si arrivi a invocare il coordinamento delle economie mondiali, come fa, per esempio, Carlo Bastasin.

"Il coordinamento delle economie mondiali non può essere lasciato ai governatori o ai tassi di cambio. La speciale situazione attuale di tassi d'interesse azzerati in gran parte del mondo e di inflazione molto bassa consente di programmare interventi diversi per contrastare una debolezza economica che è condivisa da tutti i Paesi. In fondo le economie emergenti o in sviluppo rappresentano oggi il 70% della domanda globale. Sono circostanze straordinarie per mettere in comune gli obiettivi economici di tutto il mondo e per mobilitare a buon fine finanziamenti a basso costo per progetti e infrastrutture comuni. Senza ostinarsi in distinzioni di ideologia economica: forse la stagnazione secolare non esiste, ma i suoi effetti non lo sanno."

In buona sostanza, se non hanno prodotto effetti positivi la pianificazione e l'interventismo a livello nazionale, invece di mettere in discussione la pianificazione e l'interventismo stessi li si rilancia su scala globale. Le parole magiche diventano "coordinamento" e "obiettivi comuni".

Suppongo che quando anche questo esperimento avrà prodotto la sua dose di danni, gli interventisti invocheranno un coordinamento con Marte e Giove. Guai a lasciare collaborare volontariamente chi produce e scambia beni e servizi con risorse proprie.

Einstein sosteneva che follia è ripetere le stesse cose aspettandosi di ottenere risultati diversi. Qui siamo a una follia esponenziale, dato che ogni volta che i risultati si dimostrano insoddisfacenti si chiede di aumentare le dimensioni dell'esperimento.


giovedì 11 febbraio 2016

Scorie - Improbabili giustificazioni per il Qe

"Viral Acharya (della New York University) esplora i vantaggi e gli svantaggi del Qe. I primi, come detto, stanno nel sostegno alla domanda, i secondi stanno nel fatto che l'accresciuta liquidità permette operazioni di scarsa utilità sociale come i 'carry trade'. La raccomandazione è questa: quando c'è ragione di ritenere che gli effetti sulla domanda ci siano, il Qe dovrebbe essere particolarmente aggressivo, così da far prosciugare dalla domanda quei fondi che altrimenti sarebbero finiti nei 'carry trade'." 


(F. Galimberti)

Nel rendere conto delle analisi presentate da diversi ricercatori a un convegno su tematiche monetarie, Fabrizio Galimberti si sofferma su vantaggi e svantaggi del Qe.

Trai i primi mette in evidenza il sostengo alla domanda. Un sostegno che, però, è pari a quello del doping per un atleta. Le prestazioni non migliorano, se non temporaneamente, danneggiando il fisico e ponendo l'atleta stesso di fronte a una scelta: continuare a doparsi, per di più a dosi crescenti, oppure avere un tracollo delle prestazioni. Il problema è che, se quell'atleta sceglie la prima opzione, prima o poi collassa.

Di conseguenza, anche a prescindere dagli inevitabili conseguenze redistributive, non credo che l'effetto dopante temporaneo delle politiche monetarie espansive (Qe compreso) sul Pil sia da considerarsi un vantaggio. Soprattutto, non è un pasto gratis, come spesso chi invoca l'aumento della quantità di moneta vorrebbe far credere.

Tra gli svantaggi vengono indicate operazioni finanziarie (carry trades) che mirano a ottenere un margine tra il basso costo del debito (dovuto al Qe) e l'investimento in attività più o meno rischiose. Queste sarebbero ritenute "operazioni di scarsa utilità sociale". Un concetto privo di senso, dato che non esiste l'utilità sociale, bensì solo l'utilità individuale, per di più non quantificabile, essendo soggettiva. Il punto vero è che quelle operazioni possono essere fatte da chi entra per primo in possesso del denaro fresco di creazione da parte della banca centrale. E' questo effetto redistributivo che dovrebbe essere messo in discussione, senza fare opinabili riferimenti alla inesistente utilità sociale.

Che fare allora del Qe? Galimberti, citando le conclusioni dello studio che commenta, sostiene che "quando c'è ragione di ritenere che gli effetti sulla domanda ci siano, il Qe dovrebbe essere particolarmente aggressivo, così da far prosciugare dalla domanda quei fondi che altrimenti sarebbero finiti nei 'carry trade'."

Ora, posto che gli effetti sulla domanda, come detto, sono in ogni caso redistributivi, dopanti e temporanei, come si fa ex ante ad avere ragione di ritenere che questi prevarranno sui carry trades? Sarebbe necessario che i banchieri centrali fossero onniscienti e avessero una sorta di sfera di cristallo. Cosa che i keynesiani possono anche credere o voler far credere agli altri, ma che, evidentemente, non corrisponde a verità.

Prova ne sia che non vi è un solo caso di Qe in cui a prevalere non siano stati gli effetti puramente finanziari. Ma si può stare certi che una scusa per giustificare Qe a ripetizione verrà sempre trovata, magari con quel carico di matematica che serve a dare una apparenza di scientificità a un'attività vecchia come il mondo: svilire il potere d'acquisto della moneta redistribuendo la ricchezza a favore di chi ottiene quella di nuova creazione.


mercoledì 10 febbraio 2016

Scorie - Guai a chi paga in eccesso

Un giorno sì e l'altro pure capita di sentire il ministro dell'Economia di turno, o il direttore dell'Agenzia delle entrate, parlare di "fisco amico del contribuente". Sono quelle cose che chiunque abbia avuto la sventura di ricevere la visita degli agenti del fisco sa benissimo essere false. 



La situazione, più realisticamente, può essere descritta così: il cosiddetto contribuente deve interrompere la propria attività e dimostrare di aver agito in modo conforme alle innumerevoli e spesso (volutamente?) incomprensibili norme tributarie, perché, anche se formalmente non è scritto da nessuna parte, in queste situazioni si parte da una presunzione di evasione. Quasi certamente, peraltro, una somma più o meno consistente finisce per essere contestata.

A volte capita anche, magari per timore di pagare meno di quanto richiesto dal fisco, di versare in eccesso. Se si paga di meno, occorre procedere con quello che, usando un brutto eufemismo, viene definito "ravvedimento operoso", onde contenere le sanzioni. Se, viceversa, si paga di più, non è che il "fisco amico" restituisce di sua iniziativa la somma in eccesso. In certi casi si può compensare in occasione dei successivi versamenti, in altri occorre chiedere la restituzione.

Ammesso che il "fisco amico" abbia stabilito come procedere. Cosa che, per esempio nel caso dell'Imu, non è ancora successa, nonostante l'imposta esista da cinque anni. Già si tratta di una imposta per calcolare e versare la quale il cosiddetto contribuente è costretto a separare la parte di competenza del Comune e quella che pretende lo Stato (sempre per "agevolare" la vita del pagatore di tasse).

Se uno, poi, si accorge di aver pagato più del dovuto, riesce a ottenere il rimborso della quota comunale (quanto meno sono previste le formalità con le quali chiederlo). Non così per la parte statale, dato che non sono mai state pubblicate in Gazzetta Ufficiale le regole per chiedere il rimborso.

Leggo sul Sole 24 Ore che il "regolamento, anche se con qualche anno di ritardo, è arrivato alla Conferenza Stato-Città del 18 giugno scorso, che l'ha approvato, ma in Gazzetta non è ancora comparsa".

Alla faccia dell'amicizia.


martedì 9 febbraio 2016

Scorie - La flessibilità non cancella il deficit

"È improprio poi sostenere che, essendo tornato positivo il Pil, è tempo di mettere fieno in cascina a colpi di nuovi e forti avanzi primari. Il ritmo di crescita con cui siamo entrati nel nuovo anno è tutt'altro che sostenuto e gli stessi dati sul lavoro, forniti dall'Istat martedì scorso, rivelano una flessione degli occupati nell'ultimo mese dell'anno. Altro che rischi pro-ciclici di una politica di bilancio espansiva: qui c'è tanto ancora da investire in crescita se vogliamo davvero che l'Italia metta alle spalle la sua lunga crisi e conquisti una stabilità, anche finanziaria, che è nell'interesse dell'Europa tutta."
(F. Forquet)

Fabrizio Forquet, vice direttore del Sole 24 Ore, sostiene le richieste di "flessibilità" sui conti pubblici avanzate dal governo italiano nei confronti della Commissione Ue. Il tutto è basato sulla visione, ampiamente condivisa da quel giornale e dal suo editore, in base alla quale il bilancio dello Stato rappresenta uno strumento da utilizzare per la crescita economica.

Si tratta del buon vecchio keynesismo all'amatriciana che prevale nel Belpaese, in cui la lobby industriale (o, per lo meno, chi conta all'interno della stessa) non chiede allo Stato di farsi da parte e lasciar fare alle imprese, bensì anela a fare affari con lo Stato stesso, meglio se al riparo dalla concorrenza.

Dietro alla parola "flessibilità" non c'è altro che deficit pubblico aggiuntivo, che prima o poi qualcuno dovrà pagare. Perché pasti gratis non ve ne sono, checché qualcuno continui a crederlo o a volerlo far credere agli altri.

Come ho evidenziato più volte, per chi crede che il Pil prodotto in deficit sia salutare non è mai il momento di contenere il disavanzo. Guai a farlo quando si è in recessione, e neppure quando le cose vanno meno peggio. Il miglior momento per sistemare il bilancio dello Stato è sempre domani.

Uno dei motivi di discussione in queste settimane tra il governo italiano e la Commissione Ue riguarda le spese sostenute per salvare e fornire assistenza alle migliaia di persone più o meno disperate che attraversano il Mediterraneo in direzione Italia. Da quando Angela Merkel, la scorsa estate, ha dichiarato di accogliere in Germania tutti i profughi siriani che vi si recassero, il flusso di persone che transita dalla Turchia non ha fatto altro che aumentare.

Nel tentativo di rallentare gli arrivi, anche a seguito di un calo di popolarità interna, Merkel ha fatto pressione affinché la Ue fornisse assistenza alla Turchia per 3 miliardi. Fuori dalle ipocrisie, si tratta di un pagamento fatto al governo turco per limitare i flussi verso l'Europa, Germania in primis.

La Germania ha sostanzialmente imposto a tutti i Paesi Ue di partecipare pro quota al pagamento. Di qui la richiesta italiana dapprima di scomputare quei soldi dal conto del deficit. Poi di considerare fuori dal deficit anche le altre spese sostenute per il salvataggio dei migranti provenienti dall'Africa via Mediterraneo.

In effetti non si vede per quale motivo i soldi da dare alla Turchia debbano gravare pro quota su tutti, mentre le missioni nel Mediterraneo debbano essere a carico esclusivamente di chi le fa. Ciò detto, si può anche far finta che il denaro speso per questo o quel motivo non vada contabilizzato nel calcolo del deficit, ma ciò non fa altro che occultare una parte dello stesso deficit e, di conseguenza del debito pubblico.

Così come non è facendo deficit che si produce crescita economica (nella migliore delle ipotesi, si anticipa un po' di Pil futuro), non è stabilendo convenzionalmente che il deficit non esiste che si risolve il problema. Nessuna flessibilità può modificare la realtà.


lunedì 8 febbraio 2016

Scorie - Se quella è timidezza...

"La timidezza delle banche centrali - quelle grandi, perché le piccole non hanno esitato a tagliare in modo aggressivo - è legata al fatto che gli effetti collaterali possono essere tanti e potenti. Con una politica ultraespansiva, ha recentemente spiegato la Banca dei regolamenti internazionali (da sempre poco convinta da quantitative easing e tassi negativi), i mercati finanziari si concentrano più sulla politica monetaria che sull'economia reale, le quotazioni vengono distorte, le compagnie finanziarie vedono erodere il loro modello di business - anche se si stanno immaginando nuovi prodotti - i governi sono disincentivati nel risanamento fiscale e, soprattutto, si alimenta la disillusione sul potere della politica monetaria."
(R. Sorrentino)

Commentando la mossa a sorpresa, e abbastanza disperata, da parte della Banca del Giappone di introdurre tassi di interesse negativi, Riccardo Sorrentino sostiene che le grandi banche centrali abbiano finora agito con timidezza. In effetti alcune banche centrali, per esempio in Svizzera, Danimarca e Svezia, hanno portato i tassi in territorio negativo più aggressivamente della BCE, ma giudicare timide le grandi banche centrali (Fed, Bce e BoJ) mi pare davvero fuori luogo, considerando la enorme quantità di base monetaria creata dal nulla dal 2008 a oggi.

E sono indubbiamente condivisibili le osservazioni della BRI, che in effetti ha un atteggiamento critico nei confronti di una politica monetaria così espansiva già da diversi anni.

Lo stesso Sorrentino riconosce che la politica monetaria ha "rendimenti decrescenti". In altre parole, come qualsiasi droga finisce per dover essere somministrata in dosi sempre maggiori e per avere effetti di "sollievo" sempre meno durature. Ovviamente danneggiando in misura crescente la salute di chi la assume.

Tuttavia sostiene che probabilmente bisognerebbe fare di più.

"Per ottenere risultati occorrerebbe probabilmente fare molto di più, con un occhio agli effetti indesiderati ma un altro fisso sulle aspettative. Da un punto di vista astratto - ricorda una recente ricerca di Harriet Jackson per la Bank of Canada - i tassi d'interesse di mercato, e quindi non solo quelli ufficiali che coinvolgono le banche e poche altre compagnie finanziarie, possono arrivare fino a un limite del -2%, anche se la stima è circondata da molta incertezza. Un -1% è forse un livello più sicuro: è difficile infatti che i costi, e il rischio, di detenere banconote al posto dei conti correnti siano più bassi (anche se molto dipende dal taglio massimo dei biglietti). In Eurolandia, per esempio, è stato calcolato che il costo sociale delle banconote è del 2,3%, in Danimarca del 3,8%. Due numeri che forniscono in astratto un limite minimo."

Trovo sempre stupefacente con quanta disinvoltura si parli di tassi di interesse di mercato in un contesto nel quale il mercato stesso è pesantemente condizionato e distorto dalla politica monetaria. Senza l'intervento delle banche centrali è assai improbabile che avremmo visto tassi di interesse negativi, eppure da un paio di anni sono sempre più numerosi gli studi che cercano di quantificare quale sia il limite minimo al quale possono essere spinti i tassi di interesse. Credo che spesso si finisca per perdere di vista il concetto stesso di tasso di interesse.

Ma perché, poi, dover accettare un limite al ribasso? Ecco cosa ripescano i manipolatori del denaro dal passato:

"Oltre quel livello non è inoltre impossibile andare: ma potrebbe essere necessario vietare l'uso dei contanti - una tendenza comunque in corso, all'estero - oppure tassarne il possesso, non diversamente da quanto proponeva cento anni fa l'economista anarchico Silvio Gesell, lodato da Irving Fisher e John Maynard Keynes… Non sono, queste ipotesi, fughe in avanti: i tassi negativi non sono più un esperimento. La Nippon Ginko ha appena iniziato la sua esplorazione, la Bce ha lasciato intendere che potrebbe tagliare ancora. È un processo che potrebbe richiedere molti cambiamenti strutturali delle economie e forse l'adozione di nuovi regimi monetari. È - per esempio - ancora adeguato in questa situazione l'obiettivo di inflazione (non il suo livello, che non può essere modificato senza danneggiare la credibilità della politiche monetaria, ma proprio lo stesso aggregato)? L'economia ha bisogno di prezzi più alti o piuttosto di domanda nominale (e quindi un pil nominale) più elevato?"

Addirittura Silvio Gesell, che fino a qualche tempo fa era preso in considerazione solo dai più grossolani fautori della velocizzazione forzata della circolazione della moneta.

Quanto alla distinzione tra inflation targeting e obiettivo sul Pil nominale, se l'indice di prezzi utilizzato per calcolare l'inflazione fosse sufficientemente ampio (in realtà è sempre e comunque arbitrario), non vi sarebbero sostanziali differenze tra i due obiettivi.

Ma se il Pil nominale crescesse in virtù di un aumento dei prezzi, come è possibile sostenere che si tratterebbe di ricchezza reale? Dovrebbe essere evidente a chiunque che si tratterebbe solo di una variazione nominale, con annessi effetti redistributivi sulla ricchezza reale.

Se l'ossessione è davvero quella di ottenere i prezzi al livello desiderato, non mi meraviglierei, uno di questi giorni, di sentire qualcuno proporre che lo Stato fissi direttamente per decreto i prezzi di tutti i beni compresi negli indici di riferimento. Ovviamente il sistema economico imploderebbe, ma suppongo che anche in quel caso sentiremmo dire che "occorre fare di più".


venerdì 5 febbraio 2016

Scorie - Ci risparmino almeno orgoglio e vittimismo

In prima pagina dell'inserto domenicale del Sole 24 Ore si trova una rubrica, dal titolo "Memorandum" a firma del direttore, Roberto Napoletano. Domenica 31 gennaio Napoletano ha dedicato il suo pezzo ai servitori dello Stato dell'Agenzia delle entrate, dopo aver partecipato a una cena e aver avuto come commensale il direttore dell'Agenzia, Rossella Orlandi.

Napoletano inizia così:

"Quasi le scappa una lacrima a Rossella Orlandi, ma quando ripete («le mie donne e i miei uomini») la voce è ferma, gli occhi si muovono come una pallina da flipper, vengono fuori senso dello Stato e caparbietà: «Noi abbiamo la coscienza a posto, direttore, siamo orgogliosi del nostro lavoro, oggi posso affermare con tranquillità che all'agenzia delle Entrate la squadra c'è, tiene botta a tutto, la macchina funziona perché le mie donne e i miei uomini si muovono insieme». Si ferma, quasi di scatto, poi con lo stesso impeto naturale: «Vorrei che si sapesse che quel signore che ha fatto pagare 300 milioni alla Apple per nove mesi ha preso un treno regionale Milano-Torino due volte al giorno perché con 1600 euro di stipendio non poteva pagare il biglietto di un Frecciarossa o di un Italo, questi sono gli uomini della agenzia delle Entrate, la più moderna e dinamica tra quelle europee, che qualcuno si ostina a voler ritenere un pezzo di ministero o a dipingere come una persecutrice di famiglie e di piccoli, indifesi artigiani»".

A giudicare dalla parole di Orlandi parrebbe che la parte debole, nel rapporto tra Agenzia delle entrate e il cosiddetto contribuente, siano le sue donne e i suoi uomini, come ama definirli. Peccato che non vi siano riscontri fattuali di tutto ciò. E che, in effetti, famiglie e artigiani siano sovente perseguitati dal fisco. O tutti i fatti di cronaca (a volte, ahimè, cronaca nera) che si susseguono di anno in anno sono inventati?

Orlandi sottolinea che il signore che ha fatto pagare 300 milioni alla Apple percepisce uno stipendio di soli 1600 euro. E allora? In primo luogo, non è obbligatorio lavorare all'Agenzia delle entrate. Se uno ritiene che lo stipendio sia troppo basso, può cercare un altro lavoro, per esempio lavorare per uno studio professionale che si occupa di tematiche fiscali, se preferisce rimanere in tema. In secondo luogo, ci sono una moltitudine di persone che, per uno stipendio simile o inferiore, hanno un posto di lavoro molto meno garantito di un signore che lavora all'Agenzia delle entrate. Per di più producendo beni o servizi che qualcuno volontariamente acquista, non imposti dallo Stato (mai come in questo caso la parola imposizione è d'obbligo). Insomma, ci sono persone che vivono grazie ai "mezzi economici" e non ai "mezzi politici", come avrebbe sostenuto Franz Oppenheimer.

Napoletano, però, evidentemente è rimasto ammaliato dal "senso dello Stato". Prosegue così:

"È alla mia sinistra la "direttora" seduta intorno a un tavolo di giornalisti e esperti del Sole riuniti per la consueta cena di Telefisco, saremo una trentina, e mi colpisce perché si ferma di scatto, alza gli occhi al cielo, e butta lì: «Prima ci hanno dato uno status privatistico, poi la Consulta ha annullato tutto, ma in mezzo ci sono storie personali e familiari, il rischio forse scongiurato di un clamoroso passo indietro». È come se ti dicesse: ma in che Paese viviamo? È possibile che si devono sempre bollare e gettare nel panico tutti quelli che fanno bene? Risento la voce e trascrivo a memoria: «Seriamente parlando, vi pare una cosa che abbia un senso? Io sono un dirigente generale dello Stato e sono carrarina, non mollo perché sono di marmo duro, si rassegnino. Anche perché noi, quelli della squadra, siamo i migliori al mondo e non abbiamo accanimento, sappiamo quello che è successo in questi anni e ci guida un forte senso etico, abbiamo fatto il record degli incassi nonostante mille interruzioni obbligate, mai si erano raggiunti risultati simili. C'erano le beghe politiche, ci sono tutte le beghe politiche del mondo, mille intralci di ogni tipo, e noi ci siamo arrangiati, non abbiamo fatto una piega, siamo diventati l'agenzia fiscale che è finita in prima pagina sul Times perché ha fatto quello che nessuno è riuscito a fare e oggi portiamo tutti lo scudetto nel cuore»."

Orlandi si riferisce alla nota vicenda dei dirigenti assunti senza concorso, decaduti a seguito di una sentenza della Corte costituzionale. Credo che quelle siano beghe interne allo Stato, e ditemi pure che sono cinico, ma proprio non riesco a intenerirmi nel leggere lo sfogo della "direttora".

E se loro hanno avuto "mille intralci di ogni tipo", pensino per un attimo solo a quello che vive mediamente un cosiddetto contribuente, che oltre a dover pagare le tasse deve pure impazzire per farlo. Pensino a quante volte una circolare del'Agenzia che dovrebbe contenere chiarimenti per un adempimento è arrivata a poche ore dalla scadenza fiscale, lasciando peraltro altri punti da chiarire. E questo per fare un solo esempio.

Certamente sarà in primo luogo colpa del legislatore, ma chiunque abbia a che fare con l'Agenzia delle entrate sa benissimo che la vita del pagatore di tasse non è certo resa più semplice dal loro operato.

Almeno evitassero di sfoggiare un pessimo mix di orgoglio e vittimismo. Il resto del Memorandum ve lo risparmio.


giovedì 4 febbraio 2016

Scorie - Che brutto film

"Viene creato un unico fondo alimentato al 12 per cento dal gettito Ires e Iva di chi utilizza i contenuti, tv, provider telefonici e distributori cinematografici, non andando sotto l'importo annuo di 400 milioni."
(D. Franceschini)

Il 28 gennaio Renzi e Franceschini hanno ricevuto a pranzo Bertolucci, Benigni, Tornatore e Sorrentino (in quanto vincitori di un premio Oscar) per preannunciare loro le nuove misure che il governo ha poi assunto qualche ora dopo in Consiglio dei ministri. Una scena a mio parere patetica, nella quale Renzi interpretava il ruolo del mecenate (ovviamente con i soldi altrui) che invita gli artisti di corte per dir loro in anteprima cosa farà a favore del cinema.

In estrema sintesi, sono le solite misure a sostegno di una attività, il cinema appunto, che non ha alcun motivo per essere sostenuta da altri se non dagli spettatori volontariamente paganti.

Il ministro dei Beni Culturali ha anche aggiunto che il governo intende regolamentare in modo stringente l'obbligo di trasmissione del cinema italiano in televisione, prevedendo sanzioni per chi trasgredisse.

Voglio sperare che, per lo meno, l'obbligo riguardi solo la Rai. Anche in tal caso, tra l'altro, trovo allucinante l'obbligo di trasmettere film italiani solo perché italiani. Ci si troverebbe in una situazione in cui un film prima riceve sussidi pubblici per essere prodotto, poi viene visto volontariamente al cinema da quattro gatti (e forse quattro è un tantino ottimista come ipotesi), quindi viene imposto in televisione. Così anche chi non lo vuole vedere, prima lo paga con il contributo pubblico, poi con il canone Rai, da quest'anno in bolletta dell'elettricità.

Roba da farsi ridere dietro (per non piangere) perfino dalle più sgangherate repubbliche sudamericane.


mercoledì 3 febbraio 2016

Scorie - The dreamer

"Le cose sono cambiate. Le riforme sono leggi e dopo tre anni di recessione è tornato il segno più nei fondamentali economici. Possiamo tornare a fare il nostro mestiere, dunque. E il nostro mestiere è guidare l'Europa, non andare in qualche palazzo di Bruxelles a prendere ordini."
(M. Renzi)

Qualcuno lo riporti alla realtà. Evidentemente è nel mondo dei (suoi) sogni.


martedì 2 febbraio 2016

Scorie - Il vero rischio dell'abolizione del contante

"Secondo le nostre stime il 60% del denaro è fuori dal controllo della banca centrale, a causa del mercato in nero e delle attività di riciclaggio. Ci sono così tanti pericoli e svantaggi associati al contante, che abbiamo proposto di abolirlo definitivamente."
(T. Bentestuen)

Trond Bentestuen, dirigente di una primaria banca norvegese, auspica un provvedimento governativo per abolire definitivamente l'utilizzo del contante.

Pare che in Norvegia il contante sia già da tempo scarsamente utilizzato. Ma c'è una enorme differenza tra l'utilizzo volontario del denaro elettronico e una sua eventuale imposizione legislativa.

Solitamente le principali giustificazioni addotte per invocare (o imporre) limiti all'utilizzo del contante sono quella che fa riferimento al riciclaggio e quella che fa riferimento ai costi della gestione fisica del contante.

La prima è evidentemente un pretesto, dato che una qualche forma di pagamento l'economia criminale la troverebbe (e già oggi la utilizza) anche se non esistesse più il denaro contante. La seconda ha un qualche fondamento, per quanto debole, perché evidentemente maneggiare banconote comporta costi logistici e di servizi di sicurezza.

In linea di massima se si applicasse il semplice buon senso nulla dovrebbe vietare a una banca di stabilire che non accetta l'utilizzo del contante. I clienti potrebbero scegliere se adeguarsi oppure trasferire il loro denaro presso una banca che non imponga tale restrizione.

Ma è comprensibile che una banca, temendo di perdere raccolta, preferisca che il divieto all'utilizzo del contante sia stabilito per tutti dallo Stato.

Alcuni ritengono che le banche siano favorevoli all'abolizione del contante perché questo neutralizzerebbe il rischio di corsa agli sportelli. Ma la sola abolizione del contante non sarebbe di per sé sufficiente a neutralizzare una perdita (anche letale) di depositi nella singola banca, perché sarebbe sufficiente disporre un bonifico verso altre banche.

Lo stesso, in un certo senso vale anche a livello di sistema bancario di un determinato Paese, dato che un depositante potrebbe bonificare il proprio denaro su un conto aperto in una banca estera. Per limitare il rischio di crisi sistemica di liquidità sarebbe quindi necessario che lo Stato, oltre ad abolire il contante, imponesse anche limiti ai movimenti di capitale, come fatto l'estate scorsa dal governo greco (per restare a un caso recente).

Quindi l'abolizione del contante aiuterebbe certamente le banche riducendone i costi e limitando in qualche misura il rischio di fuga dei depositi, ma ciò che va realmente temuto, a mio parere, è l'impossibilità di difendere la proprietà nei confronti dello Stato.

Se non è possibile prelevare denaro contante e custodirlo, per esempio, in una cassaforte, lo Stato può imporre qualsiasi balzello, in qualsiasi momento. A quel punto, di fatto, la proprietà del depositante diventa il complemento a uno di quanto pretende lo Stato per sé. E da questo nessuno potrebbe difendersi neppure detenendo il denaro all'estero, fatta eccezione per i sempre meno paradisi fiscali rimasti.

Ovviamente è possibile limitare al massimo il denaro depositato e trasformare il resto in beni reali (quelli finanziari, a loro volta depositati presso qualche intermediario, sono comunque aggredibili dal fisco). In attesa che si sviluppino mezzi di pagamento alternativi utilizzati in modo sufficientemente diffuso.

In conclusione, è comprensibile il timore di molti che l'abolizione del contante renda più agevole il bail-in, ma il pericolo più consistente è quello di vedere svuotato il diritto di proprietà sul denaro da parte dello Stato.


lunedì 1 febbraio 2016

Scorie - Sospetti giustificati

"Andreotti disse che a pensar male si fa peccato ma 'spesso' ci si azzecca. Lei usa dello stesso concetto con parole più forti, ma chiude dicendo che ci si azzecca 'quasi' sempre. Io sto risolutamente dalla parte lasciata libera dallo 'spesso' e dal 'quasi sempre'. L'idea che dopo qualche decennio in cui il risparmiatore abbia ottenuto magrissimi frutti dai suoi risparmi, il destino cinico e baro faccia balzare l'inflazione a due cifre, decimando così il potere d'acquisto del gruzzolo investito, non mi sembra realistica. Forse la determinante principale del tasso di inflazione sono le aspettative, e, una volta che queste aspettative, dopo numerosi lustri di bassa inflazione, siano saldamente ancorate verso il basso, non credo sia possibile che i prezzi ricomincino a salire a due cifre. E se questo, per qualche incidente, dovesse principiare a succedere, le Banche centrali sarebbero leste a spingere l'inflazione di nuovo verso il basso. Insomma, a pensar male si fa peccato, ma qualche volta 'non' ci si azzecca."
(F. Galimberti)

Un lettore del Sole 24 Ore ha scritto a Fabrizio Galimberti, avendo il sospetto che tutta questa storia sulla mancanza di inflazione (intesa come crescita di un indice di prezzi al consumo, che in realtà è una conseguenza dell'inflazione, ossia dell'espansione monetaria) di cui tanto si sente parlare rischi di rivelarsi una fregatura per coloro che investissero oggi il loro denaro in titoli di Stato a lungo termine. Basterebbe un aumento dell'inflazione per ridurre il valore reale del debito pubblico, ma anche dell'investimento fatto oggi. Il lettore paventa un ritorno a crescite dei prezzi al consumo a doppia cifra, ma per rendere negativo il rendimento reale basterebbe molto meno.

Galimberti parte citando Andreotti, e qui devo precisare che, ancorché quelle parole siano comunemente attribuite ad Andreotti, a me è capitato di leggerle in un articolo di Henry Louis Mencken scritto nel 1916, ossia tre anni prima che Andreotti nascesse.

Ciò premesso, Galimberti cerca di rassicurare il lettore che i prezzi non torneranno a crescere a doppia cifra, anche perché le banche centrali lo impedirebbero con politiche monetarie restrittive. Posso anche concordare che oggi lo scenario di crescite dei prezzi simili a quelle di 30-40 anni fa appaia poco probabile, ma per far perdere soldi a chi investe in titoli di Stato a 10-30 anni basta molto meno.

Oggi un BTP a 10 anni rende meno dell'1.5% lordo, mentre un BTP a 30 anni rende circa il 2.6% lordo. In base alle attuali aspettative sull'andamento dei prezzi al consumo, i rendimenti reali lordi sono pari a 0.7% per il decennale e 1.1% per il trentennale. Ciò significa che le aspettative di inflazione sono ben sotto l'obiettivo del 2% annuo che persegue per statuto la BCE.

Ma con rendimenti nominali lordi come quelli correnti, basta in realtà che la BCE riporti l'inflazione al suo obiettivo statutario per far perdere soldi a chi investe in un decennale, erodendo anche significativamente il rendimento reale di chi investe in un trentennale. Ovviamente se l'inflazione attesa (non necessariamente quella corrente) si riportasse ai livelli target della BCE, i prezzi di mercato dei BTP ne risentirebbero.

Se poi, come molti keynesiani auspicano (lo stesso Galimberti flirta con l'idea) per qualche tempo la BCE "tollerasse" una crescita dei prezzi al consumo anche del 3-4% annuo, allora la perdita per chi investe oggi sarebbe consistente.

Il tutto senza considerare che i livelli di rendimento attuali sono notevolmente distorti dalla politica monetaria della BCE stessa. Quando lo spread tra BTP e Bund tedeschi, a cavallo tra fine 2011 e metà 2012, era oltre 500 punti base, i conti pubblici italiani non erano messi peggio di oggi. Il deficit era attorno al 3.5% del Pil, e oggi è migliorato di meno di un punto; il debito, invece, era al 116% del Pil, mentre oggi supera il 133%.

Considerando che tagli di spesa pubblica non ne vengono fatti, se non in misura risibile, che le dismissioni di patrimonio pubblico vanno altrettanto a rilento, e che aumentare ulteriormente la pressione fiscale farebbe stramazzare ciò che resta del sistema produttivo italiano, l'unico modo per ridurre il debito, quanto meno in rapporto al Pil, consiste nell'avere una crescita nominale del Pil superiore alla crescita del debito stesso.

La compressione artificiale dei tassi di interesse aiuta lo Stato (penalizzando il risparmio, ovviamente), ma non può essere eterna, mentre la crescita reale del Pil è frenata sia da un mix di statalismo e fiscalità opprimente, sia da una demografia in calo.

Per aumentare la crescita nominale del Pil non resta quindi che una maggiore inflazione. Ovviamente chi governa si limita ad auspicare che torni al 2%, ma in cuor suo suppongo non si straccerebbe le vesti se andasse anche qualche punto oltre. Qualche punto che verrebbe spacciato come non problematico, ma che danneggerebbe e non poco chi oggi investe in BTP a lunga scadenza.

In conclusione, i sospetti del lettore sono più che giustificati.