venerdì 29 gennaio 2016

Scorie - Il "meglio" coercitivo

"Gli esseri umani sono intelligenti. Possiamo infrangere o eludere ogni regola imposta. Se si trova una regola che sembri descrivere come agisce un gruppo di persone, sarebbe bene essere cauti nel cercare di usare quella regola per controllare le persone… Ma a volte è possibile disegnare sistemi umani che funzionano. Per esempio, creare leggi sulla sanità ha fortemente ridotto la diffusione delle epidemie. Tassare le persone per pagare la costruzione di strade ha portato ad avere più strade e migliori di quante ne avremmo avute le se cose fossero state lasciate al settore privato."
(N. Smith)

A Noah Smith capita spesso di affrontare il tema dell'uso della matematica in economia. Alcuni ritengono che, in buona sostanza, non abbia alcuna scientificità un articolo, un saggio o un manuale di economia che non sia infarcito in ogni sua pagina di equazioni. E più queste equazioni sono complesse, più il lavoro è considerato scientifico. Inoltre, la base di ogni lavoro deve essere rappresentata dai dati. Solo elaborando i dati si può costruire una teoria.

Altri ritengono, al contrario, che solo partendo da alcuni assiomi autoevidenti si possa elaborare una teoria, e che i dati servano a rafforzare la teoria stessa. In questo caso la matematica può essere un utile complemento, ma non lo strumento principe utilizzato dall'economista.

Personalmente ritengo corretta la seconda opinione, per il semplice fatto che non vi è economia senza azione umana, e che gli esseri umani non sono né pietre, né automi. Gli esperimenti di laboratorio che sono il pane quotidiano delle cosiddette scienze dure (si pensi alla fisica o all'ingegneria) non possono avere la stessa affidabilità nel caso dell'economia.

Per quanto si lavori su campioni numerosi e diversificati di persone alle quali sottoporre dei test per analizzarne il comportamento e trarne indicazioni utili a una teoria, occorre sempre considerare che ogni campione sarà inevitabilmente inadeguato a rappresentare miliardi di individui e, al tempo stesso, che ogni individuo può agire diversamente in situazioni simili ma in momenti differenti.

Lo stesso Smith riconosce che è bene essere cauti nel legiferare basandosi su "una regola che sembri descrivere come agisce un gruppo di persone". Però è decisamente tra coloro che, in economia, ritengono che le argomentazioni siano ancelle della matematica e degli esperimenti di laboratorio, e non viceversa.

Di conseguenza, ritiene condivisibile l'uso della coercizione per "migliorare" la società. Per esempio, rendendo obbligatorie certe cure o imponendo certe tasse per finanziare talune spese pubbliche. A suo dire, così si otterrebbero risultati migliori rispetto al lasciare operare liberamente il settore privato.

Solitamente, nel sostenere che qualcosa è "migliore", molti (tra i quali Smith) tendono a oggettivizzare un punto di vista soggettivo (il che, in economia, deriva dal considerare identiche le funzioni di utilità individuali). Quando c'è di mezzo la legislazione, "migliore" diventa il punto di vista del legislatore pro tempore, che sostituisce la propria volontà a quella degli individui.

In assenza di coercizione pare che si avrebbero ancora epidemie da medioevo e strade piene di buche (che, a onor del vero, in Italia abbondano da più parti nonostante la tassazione e la legislazione siano altrettanto abbondanti). In realtà, in assenza di coercizione la quantità e le caratteristiche di beni e servizi dipenderebbero da scambi volontari e non dalla volontà del legislatore.

Non ci sarebbe l'eccesso di domanda tipico dei beni apparentemente gratuiti e la solidarietà tra persone non sarebbe ottenuta con la coercizione. Due cose evidentemente inaccettabili per chi ritiene che ciò che lui stesso considera "migliore" debba essere migliore per tutti, anche a costo di usare la forza.


giovedì 28 gennaio 2016

Scorie - Nessuna collaborazione

Un articolo di Enrico De Mita dal titolo "Nuovo fisco? Tasse giuste, collaborazione vera", pubblicato sul Sole 24 Ore, mi fornisce diversi spunti per ribadire che, realisticamente, non può esservi un rapporto di "collaborazione vera", men che meno di fiducia reciproca, tra il fisco e il cosiddetto contribuente. E' la natura stessa del rapporto, nel quale una parte ha potere coercitivo sull'altra, che rende impossibile, per chi subisce la coercizione, sentire che si tratti di collaborazione in un rapporto di reciproca fiducia. Ovviamente possono esistere eccezioni, ma credo che in tal caso non ci si allontani dal vero ipotizzando un atteggiamento intriso di servilismo da parte del pagatore di tasse.

De Mita apre l'articolo così:

"Nell'atto di indirizzo per il conseguimento degli obiettivi di politica fiscale per gli anni 2016/2018 il ministro dell'Economia ha posto la collaborazione con il contribuente come condizione primaria per la lotta all'evasione. Ma nessuna collaborazione può funzionare se il livello delle aliquote non è accettabile. In ogni caso, niente di nuovo sotto il sole. Già Ezio Vanoni negli anni Cinquanta aveva detto che il rapporto fra fisco e contribuente non deve essere di «reciproco sospetto e di ostilità». I cittadini devono essere intimamente convinti della necessità e dell'equità dell'imposizione fiscale. Si impone, dunque, un rapporto di collaborazione. L'amministrazione deve aiutare il contribuente rimuovendo tutti gli ostacoli formali e psicologici che impediscono la collaborazione. Le leggi fiscali non devono essere scritte nel presupposto che il contribuente le evade. Viene definitivamente superata la concezione di Francesco Carnelutti secondo la quale il fisco è un ladro che cerca di portare via quanto è più possibile e il contribuente ha diritto di difendersi; in sede penale il contribuente ha diritto a mentire."

A mio parere Francesco Carnelutti aveva pienamente ragione, e il fatto stesso che la storia della collaborazione, della mancanza di ostilità e di reciproco sospetto non sia cambiata dai tempi in cui ne parlava Ezio Vanoni (sono passati 60 anni, ma le cose andavano così anche prima, praticamente da quando esiste l'imposizione fiscale), dovrebbe far venire dei dubbi a chi pensa sia possibile che tra chi impone le tasse e chi le paga possa esistere una sorta di partnership.

Vorrei inoltre evidenziare che utilizzare il concetto di "sopportabilità" non ha alcun senso. E' evidente che minore è l'aliquota, minore sarà il carico fiscale, ma quello di sopportabilità è un concetto soggettivo, per cui credo sia errato tentare di oggettivizzarlo.

Eppure pare essere quello che fa De Mita, che prosegue così:

"Ma questo profilo formale, sia pure necessario, non è sufficiente a combattere l'evasione. Occorre che l'imposta sia sopportabile. L'adesione non può essere richiesta a ciò che non è giusto. Quindi, le aliquote devono essere sopportabili. Il massimo deve essere collocato a un livello oltre il quale il contribuente è portato naturalmente all'evasione: l'eccessivo livello delle aliquote è causa tecnica di evasione. Questo livello è stato largamente raggiunto e superato in Italia."

Tecnicamente può anche essere convenuto che la soglia della sopportabilità sia quella oltre la quale "il contribuente è portato naturalmente all'evasione". Il problema è che non siamo tutti uguali, per cui, a parità di base imponibile, ciò che Tizio ritiene sopportabile potrebbe non esserlo per Caio.

Tutto il ragionamento di De Mita è basato poi sul presupposto, del tutto infondato, che possa essere definito "giusto" un determinato livello di tassazione. Ma come si fa a definire giusta un'obbligazione posta coercitivamente a capo di qualcuno? Il pagatore di tasse non può scegliere di non pagare rinunciando ai servizi pubblici. Come si fa a parlare di giustizia in un rapporto in cui manca la volontarietà (o, in ogni caso, non è necessario che ci sia la volontarietà) di una delle parti?

De Mita se la prende, poi, con il concordato:

"Ma è l'intero sistema tributario che è organizzato in modo da non consentire l'auspicio che tutti paghino per pagare di meno. Al centro del sistema c'è il concordato, in tutte le sue versioni: un accordo che già nel 1971 veniva considerato la causa prima di una forte discriminazione fra i contribuenti. E la parità di trattamento è una delle condizioni che deve essere posta a base della collaborazione. La sanzione penale dovrebbe essere alternativa alla collaborazione e in funzione dell'accertamento: se il contribuente paga, avvalendosi di tutte le forme transattive, non viene punito. Le cento strade che il fisco si inventa per racimolare qualche soldo sono incompatibili per una collaborazione, perché ognuno preferisce la strada che gli conviene. La collaborazione è possibile se tutti i cittadini sono trattati allo stesso modo. Se nella collaborazione non viene compresa anche l'equità e la sopportabilità la proposta diventa una coperta per lasciare le cose come stanno.
Le belle maniere non sono sufficienti se non si inventa un sistema razionalmente ispirato fondato sulla parità di trattamento e sulla sopportabilità. Il fisco italiano interviene su singole situazioni mentre si richiede una visione unitaria. Della quale non si sente parlare."

E' evidente che ognuno, trovandosi in contenzioso con il fisco, cerchi la strada che gli conviene. E a me pare altrettanto evidente che se uno afferma "Le cento strade che il fisco si inventa per racimolare qualche soldo sono incompatibili per una collaborazione" non ha senso che poco prima abbia contestato l'affermazione di Carnelutti secondo la quale il fisco cerca di portare via quanto più possibile.

Io mi permetterei solo di aggiungere che non solo cerca di portare via quanto più possibile, ma anche che aggredisce i soggetti dai quali ritiene di incontrare minori resistenze, che spesso sono coloro i quali non possono (o ritengono non convenga loro) pagare somme significative per essere difesi in contenzioso.

Altro che collaborazione vera.


mercoledì 27 gennaio 2016

Scorie - Speculazioni

"Se uno vende un appartamento, un negozio, una casa che non ha è penalmente perseguibile, è una truffa. Il meccanismo può favorire gli andamenti speculativi e di conseguenza altera le certezze di lealtà e di trasparenza sulle quali i mercati devono essere regolati."
(A. Patuelli)
 
Il presidente dell'ABI, Antonio Patuelli, sostiene che vendere un titolo allo scoperto sia sostanzialmente una truffa.

Posto che esistono diversi modi per prendere una posizione ribassista su un titolo, una commodity o un indice (Patuelli vorrebbe mettere al bando anche tutti i derivati?), immagino che il riferimento sia alla vendita allo scoperto di titoli sul mercato azionario.

Ciò che Patuelli sembra ignorare è che uno strumento finanziario, a differenza di un appartamento, un negozio o una casa, è generalmente un bene fungibile. Ciò significa che è possibile ottenere a prestito i titoli che si vendono allo scoperto, in modo da consegnarli al compratore.

Il problema, quindi, non consiste nella vendita allo scoperto in quanto tale, laddove chi apre la posizione corta prenda a prestito i titoli e li consegni regolarmente (solitamente il secondo giorno lavorativo successivo a quello in cui ha effettuato la vendita). Il problema sorge se chi vende allo scoperto non si procura i titoli per consegnarli alla data di regolamento dell'operazione.

Si può essere del parere che le penali in cui si incorre per vendite allo scoperto "nude" siano ridicolmente basse e non costituiscano un deterrente efficace, ma è solo in questi casi che, effettivamente, la vendita allo scoperto può essere considerata irregolare.

Quanto alla speculazione, non vedo per quale motivo quando è al rialzo nessuno se ne lamenta, mentre quando è al ribasso apriti cielo. Eppure si tratta sempre di cercare profitto dalla compravendita. Perché in un senso va bene e nell'altro no?


martedì 26 gennaio 2016

Scorie - Lotterie e paternalismo

"Quindi le lotterie tendono a funzionare come una tassa sui poveri. Potrebbe allora essere etico limitare la partecipazione alle lotterie solo alle persone sufficientemente istruite per comprendere la perdita alla quale vanno incontro, e ricche a sufficienza per sopportarle… In alternativa, potremmo porre un tetto all'ammontare dei biglietti che possono essere comprati dai poveri. Ovviamente ciò genererebbe minori entrate per i governi, per cui non scommetterei che avvenga."
(N. Smith)

Commentando la partecipazione di una moltitudine di persone al Powerball (il cui montepremi da 1,6 miliardi di dollari è stato recentemente vinto da tre persone, le quali lasceranno almeno la metà della vincita in imposte federali, statali e comunali), Noah Smith ha proposto alcune restrizioni.

Una delle tendenze tipiche dei sinistrorsi che nel mondo anglosassone si definiscono liberal è quella a invocare dosi massicce di paternalismo da parte dello Stato, che dovrebbe imporre certe cose e proibirne altre per il bene della gente, a maggior ragione se povera e poco istruita.

Si tratta per lo più delle stesse persone che sostengono sempre e comunque il rafforzamento del ruolo statale nell'istruzione (in tal caso, essendo in palese conflitto di interessi, dato che si tratta spesso di persone che lavorano nel mondo della pubblica istruzione, a qualsivoglia livello), a prescindere dai fallimenti fin qui emersi da una situazione più o meno sostanziale di monopolio di cui gode lo Stato in quel settore.

Indubbiamente le lotterie (in senso lato) rappresentano una sorta di tassazione volontaria, dato che, anche quando sono gestite da privati, il fisco incassa cifre considerevoli dalle somme versate dai giocatori. In diversi casi, peraltro, è lo Stato stesso a tenere il banco.

Che si tratti di una tassa che grava per lo più su persone povere e poco istruite è stato riscontrato da diversi studi empirici, citati anche da Smith, ed è tutto sommato una ipotesi ragionevole, dato che chiunque abbia delle conoscenze di base del calcolo delle probabilità non partecipa a giochi del genere, se non per cifre simboliche che, in quanto tali, se perse non peggiorano il suo tenore di vita. E se qualcuno spende una cifra considerevole del proprio denaro pur essendo consapevole che andrà incontro a perdite altrettanto considerevoli, dovrebbe essere libero di farlo, a patto che le conseguenze gravino solo sulle sue tasche.

Resta il fatto che se ci sono così tante persone prive di nozioni di base del calcolo delle probabilità (che, a dire il vero, possono essere intuite a livello approssimativo anche dall'osservazione empirica degli esiti dei giochi in questione) in un sistema dell'istruzione dominato dallo Stato, non sarà forse che l'istruzione pubblica non è impeccabile?

Ciò detto, una situazione nella quale ognuno dovesse presentarsi al banco munito di certificato attestante il titolo di studio e l'ultima dichiarazione dei redditi (in Italia suppongo verrebbe preferito l'ISEE) a me pare allucinante. Di questo passo si potrebbe arrivare a una situazione in cui ognuno ha un tutore statale che gli dice cosa fare, come farlo, e cosa non fare con i suoi soldi. La logica condurrebbe verso un sistema nel quale tutto è in mano allo Stato, ossia al socialismo totale.

Credo quindi che abbia senso criticare un soggetto che, di fatto, è in gran parte responsabile dell'ignoranza delle persone e allo stesso tempo tiene il banco, ma ritengo che sia etico vietare solo le azioni che violano il principio di non aggressione. Curiosamente, Smith e chi la pensa come lui non mette minimamente in discussione la tassazione involontaria.

L'unica cosa sulla quale concordo con Smith è la sua conclusione: dato che lo Stato incassa un sacco di soldi da questa tassazione volontaria, non verrà dato seguito ai suoi auspici. Magra consolazione.


lunedì 25 gennaio 2016

Scorie - Credito sub-prime nel settore auto

"È cresciuta molto la parte del credito al consumo che consiste di prestiti personali e di vendite a rate, molto meno costosa rispetto al 20% di tassi d'interesse pagati sugli sbilanci delle carte di credito. E in effetti, complice la politica monetaria super-espansiva, gli interessi pagati sul credito al consumo sono molto più bassi di quelli dell'ante-crisi, malgrado il peso del debito totale sia aumentato."
(F. Galimberti)

Commentando l'evoluzione del credito negli Stati Uniti, Fabrizio Galimberti usa toni rassicuranti. Il credito al consumo è cresciuto parecchio, ma i mutui pesano meno, e così pure le carte di credito. Tutto bene, dunque? Non direi.

Gli acquisti a rate sono aumentati notevolmente a seguito della perdurante politica monetaria espansiva da parte della Fed, che, come riconosce lo stesso Galimberti, ha compresso i tassi di interesse anche sul credito al consumo.

Lo stock di debito in capo ai consumatori aumenta, ma il suo peso è reso "sopportabile" dai tassi artificialmente rasoterra. Per esempio, il sostenuto andamento delle vendite di automobili negli ultimi anni è in gran parte dovuto a un incremento delle vendite a rate. Il fenomeno dei prestiti sub-prime si è spostato dagli immobili alle automobili. Questo non rende la faccenda del tutto tranquillizzante.

Come è noto, i prezzi delle automobili tendono a diminuire rapidamente nei primi anni dopo la loro immatricolazione. Ciò significa che il valore del collaterale dei prestiti sub-prime sulle auto tende strutturalmente a diminuire, probabilmente in modo più veloce del debito acceso per acquistarle. Con l'inversione della politica monetaria in senso restrittivo (o meno espansivo), l'onere dei prestiti è destinato ad aumentare e, con esso, le insolvenze dei debitori sub-prime. Anche nello scenario migliore, in cui le insolvenze non aumentano in misura significativa, la domanda di auto finora sostenuta artificialmente dai bassi tassi di interesse è destinata a sgonfiarsi.

Nulla di nuovo: si tratta di un andamento ciclico tipico delle fasi di boom sorrette da una espansione del credito a fronte del quale non vi è stato un precedente incremento di risparmio reale, bensì una politica monetaria espansiva.

E' la vecchia illusione di poter creare ricchezza reale dal nulla. Una illusione tanto dannosa quanto persistente.


venerdì 22 gennaio 2016

Scorie - La qualità non abbassa la spesa

"Non è vero, come si legge a volte, che la spending review non c'è più: la revisione della spesa continua e si rafforza nella qualità prima ancora che nella quantità."
(P. C. Padoan)

Meno male che il ministro dell'Economia e delle Finanze ci ha rassicurati tutti quanti in merito allo stato di salute della spending review, della quale si sono perse le tracce.

Secondo Padoan, non solo la spending review è viva e vegeta, ma si sta addirittura rafforzando "nella qualità prima ancora che nella quantità". A giudicare dai numeri non ancora relativi all'intero 2015 e quelli della recente legge di stabilità, l'aspetto qualitativo deve avere avuto una significativa prevalenza su quello quantitativo, in effetti. Il fatto è che la spesa pubblica non si riduce affatto, ma aumenta di anno in anno.

Peccato che le valutazioni qualitative siano molto più soggettive di quelle quantitative e che, se si guarda alla sostanza, un bilancio è fatto di numeri e su quelli viene giudicato.

Questo non significa che tutte le spese siano parassitarie allo stesso modo, ma il problema è che con il pretesto della riqualificazione della spesa si perde di vista quello che dovrebbe essere l'obiettivo fondamentale, ossia una riduzione consistente e strutturale della stessa.

E va bene rallegrarsi per i 5-6 miliardi risparmiati nel 2015 alla voce interessi sul debito pubblico, ma quella voce non è controllabile dal governo, quindi così come è diminuita può tornare rapidamente ad aumentare. Questo dovrebbero tenerlo presente quelli che parlano di politiche per la crescita, una formula dietro alla quale, gira e rigira, non c'è altro che un allargamento del deficit pubblico.


giovedì 21 gennaio 2016

Scorie - Critiche alla Fed per i motivi sbagliati

"L'attuale politica monetaria dei tassi e di rafforzamento del dollaro, acuita in questi giorni, sta mettendo in difficoltà i paesi emergenti, gravemente indebitati. Naturalmente è questa una politica per il predominio economico degli Stati Uniti che svantaggia pesantemente, con un'Europa assente, anche la Russia e la Cina, la cui collaborazione politica dovrebbe essere essenziale per evitare una globalizzazione distruttiva, senza giustizia, e piena di disuguaglianze, abbracciata alle più pericolose ideologie del capitalismo finanziario che ha dovunque calpestato i diritti principi delle democrazie liberali."
(G. Rossi)

Commentando l'ultimo discorso di Obama sullo stato dell'Unione, Guido Rossi ha criticato l'ottimismo del presidente degli Stati Uniti.

Tra le altre cose, Rossi ha, come di consueto, denunciato l'aumento delle disuguaglianze di reddito, ricordando che i maggiori benefici della ripresa post recessione è andata ai più ricchi. Dopodiché, come ho riportato, Rossi critica la politica monetaria appena iniziata dalla Fed con un timido rialzo dei tassi di 25 punti base. Una politica che, assieme al rafforzamento del dollaro (di cui è concausa), "sta mettendo in difficoltà i paesi emergenti, gravemente indebitati".

Ora, se il Pil è stato sostenuto artificialmente dalla politica monetaria espansiva e se i benefici sono andati al famoso 1% della popolazione, non è difficile trovare un nesso causale. La politica monetaria, al pari di ogni altro intervento pubblico, non crea ricchezza reale, bensì la redistribuisce, beneficiando qualcuno e danneggiando altri.

I beneficiari sono coloro che per primi entrano in possesso del denaro creato dalla politica monetaria espansiva, mentre i danneggiati sono coloro che non ne entrano in possesso, se non per ultimi. Infatti, i primi beneficiari acquistano beni e servizi che beneficiano chi vende loro tali beni e servizi; costoro, a loro volta, acquistano beni e servizi da altri soggetti, e così via. Ma più si scende lungo la catena di questi passaggi, minore è il beneficio e maggiore è il danno, dato che taluni prezzi risultano più alti di quanto sarebbero stati in assenza di espansione monetaria, mentre i redditi degli ultimi della catena non sono aumentati.

Oltre a beneficiare il famoso 1%, i flussi di denaro derivanti da politica monetaria espansiva si sono diretti verso le economie emergenti, sostenendone il boom. Il fatto è che quel boom è stato accompagnato da un parallelo incremento del debito, magari in dollari, dato che i tassi di interesse erano più bassi.

Nella fase di boom indebitarsi in dollari era conveniente: i tassi erano più bassi, e la moneta locale tendeva a rivalutarsi nei confronti del dollaro, abbassando ulteriormente l'onere del debito. Il problema è che quelle condizioni erano pesantemente determinate dalla politica monetaria espansiva della Fed.

Allora, però, Rossi non aveva alcuna critica da fare. Ma i danni sono stati fatti quando la Fed inondava il mondo di dollari, adesso i nodi stanno semplicemente venendo al pettine.

Mi rendo conto, però, che non si può chiedere di capire queste cose a chi preferisce inveire contro la "globalizzazione distruttiva" e le "pericolose ideologie del capitalismo finanziario".


mercoledì 20 gennaio 2016

Scorie - Il superstato crea superproblemi

"Stati Uniti d'Europa: se vogliamo avere prospettiva dobbiamo lavorare a questo progetto. Non credo che ci siano altre strade per dare risposte ai problemi dei cittadini. Ma veramente pensiamo che noi, con i grandi 'Giganti', noi piccole Patrie pensiamo di competere? Quindi la sfida, la missione è riuscire fare in modo che il sogno evocato dai padri fondatori diventi realtà."
(L. Boldrini)

Inserendosi nel solco che fa riferimento al mantra "per risolvere i problemi serve l'Europa e per risolvere i problemi dell'Europa serve più Europa", la "presidenta" Laura Boldrini pronuncia frasi che magari fanno effetto sul pubblico (se non particolarmente abituato a ragionare, mi permetto di supporre), ma che sono totalmente vuote di significato.

A parte ricordare che esistono Paesi che non hanno bisogno di essere giganteschi o di aggregarsi a questo o quello per andare avanti e in cui pare che le persone non se la passino poi così male (uno di questi, per esempio, confina con l'Italia), il ragionamento della "presidenta" ha come logica evoluzione non gli Stati Uniti d'Europa, bensì gli Stati Uniti del mondo intero.

A quel punto, perché mantenere diversi Stati? Perché non avere un unico decisore, in grado di consentire alla Terra di "competere" con gli altri pianeti del sistema solare?

Credere che un superstato sia in grado di "dare risposte ai problemi dei cittadini" meglio di uno Stato è semplicemente indimostrabile. I loro problemi i cittadini li risolvono molto meglio mediante cooperazione volontaria con chi vogliono, a prescindere dalla nazionalità (o supernazionalità).

E siccome lo Stato i problemi li crea, penso abbia più senso supporre che un superstato crei superproblemi, non supersoluzioni.


martedì 19 gennaio 2016

Scorie - Ist Wolfgang imbezil?

"Ho suggerito di fissare una tassa su ogni litro di benzina, se non ci sono fondi sufficienti nei budget nazionali o in quello europeo. Perché non dovremmo affrontare il problema a livello europeo, se la questione è così urgente?"
(W. Shäuble)

Da quanto Angela Merkel ha aperto le porte della Germania (per la verità con un atteggiamento ondivago) ai migranti (soprattutto se richiedenti asilo), i costi relativi alla gestione dell'accoglienza di queste persone sono inevitabilmente aumentati.

Il suo ministro delle finanze, Wolfgang Shäuble, ha quindi lanciato un'idea non troppo originale: introdurre una tassa ad hoc sulla benzina. In questo i governanti italiani sono sempre stati maestri, considerando che ancora oggi paghiamo accise per finanziare la guerra in Abissinia.

La proposta di Shäuble è fastidiosa per almeno due motivi: in primo luogo, perché incoerente con l'atteggiamento generalmente adottato da lui stesso quando si tratta di mutualizzare costi e debiti. Fino a quando i flussi migratori riguardavano più massicciamente i Paesi mediterranei (Italia in primis) il problema non era "europeo", mentre adesso che Mutti Merkel ha deciso una politica di accoglienza sulla quale gli stessi Paesi scandinavi stanno facendo passi indietro, Shäuble invoca la solidarietà europea.

In secondo luogo perché, come affermò Maffeo Pantaleoni, "qualunque imbecille può inventare e imporre tasse".

E qui c'è l'aggravante che non si tratta neppure di una invenzione...


lunedì 18 gennaio 2016

Scorie - La dignità a spese altrui

"Si tratta di affermare in concreto che nessun cittadino nell'Unione, in caso di necessità, viene lasciato solo, mettendo a disposizione risorse minime ma sufficienti a non fargli perdere la dignità. Il reddito minimo potrebbe essere erogato, già a trattati vigenti, direttamente dal bilancio dell'Unione ai cittadini di tutti gli Stati membri, esonerando da tale onere i Paesi che già vi provvedono; le risorse necessarie sarebbero reperite attraverso un'apposita imposta su specifiche operazioni, come le transazioni finanziarie internazionali, o sulle attività inquinanti (una sorta di Carbon Tax europea)."
(L. Boldrini)

Quando si tratta di fare i buoni con i soldi degli altri, la presidenta Laura Boldrini non teme rivali. Il suo modo di argomentare, tipico peraltro di quasi tutti i solidaristi con i soldi altrui, è volto a trasformare ciò che dovrebbe essere nulla più che un atto volontario in un atto dovuto a norma di legge. E chi si oppone a provvedimenti come quelli proposti finisce spesso per essere tacciato di egoismo, e magari è pure additato tra le concause della perdita di dignità delle persone che beneficerebbero del reddito minimo.

A mio parere il motivo fondamentale per essere contrari alla solidarietà imposta per via fiscale è che non può esistere alcun diritto a ottenere trasferimenti in denaro, beni o servizi a spese altrui senza il consenso di coloro che pagano il conto. Altrimenti si viola la proprietà di costoro. In altri termini, per riconoscere un diritto (inesistente) a Tizio si lede un diritto (esistente) di Caio.

Il discorso potrebbe anche finire qui, ma ritengo interessante mettere in evidenza anche altri punti che, a prescindere dal rispetto del diritto di proprietà di chi paga il conto coattivamente, rendono proposte del genere non condivisibili.

Per esempio, chi stabilisce quando una persona perde la dignità? Suppongo che i fautori del reddito minimo risponderebbero che devono considerarsi le cosiddette soglie di povertà (anch'esse in qualche modo fissate arbitrariamente), che ovviamente sono diverse nei vari Paesi europei. Si dovrebbe quindi pensare a redditi minimi non uguali in senso assoluto, ma in senso relativo. Ed è evidente che qualche egualitarista più egualitarista degli altri finirebbe per storcere il naso.

D'altra parte, le imposte sulle transazioni finanziarie e sulle attività inquinanti proposte da Boldrini sarebbero prelevate con aliquota uniforme a livello comunitario, a prescindere dal fatto che chi la paga abbia residenza fiscale in un Paese con reddito medio superiore alla media europea oppure no. In questo caso sarebbe "giusta" (le virgolette sono d'obbligo, dato che nessuna tassa è giusta) una tassazione uniforme?

Per non dire del gettito delle imposte in questione, che sarebbe insufficiente a finanziare il reddito minimo garantito nel caso in cui non si fissassero aliquote eccessivamente distorsive (ossia elevate). In caso contrario, sarebbe comunque insufficiente perché le transazioni, soprattutto quelle finanziarie, verrebbero fatte fuori dall'Ue e da parte di soggetti fiscalmente non Ue.

E per ogni operazione non fatta per via della tassazione, non si tratta solo di una riduzione di gettito diretto, bensì anche di opportunità di lavoro in meno, non solo nei settori direttamente colpiti dalle imposte in questione. E meno opportunità di lavoro finirebbero per "far perdere la dignità" a un maggior numero di persone.

In definitiva, l'ipotesi socialista che la ricchezza sia una quantità data e che sia possibile per lo Stato ridistribuirla a piacere senza incidere sulla dimensione totale, nonostante basti un minimo di buon senso per rendersi conto di quanto sia assurda, continua imperterrita a essere riproposta.

Magari in nome di (finti) buoni sentimenti. Il che, se possibile, è perfino peggio di quanto la redistribuzione era (è) invocata in nome della lotta di classe.


venerdì 15 gennaio 2016

Scorie - La spesa in deficit gonfia solo il debito

"Per quei Paesi il cui debito è vincolato c'è una via d'uscita, sulla base del principio di lunga tradizione del moltiplicatore di pareggio di bilancio: un aumento della spesa pubblica accompagnata da maggiori imposte stimola l'economia. Purtroppo, molti Paesi, tra cui la Francia, sono impegnati in contrazioni del pareggio di bilancio."
(J. Stiglitz)

Joseph Stiglitz, già premio Nobel per l'economia, è un sostenitore del rilancio della domanda aggregata anche grazie a un'espansione del deficit pubblico.

A suo parere dovrebbero fare investimenti pubblici a debito tutti quei Paesi che possono indebitarsi a tassi molto bassi e comunque inferiori ai rendimenti attesi da tali investimenti. Anche chi è già "tirato" con il debito dovrebbe aumentare la spesa per investimenti, aumentando al contempo le imposte. Il tutto perché ciò sarebbe di stimolo all'economia.

Stiglitz cita poi la Francia, che a suo dire starebbe (sciaguratamente) facendo il contrario. Credo che non potesse scegliere un esempio peggiore: la Francia ha una delle spese pubbliche più alte a livello mondiale (57 per cento del Pil), e anche con le tasse non scherza (le entrate superano il 53 per cento del Pil). Eppure è piuttosto impantanata, dato che dal 2008 a oggi il suo Pil reale è cresciuto mediamente dello 0.3 per cento annuo pur a fronte di deficit mediamente pari al 4.9 per cento del Pil. Il che ha portato il rapporto tra debito pubblico e Pil dal 67.9 al 97.1 per cento.

Anche l'Italia ha a lungo fatto spesa e aumentato le tasse, ma il Pil è restato al palo, mentre il debito saliva beatamente. Ovviamente Stiglitz ribatterebbe che la spesa è stata fatta male. Sarà, ma pare che questo problema sia piuttosto ricorrente. Non sarà sbagliata la ricetta?


giovedì 14 gennaio 2016

Scorie - Non può esserci fiducia tra chi paga le tasse e chi le riscuote

"Una buona lotta all'evasione si realizza con molti strumenti, con una diversificata intensità settoriale, economica e geografica, con tempi e modalità che riescano ad abbattere nei contribuenti il muro della sfiducia e li convincano che pagare le imposte non solo è un dovere civico, ma è anche conveniente sul piano economico e sociale."
(A. Cremonese)

Angelo Cremonese, dottore commercialista e docente universitario, è uno dei tanti esempi di "tecnici" della materia fiscale che mettono in discussione il metodo con il quale lo Stato esercita l'imposizione fiscale, e non l'imposizione fiscale in quanto tale.

A suo parere il fisco dovrebbe apparire un partner benevolo per chi paga le tasse, che dovrebbe versare denaro nelle casse dell'erario sentendo che quello, oltre a essere un "dovere civico", è anche "conveniente sul piano economico e sociale". Chissà perché la gente, ovviamente quella che non campa di tasse altrui, continua a non essere così convinta da questo tipo di affermazioni.

Ecco altri ingredienti per una "buona lotta all'evasione fiscale".

"Una buona lotta all'evasione si fa con una vera semplificazione. Questo però non significa andare verso una flat tax che rischierebbe di ridurre ulteriormente la progressività, presidio dell'equità e della giustizia sociale verso cui il sistema tributario dovrebbe sempre tendere. Significa, invece, rendere più omogenee le basi imponibili, eliminare la giungla dei costi indeducibili e delle regole che portano il total tax rate per le Pmi, ossatura del nostro sistema produttivo, a livelli insostenibili."

Sentire qualcuno parlare di semplificazione purché non sia messa in discussione la progressività dovrebbe già far sorgere qualche dubbio. Che la progressività generi equità e giustizia sociale (concetti alquanto abusati) è assurdo, ancorché a molti basta sapere che è sancita nella Costituzione per considerarla cosa buona e giusta a prescindere.

Ma il concetto stesso di tassazione, comportando la violazione della proprietà del soggetto tassato, è di fatto incompatibile con l'equità e con la giustizia. A maggior ragione se la tassazione è progressiva. Si tratta, a ben vedere, di una concezione di equità e giustizia arbitrariamente delineata da chi impone la tassazione medesima. Qualcosa che non ha alcun senso logico.

Ed ecco un'altra perla.

"La vera sfida per affrontare in modo diverso e vincente l'evasione sarà la reale evoluzione del rapporto tra fisco e contribuente, improntato a un patto di reciproca fiducia, in cui il cittadino sia protagonista attivo della propria posizione fiscale."

Non può esservi fiducia in un rapporto nel quale un soggetto (lo Stato) impone a un altro (il pagatore di tasse) di versargli una somma più o meno consistente di denaro dietro la minaccia di fare uso legale della forza. Quanto meno non può esservi fiducia da parte di chi paga le tasse. Sarebbe puro autolesionismo.


mercoledì 13 gennaio 2016

Scorie - Qe e premio per il rischio

"I tassi di interesse che sono scesi in territorio negativo sono quelli sui titoli governativi. La discesa dei tassi di interesse sui titoli di Stato verso zero dovrebbe abbassare anche i tassi di interesse per le imprese, ma non dovrebbe influire nello spread tra tassi pagati dalle imprese e tassi sui titoli di Stato. E' questo spread a essere determinante per prezzare il rischio, non il livello assoluto dei tassi."
(N. Smith)

Noah Smith respinge le critiche alla politica monetaria espansiva avanzate da chi ritiene che la compressione dei tassi sui titoli di Stato (oggetto prevalente degli acquisti operati dalla Fed e dalle altre banche centrali nei vari quantitative easing) abbia un effetto tossico sulla determinazione dei premi per il rischio, distorcendo gli investimenti.

Critiche del tutto coerenti con la teoria del ciclo economico della Scuola Austriaca, contestualizzandola al mondo finanziarizzato di oggi. Smith le respinge dicendo che quello che conta è il premio per il rischio, e quello non dovrebbe essere influenzato dal Qe. Ma basta osservare l'andamento dello spread tra i rendimenti delle obbligazioni societarie (a maggior ragione se di emittenti di qualità mediocre) e quelli dei titoli di Stato durante i periodi di politiche monetarie espansive (soprattutto in caso di Qe) per constatare che il trend è discendente.

In altri termini, la compressione dei premi per il rischio di credito è evidente nelle fasi di Qe. Ed esiste anche una spiegazione logica: la ricerca di rendimento, che induce gli investitori ad assumere più rischi mano a mano che i rendimenti sui titoli di Stato vengono compressi dal Qe.

Dapprima un rischio di duration, dovuto all'acquisto di titoli di Stato a maggiore scadenza, poi (o alternativamente) un maggior rischio di credito, passando dai titoli di Stato a quelli emessi da imprese, abbassando via via la qualità del credito per ottenere i rendimenti desiderati.

E' evidente che se una società può emettere debito a tassi inferiori per via del meccanismo appena descritto, apparirà conveniente porre in essere investimenti i cui cash flow prospettici non avrebbero giustificato l'indebitamento a tassi non compressi dalle conseguenze del Qe. Lo stesso può dirsi per chi valuta se finanziare quell'investimento.

Si pensi, per fare un solo esempio, alle società che si sono indebitate a tassi relativamente bassi per investire nel settore dello shale oil: andare fortemente a leva appariva ex ante profittevole, ma ciò era dovuto sia al costo del debito artificialmente basso, sia al prezzo del petrolio gonfiato dalla tanta liquidità derivante da politiche monetarie espansive. Nella valutazione ex ante di questi investimenti, i costi finivano per essere sottovalutati, mentre i ricavi sopravvalutati. Negli anni prima della crisi ciò avveniva, per fare un altro esempio, nel settore immobiliare. Ma si potrebbe parlare anche dei finanziamenti per acquisti di auto.

Si tratta di quelli che Mises definiva "malinvestimenti", che finiscono per rivelarsi fallimentari quando i tassi di interesse (compresi i premi per il rischio) non sono più compressi artificialmente: il debito va rifinanziato a tassi più elevati e i prezzi dei beni prodotti sono inferiori a quanto stimato ex ante. L'aumento dei costi e il calo dei ricavi genera perdite, fino (in diversi casi) all'insolvenza.

In definitiva, il premio per il rischio è senza dubbio determinante per prezzare un'obbligazione, ma se il tasso sui titoli di Stato (che è quello rispetto al quale il premio per il rischio viene abitualmente calcolato) è compresso artificialmente per via del Qe, non solo il tasso comprensivo di premio per il rischio risulta anch'esso artificialmente abbassato, ma lo stesso premio per il rischio viene artificialmente compresso per via della ricerca di rendimento da parte degli investitori. Un vero e proprio circolo vizioso, destinato a interrompersi quando smette di affluire il doping monetario.

Considerando che Smith insegna finanza, i casi sono due: o è in malafede, oppure è incompetente. Non so cosa sarebbe peggio.


martedì 12 gennaio 2016

Scorie - Socialisti in abito talare

"Un Paese in cui c'è chi guadagna in un anno o meno quanto la stragrande maggioranza dei lavoratori non riuscirà a guadagnare per tutta la vita è semplicemente malato, e in esso si alimenterà inevitabilmente una situazione di disagio diffuso e di disgregazione fino a che i suoi legislatori non troveranno vie per far crescere la giusta distribuzione dei beni fra i cittadini."
(B. Forte)

Secondo monsignor Bruno Forte in Italia c'è un problema di distribuzione della ricchezza; distribuzione che, a suo dire, non è "giusta".

L'indicatore di ingiustizia sembrerebbe dovuto alle disparità di reddito, che nelle sue forme più accentuate farebbe dell'Italia un Paese "malato".

Si tratta di una impostazione tipicamente socialista, nulla di nuovo. Il problema resta sempre lo stesso: giudicare ciò che è giusto o ingiusto è inevitabilmente arbitrario se si valuta la dimensione dei redditi e non la modalità con la quale tali redditi sono generati.

Redditi generati da scambi volontari, quindi rispettando il principio di non aggressione, sono giusti. Viceversa, redditi generati violando il principio di non aggressione sono ingiusti. Il tutto a prescindere dalle dimensioni dei redditi stessi.

Pertanto, un reddito derivante da tasse pagate da un'altra persona è ingiusto, al pari di un reddito derivante da un furto, anche se di importo (molto) inferiore a un reddito derivante da scambi volontari. Dato che chi vorrebbe una distribuzione "giusta" ritiene che a fare giustizia debba essere lo Stato mediante l'uso del fisco, è evidente che per rendere giustizia a qualcuno si farebbe ingiustizia ad altri.

Questo a me pare il primo motivo per respingere i proclami dei profeti del socialismo, con o senza abito talare. Anche se, personalmente, i socialisti in abito talare mi risultano più indigesti di quelli senza.




lunedì 11 gennaio 2016

Scorie - La ricetta FMI per il 2016

"Il Fondo monetario internazionale continua a suggerire che le economie avanzate usino gli stimoli fiscali per incoraggiare gli investimenti pubblici, soprattutto nelle infrastrutture di qualità. I piani fiscali credibili a medio termine restano una priorità, soprattutto per gli Stati Uniti e il Giappone."
(C. Lagarde)

Christine Lagarde, direttore generale del Fondo Monetario Internazionale, usa la retorica tipicamente keynesiana per indicare ai governi delle economie avanzate cosa dovrebbero fare nel 2016.

Usare gli stimoli fiscali per incoraggiare gli investimenti pubblici è una formula che, nella sostanza, significa fare spesa pubblica classificata come investimenti. Cosa debba incoraggiare un governo in tema di cosiddetti investimenti pubblici non si sa, dato che è il governo stesso a decidere quanto spendere e per cosa. Ma tant'è.

Secondo Lagarde, gli investimenti pubblici dovrebbero essere fatti in "infrastrutture di qualità". Di quali infrastrutture si parli e, soprattutto, chi debba stabilire cosa è o non è di qualità, Lagarde non lo specifica. Generalmente ogni spesa pubblica è giustificata da chi la pone in essere, anche quando è manifestamente parassitaria.

Non manca, poi, l'altro pezzo di ogni buona retorica keynesiana: i "piani fiscali credibili a medio termine". In pratica: oggi spendete, anche in deficit (ma spendete bene, mi raccomando, fate spesa di qualità!), l'importante è che abbiate buoni propositi per sistemare i conti pubblici nel medio termine. Un medio termine che è sempre spostato avanti nel tempo, e il cui inizio non arriva mai.

Non so se sia peggio che queste cose continuino a essere raccontate da decenni o che qualcuno ancora le prenda per buone.


venerdì 8 gennaio 2016

Scorie - Cambiano anche il significato del termine mercato

"Il 2016 deve ancora iniziare ed è adesso che si può fare il grande salto a Pechino, passare dal QE alla cinese messo in atto dopo la crisi estiva a un QE come quello di Bce, Federal Reserve, Banca del Giappone. Questo significa passare da un QE con acquisti indiretti a un QE con acquisti diretti di asset più vari e al tempo stesso un QE più trasparente, più vicino alle pratiche standard internazionali, più in sintonia con le regole dei mercati, e quindi più democratico."
(I. Bufacchi)

Dopo anni di politiche monetarie iperattive in senso espansivo, capita di leggere commenti a quanto accade in giro per il mondo che hanno un che di surreale, per chi cerca di non vedere le cose con le lenti deformanti che sembra indossare la maggior parte dei commentatori. Si prendano a esempio le parole che ho tratto da un articolo di Isabella Bufacchi sul Sole 24 Ore.

Commentando le (maldestre) mosse delle autorità cinesi nel cercare di sorreggere il mercato azionario, alle prese con la resa dei conti dopo anni di stimoli fiscali e monetari che hanno rigonfiato i prezzi di immobili e attività finanziarie, Bufacchi invoca un Qe più in linea con quello di Bce, Federal Reserve, Banca del Giappone, che, a suo dire, sarebbe "più in sintonia con le regole dei mercati, e quindi più democratico".

In un altro punto dell'articolo, Bufacchi aggiunge:
 
"La Cina inoltre ha avviato una serie di riforme strutturali molto impegnative (le ultime snocciolate dal People's Daily il 4 gennaio) tali da preoccupare gli investitori in Borsa sul rischio di un contenimento degli stimoli da parte dello Stato per lasciare spazio a un maggior ruolo dei mercati e delle logiche di mercato."

Per concludere così:

"La Cina dichiara di essere seriamente intenzionata a riformare il suo sistema economico e finanziario applicando via via le regole dei mercati e ispirandosi alle best practices. Poi però quando arrivano le forti turbolenze e la Borsa crolla e quando le riforme strutturali destabilizzano il sistema sul breve termine, contraccolpi immancabili in tempi di grandi trasformazioni come sappiamo bene noi nell'Eurozona, le autorità cinesi intervengono con la mano forte pubblica, che genera aspettative distorte e impatti distorsivi (come lo stop alle vendite di partecipazioni azionarie). Meglio allora il QE."

Ora, la sostanziale differenza tra quanto accade in Cina rispetto a Stati Uniti, Europa e Giappone, consiste nella minore prevedibilità di quanto fanno le autorità fiscali e monetarie. Si tratta solo di un sistema meno trasparente, ovviamente in netto contrasto con le logiche di mercato.

Ma ciò non significa che l'operato delle altre banche centrali sia in linea con le logiche di mercato. Il concetto stesso di intervento è antitetico a quello di mercato, proprio perché ogni intervento è diretto a modificare in modo più o meno consistente le dinamiche della domanda e/o dell'offerta.

Ormai è evidente che dopo "liberalismo" e "inflazione" (per fare un paio di esempi), anche il termine "mercato" si sta allontanando dal suo significato originale e autentico. Pare non esserci limite al peggio.


giovedì 7 gennaio 2016

Scorie - Sempre peggio in Venezuela

Apprendo dall'ANSA che il presidente del Venezuela, Nicolas Maduro, ha approfittato dei poteri speciali di cui disponeva fino a fine 2015 per modificare la legislazione che regola l'elezione dei membri della Banca Centrale, nonché alcune prerogative della stessa.

Il potere di eleggere i membri della Banca Centrale è stato tolto al Parlamento, non perché Maduro voglia una banca centrale più indipendente, bensì per asservirla a se stesso, avendo perso la maggioranza in Parlamento a seguito delle recenti elezioni.

D'ora in poi la Banca Centrale potrà "sospendere in modo transitorio la pubblicazione di informazioni durante situazioni interne ed esterne che rappresentano una minaccia alla sicurezza della nazione o alla sua stabilità economica", una notizia niente affatto rassicurante in un Paese con un piede e mezzo nell'iperinflazione.

Non che sia più rassicurante, peraltro, la disposizione presidenziale in base alla quale la Banca Centrale "potrà concedere o finanziare crediti allo Stato e alle entità pubblica", ossia stampare denaro e così monetizzare le spese dello Stato, qualora esista una minaccia contro la sicurezza nazionale. E chi stabilisce se questa minaccia esiste? Il presidente, ossia Maduro.

Che dire: il Venezuela è un (tragico) esempio di quello che succede a imboccare la strada del socialismo. Ed è un peccato che quello che accade in Venezuela non faccia minimamente riflettere, men che meno cambiare idea, ai socialisti e ai sovranisti monetari del Vecchio continente, i quali, peraltro, continuano a trovare spazio su giornali e talk show e, ciò che è peggio, nelle aule parlamentari.


martedì 5 gennaio 2016

Scorie - Quale patto sociale?

"L'evasione viola il patto sociale, peggiora il rapporto tra cittadini e Stato e riduce la solidarietà."
(S. Mattarella)

Pochi giorni fa è andato in onda, a reti unificate, il primo discorso di fine anno del presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Tra i temi di cui si è occupato, grande rilievo è stato dato all'evasione fiscale. Mattarella ha citato una recente pubblicazione del centro studi di Confindustria, secondo il quale l'evasione ammonterebbe a 122 miliardi, ossia 7.5 punti di Pil. Secondo il CsC, se l'evasione fosse dimezzata il Pil ne trarrebbe grande beneficio, così come l'occupazione. Quello che Mattarella non ha riportato è l'ipotesi su cui si basa la stima del CsC: che l'evasione recuperata si traduca in altrettante riduzioni di tasse.

Non mi interessa approfondire la questione dei calcoli fatti dal CsC, anche se nei casi in cui l'evasione sia "di sopravvivenza" (ossia in quei casi nei quali se l'imprenditore pagasse tutto quanto richiesto dallo Stato dovrebbe chiudere i battenti), mi risulta difficile supporre che la sua eliminazione porterebbe benefici netti in termini di Pil e occupazione.

Credo sia invece interessante sottolineare l'ipotesi da "Alice nel paese delle meraviglie" alla base delle stime del CsC: ossia che il gettito recuperato da evasione si tradurrebbe magicamente in una riduzione del carico fiscale. Capisco che queste storie le raccontino i governanti (lo stesso Mattarella lo ha detto nel corso del suo messaggio), ma la loro credibilità è pari a zero.

D'altra parte, nel fondo per la riduzione delle tasse al quale destinare i denari recuperati dall'evasione fiscale, pur essendo previsto da anni, non è mai entrato neppure un euro. Serve una grande ingenuità per credere che si sia trattato solo di sfortunate circostanze.

Ciò detto, secondo Mattarella l'evasione fiscale "viola il patto sociale". Peccato che il patto sociale in questione sia una finzione giuridica e che nessun cittadino abbia avuto la possibilità di aderirvi volontariamente.

Secondo Mattarella l'evasione "peggiora il rapporto tra cittadini e Stato". Indubbiamente fornisce meno linfa allo Stato, ma mi permetto di supporre che i cittadini, per lo meno quelli che non campano di tasse altrui, non abbiano un rapporto così sereno con lo Stato per via delle tasse, non per via dell'evasione.

Infine, secondo Mattarella l'evasione "riduce la solidarietà". Niente affatto: l'evasione riduce semmai la solidarietà coatta, che non ha nulla a che vedere con la solidarietà autentica, la quale può derivare solo da azioni volontarie.

Dal Quirinale, già nei giorni precedenti il messaggio di fine anno, era stato comunicato ai mezzi di informazione che il presidente si sarebbe occupato dei problemi più sentiti dalla gente. Ebbene: che l'evasione sia un problema per i parassiti che campano di tasse altrui è abbastanza credibile, ma che lo sia per tutti quanti direi proprio di no.


lunedì 4 gennaio 2016

Scorie - Fallacia mercantilista

"L'altro canale attraverso cui il QE sostiene l'economia è il tasso di cambio… da un anno in qua, l'euro si è svalutato del 12 per cento nei confronti del dollaro. Parte di questa svalutazione è avvenuta ancor prima che il QE avesse inizio, grazie al classico effetto creato dalle aspettative… Questa svalutazione rende più convenienti le nostre esportazioni verso gli altri Paesi: se un americano paga di meno un euro, vuole dire che paga di meno le merci prodotte da noi, il cui prezzo è fissato in euro. Quindi è più facile vendere i nostri prodotti all'estero."
(A. Baglioni)

Angelo Baglioni, docente di Economia politica alla Cattolica di Milano, ha scritto qualche settimana fa per il Venerdì di Repubblica un articolo divulgativo per spiegare ai profani della materia cosa è e come funziona il Quantitative easing (Qe).

Ho riportato il passaggio relativo all'effetto sui tassi di cambio per evidenziare la versione parziale e tipicamente mercantilista (nonché keynesiana, che resuscitò il mercantilismo caduto in discredito grazie al lavoro degli economisti che lo avevano preceduto) della faccenda fornita da Baglioni.

Indubbiamente se l'euro si svaluta nei confronti del dollaro le merci europee diventano meno costose per un americano, a parità di prezzo. Non stupisce, quindi, che chi conta di aumentare le esportazioni veda spesso di buon occhio le svalutazioni del cambio.

Baglioni omette però di raccontare per intero la storia, ossia di dire che esiste un'altra faccia della medaglia. Se un prodotto europeo diventa più a buon mercato per un americano, un prodotto americano (o prezzato in dollari) diventa più costoso per un europeo. Da ciò si deduce che la svalutazione del cambio crea benefici per taluni soggetti e svantaggi per altri.

In assenza di svalutazione del cambio, l'esportatore, per risultare altrettanto conveniente al compratore statunitense, avrebbe dovuto abbassare il prezzo di vendita. Qualora non fosse riuscito a comprimere anche in costi di produzione, avrebbe ottenuto un minor profitto (o una perdita).

Non essendo sempre agevole comprimere i costi, è comprensibile che un esportatore consideri auspicabile una svalutazione del cambio, a maggior ragione se tra i suoi fattori di produzione non vi sono (o vi sono in misura non rilevante) beni di importazione.

Alla fine si arriva sempre al meccanismo keynesiano di utilizzare l'inflazione per compensare la rigidità al ribasso (spesso dovuta, in realtà, a vincoli legislativi o regolamentari) di determinati prezzi. E in effetti il Qe altro non è che produzione di inflazione da parte della banca centrale.

Resta una cosa da sottolineare: probabilmente il singolo esportatore trae un beneficio netto dalla svalutazione del cambio, ma se si considera l'intero sistema economico che adotta la moneta oggetto di svalutazione, il dato di fatto è che, rispetto a prima, occorre consegnare più beni alle controparti estere in cambio della stessa quantità di beni ottenuti in cambio (mi si passi la semplificazione).

Ergo, di fatto non ci si è affatto arricchiti. Checché ne dicano i mercantilisti di ogni tempo e luogo.