venerdì 30 dicembre 2016

Scorie - Il keynesismo fa danni, sia esso ineducato, pragmatico o moderato

Come ho già avuto modo di sostenere, la inattesa elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti ha messo in difficoltà (per usare un eufemismo) molti sostenitori più o meno ferventi delle politiche economiche keynesiane. Trump, infatti, promette di tagliare le tasse e aumentare la spesa pubblica con provvedimenti per le infrastrutture tipicamente keynesiani.



Per quanto mi riguarda, ogni riduzione effettiva delle tasse è un segnale positivo, ma se calano le tasse deve calare anche la spesa, altrimenti si finisce per porre le basi per maggiori tasse in futuro, siano esse esplicite o implicite (mediante inflazione).

Carlo Bastasin sostiene che il keynesismo di Trump (lo si potrebbe definire "ineducato", come spesso sono bollati coloro che ne hanno determinato il successo elettorale) potrebbe avere ripercussioni negative sul keynesismo moderato che starebbe tornando in auge in Europa.

"L'elezione di Trump investe in pieno uno dei grandi cambiamenti intellettuali che ispirano il governo dell'economia, una di quelle variazioni di rotta che avvengono poche volte ogni secolo. Da pochi anni stava prendendo piede una nuova visione, finalmente pragmatica, della politica economica. Dopo una discesa durata trent'anni, il fatto che i tassi d'interesse d'equilibrio si siano avvicinati allo zero ha svuotato la convinzione che la politica monetaria fosse il solo e unico modo efficace per dare stabilità all'economia e si è riscoperta l'utilità di coordinarla con una politica attiva di bilancio."

Quando leggo il sostantivo "pragmatismo" o l'aggettivo "pragmatico" sono colto dal sospetto che poi leggerò qualcosa che non mi convince. Si tratta solo di un'euristica, ma generalmente funziona. Nel caso specifico, non sono i tassi di interesse di equilibrio a essersi avvicinati a zero, bensì i tassi distorti da politiche monetarie fortemente espansive.

La rivalutazione della "politica di bilancio attiva" non è altro che la reazione degli interventisti ai fallimenti della politica monetaria non mettendo in discussione l'interventismo, bensì rincarando la dose di interventismo.

E qui vorrei aprire una parentesi. Per come sono presentati i fatti da Bastasin (e non solo), sembra quasi che il keynesismo sia stato tirato fuori dai cassetti dopo esservi stato relegato per decenni. Se così fosse, difficilmente oggi l'Europa (e non solo) avrebbe tanto debito pubblico come mai nella storia in tempo di pace. E questo per quanto riguarda le politiche economiche. Quanto all'accademia, i keynesiani amano lamentarsi, ma non sono mai stati emarginati. Cosa dovrebbero dire, allora, gli economisti della scuola austriaca? Chiusa parentesi.

Prosegue Bastasin:

"Erano tre decenni che il sostegno della domanda attraverso la spesa pubblica veniva considerato a priori inefficace per una questione di ritardi tra le decisioni e gli effetti delle politiche; per il timore inoltre che ogni spesa pubblica corrispondesse a futuri aumenti di tasse per i cittadini e per le imprese; e infine perché un eccesso di debito pubblico avrebbe fatto aumentare i tassi d'interesse spiazzando gli investimenti privati. Questa visione corrispondeva a un'idea molto negativa della politica, dove la spesa pubblica era soprattutto spreco, furto o strumento elettorale. Un'idea che, gli italiani lo sanno bene, è spesso confermata dall'esperienza. Tanto che proprio in Italia si era valorizzata l'idea che i tagli alla spesa pubblica favorissero la crescita, anziché frenarla. Ma che non può cancellare a priori ogni riflessione sull'impiego migliore di tutti gli strumenti della politica economica."

Bontà sua, Bastasin riconosce che in Italia la spesa pubblica è stata abbondantemente "spreco, furto o strumento elettorale". Il che è un'aggravante, ma le controindicazioni alla crescita del deficit spending restano valide a prescindere dal fatto che a gestire la spesa non ci siano degli angeli. Il debito derivante dall'accumulazione dei deficit va comunque pagato prima o poi. E gli aumenti di tasse si sono effettivamente materializzati, al contrario della crescita economica.

Quanto al fatto che in Italia si fosse valorizzata l'idea che "i tagli alla spesa pubblica favorissero la crescita, anziché frenarla", Bastasin esagera fortemente. In primo luogo, perché si tratta di una tesi (ahimè) che hanno sostenuto in pochi in Italia; in secondo luogo (e di conseguenza), perché in Italia la spesa pubblica non è mai stata effettivamente ridotta. Ogni correzione del deficit è avvenuta aumentando le tasse.

Ancora Bastasin:

"L'esperienza della crisi europea aveva ovviamente già costretto a considerare gli effetti della politica di bilancio in modo più pragmatico, tenendo conto del buon senso e delle conferme empiriche di un certo volume di ipotesi sugli effetti positivi per la crescita di maggiori spese e di minori tasse. Ma ciò che ha davvero modificato il quadro interpretativo è stato l'azzeramento prolungato dei tassi d'interesse che escludeva effetti di spiazzamento della spesa privata come conseguenza dell'aumento della spesa pubblica e del ricorso a maggiore debito. Al contrario si è tornati a pensare che sostenendo la crescita, una maggiore spesa pubblica potesse catalizzare gli investimenti privati. La chiave di tutto resta una semplice equazione di sostenibilità del debito pubblico: se il livello dei tassi d'interesse è inferiore al tasso di crescita dell'economia, il rapporto tra debito pubblico e Pil scende. Essendo i tassi vicini a zero – e forse non per un breve periodo – una crescita indotta tende a sostenere se stessa."

Posto che l'azzeramento dei tassi di interesse non è stato un fenomeno di mercato spontaneo, aumentare il deficit guardando solo agli effetti sul Pil di breve periodo e tralasciando di considerare l'aumento del debito è tutt'altro che di buon senso.
 
Indubbiamente se la crescita nominale del Pil eccede il costo del debito il rapporto tra debito e Pil scende. Ma se davvero i famosi "investimenti pubblici" fossero un business così redditizio, perché non sono i privati a fare quegli investimenti? Sono tutti stupidi? E perché tanti investimenti pubblici del passato hanno generato un aumento del debito superiore a quello del Pil? Cosa lascia supporre che questa volta gli investimenti sarebbero fatti con una sorta di onniscienza sul futuro?

Il buon senso, per come lo intendo io, dovrebbe sconsigliare dal cedere al canto delle sirene keynesiane, siano esse ineducate, siano esse pragmatiche.



giovedì 29 dicembre 2016

Scorie - A proposito di canone Rai in bolletta

"L'incasso del canone Rai supera i 2 miliardi, andando oltre le previsioni. Si tratta di una doppia promessa mantenuta dal Governo Renzi, con l'inserimento in bolletta: pagare meno (e l'anno prossimo ancora meno, da 100 a 90 euro), pagare tutti. E' stata combattuta l'evasione, niente più spazio ai furbi e per la prima volta è stata finalmente ridotta la tassa che, secondo le indagini demoscopiche, sarebbe tra le più odiate dagli italiani".
(M. Anzaldi)

Michele Anzaldi, parlamentare PD di osservanza renziana e segretario della commissione di Vigilanza Rai, commentava così il dato sull'introito erariale derivante dal canone Rai per il 2016.

Prima di procedere, ricordo che Anzaldi era tra i firmatari di un emendamento alla legge di bilancio (che alla fine lo stesso governo, forse vergognandosi, ha preferito cadesse nel vuoto) volto a istituire una tassa da far pagare ai proprietari di cani non sterilizzati. Una tassa che, a mio parere, sarebbe stata ancora più odiosa dell'odiosissimo canone Rai.

Dunque, secondo Anzaldi dovremmo essere tutti felici e contenti, avendo avuto uno sconto di 10 euro. Quanto alla Rai, "avrà ancora di più il dovere di dimostrare con nettezza di saper individuare e tagliare gli sprechi al proprio interno".

Peccato che capiti di apprendere dal Sole 24Ore che nell'immancabile decreto Milleproroghe la Rai sarà esentata dalle disposizioni delle leggi rivolte ai contenimenti di spesa per le pubbliche amministrazioni comprese nella relativa lista dell'Istat, tra le quali figura la televisione di Stato perché ottiene mediante finanziamento pubblico oltre il 50% dei ricavi.

Non solo, ma pare che la prevista riduzione del canone da 100 a 90 euro possa portare il bilancio 2017 in rosso di 60 milioni, contro un utile di 7 milioni previsto per il 2016.

In pratica, i ricavi sono aumentati, ma quest'anno la chiusura è lievemente positiva, e l'anno prossimo ci sarebbe un bel segno meno. Ciò significa che la riduzione di spese o non c'è, o è del tutto insufficiente.

Nel libro "Status Quo", Roberto Perotti ha analizzato i numeri della Rai, facendo un confronto con la BBC, dal quale la TV pubblica italiana ne esce maluccio. La BBC ha entrate totali più che doppie rispetto alla Rai, ma solo il 30 per cento di dipendenti in più, con un costo medio unitario che alla BBC è inferiore di oltre il 20 per cento.

Emblematico il sistema utilizzato per aggirare il tetto di 240mila euro lordi annui agli stipendi. Essendo prevista un'esenzione per le società emettono strumenti finanziari negoziati in mercati regolamentati, la Rai ha emesso un'obbligazione (mai fatto in precedenza) quotandola formalmente su un mercato regolamentato, e così lo stipendio del direttore generale è tornato a 650.000 euro annui. L'amministratore delegato della BBC percepisce l'equivalente di 492.000 euro.

Come scrive Perotti, "il confronto internazionale non lasciava dubbi: la Rai ha bisogno prima di tutto di una drastica cura dimagrante. La recente riforma ha fatto l'opposto: ha portato alla Rai centinaia di milioni in più grazie al canone in bolletta. Una mossa inspiegabile, un altro esempio di superficialità nel processo decisionale".

Se siamo in vena di eufemismi, chiamiamola pure superficialità…

mercoledì 28 dicembre 2016

Scorie - Vorrebero tassare anche le perdite?

"Ogni qualvolta una banca contabilizza perdite, genera un mancato gettito per l'Erario e quindi un maggiore deficit per lo Stato. Mps, contabilizzando perdite su crediti negli ultimi anni per oltre 15 miliardi, ha generato un mancato gettito (per la non tassazione dei ricavi) di oltre 4 miliardi che ricade sempre sui contribuenti italiani."
(C. Ruocco)
 


Qesta affermazione di Carla Ruocco, parlamentare del Movimento 5 stelle, conferma a mio parere che costoro al governo riuscirebbero a fare perfino peggio di tutti coloro che li hanno sin qui preceduti.

Essere contrari all'utilizzo di soldi di chi paga le tasse per salvare il Monte dei Paschi di Siena ed eventualmente altre banche è comprensibile e per me pure condivisibile, anche se, come ho più volte sostenuto, ha poco senso se non si ritiene che debba essere superato il sistema a riserva frazionaria, passaggio senza il quale ogni banca resta solvibile solo finché i depositanti hanno fiducia nella stessa (credo sarebbe più corretto dire: ignoranza sulla realtà dei fatti). Passaggio, però, che avrebbe una conseguenza inevitabile: meno credito e tassi di interesse più elevati, un mix che pare non sia gradito neanche agli esponenti del M5S.

Resta a mio parere (quanto meno) incoerente la contrarietà al salvataggio di MPS, se si pensa allo statalismo che il M5S professa ogni volta che si parla di privatizzare servizi che potrebbero essere forniti anche da aziende non pubbliche, men che meno in regime di monopolio.

Salvataggio che, peraltro, pare verrà posto in essere con modalità tali da creare una netta disparità di trattamento a favore dei creditori subordinati di MPS rispetto a quanto toccò in sorte ai creditori delle quattro banche poste in risoluzione nel novembre del 2015. In nome, probabilmente, del maggior rischio sistemico rappresentato da MPS. Il che è però incoerente con la determinazione più volte manifestata da parte di politici e autorità di vigilanza a spingere le banche verso l'aumento dimensionale, aumentando così le probabilità che finisca in crisi un intermediario "too big to fail" (o addirittura "too big to be saved").

Ciò detto, a chi ha avuto la maggioranza azionaria e amministrato quella banca conducendola al sostanziale fallimento si possono (devono) imputare le scelte compiute che hanno generato più perdite su crediti rispetto ad altre banche, ma tirare in ballo il mancato gettito conseguente tali perdite sostenendo che ciò danneggi i contribuenti è assurdo.

Altrimenti ogni volta che un'impresa fallisce (non sto parlando di casi di bancarotta fraudolenta) perché accumula perdite si dovrebbe concludere che ne derivi un danno per i contribuenti. Seguendo questa logica si dovrebbe dedurre che produrre utili sia un obbligo per ogni impresa. Non solo: si dovrebbe anche arrivare a fissare un carico fiscale minimo commisurato alle dimensioni dell'impresa, a prescindere dai risultati economici prodotti.

Se questa è la comprensione dell'economia di questi signori, meglio che non governino mai.



martedì 27 dicembre 2016

Scorie - The (bad) conscience of a liberal (45)

Mi capita spesso, da diversi anni, di commentare le affermazioni di Paul Krugman, che ormai nei suoi editoriali sul New York Times non cerca neppure più di atteggiarsi ad economista. Da quando Donald Trump ha vinto le elezioni presidenziali, Krugman è caduto in una sorta di depressione che lo ha incattivito (ormai non fa altro che insultare chiunque la pensi o agisca in modo a lui non gradito; non che prima non lo facesse, ma adesso fa solo quello).


 
Ma non è di delle sue elucubrazioni da left liberal frustrato che non si rassegna ad aver perso le elezioni che intendo occuparmi, quanto di un frammento che non fa altro che ricordare quanto parziale e partigiana sia la sua visione della realtà.
 
A suo dire i Repubblicani condurrebbero una lotta di classe: "la redistribuzione dai poveri e dalla classe media ai ricchi è un tema presente in ogni moderna politica dei Repubblicani".
 
Ora, il più potente strumento di redistribuzione negli ultimi anni è stato utilizzato dalla Federal Reserve: la distorsione dei tassi di interesse e la creazione di trilioni di base monetaria. Una politica certamente non sgradita ai Repubblicani, fatta eccezione per qualche minoranza, ma di sicuro gradita e sostenuta pressoché all'unanimità dai Democratici.
 
Che l'effetto redistributivo delle politiche monetarie espansive favorisca chi possiede molti asset non lo contesta ormai quasi nessuno, anche se (ovviamente) non si sentirà mai un banchiere centrale nel corso del suo mandato ammettere che l'aumento della disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza è dovuto in gran parte alla politica monetaria.
 
Ciò nonostante, Krugman non solo non fa cenno agli effetti della politica monetaria, ma pare anche ignorare che le ultime due amministrazioni sono state guidate da un Democratico e che l'attuale presidente della Fed simpatizza da sempre per i Democratici.
 
Se c'è una lotta di classe nel senso inteso da Krugman, quindi, è quanto meno bipartisan.


venerdì 23 dicembre 2016

Scorie - La falsa giustizia dei tassatori



Capita piuttosto di frequente di imbattersi in affermazioni, o in interi articoli, nei quali sono dati per scontati alcuni concetti fondamentali per la tesi che l'autore sostiene, ma che scontati non lo sono affatto. Per esempio, mi sono di recente imbattuto in un articolo di Franco Gallo in memoria di Ezio Vanoni, figura venerata in Italia pressoché da ogni esperto (o presunto tale) di questioni tributarie.

Gallo inizia così:

"Siamo tutti cresciuti sotto l'insegnamento dei principi fondamentali del cristianesimo, che sono la solidarietà, la sussidiarietà e la garanzia del bene comune. Non possiamo, quindi, non apprezzare istintivamente l'attualità di un pensiero, come quello di Ezio Vanoni, fortemente ispirato a tali principi. Non è necessario essere cristiani professanti o aver letto Socrate per rendersi conto che una vita non sottoposta a verifica in termini di valore non vale granché e che, se vogliamo che questa verifica avvenga, è necessario muoverci nella direzione indicata negli anni Cinquanta del secolo scorso da Vanoni, negli scritti e nell'azione di governo."

Non è affatto detto che tutti quanti siano cresciuti sotto l'insegnamento dei principi fondamentali del cristianesimo, ancorché sia ragionevolmente presumibile che ciò sia vero per una netta maggioranza di italiani. Ciò nondimeno, non è affatto detto che chi ha ricevuto quel tipo di insegnamento lo condivida, né che debba "istintivamente" apprezzare il pensiero di Ezio Vanoni.

Per di più, i giudizi di valore sono per definizione soggettivi, mentre per Gallo sembra scontato che tali valori siano oggettivi, e coincidano con quelli di Ezio Vanoni.

Prosegue infatti Gallo:

"Dobbiamo, cioè, non solo accordarci sul significato di «giusto» e di «bene» e di «equità distributiva», ma convincerci che nelle democrazie parlamentari spetta al potere pubblico, allo Stato, alla politica fissare i confini della libertà economica e dosare ragionevolmente gli strumenti da utilizzare perché una società sia più giusta nella libertà e ciascuno abbia diritto a un'esistenza dignitosa. Per Vanoni il tributo è, insieme alla spesa, il più importante di questi strumenti."

Io credo che nessun concetto di giustizia e di equità distributiva possa prescindere dal rispetto del principio di non aggressione, perché se per migliorare la situazione di Tizio prelevo risorse a Caio contro la sua volontà, commetto ingiustizia nei confronti di quest'ultimo.

Credo, quindi, che non riuscirei ad accordarmi con Gallo e chi la pensa come lui sui concetti richiamati. Ma mentre l'applicazione del principio di non aggressione non viola la proprietà di nessuno, l'idea che spetti allo Stato "fissare i confini della libertà economica" equivale a rendere l'individuo totalmente alla mercé di chi rappresenta tempo per tempo lo Stato.

Secondo Gallo, poi, lo Stato deve fare giustizia dosando "ragionevolmente" gli strumenti redistributivi (ossia tasse e spesa pubblica). Ma "ragionevolmente" cosa significa? E quanto al "diritto a un'esistenza dignitosa", cosa si intende per "dignitosa"?

Suppongo che Gallo dia per scontato che il contenuto di tali parole debba intendersi stabilito dalla costituzione e dalle leggi emanate da chi tempo per tempo detiene la maggioranza. Il che equivale a sostenere che, in nome di ciò che la maggioranza ritiene "giusto", l'individuo può essere sottoposto a ogni trattamento. Si tratta, a ben vedere, di una posizione che potrebbe giustificare anche un regime totalitario. Non a caso gran parte dei dittatori si autodefiniscono democratici e professano un grande amore verso il popolo.

Ma andiamo avanti.

"Si tenga presente che ai tempi di Vanoni il prelievo fiscale era ancora considerato una sorta di premium libertatis o, al più, l'altra faccia negativa del costo dei diritti. Egli è stato uno dei primi a capire che il tributo deve essere, invece, uno strumento per correggere le distorsioni e le imperfezioni del mercato a favore delle libertà individuali e collettive e a tutela dei diritti sociali. Come diceva spesso, si tratta non di vedere quanta parte dei servizi pubblici è consumata da ogni individuo per prelevarne il prezzo corrispondente, ma «di determinare quanta parte dello sforzo comune deve essere sopportato da ogni singolo, secondo i concetti politici, etici, giuridici, economici dominanti in un determinato Stato, in un determinato momento»."

In pratica, in nome dei "concetti politici, etici, giuridici, economici dominanti in un determinato Stato, in un determinato momento" si può sottoporre l'individuo a ogni quantità di "sforzo comune", a prescindere dal suo punto di vista. Il tutto (senza alcun senso del pudore) in nome delle "libertà individuali".

Il riferimento alle libertà collettive mi sembra privo di logica, perché non vedo come possa esistere una libertà collettiva che violi la libertà individuale, come inevitabilmente avviene con la tassazione.

Quanto alle "distorsioni e imperfezioni" del mercato, Vanoni sosteneva l'inadeguatezza del "mercato concorrenziale tanto ad affrontare i problemi dell'accumulazione e dello sviluppo equilibrato, quanto a produrre una redistribuzione della ricchezza eticamente accettabile". Di conseguenza serve "un ordinamento tributario che corregge gli esiti del mercato pur nel rispetto della concorrenza e delle libertà economiche, che attribuisce al tributo una funzione di giustizia sociale in attuazione del principio costituzionale di uguaglianza e che disciplina il dovere di concorrere alle spese pubbliche come dovere di solidarietà".

Posto che il mercato produce (preferibilmente se privo di distorsioni dovute a interventismo) una distribuzione delle risorse conforme alla volontà di chi effettua gli scambi, mi sembra evidente che per "eticamente accettabile" sia inteso ciò che lo Stato considera tale. Il che, tra l'altro, è coerente con la difesa dell'istituto dell'esproprio per ragioni di pubblica utilità, che rappresenta una delle massime forme di disprezzo del diritto di proprietà.

Correggere il mercato nel rispetto delle libertà economiche è semplicemente un ossimoro, così come è vuoto il significato di giustizia sociale se perseguita mediante l'aggressione della proprietà individuale. Quale giustizia si rende al soggetto privato contro la sua volontà di una parte più o meno consistente di risorse prodotte o ottenute con scambi volontari?

Un'ultima citazione di Vanoni, riportata da Gallo:

"La finanza, attraverso il tributo, può intervenire in una politica tendente al fine di attuare una maggiore giustizia sociale, indirizzando la propria azione redistributiva nel senso di ridurre le disuguaglianze nella ripartizione della ricchezza, di dare stabilità al risparmio, di favorire il determinarsi delle migliori condizioni per l'occupazione e per l'incremento dei salari".

In pratica, in nome di ciò che il governante ritiene "giusto" e "migliore", la libertà e la proprietà del singolo possono essere compresse a piacere mediante la tassazione. Affermazioni che dovrebbero terrorizzare, e invece sono considerate perle di saggezza.


giovedì 22 dicembre 2016

Scorie - Il deficit spending è vivo e vegeto

"L'intermediazione del settore pubblico si è leggermente ridotta, ma si è scelto di non ridurla tanto quanto i risultati della spending review avrebbero consentito (circa 25 miliardi a tutto il 2016), perché si sono aumentate alcune voci di spesa ritenute meritevoli, quali scuola, ammortizzatori sociali e sicurezza. Guardando i numeri, troviamo che l'indebitamento netto della Pa, attestatosi attorno al 3% sino al 2014, è sceso al 2,6% nel 2015 e dovrebbe scendere ulteriormente nel 2016. Si può dire, come dice la Commissione europea, che la riduzione è stata insufficiente, ma non si può certo dire che si sia aumentato l'indebitamento per fare spesa in deficit."


(G. Galli)
 
Giampaolo Galli sostiene che si debba dare una lettura "pragmatica" della politica economica dell'ultimo governo, a metà via tra quella di chi ritiene che il governo Renzi abbia proseguito sulla linea dell'austerità praticata dai governi precedenti e chi, al contrario, pensa che abbia fatto troppa spesa in deficit.
 
Come dovrebbe essere noto, io propendo per la seconda lettura, il tutto basandomi su una lettura dei numeri. Si dirà che Galli argomenta proprio basandosi sui numeri, il che è vero. Il problema è che ne omette uno a mio parere fondamentale: l'andamento della spesa per interessi sul debito pubblico.
 
Galli riconosce che alle riduzioni di spesa spacciate da Renzi e Padoan come tagli draconiani sono in realtà stati accompagnati aumenti di altre spese. Ciò che non dice fino in fondo è che il saldo netto è stato un incremento della spesa, come documentato da Roberto Perotti in "Status Quo".
 
Nel periodo 2014-2016 La somma delle voci di spesa in diminuzione è pari a 24.728 milioni, mentre gli aumenti sono pari a 20.116 milioni. Tuttavia ci sono stati 5 miliardi di riduzioni ai trasferimenti dallo Stato agli enti locali, i quali hanno sovente aumentato le tasse di loro competenza. Se si deducono integralmente i tagli ai trasferimenti si ottiene un aumento di spesa di 662 milioni. Anche ammettendo che gli enti locali abbiano in parte ridotto la spesa, è evidente che i 25 miliardi di tagli di cui tanto parlavano Renzi e Padoan sono un dato fuorviante.
 
Quanto alla riduzione del deficit, è vero che si è passati dal 3,1% del Pil nel 2014 al 2,6% nel 2015 e che probabilmente nel 2016 ci sarà un'altra lieve discesa. Tuttavia la Commissione europea lamenta il fatto che il governo italiano ogni anno promette un percorso di riduzione in occasione della presentazione del DEF in primavera, salvo poi rimandare al futuro gran parte di quella riduzione quando predispone la legge di bilancio in autunno.
 
Per di più, se la spesa per interessi fosse rimasta costante dal 2013 in poi, il deficit dell'Italia a fine 2015 sarebbe stato pari al 3,5% del Pil. Ora, la riduzione della spesa per interessi, che Renzi e Padoan ascrivevano alla rinnovata "credibilità" del governo italiano, ha invece a che fare molto di più con il Qe della BCE.
 
Quindi i numeri dicono che l'Italia ha perso altre occasioni buone per sistemare i conti pubblici, facendo più spesa in deficit di quanto sarebbe stato coerente con la effettiva volontà di risanamento.


mercoledì 21 dicembre 2016

Scorie - L'economia americana è davvero florida?



"Ieri si è raggiunto il record dei prezzi sul mercato immobiliare americano: i valori medi delle case risalgono fino a superare quello che era stato il massimo storico del 2006, ultimo anno di "bolla" pre-crisi. Questi dati, a cui si aggiunge una stagione eccezionale per i profitti aziendali, disegnano uno scenario: Trump erediterà da Obama un'economia florida, che di recente stava cominciando a diffondere i benefici della crescita in modo un po' meno squilibrato. E magari sarà il neo-presidente ad attribuirsene il merito dall'anno prossimo."
(F. Rampini)
 
Mastica ancora amaro Federico Rampini. Da ogni suo articolo dagli Stati Uniti per Repubblica traspare lo sgomento che ancora persiste per il folle gesto degli elettori americani, che hanno (a suo avviso) improvvidamente mandato Donald Trump alla Casa Bianca.
 
Ma è proprio vero che Trump erediterà da Obama una "economia florida"? E gli indicatori che Rampini utilizza per esprimere il suo giudizio non rivelano qualcos'altro?
 
A mio parere rivelano qualcos'altro, e precisamente gli effetti di anni di politiche monetarie fortemente espansive da parte della Federal Reserve. Di per sé, il fatto che i prezzi degli immobili abbiano superato il livello pre-crisi dovrebbe essere considerato allarmante, dato che a quei prezzi corrispondeva una bolla enorme e che oggi c'è molta più liquidità (creata dal nulla) rispetto ad allora. Liquidità che, evidentemente, ha spinto i prezzi (anche) degli immobili. Alla quale, però, corrispondono anche dei debiti. La composizione del debito è cambiata rispetto a prima della crisi (con un maggior peso nel pubblico), ma le dimensioni complessive sono aumentate.
 
Ciò spiega anche il boom dei profitti, molto spesso spinti da un costo del debito artificialmente basso e, soprattutto se si guarda ai profitti per azione, alla costante attività di buy-back operata da molte società quotate, che hanno usato il debito a basso costo per comprare azioni proprie e, così, aumentare l'utile per azione.
 
Un'economia può dirsi florida quando cresce senza le spinte del doping monetario e/o fiscale. Negli Stati Uniti durante gli anni di Obama per ogni dollaro di Pil ne sono stati fatti circa 4 di debito federale. E il bilancio della Fed è passato da 2.2 a quasi 4.5 trilioni di dollari.
 
Non mi meraviglierei se prossimamente il dibattito vertesse non sull'attribuzione di meriti, bensì delle responsabilità di una nuova crisi.